Il 2° Reparto Celere di Padova

IL 2° REPARTO CELERE DI PADOVA

“Primi a giungere, ultimi a cedere!” 

di Gianmarco Calore

 

Si ringraziano sentitamente la sezione ANPS di Padova e il signor Lorenzo Manigrasso per il materiale fotografico e testimoniale fornito sull’argomento.

 

Una delle prime immagini del Reparto Celere di Padova. Siamo nel 1947 durante la sfilata in occasione della Festa della Polizia. Si noti la scritta sui mezzi che indica il reparto come “Reparto Celere – Veneto”: in quegli anni infatti mancava ancora la numerazione del reparto in base all’anno di sua fondazione e che interverrà l’anno successivo

L’Italia del dopoguerra, con una Costituzione in fase di studio, vedeva sul territorio la dislocazione di una Polizia che rispecchiava le condizioni nelle quali l’intero Paese era uscito dal secondo conflitto mondiale. Alla scomparsa della Repubblica Sociale Italiana e della sua Polizia Repubblicana, era rimasto in piedi il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza: un Corpo di spiccata estrazione militare articolato in tal senso fino ai suoi vertici. Si pose subito il problema di stabilire un criterio oggettivo di arruolamento delle nuove guardie e di come far convivere militari già arruolati, provenienti però da esperienze diametralmente opposte: mi riferisco soprattutto agli ex partigiani e agli ex repubblichini. Si trattava poi di trovare una sistemazione appropriata anche per tutta quell’accozzaglia di militari assunti in via provvisoria tramite decreti prefettizi e che costituì la categoria di guardie aggiunte o ausiliarie.

A questo quadretto abbastanza confusionario faceva da contraltare una situazione di ordine pubblico a dir poco esplosiva: era un Paese con un assetto istituzionale ancora fragile e sbilanciato da rigurgiti estremisti violenti cui si aggiungevano “regolamenti di conti” tra chi durante la guerra si era pestato vigorosamente i piedi.
La Polizia italiana disponeva sul territorio dei cosiddetti “Reparti Mobili”. Si trattava di Reparti creati per scopi spiccatamente bellici e perciò dotati di armamento pesante che doveva adempiere a compiti difensivi del territorio in caso di invasione esterna: mortai, mitragliatori Bren, veicoli blindati T17 “Staghound” muniti di cannoncini, autoblindo Ansaldo “Lince” già collaudati in Africa con la P.A.I. facevano parte delle dotazioni di queste unità operative. Per contro, in una fase storica in cui le industrie automobilistiche e armiere erano ancora in ginocchio, il Ministero fece di necessità virtù requisendo ogni sorta di veicolo e armamento lasciato sul territorio dai vari eserciti di invasione. Ecco allora jeep “Willis” e motociclette americane, mitra MP40 tedeschi, moschetti “91”, biciclette, camion GMC e tutto quello che poteva servire per trasportare truppe e materiali…. Una veloce scritta “Polizia” fatta magari a mano libera e via, verso fantastiche avventure!

 

I Reparti Mobili di Polizia furono la prima forza operativa dell’immediato dopoguerra. I loro compiti di difesa del territorio nazionale divennero ben presto compiti di tutela dell’ordine pubblico

Un ufficiale inglese rimasto in Italia per aiutare le nostre Istituzioni a rimettersi in piedi capì subito come impiegare efficacemente l’immensa risorsa poliziesca in ordine pubblico, adattando uno schema operativo che aveva già dato i suoi buoni frutti al di là della Manica. Fu lui a gettare le basi delle tecniche operative ancora oggi impiegate, creando il concetto di carica a bordo di autoveicolo (i c.d. caroselli) che aveva il duplice vantaggio di disperdere efficacemente la folla e di limitare al massimo il contatto fisico tra i poliziotti e i dimostranti. Le sue teorie trovarono un entusiasta sostenitore nel primo Ministro dell’Interno post-bellico, Giuseppe Romita, il quale comprese la necessità di poter disporre di uno strumento di intervento rapido e flessibile che riportasse in breve tempo situazioni di emergenza alla normalità.

E veniamo a noi. Nel Veneto della Liberazione era già operativo a Vicenza il 5° Reparto Mobile, collocato non a caso in una posizione strategica ai piedi dell’Altopiano e dei Colli Berici per contrastare eventuali invasioni da nord. Era un Reparto organizzato in 5 battaglioni composti ciascuno da un centinaio di persone e che aveva avuto già modo di farsi apprezzare durante la guerra per la sua decisione nei combattimenti e nella repressione di qualsivoglia forma di banditismo o recrudescenza delinquenziale.
Il ministro Romita, sulla scorta delle prime dimostrazioni di piazza scaturite in veri e propri tumulti che misero Padova a ferro e fuoco, decise di stanziare stabilmente in tale capoluogo uno dei cinque battaglioni del 5° Mobile che, già dal 1945, alternava il suo servizio tra Padova e Vicenza. Nelle caserma ricavata in un ex istituto per non vedenti a ridosso di Prato della Valle vennero fatti confluire circa cento poliziotti di quella che venne denominata “3° Compagnia Celere”, sempre alle dipendenze del 5° Mobile vicentino. La struttura occupata era a dir poco fatiscente: priva di vetri alle finestre (sostituiti da semplici fogli di giornale) e di riscaldamento, con camerate ove venivano stipate anche 30 persone su letti a castello posizionati ovunque, per tutti soltanto tre bagni muniti di “turca” e lavandino; per le docce ci si doveva arrangiare con i bagni pubblici: i militari utilizzavano quelli del “Cobianchi” di piazza Cavour.
A capo di questa Compagnia venne posto il capitano di P.S. Gaetano Genco, un Ufficiale che si era ritagliato la fama di “duro” sul campo. Ex Ufficiale della Polizia dell’Africa Italiana, proveniente dai ruoli dell’Esercito, aveva meritato la Croce di Bronzo e svariate medaglie al valore per gli atti di eroismo di cui si era reso protagonista durante la Campagna d’Africa. All’indomani dell’Otto Settembre 1943 aveva voluto rientrare nella Capitale per essere al fianco dei suoi uomini negli accaniti combattimenti contro l’esercito tedesco che funestarono la zona di Porta San Paolo.
Il capitano Genco – ufficiale che guardava più alla sostanza che alla forma – prese subito a cuore la costituzione della 3° Compagnia Celere in un territorio delicato come quello di Padova. Le testimonianze che ho raccolto tracciano la figura di un Ufficiale duro ma che ai suoi uomini non fece mancare niente. Sedeva sui lunghi tavolacci di legno assieme alla truppa, consumando il rancio nelle stesse “gamelle” di latta, raccogliendo le loro necessità e facendosene latore con i propri superiori; all’interno della caserma creò un pollaio e una porcilaia dove vennero allevati polli, galline, conigli e maiali che servirono per anni a dare un rancio decente ai suoi ragazzi. A questo proposito, riportiamo un simpatico aneddoto raccontato dal Colonnello Carlo Lospinoso, all’epoca giovane sottotenente:

“[…]Sorrido nel ricordare la preoccupazione di noi ufficiali e sottufficiali all’inizio di ogni giornata, quando il Comandante entrava in caserma, scrutavamo con apprensione il suo volto cercando di carpire il suo umore e se una nuova idea gli era frullata in testa quella notte. Se ne aveva una, la sparava subito perchè doveva essere sul momento attuata. Come quel sabato quando volle impiantare un allevamento di tacchini che, secondo le sue previsioni, doveva incrementare la qualità e l’economia nella gestione della mensa. Andammo insieme al mercato di Prato della Valle acquistando 30 bei tacchini affidandomene la gestione. Dopo una sola settimana morirono tutti contemporaneamente di non so quale epidemia. Fui aspramente rimproverato dal Comandante per la scarsa diligenza dimostrata nel gestire questo nuovo impegno. Ma il grande Capo proseguì nel suo impegno di migliorare l’economia della mensa, comprando stavolta una cinquantina di maiali e commettendo l’errore di affidare ancora a me, povero disgraziato, la gestione. Mi precipitai nella libreria Draghi, fornitissima di tutto: nel reparto animali trovai un libro utile ad istruirmi sull’allevamento dei suini. Ricordo che il primo capitolo si intitolava “L’intelligenza dei maiali”. Alcuni giorni dopo a mensa si sparse la voce che il pasticcio di lasagne, piatto forte del cuoco (perennemente ubriaco) odorava di fumo. Apriti cielo! Il Comandante ordinò di buttare immediatamente il pasticcio e cuocere gli spaghetti. A questo punto intervenni io. Impossessandomi del pasticcio preparato per 300 persone, lo feci caricare su un camion e portare al porcile, non molto lontano dalla caserma. Scaricato il pasticcio nel cortile, aprimmo le porte facendo uscire i maiali che, famelici, si buttarono sulle ancora tiepide lasagne. Che festa per i miei maialini! Mi commossi nel vedere con quanto piacere banchettavano grugnendo felici… Tornato in caserma, anche io pranzai felice. Una felicità di breve durata. Arrivò di corsa un dipendente addetto al porcile e quello che mi sussurrò all’orecchio mi bloccò la digestione: “Signor Tenente, alcuni maiali stanno talmente male da sembrare morti!” Precipitatomi sul posto, constatai con orrore che 4 maiali giacevano stesi sulla schiena con le zampe all’aria, stecchiti. Portati dal veterinario, la diagnosi fu che erano morti per lo scoppio dello stomaco a causa dell’eccessivo cibo ingerito. […] Il vantaggio che ricavai da quella vicenda fu che, dopo avere subìto un’altra memorabile lavata di testa rimasta nella storia del Reparto, il Comandante passò l’incarico della gestione del porcile ad altra persona più qualificata!”

(testimonianza del Colonnello Carlo Lospinoso in L. Manigrasso, 2° Celere – Fotolibro, pag. 17 e 18)

 

Non volle alcun alloggio di servizio, ma dormì con loro nelle scomode brande militari sotto un freddo polare d’inverno e immerso in un’afa appiccicosa d’estate; condivise con loro gioie e dolori mettendo a disposizione la sua umanità pur nel necessario distacco che doveva essere mantenuto tra la truppa e il suo Comandante. Fu questo il seme che fece subito germogliare quello spirito di corpo che rese il Reparto Celere di Padova celebre e osannato fino ai giorni nostri. Un episodio su tutti, raccontato da un Sottotenente di P.S. in quiescenza, all’epoca giovane sottufficiale:

“Ricordo distintamente che un giorno venne ricoverato all’Ospedale Militare di Padova un nostro ragazzo, avrà avuto 23 o 24 anni. Aveva contratto una forma perniciosa di tubercolosi polmonare, tanto che dall’Ospedale Militare venne fatto trasferire alla divisione pneumologica di quello civile. Il signor Comandante mi dette l’ordine di recarmi a trovarlo ogni giorno e di fargli sapere di cosa avesse bisogno. Il ragazzo era ricoverato in un lungo stanzone assieme ad altre decine di degenti e si lamentava del fatto che i pasti erano scarsi, spesso addirittura inesistenti. Come seppe di questa lamentela, il signor Comandante mi ordinò di portargli una doppia razione del rancio della caserma: ogni giorno partivo con la jeep e gli portavo da mangiare. Ben presto anche gli altri ricoverati fecero timorosamente presente il fatto che spesso non mangiavano neanche loro: si poteva fare qualcosa? Subito il capitano Genco mi fece caricare sulla jeep un’intera marmitta di rancio fatta preparare appositamente dalla mensa e ogni giorno, per qualche mese, portai da mangiare a quei poveretti, fino a quando i medici dell’ospedale misero il loro veto”

La fama di questo Comandante cominciò a valicare le mura della caserma padovana, incoraggiata dall’abnegazione dimostrata dai suoi militari in ogni frangente. Il capitano Genco divenne ben presto maggiore e poi tenente colonnello, ma fu sempre al fianco dei suoi ragazzi in ogni circostanza. Andava personalmente nelle caserme dell’Esercito a scegliere i ragazzoni più grandi e grossi che faceva trasferire d’ufficio dal giorno dopo in Polizia al suo comando. Ben presto la 3° Compagnia Celere divenne un punto di riferimento per l’intera Polizia italiana, tanto che il 1° novembre 1948 il Ministero decise di svincolarla dalle dipendenze del 5° Reparto Mobile di Vicenza e di conferirgli il rango di Reparto autonomo: era nato il 2° Reparto Celere di Padova.

 

 

Picchetto del 2° Celere schierato a Padova in Prato della Valle in occasione della Festa della Polizia del 1950

L’importanza di questo Reparto fu subito evidente anche a causa della posizione geografica della città, posta al crocevia di importanti province che si stavano ampliando rapidamente. L’elevato livello della disciplina militare imposta al suo interno fece sviluppare ai suoi uomini un’innata attitudine alla gestione dell’ordine pubblico, soprattutto in manifestazioni in cui il ricorso alle armi da fuoco era ormai consuetudine. Per questi motivi, si decise di incrementarlo con l’invio costante di nuove guardie, tanto che ben presto si rese necessario trasferirne la sede dall’ormai vetusta e obsoleta caserma di via Configliachi a quella nuova e più moderna di via d’Acquapendente, rimasta ad oggi la sede ufficiale. Era il 1954 e in quegli anni il 2° Celere aveva in forza quasi un migliaio di militari suddivisi in quattro Compagnie, delle quali una si alternava con le altre a cadenza quadrimestrale a Trieste per la vigilanza dei valichi confinari.

 

 

1954 – Padova, via D’Acquapendente: viene inaugurata la nuova caserma sede del 2° Celere

E proprio Trieste merita un cenno particolare. Come è noto, a guerra finita il capoluogo giuliano e la vicina provincia di Gorizia furono sconvolti da una delle peggiori e proditorie aggressioni ai loro abitanti perpetrata dal IX° Korpus dell’esercito jugoslavo: per 40 giorni, dal 1° maggio al 12 giugno 1945, migliaia di cittadini italiani vennero fatti sparire nelle foibe carsiche e nei campi di prigionia oltre confine senza che apparentemente nessuno muovesse un dito per fermare un simile abominio. Non sta a noi entrare nel merito di una strage così orrenda. Resta il fatto che, a danni ormai compiuti, intervenne l’esercito britannico di liberazione che impose a Trieste il suo controllo, instaurando il famoso Governo Militare Alleato in attesa di capire le sorti di quella fetta di territorio così a lungo contesa. Nel 1954, a seguito dei trattati che sancirono definitivamente l’allocazione della linea confinaria, la presenza del Governo Militare Alleato cessò la sua attività: Trieste era definitivamente italiana. Le manifestazioni di giubilo della popolazione videro l’ingresso dei nostri militari che arrivarono a bordo della prima autocolonna nelle prime ore del 26 ottobre 1954: e chi furono questi militari? Proprio le guardie di P.S. del 2° Reparto Celere di Padova che stabilirono la propria sede operativa all’interno di una vecchia caserma austriaca nel quartiere “San Giovanni”, tuttora deputata a nostra Scuola Allievi. Nelle testimonianze raccolte sui vari quotidiani, il 2° Celere lasciò indelebilmente un segno di stima e rispetto nella cittadinanza proprio grazie all’abnegazione con cui i suoi uomini si adoperarono nelle tediose vigilanze ai blocchi di confine e alla risoluzione delle mille piccole e grandi difficoltà quotidiane.

Sulla vicenda, Luciano Manigrasso offre una descrizione tra le più complete e veritiere dal momento che vi prese parte in prima persona.

“Partimmo da Padova la mattina del 25 ottobre, arrivammo a Gradisca verso sera dove pernottammo presso una caserma di militari a pochi chilometri da Trieste. La mattina seguente, 26 ottobre alle ore 4, il “2° Celere – Trieste” fu il primo a varcare la frontiera di Duino dove venne lasciato un drappello di celerini che sostituì la Polizia inglese. Entrammo in città sotto una pioggia battente. Sostituimmo la Polizia Locale (i “Cerini”) e la polizia militare inglese. Il questore dott. Carmelo Marzano ordinò di assumere il servizio di sicurezza dei punti nevralgici della città compreso la viabilità del centro cittadino. Fu un servizio spossante che continuò per tutta la giornata, dalle 4 del mattino alle 18 di sera, con un tempo da cani e nello stomaco un gavettino di caffelatte e una rosetta di pane. Indossavamo l’impermeabile grigioverde a trequarti. Per regolamento non si poteva alzare il bavero. L’acqua che colava dal retro del berretto scendeva liberamente sul collo proseguendo dritta giù per la schiena bagnandoci perfino le mutande. Ma la gioia di quella gente, carica di calore umano, ci faceva sentire meno freddo, meno fame e meno stanchezza. I triestini, incuranti della pioggia, fin dal mattino ci accolsero festosi. Uomini e donne ci porgevano fiori piangendo di gioia urlavano: “Viva l’Italia! Viva Trieste libera!”. Vedendoci come i liberatori, ci piosavano tra le braccia i loro bambini in segno di ringraziamento. I giovani “muli” e “mule” (ragazzi e ragazze) ci ringraziavano saltandoci addosso festosi, abbracciandoci e baciandoci, chiedendo con desiderio un cimelio, un bottone della divisa, una mostrina, una stelletta. La cosa più ambita, l’Aquila del berretto. […] Alloggiammo nell’ex caserma inglese su a San Giovanni. La sera ci trovammo con la divisa senza bottoni e senza mostrine e nelle tasche dell’impermeabile una quantità di bigliettini con indirizzi di cittadini triestini che ci invitavano a pranzo o a cena a casa loro”.
(da L. Manigrasso, fotolibro “2° Celere”, pag. 49, disponibile presso la segreteria del 2° Reparto Mobile di Padova)

 
Il 2° Celere di Padova fu il primo Reparto impegnato esclusivamente per compiti di ordine pubblico e di soccorso pubblico. Il 1° Celere di Roma e il 3° Celere di Milano, pur nella loro originaria costituzione per i medesimi compiti, videro il proprio personale molto spesso distolto per il necessario e preponderante impiego nel controllo del territorio alle dipendenze delle rispettive questure. Fu proprio per un simile motivo che il 2° Celere di Padova iniziò ben presto a girare l’Italia: non si contano le infinite aggregazioni in tutto il nord del Paese (quasi in pianta stabile a Torino, Milano, Genova)… I militari risposero con uno sforzo encomiabile anche e soprattutto sul piano personale, spediti lontano dalle proprie famiglie e spesso gettati allo sbaraglio in situazioni di elevato stress operativo delle quali venivano appositamente tenuti all’oscuro. Un esempio su tutti, la manifestazione politica di Genova del giugno 1960: siamo in pieno governo Tambroni, un “monocolore” DC che si regge su appoggi del Movimento Sociale. A Genova alcuni esponenti missini decidono di tenere il loro congresso annuale, suscitando l’esplosione di sdegno di ex partigiani, portuali e cittadini appartenenti ad una città comunque di opposto orientamento politico. Lungi dal fare marcia indietro, il Movimento Sociale decide ugualmente effettuare il congresso; inevitabile il proclamo di una contromanifestazione di schieramento opposto. A Genova vengono fatti confluire migliaia di Agenti: da Padova si mosse l’intero Reparto Celere; tutti i militari furono consegnati nelle proprie caserme in un clima di autentico colpo di stato.
E siccome la storia a noi italiani non insegna mai niente, come per il G8 del luglio 2001, così per la manifestazione del giugno 1960 successe il finimondo. Essa degenerò subito in cruenti scontri con la Polizia: in piazza De Ferraris il capitano Londei fu quasi annegato nella fontana mentre numerosi altri militari vennero feriti anche in modo grave. Una guardia, oggi felice e fortunato appuntato in quiescenza, riportò una ferita alla gola per un colpo di refia, quel grosso uncino che i portuali usavano per scaricare i sacchi di juta dalle navi. Voci non confermate dissero che i poliziotti furono mandati in piazza senza cartucce nelle pistole: c’è chi dice che è vero, c’è chi invece lo nega…. Sta di fatto che una settimana dopo, nel corso di analoghi scontri a Reggio Emilia, vi furono sparatorie che lasciarono a terra 5 morti tra i manifestanti e un numero imprecisato di feriti tra i poliziotti.
Non deve stupire una simile acrimonia negli scontri di piazza. L’ordine pubblico di allora si caratterizzava per il vistoso squilibrio tra le proteste portate in strada e il modo con cui le stesse venivano attuate: da un lato cittadini esasperati, dall’altro militari che fino a qualche anno prima sparavano agli invasori nelle trincee; in mezzo, la pressoché totale mancanza di disposizioni operative che modulassero la repressione adattandola alla reale situazione che si prospettava. Solo negli anni successivi e fino all’esplosione del Sessantotto, quando vennero protocollati schemi di intervento specifici e i Reparti furono dotati di mezzi di repressione meno invasivi quali l’idrante, i morti di piazza quasi si azzerarono.

Il 2° Celere trovò lustro e riconoscimenti ufficiali anche in tema di soccorso pubblico, a partire dai primi Anni ’50 con l’alluvione del Polesine. In assenza di un moderno concetto di protezione civile, il Reparto di Padova si adoperò senza risparmio di energie di fronte ad un evento calamitoso di proporzioni devastanti. Da quegli anni, le attrezzature e i mezzi specificamente adibiti al soccorso pubblico vennero incrementati vistosamente, tanto da collocare tale Reparto ai vertici nazionali quanto a preparazione e disposizione logistica.    Lo si vide in altre tristi occasioni: Vajont 1963, Firenze 1965, Belice 1968, Irpinia 1980. In tutte queste occasioni – ma precipuamente in quella del Polesine – le guardie pagarono un elevato tributo di sacrifici personali per soccorrere le popolazioni sinistrate. E’ rimasta agli annali del Reparto la sorta di autotassazione che i militari volontariamente attuarono tra di loro per procurare il latte per sfamare i piccoli e i neonati sopravvissuti all’esondazione del Po.

 

 

2° Celere in prima linea nel soccorso pubblico alle popolazioni alluvionate negli Anni Cinquanta

Il 2° Celere fu innalzato agli onori della gloria anche sotto il piano atletico e sportivo. Ancora una volta un simile risultato lo si deve attribuire proprio a lui, il Maggiore Gaetano Genco, il quale – per far mantenere ai propri uomini una preparazione fisica di elevato livello – impose loro la pratica di sport particolarmente duri. E i risultati non tardarono ad arrivare: nelle Olimpiadi 1960 ben 6 atleti del 2° Celere trovarono posto sul podio nelle discipline di lancio del peso, lancio del giavellotto, lancio del martello, sollevamento pesi, lotta greco-romana e atletica leggera; ulteriori premi arrivarono poi dalla pratica dello sci e dal vero e proprio fiore all’occhiello del Reparto, la sua squadra di rugby che fornì alla Nazionale italiana elementi validissimi che innalzarono ulteriormente il prestigio della nostra Polizia. 

Al 2° Celere si formarono anche i migliori idrantisti e blindisti, vale a dire i conducenti e utilizzatori degli idranti e dei VTC, i Veicoli da Trasporto Corazzati utilizzati durante i servizi di ordine pubblico più estremi. La scuola guida di questo reparto, composta da validissimi istruttori, divenne ben presto un punto di riferimento per tutti gli altri Reparti “Celere” d’Italia il cui personale fu inviato qui proprio per la frequentazione dei relativi corsi. In questo senso gli istruttori di guida provvidero a tenere costantemente aggiornati nelle varie tecniche operative e di utilizzo dei mezzi tutti gli autisti, a partire da quelli dei mezzi più semplici quali le jeep e i gipponi fino ad arrivare ai camion, alle autocorriere, agli autoarticolati e ai vari mezzi specifici da impiegare in ordine e soccorso pubblico.

Tanto i Comandanti tenevano all’onore e al prestigio del 2° Celere di Padova che, quando capitava la “mela marcia” a macchiarne la reputazione, questa veniva invitata senza clamore a rassegnare le proprie dimissioni dal Corpo. Anche qui, illuminante è la testimonianza dell’allora Capo Scrivano di Maggiorità, l’equivalente dell’attuale Aiutante Maggiore:

 “Capitò di una guardia che si rese responsabile di un grave reato penale, il furto di materiale lettereccio che poi rivendeva all’esterno della caserma. Il signor Comandante mi convocò nel suo ufficio e, consegnandomi una richiesta di dimissioni dalla Polizia, mi disse: ‘’Maresciallo, noi di questo giovane non vogliamo più saperne niente. Provveda che lasci la caserma entro le 16 odierne’’. Convocai a mia volta il militare, gli presentai la richiesta di congedo ed egli, senza una parola, la firmò e si scusò per la sua stupidaggine”.

Questo era l’onore che nel bene o nel male contraddistingueva il Poliziotto del 2° Celere: il Reparto prima di tutto. E non a caso esso venne scelto alla fine degli anni ’60 per la costituzione di una Compagnia di specialisti deputata al contrasto del banditismo in Sardegna: i “Baschi Blu”. Essi vennero inviati nella caserma di Abbasanta non appena il Ministero si rese conto che la situazione sull’isola era diventata fuori controllo, con morti e feriti a cadenza quotidiana. Le foto e gli aneddoti che puoi trovare sul sito http://www.baschiblu.it valgono più di mille parole, soprattutto alla luce del fatto che tre nostri Colleghi furono uccisi il due distinti conflitti a fuoco con i banditi sardi. In tali occasioni, non uno dei nostri ragazzi si arrese: lo spirito di corpo del nostro Reparto li fece unire ancora di più e nessuno di loro interpretò come una resa quando il Ministero li fece rientrare definitivamente a Padova, decretando lo scioglimento della Compagnia.

 

I “Baschi Blu” del 2° Celere furono la prima compagnia spacializzata nella lotta al banditismo e all’abigeato in Sardegna

Poi arrivarono gli Anni ’70. Anni oltremodo difficili per la Polizia che, alla lotta quotidiana contro il terrorismo eversivo e la criminalità sempre più agguerrita, dovette aggiungere contrasti interni sempre più accesi e fomentati da una parola che aveva in sé del misterioso e dell’affascinante: la smilitarizzazione del Corpo. Un tale passo era avvertito sempre più come necessario per rendere la Polizia davvero moderna e aderente alle esigenze del cittadino che ora non veniva più visto come passivo destinatario di ordini e imposizioni, ma come un entità da trattare e gestire sul piano paritetico. Una Polizia senza stellette era vista anche come unica soluzione alle sempre più pressanti richieste di miglioramenti del trattamento economico e personale, quest’ultimo legato ad un regolamento di servizio di quasi quarant’anni prima. Si pensi solo alle disposizioni in materia di matrimonio di un Poliziotto: non poteva essere contratto prima di otto anni di servizio; doveva essere sottoposto al vaglio autorizzativo del Dipartimento della P.S. al quale doveva essere inviato anche lo status familiare della promessa sposa; il sacerdote doveva rilasciare una sorta di nulla osta da esibire al portiere d’albergo in cui avrebbero alloggiato i due per il viaggio di nozze… Insomma, un sistema intero di gestione del personale era stato messo in crisi proprio da quel movimento rivoluzionario di protesta scaturito dal “Maggio francese” e che – preso nella sua parte “buona” – insegnò a tanti a pensare con la propria testa. Ma la smilitarizzazione del Corpo faceva troppa paura ai nostri vertici che probabilmente non erano ancora pronti ad un simile passo nel timore di perdere il controllo sull’istituzione più importante del Paese.
Chi ha vissuto quegli anni si ricorderà benissimo il clima definito da “carbonari” con cui le guardie iniziavano a discutere di sindacalizzazione e smilitarizzazione. Una testimonianza su tutte, resa da una guardia oggi Sostituto Commissario ancora in servizio, può aiutare a capire:

“Nei primi anni ’70 avevamo avvertito tutti la necessità di organizzarci in sindacati di base, lasciando perdere inutili iniziative personali che erano destinate a cadere nel vuoto, con gravi ripercussioni disciplinari e penali a carico dell’autore di questi gesti. Ma il sospetto era tanto: ci dovevamo guardare non solo da una scatenata squadra politica della questura che stava schedando ogni poliziotto favorevole alla sindacalizzazione del Corpo, ma anche dai singoli colleghi, con i quali non si sapeva mai come iniziare il discorso, temendo di trovarci davanti ad uno dei tanti militaristi ancora convinti. Mi ricordo che all’epoca – ero in servizio al Reparto Celere di Padova – ci trovavamo a discutere di tali argomenti con i colleghi incontrandoci “casualmente” lungo l’argine del canale Scaricatore, con la scusa di portare a spasso il cane”.

Ed è proprio il 2° Celere di Padova che nel 1976 torna alla ribalta delle cronache nazionali per l’esplosione mediatica di quello che venne da tutti definito il “caso Margherito”, forse la “spallata” decisiva che spianerà la strada verso la smilitarizzazione del 1981. Stante la “corposità” dell’argomento, si rinvia al sottonotato link per una lettura più approfondita:

http://www.polizianellastoria.it/index.php?option=com_content&view=article&id=108:parte-sesta-cap-2-il-qcasoq-margherito&catid=27:storia&Itemid=37
E oggi, a sessant’anni di distanza dalla sua fondazione, che cos’è il 2° Reparto Celere di Padova? Sì, perché guai a chiamarlo Reparto Mobile, anche dopo l’eliminazione dell’antica denominazione avvenuta nel 1985!
E’ un Reparto che – per esperienza personale – non ha perso nulla del suo antico smalto.
E’ un Reparto modernissimo, ma sempre attento al suo passato, tanto da coniare un distintivo appuntato sulla giacca della divisa ordinaria e riportante i due scudetti di specialità: quello azzurro con la scriita “Reparto Celere” e quello cremisi con la scritta “Reparto Mobile”, con le rispettive date di fondazione.
E’ un Reparto dove lo spirito di corpo si respira ancora a pieni polmoni, migliore garanzia di successo del suo inconfondibile “stile”  tramandato dalle “vecchie” generazioni di ex guardie ai novellini, in gergo chiamati “pinguini” a causa del loro camminare impacciato non appena indossata per la prima volta l’Uniforme.
E’ un Reparto che pretende tutto dai suoi dipendenti, anche se oggi i servizi sono decisamente meno alienanti di quelli del recente passato; ma che in cambio offre altrettanto nel venire incontro alle esigenze personali del singolo dipendente.
Soprattutto è un Reparto al quale sarò personalmente grato per avermi formato come Uomo e come Poliziotto, facendomi amare questo lavoro anche se spesso il piatto di minestra che ti propina è amaro, freddo o senza sale; facendomi amare i miei colleghi come Fratelli e facendomi sentire la Polizia di Stato come la mia seconda casa.

 

2° Reparto Celere di Padova, 60 anni di età. Ancora un ragazzino.

 

1999: il 2° Reparto Celere di Padova impegnato nelle operazioni di soccorso in occasione dell’alluvione di Alessandria
 
 
 
Articolo correlato: Il Comandante Gaetano Genco, un ufficiale tra mito e realtà, QUI

 

Commenta sul forum, QUI

 

 

CRONOLOGIA ESSENZIALE DEL 2° REPARTO CELERE (dal sito www.anpspadova.it)

Di certo la storia del 2º Reparto Celere non si può raccontare in poche righe, ma con queste poche pagine che seguiranno vogliamo evidenziare le tappe fondamentali, dalle origini fino ai nostri giorni. Il giorno 10 gennaio 1947 il Battaglione Mobile Polizia Veneto, stanziato a Padova sin dal primo dopoguerra, è sciolto e nella medesima data viene costituito nella caserma di Via Cavalletto il Reparto Celere Interprovinciale P.S..

In data 1º marzo 1947 il neonato Reparto viene assorbito dal Reparto Mobile Polizia Zona Veneto con sede a Vicenza, da cui viene distaccata una compagnia a Padova.
La neonata 3º Compagnia Celere viene dapprima comandata dal Capitano DAL SASSO e dal successivo 22 marzo dal Capitano Gaetano GENCO.

In data 15 novembre 1948 la 3º Compagnia Celere di Padova cessa di far parte del Reparto di Vicenza ed il giorno successivo assume la denominazione di Reparto Celere di Zona Veneto, alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno;
In data 21 ottobre 1949 modifica nuovamente la denominazione in 2º Reparto Celere Guardie di P.S.
In data 1º dicembre 1949 si costituisce la 3º compagnia con sede nella caserma Bevilacqua di Ferrara.
Il 25 marzo 1950 la 2º Compagnia Celere di Padova viene distaccata nella Caserma Silvestri di Rovigo.
In data 1º luglio 1950 la 3º Compagnia si trasferisce da Ferrara alla Caserma Capo di Sile di Mestre (VE) ed in data 20 gennaio 1951 anche la 2º Compagnia di Rovigo si trasferisce a Mestre.
Finalmente in data 20 novembre 1955 tutto il Reparto si trasferisce nell’attuale sede di via d’Acquapendente ove continua ad operare sia nei servizi di ordine pubblico che in quelli di soccorso pubblico.
Si elencano qui di seguito i servizi che hanno visto maggiormente impegnato il 2º Reparto Celere:
Anno 1947: parecchi servizi nelle provincie di Padova, Treviso, Verona, Venezia, Rovigo, Trento, Milano e Udine. Particolarmente impegnativo il servizio compiuto a Venezia in occasione del comizio tenuto dall’On. DE GASPERI.
Anno 1948: molto impegnati nella provincia di Rovigo per gli scioperi dei braccianti. A luglio il reparto opera a Mestre in occasione degli scontri si piazza seguiti all’attentato all’On. Togliatti.
Anno 1950: l’anno ha visto un maggiore impegno del Reparto nei servizi di ordine pubblico sia a Marghera (VE), in occasione degli scioperi delle officine “Breda”, sia nelle provincie di Rovigo e Ferrara, in occasione degli scioperi dei braccianti agricoli.
Anno 1951: il Reparto è molto impegnato nella provincia di Rovigo, sia a causa dell’inondazione di novembre che ha coinvolto 39 comuni su 50, sia per gli scioperi dei braccianti.
Anno 1954: il Reparto Celere di Padova entra per primo nella città di Trieste dopo la liberazione della stessa.
Anno 1960: il Reparto è impegnato in maniera massiccia negli scontri di piazza a Genova, scoppiati per protesta contro il governo Tambroni.
Anno 1961: è l’anno degli attentati in Alto Adige, dove il Reparto opera con i suoi distaccamenti fino al 1966.
Anno 1962: il Reparto è impegnato in maniera sensibile negli scontri di piazza a Torino, in occasione degli scioperi delle maestranze.
Anno 1963: è l’anno del disastro del Vajont, dove il Reparto opera in soccorso alle popolazioni colpite.
Anno 1966: quest’anno è ricordato come quello dell’alluvione di Firenze.
Anno 1967: inizio delle operazioni contro il banditismo, con invio in terra sarda di un distaccamento di uomini.
Anno 1971: il Reparto è impegnato negli scontri di piazza a Reggio Calabria.
Anno 1976: a seguito del terremoto del Friuli il Reparto opera in soccorso delle popolazioni colpite.
Anno 1980: anno del terremoto in Irpinia, a seguito del quale il Reparto è impiegato in servizi di soccorso pubblico.
Anno 1985: il Reparto viene distaccato a Palermo in occasione dei grandi processi alla Mafia; interviene inoltre a soccorso delle popolazioni, in seguito al disastro nella Val di Stava.
Anno 1990: è l’anno dei Mondiali di Calcio in Italia ed il Reparto è chiamato ad intervenire in tutti gli stadi.
Anno 2001: un nutrito contingente del Reparto è impiegato nel servizio di ordine pubblico di Genova a seguito del summit internazionale “G8”.

Dalla data della sua costituzione il Reparto è stato comunque costantemente impiegato in servizi di ordine e soccorso pubblico.
Non bisogna dimenticare che all’interno del Reparto sin dal 1982 risulta presente un distaccameto della Scuola Allievi Agenti, prima di Trieste e successivamente di Vicenza, che ancor oggi continua ad istruire personale di Polizia con corsi di aggiornamento ed addestramento professionale.
Un capitolo a parte va dedicato alla squadra del rugby, che inziò la sua attività nel 1949 grazie allo slancio e all’entusiasmo del Capitano GENCO.
Limitata dapprima alla partecipazione a tornei locali di calcio, la gloriosa squadra di rugby si classificherà Campione d’Italia per quattro anni consecutivi, dal 1957 al 1961, e poi ancora nel 1968; negli anni 1962, 1963 e 1967 si qualificherà al secondo posto ed al terzo negli anni 1969, 1971 e 1972.
Nel frattempo, nell’anno 1954, l’allora Ispettore del Corpo delle Guaprdie di P.S. Cesare Sabatino GALLI ed il Capitano GENCO costituirono il Gruppo Sportivo, denominandolo dapprima “Associazione Sportiva Celere” e successivamente, nel 1955, con l’affiliazione alla FIDAL, “Gruppo Sportivo Fiamme Oro”.
Il gruppo sportivo Fiamme Oro a Padova si è dedicato all’atletica leggera e ha visto nel corso degli anni innumerevoli campioni far parte dei suoi ranghi; a puro titolo esemplificativo si ricorda la prima medaglia ottenuta da Francesco PERRONE (campione assoluto nell’anno 1955 dei 5000 mt. con il tempo di 14’54”) e poi nel 1956 il 1º record italiano dei 4 x 1500 con in staffetta MARTINELLI, FAÈ, AMBU e PERRONE.
Lo stesso MARTINELLI, finita l’attività agonistica divenne nel corso degli anni un personaggio storico a livello dirigenziale nel Gruppo Sportivo stesso.
Tanti ancora sarebbero i campioni da ricordare:
LIEVORE (campione nel lancio del giavellotto);
Livio BERRUTTI (medaglia olimpica e primatista mondiale nella corsa dei 200 mt. piani, con il record di 20″ e 5, nell’anno 1960 alle Olimpiadi di Roma);
Giuseppe DE GAETANO (titoli italiani nei 20 e 50 Km e una partecipazione alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992), Giorgio MAZZA (specialista olimpionico nei 110 mt.);
Alessandro ANDREI (medaglia d’oro olimpica, 1984 lancio del peso);
Stefano MEI (Campione Europeo a Stoccarda nel 1996 nei 10000 mt.);
Giacomo LEONE ( vincitore della Maratona di New York nel 1996);
Alessandro LAMBRUSCHINI ( bronzo olimpico nel 1996 e mondiale nel 1993 nei 3000 siepi);
Luciano CARAVANI e Gianfanco LAZZER ( record Europeo nel 1979 nella staffetta 4×100).

 

PICCOLI E GRANDI RICORDI DAL PASSATO SUL 2° CELERE (sezione in fase di implementazione)

(Liberamente tratti dal fotolibro di Luciano Manigrasso, “2° Celere”, disponibile a richiesta presso la segreteria del 2° Reparto Mobile di Padova)

 

Padova, 28 dicembre 1952, ore 7 del mattino. Dal diretto “Roma – Venezia” scende un drappello di giovani (una quarantina) in divisa grigioverde da poliziotti.

Le loro divise emanano un forte odore di naftalina, bastava uno sguardo per capire che si trattava di nuove reclute. Solo pochi giorni prima quei giovani avevano lasciato la loro terra dal clima mite e assolato per trovarsi di colpo catapultati in un’altra dimensione.

Ai loro occhi Padova risultò essere una città fantasma gelosamente nascosta da una coltre di nebbia fredda e fitta al punto da non riconoscere il collega che si aveva accanto. La nebbia avvolgeva tutto, anche i rumori che giungevano ovattati. Furono ricevuti da un impettito brigadiere dalla voce burbera di un mastino che riusciva a fendere la nebbia giungendo sgradita alle orecchie dei disorientati e infreddoliti giovani. Con fare sprezzante e indolente dava ordini come se fosse un ufficiale delle SS addetto alla deportazione. Furono caricati su due automezzi coperti da teloni. I ragazzi battevano gli scarponi chiodati sul cassone del camion.

Freddo bestiale in quella schifosa scarrozzata nella fitta nebbia, ammassati sulle rigide panche li faceva sentire come bestiame diretto al macello. Guance ispide, visi duri, cuori tristi e malinconici che maledicevano la cattiva sorte che da secoli si accanisce contro la loro matroriata terra del Sud costringendoli ad abbandonarla per trovare lavoro. Lo avevano fatto i loro nonni, i loro padri ed ora era giunto il loro turno. Qualcuno non seppe trattenere il pianto. Un pianto silente, nascosto dal bavero alzato del pastrano. Giunti a destinazione, entrarono in un palazzo che, all’infuori della sentinella in pedana sul lato sinistro del portone, non aveva nulla di caserma. […] Furono condotti al secondo piano in un vasto e gelido camerone con il pavimento fatto di piccole mattonelle esagonali di colore rosso mattone pulite con segatura imbevuta di nafta: anche se le finestre erano aperte, si aveva l’impressione di entrare in un’officina e non in un dormitorio. Le lenzuola avute erano nuove, di tela grezza di canapa ed erano talmente gelate che, appoggiate per terra, rimanevano in piedi ritte come baccalà. La sera, per andare a letto, prima del pigiama indossarono mutandoni, maglia pesante, calzettoni e passamontagna di lana avuti in dotazione e le due coperte che avevano risultavano essere appena sufficienti.

L’intero plotone d’istruzione, 42 uomini, dorme nel camerone già descritto su letti a castello che sono quasi attaccati l’uno all’altro. Vi è una fila di 5 finestre sul lato sinistro del camerone e altrettante su quello destro. A tutte mancano dei vetri che assicurano una costante ventilazione di aria gelida. […] La tragedia peggiore è l’adunata del mattino. Alle ultime note della tromba che suona la sveglia, segue la voce del “mastino” che nella tromba delle scale urla: “L’ultimo che scende lo punisco!” I 42 allievi avevano a disposizione tre gabinetti alla turca e tre lavandini. Immaginate la scene di quei ragazzi che dovevano provvedere ai bisogni corporali, a lavarsi, sbarbarsi, lucidare scarpe e ghette, scendere allo spaccio, fare colazione e presentarsi all’adunata in solo 45 minuti dalla sveglia. Per riuscirci, molti si alzavano anche un’ora prima della sveglia, altri correvano per la caserma in cerca di un bagno libero anche dove gli era vietato andare e moltissimi non riuscivano a fare colazione. […] 

Nei mesi successivi, piano piano la tensione che c’era tra allievi e istruttori cominciò a distendersi fino al punto di permettere agli allievi di fare qualche battutina spiritosa. Un giorno, durante la lezione di “Norme di Buon Contegno”, l’istruttore chiese a Rosario:

“Uscendo in compagnia di un superiore, tu, cosa gli dai?”

“La destra!”, rispose sicuro Rosario.

“Molto bene, ma se alla destra del superiore vi è un precipizio, tu cosa gli dai?”

“Una spinta!” rispose immediatamente Rosario facendo esplodere una risata generale coinvolgendo anche l’istruttore che, piegato in due, non la smetteva più di ridere.

[…]Affollato era lo spaccio, il cortile e la terrazza che, anche se piccola, gli allievi la scelsero come rifugio dove potevano respirare all’aria aperta e poter vivere liberamente qualche ora lontani dai severi istruttori. Il loro divertimento principale risultò essere il fotografarsi.

[…]La caserma era priva di Piazza d’Armi. Per le marce raggiungevano un viale lungo il Bacchiglione del vicino quartiere “Città Giardino” e anche se marciare era faticoso e si soffriva molto il freddo, era cosa preferita alle lezioni chiusi in aula. Con le mani gelate, marciando, si riusciva a fatica a reggere il moschetto…. Per due lunghi mesi siamo rimasti chiusi in quella piccola struttura come in un carcere. Nel 2° bimestre, fummo sottoposti ad un piccolo esamino attraverso il quale l’allievo doveva dimostrare di avere appreso le semplici nozioni atte a sapersi comportare tra i civili indossando la divisa da poliziotto. Gli allievi che superavano l’esame, ottenevano la libera uscita serale dalle 19 alle 22.

Si usciva in coppia, in divisa con pastrano e guanti bianchi, cinturone nero con fondina della pistola, vuota, non avendo ancora l’idoneità a portare l’arma. Prima di mettere il piede fuori dalla caserma i poveri allievi subivano un vero travaglio. Venivano inquadrati nell’atrio e due per volta, muovendosi in sincronia, avanzavano verso l’istruttore di ferro Menegazzo. A tre passi da lui, con mosse rapide dovevano fermarsi battendo all’unisono il piede sinistro a terra e, di scatto, unendo il destro dovevano battere i talloni e salutare correttamente. Il gomito del braccio destro doveva essere alto tale da formare un angolo retto con la mano tesa, dita unite appoggiate leggermente alla visiera del berretto. Allungando le braccia in avanti mostravano al controllo il candore dei guanti. Dopo l’esame del “più bianco non si può”, l’istruttore passava due dita sulle guance degli allievi che dovevano risultare lisce e vellutate come sederini di neonati. Girandogli intorno, il “mastino” controllava il taglio dei capelli dalla sfumatura alta e dell’insieme della divisa che doveva risultare pulita e stirata. Fibbia del cinturone, pendagli di ottone del cordellino dovevano luccicare. Accecato dalla brillantezza delle scarpe, doveva essere soddisfatto anche del colore dei calzini. Solo superando questi controlli si aveva il permesso di uscire.

[…] Economicamente si navigava in acque bassissime ma, come bravi fratelli si spartiva tutto, anche il fumo. Con una sigaretta fumavano in due, a volte anche in tre o quattro.[…] 1953 – Per i nuovi arrivati è la loro prima “Festa del Corpo”. Alle ore 13 di quel giorno di festa, Manigrasso, Giovagnella, Failli, Serbelloni e Scarabone montano di guardia alla porta centrale. Capoposto, l’appuntato Paggiaro. Dopo le abbondanti libagioni erano tutti gioiosi e vivaci. L’appuntato Pietro Oliva, un toscanaccio addetto al centralino durante il pranzo sfotteva un po’ tutti i nuovi. […] Si divertiva e divertiva tutti. Poi spostò la mira su Manigrasso: “Sai che ieri sera ti ho visto al cinema? Nel film “Vacanze Romane”. Ti assicuro che sei la brutta ciopia di Gregory Peck!” Tirando delle battutacce alla maniera toscana faceva sbellicare tutti dal ridere. Seduti al corpo di guardia stavano ancora ridendo sul divertente toscanaccio quando squillò il telefono. Si alzò Manigrasso, il più vicino all’apparecchio. Sicuro che fosse Oliva che dal centralino voleva aggiungere qualche altra battuta, pensando che era giorno festivo, gli uffici erano tutti chiusi, chi poteva essere se non lui?, alzò la cornetta e allegramente urlò: “Pronto, Gregory Peck!”. La voce che rispose lo gelò. Era quella fredda e autoritaria del tenente Favaretti, detto “il tedesco”, che rispose secco: “Chiunque sei, cinque giorni di consegna! E ora passami il Capoposto!”. Quel giochetto procurò a Manigrasso la sua prima punizione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...