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Buona lettura!!

Milizia VS Polizia

Prima o poi sarebbe accaduto, era inevitabile. A tutti gli effetti, si tratta di un incontro di pugilato: questo giustifica il titolo d’apertura. Un incontro di pugilato spesso senza guantoni.

Da parecchi mesi su siti anche “blasonati” e addirittura su pubblicazioni di stampa ufficiali stiamo assistendo a un malcelato tentativo di sdoganamento di un’idea che è storicamente, strutturalmente e organicamente sbagliata: l’analogia e la progenitura tra la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e la Polizia intesa come Corpo degli Agenti di P.S. prima e Corpo delle Guardie di P.S. poi. Tale errata analogia ha partorito un figlio se possibile ancora peggiore: l’identificazione tout court della MVSN con la Polizia intesa come regia istituzione.

Questa “gramigna” risulta estremamente difficile da estirpare proprio perché la sua diffusione sfrutta – a mio parere – un vacuum storico dovuto non solo a vicende politiche praticamente uniche sul panorama nazionale, ma anche alla confusione tra il fare polizia e l’essere Polizia. Non sono meri esercizi di stile, questi, bensì profonde commistioni storico-politiche che partono col piede sbagliato fin dal loro esordio.

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L’ordinamento speciale

La Redazione di Polizianellastoria è lieta di pubblicare questo scritto di Mauro Citati, Vice Presidente Sezione ANPS di Avellino, da lui gentilmente trasmesso.

Mauro Citati, Vice Presidente Sezione ANPS di Avellino

L’Ordinamento speciale. Riflessioni sulla Polizia a quarant’anni dalla Riforma 121/81

Il 10 aprile la Polizia di Stato celebra la festa della propria fondazione. Tale data si riferisce alla pubblicazione in G.U. della Legge 01/04/1981, n.121 (Nuovo ordinamento dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza), conosciuta dagli addetti ai lavori semplicemente come “la riforma”, in luogo dell’11 luglio, giorno effettivo della originaria istituzione (L. 11/07/1852, n. 1404). La ricorrenza di quest’anno assume un rilievo ancora più marcato in quanto coincide con il quarantennale dell’approvazione della legge, rappresentando una buona occasione per qualche spunto di riflessione sui cambiamenti che essa ha apportato e sull’essenza stessa della Polizia. 

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La Polizia Ausiliaria partigiana

LA POLIZIA AUSILIARIA PARTIGIANA (aprile 1945 – dicembre 1946)

di Gianmarco Calore

Si tratta di analizzare un autentico “fuoco di paglia” che attraversò il nostro panorama storico in una delle fasi più drammatiche: quella del secondo dopoguerra. Un “fuoco di paglia” dalla storia breve e non sempre limpida, tanto da venire frettolosamente sciolta già con il primo governo Parri e poi definitivamente cancellata per volere di Mario Scelba.

Per farlo, bisogna partire dalla distinzione tra l’ESSERE Polizia e il FARE Polizia. Sono due ambiti tra loro molto diversi e per certi aspetti antitetici, molto più pratici e meno filosofici di quello che può sembrare. Di sicuro, i compiti della Polizia Ausiliaria rientrarono nel secondo.

Anche la documentazione storica è molto scarna, sopperita solo in minima parte dalle testimonianze dirette che siamo riusciti a raccogliere da quei pochi superstiti ormai ultra ottantenni.

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Civili sì, ma in divisa

Così titolava nel marzo 1983 un articolo della rivista “Ordine Pubblico” di Franco Fedeli.

Siamo nelle fasi estremamente convulse ed effervescenti del post-riforma: la 121/81 si era ormai insediata come spartiacque della nuova Amministrazione della Pubblica Sicurezza e le varie commissioni erano già al lavoro per affiancare a tale legge tutta una serie di Decreti che avrebbero dovuto completarla, a partire da quello contenente il nuovo regolamento di disciplina (DPR 737/81).

I tempi erano maturi per una svolta radicale anche sotto il profilo uniformologico, sebbene le guardie si chiamassero ancora guardie, gli appuntati appuntati, i brigadieri brigadieri e avanti così. Ai nuovi funzionari provenienti dall’articolazione militare del Corpo furono tolte la sciarpa azzurra, la spada e il titolo di “Nobil Homo”, ma venne concesso di farsi chiamare ancora con il vecchio grado, giusto per addolcire loro la “pillola” di una smilitarizzazione da pochi accettata di buon grado. Per i vecchi funzionari appartenenti all’Amministrazione Civile della P.S. l’unica cosa a cambiare fu l’uso obbligatorio dell’uniforme di servizio, loro che mai l’avevano indossata prima di allora.

Come ben si può comprendere, un’autentica rivoluzione non solo sostanziale ma anche formale.

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I VOLTI DEL “SALVEMINI” A 30 ANNI DALLO SCHIANTO

Un suono sordo, dopo un sibilo, una esplosione enorme ed un bagliore…. Era il 6 dicembre 1990 a Casalecchio di Reno in provincia di Bologna e un aereo militare sfuggito al controllo del pilota si schianta su un caseggiato nonostante fosse stato indirizzato, così dichiareranno le autorità militari, verso le campagne bolognesi.

Bologna, una città squarciata dalle bombe della storia, per un attimo, ha pensato di essere ripiombata nel dramma del terrorismo ma le carcasse del velivolo da subito hanno testimoniato il tragico e inimmaginabile teatro dell’assurdo.

In quel 7-13 quasi tutti gli equipaggi della questura di Bologna vennero dirottati a fornire il primo soccorso a quei giovani e ai loro insegnanti, in quelle foto passate alla storia, dove ancora si lavorava con il particolare e distintivo giubbotto di pelle, tutto il dramma e lo sconforto di una inimmaginabile e tragica vicenda che ha segnato la vita di quei giovani e dell’intera comunità bolognese.

Si possono ancora sentire, per un attimo, le urla e le grida di dolore, lo sgomento delle prime giacche blu il cui unico pensiero era evacuare quello stabile, che sarebbe potuto anche crollare, per limitare al massimo i danni di quello che comunque sarebbe stato un tragico bilancio.

I numeri, drammatici, dove 12 famiglie, tranquille di avere i loro figli a scuola, a crescere tra quei banchi, non li vedranno più, 88 saranno i feriti, tra loro quelli gravi, la cui vita non sarebbe stata più quella di prima…. Per non parlare di chi, se pur in salute, per anni, ma ancora oggi, si ritrova a convivere con il trauma di chi è sopravvissuto… a quello che poteva essere tranquillamente paragonato a un attentato dinamitardo.

Da quel giorno, ogni anno, da trent’anni, si rinnova il ricordo di una strage senza senso, di un incidente che poteva e doveva essere evitata, dove chi c’era a soccorrere tutti quei feriti non può non pensare che sotto quelle macerie ci sarebbe potuto essere il proprio figlio.

Di seguito una carrellata di quei volti del 113, quelli che tra i primi hanno soccorso, probabilmente, una intera generazione di giovani bolognesi e che ogni anno non può non ricordare quell’immane dramma che colpì tutta la città.

Per la redazione di Polizianellastoria

Michele Rinelli

Reggio Emilia, 7 luglio 1960: quel giorno io c’ero!

Sono passati ormai tanti anni da quando, in modo assolutamente fortunoso, riuscii a intervistare un’ex guardia di pubblica sicurezza che partecipò personalmente agli scontri di Reggio Emilia del 7 luglio 1960. In tutti questi anni ho sempre mantenuto il riserbo sul suo contenuto, in omaggio agli accordi intercorsi con il suo estensore, che morì pochi mesi dopo il nostro colloquio.

In tutti questi anni mi sono sempre domandato se avrei fatto bene o no a pubblicarla, essendo venuti meno i presupposti di riservatezza. E’ un’intervista verace, soggettiva, che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto già sappiamo su quei terribili fatti; ma che nel contempo ci dà uno spaccato “da prima fila”, reso da chi c’era sul serio e non da chi ha rimaneggiato notizie di seconda mano.

Ve ne rendo partecipi, omettendo quei dati anagrafici che, a mio avviso, sono e devono restare riservati.

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Polizia Repubblicana e Agenti di P.S.

POLIZIA REPUBBLICANA E AGENTI DI P.S.: CENNI STORICI SUL PASSAGGIO ISTITUZIONALE

di Gianmarco Calore

INTRODUZIONE

Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sulla Polizia Repubblicana, in particolare sul passaggio a questa nuova istituzione da parte di chi già militava nel Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza e su come tale passaggio venne vissuto dai diretti interessati.

Cosa non facile, poiché la Polizia Repubblicana fu un organismo che durò lo spazio di un respiro, dal novembre 1943 all’aprile 1945: neanche un anno e mezzo. E la sua durata fu tanto breve quanto tormentata dalle esplosive situazioni che si determinarono all’indomani dell’Armistizio (e quindi della fine ufficiale della guerra) con l’insorgere dell’ancor più deleteria guerra civile che portò alla Liberazione.

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La guardia di PS negli anni Ottanta del 1800

La guardia di Pubblica Sicurezza negli Anni Ottanta dell’Ottocento

di Giulio Quintavalli

Premessa

Dalla lettura delle fonti a stampa (quotidiani e riviste, pubblicazioni di funzionari di Pubblica Sicurezza, relazioni di commissioni di studio nominate dal governo o dal Ministero per migliorare le condizioni del Corpo delle Guardie di P.S., interventi parlamentari) la guardia di Pubblica sicurezza, dispregiativamente indicata “di questura”, viene solitamente descritta rozza, semianalfabeta, intellettualmente carente, di origini meridionali, indisciplinata e affatto efficiente, socialmente isolata (specie nelle grandi città del nord), dedita a frequentazioni femminili censurate.

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I vecchi numeri di emergenza

Sul gruppo Facebook POLIZIANELLASTORIA abbiamo iniziato la raccolta di materiale iconografico e testimoniale per cercare di ricostruire quali fossero i numeri di emergenza delle questure prima del 1° marzo 1968, quando entrò in funzione il 113.

Al momento abbiamo ricostruito questa situazione:

777555 = Bologna (?)
177 = Bolzano
42222 = Firenze
777 = Milano
33333 = Padova
233333 = Palermo
4748 = Teramo
21110 = Trapani
555555 = Roma
174 = Torino
223 = Trieste (fino al 1954, numero dell’emergenza della Polizia Civile Alleata)
555 = Genova

Cerchiamo un aiuto da parte di tutti! Se siete a conoscenza del vecchio numero di emergenza della vostra città, comunicatecelo!!

GRAZIE!!

Covid-19: nulla sarà mai più come prima

COVID-19: NULLA SARA’ MAI PiU’ COME PRIMA

di Gianmarco Calore

 

Apprendiamo oggi con vivo rammarico del decesso del nostro Ispettore Superiore Sandro Colonna, in servizio presso la scuola Pol.G.A.I. di Brescia, ucciso da questo virus che, smentendo i più beoti rappresentanti della nostra politica che hanno sostenuto il contrario, non guarda in faccia a nessuno.

Da tre settimane l’Italia si ritrova proiettata in un incubo che credevamo confinato nella lontana Cina, a migliaia di chilometri da noi. Basta farsi un giro sui social di metà febbraio per fare la conta delle vignette satiriche e pregne di umorismo di bassa lega rivolte al popolo cinese, certi come eravamo che quella che era “poco più di un’influenza” si sarebbe spenta senza creare problemi.

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