Il comandante Gaetano Genco

IL COMANDANTE GAETANO GENCO: UN UFFICIALE TRA MITO E REALTA’

di Gianmarco Calore

Questo articolo, scritto qualche anno fa, viene ora riproposto con nuove implementazioni tratte sia da testimonianze dirette, sia dal fotolibro di Lorenzo Manigrasso “2° Celere”. Si ringraziano in particolare i colleghi della sezione ANPS di Padova e il sig. Manigrasso per il materiale fornito per la stesura e la revisione del presente articolo.

Il comandante Gaetano Genco ritratto nel cortile della nuova caserma del Reparto ubicata a Padova in via d’Acquapendente: sullo sfondo il campanile della chiesa di S. Giustina e l’hangar-officina (oggi non più esistente)

Quando iniziai a raccogliere il materiale testimoniale sulla storia del 2° Reparto Celere di Padova fu il primo personaggio di cui sentii parlare. Certo, da giovane agente ausiliario ne avevo sentito parlare parecchio tra le mura di quella caserma: racconti e aneddoti dei quali tuttavia non sapevi discernere quale fosse la realtà e quale invece il mito. Perchè un ufficiale così, mica lo incontri tutti i giorni! Ma una cosa è certa: se oggi il 2° Celere esiste, se la sua fama è ancora nota in tutta Italia, questo lo si deve soprattutto a lui: il comandante Gaetano Genco.

E qui iniziano subito le difficoltà: a fronte di cotanta fama, di lui non resta praticamente niente. Pochissime fotografie – per suo espresso volere, peraltro, dato il carattere schivo – e una storia che si ricostruisce solo sulla base dei pochi colleghi pensionati ancora vivi, i quali ebbero l’onore di essere da lui comandati; ancora meno, se si pensa che un paio di loro prestarono servizio proprio dalla fine degli Anni Quaranta e parteciparono in prima persona alla costituzione di quel Reparto.

E’ una storia bella. Una storia di una Polizia che non c’è più.

Del comandante Genco possiamo offrire questa prima schematica biografia ricavata dal suo fascicolo personale fortunosamente ritrovato negli archivi del 2° Reparto Celere.

– Nasce a Trapani il 14 luglio 1910;

– Dal 15 ottobre 1928 al 1 ottobre 1929 figura come allievo ufficiale nell’Accademia Militare Artiglieria e Genio;

– Dal 14 ottobre 1929 al 31 agosto 1931 prosegue la sua formazione presso la Scuola di Fanteria e Cavalleria;

– Frequenta l’Accademia Militare di Modena nel biennio 1930 – 1931, dalla quale viene dimesso dopo il superamento degli esami;

– Dal 1 settembre 1931 al 29 febbraio 1940 è Ufficiale di Fanteria in s.p.e.;

– Dal 1 marzo 1940 al 8 marzo 1945 è Ufficiale della Polizia dell’Africa Italiana come comandante di una Compagnia Motociclisti e come comandante di bande irregolari;

– Impiegato nelle Colonie dell’Africa Italiana dal 28 novembre 1934 al 31 marzo 1941;

– Prigioniero di guerra dal 1 aprile 1941 al 8 aprile 1946.

Dopo essere stato fatto prigioniero dagli inglesi e internato nel campo di concentramento di El-Doret, in Kenia, riesce a fuggire in modo rocambolesco assieme a un collega vivendo per i due anni successivi nella foresta africana. Rientrato in Italia, viene fatto transitare nel Corpo delle Guardie di P.S. con il grado di Capitano e assegnato al 5° Reparto Mobile di Vicenza agli ordini del capitano Dal Sasso.

I Reparti Mobili sono strutture operative per l’epoca all’avanguardia, con compiti di difesa del territorio nazionale da aggressioni esterne e pertanto addestrati e attrezzati con tecniche e mezzi tra i più moderni in un’epoca in cui il resto della Polizia si dibatteva praticamente nel nulla, arrangiandosi come poteva. In particolare, il 5° Mobile di Vicenza è un reparto posizionato in una zona strategica del Nord-Est, ai piedi dei Colli Berici. Ma tale destinazione viene cambiata quasi subito: il suo dinamismo e l’attenzione dimostrata verso i propri uomini lo fanno scegliere dal comandante Dal Sasso come l’uomo ideale per dirigere la 3° Compagnia Celere che viene costituita a Padova il 1° marzo 1947. Tale compagnia doveva fronteggiare l’incandescente situazione di ordine pubblico che nel Veneto – come nel resto d’Italia – stava preoccupando non poco il nuovo governo di transizione. Padova, poi, era un crocevia molto delicato di traffici economici, politici e delinquenziali; era inoltre posta geograficamente in una zona ideale per raggiungere velocemente non solo le province limitrofe, ma anche l’Emilia Romagna, il Trentino e il Friuli.

Il capitano Genco arriva a Padova alla testa di circa 200 uomini. E deve far fronte praticamente a tutto. Individua una sistemazione provvisoria in un ex istituto per non vedenti ubicato all’incrocio tra via Cavalletto e via Configliachi. Si tratta di un’ex caserma dell’esercito repubblicano, poi utilizzata dalla polizia ausiliaria. La struttura è fatiscente, al limite dell’agibilità anche e soprattutto dopo i bombardamenti alleati: alle finestre mancano i vetri, malamente sostituiti da fogli di giornale che d’inverno rendono le camerate autentiche ghiacciaie; ma lui si rimbocca le maniche e, fianco a fianco dei suoi uomini, si improvvisa carpentiere, falegname, idraulico….insomma, tutto ciò che serve per rendere almeno dignitoso un luogo invivibile.

Due rarissime immagini della 3° Compagnia Celere appena stanziata a Padova: siamo nel 1947, la caserma è quella di via Configliachi

 Lorenzo Manigrasso riporta la testimonianza di un giovane ufficiale:

 “Dividevo con altri due colleghi una stretta cameretta con un solo armadio sgangherato e una sedia. Mettendomi a letto, ricordo che il mio sguardo veniva attirato dalle pagine del Corriere della Sera che coprivano la mancanza dei vetri dei riquadri superiori della finestra. Quando vi era vento, i fogli di giornale fischiavano allegramente tenendomi sveglio. Per addormentarmi leggevo continuamente l’intestazione dell’articolo che era: ”Nel Sud si ama la vita’. Al mattino per andare in bagno si attraversava un lungo corridoio. Per svegliarti del tutto ci pensavano le finestre senza vetri che facevano stazionare permanentemente nel corridoio il gelo dell’inverno. D’estate, l’ambientino del gabinetto era infestato da milioni di fameliche zanzare. Per limitare i danni si cercava di rimanere il meno possibile chini sulla turca. Per la doccia si andava nei bagni pubblici. Normalmente andavamo al Cobianchi di piazza Cavour”.

Il cuore dei Padovani fa il resto: contenti di avere per vicini di casa i poliziotti, in molti si fanno in quattro per procurare materiali, brande, tavoli e quanto possa servire per una vita di caserma. E questa viene ultimata a tempo di record. Ma non basta. Bisogna far fronte anche al vettovagliamento: sfamare 200 uomini non è facile…. Lorenzo Manigrasso ricorda:

“Economicamente erano tempi duri per tutti. Ricordo che per risparmiare fumavamo mezza sigaretta per volta. Prima di andare in libera uscita prendevamo il caffè al nostro spaccio. Prenderlo in un bar fuori diventava un lusso per le nostre tasche. Ma si divideva tutto: ad esempio, con una sigaretta fumavamo in due, a volte anche in tre o quattro”.

L’intraprendenza di questo ufficiale fa sì che all’interno della caserma venga allestito un grosso pollaio e una porcilaia, con gli animali allevati e macellati dagli stessi poliziotti, molti dei quali mettono al servizio degli altri le loro personali esperienze di cuochi, macellai, allevatori, contadini.

Su questo particolare, fondamentale risulta la testimonianza del Colonnello Carlo Lospinoso (all’epoca giovane sottotenente) riportata nel fotolibro di L. Manigrasso, “2° Celere”.

 “Sorrido nel ricordare la preoccupazione di noi ufficiali e sottufficiali all’inizio di giornata, quando il comandante entrava in caserma scrutavamo con apprensione il suo volto cercando di carpire il suo umore e se una nuova idea gli era frullata in testa quella notte. Come quel sabato quando volle impiantare un allevamento di tacchini che, secondo le sue previsioni, doveva incrementare la qualità e l’economia nella gestione della mensa. Andammo insieme al mercato di Prato della Valle acquistando 30 bei tacchini e affidandomene la gestione. Dopo solo una settimana morirono tutti contemporaneamente per non so quale epidemia. Fui aspramente rimproverato dal comandante per la scarsa negligenza dimostrata nel gestire questo nuovo impegno. Ma il Grande Capo proseguì nel suo impegno di migliorare l’economia della mensa, comprando stavolta una cinquantina di maiali commettendo l’errore di affidarne ancora a me, povero disgraziato, la gestione. Mi precipitai nella libreria Draghi, fornitissima di tutto. Nel reparto animali trovai un libro utile a istruirmi sull’allevamento dei suini. Ricordo che il primo capitolo si intitolava “L’intelligenza dei maiali”. Alcuni giorni dopo a mensa si sparse la voce che il pasticcio di lasagne, piatto forte del cuoco (perennemente ubriaco) odorava di fumo. Apriti cielo. Il Comandante ordinò di buttare immediatamente il pasticcio e di cuocere gli spaghetti. A quel punto intervenni io. Impossessandomi del pasticcio preparato per 300 persone, lo feci caricare su un camion e portare al porcile, non molto lontano dalla caserma. Scaricato il pasticcio nel cortile, aprimmo le porte facendo uscire i maiali che, famelici, si avventarono sulle lasagne ancora tiepide. Che festa per i miei maialini! Mi commossi nel vedere con quanto piacere banchettavano grugnendo felici. Tornato in caserma, anche io pranzai felice. Una felicità di breve durata. Arrivò di corsa un dipendente addetto al porcile e quello che mi sussurrò all’orecchio mi bloccò la digestione: “Signor Tenente, alcuni maiali stanno talmente male che sembrano morti!”. Precipitatomi sul posto, constatai con orrore che quattro maiali giacevano stesi sulla schiena con le zampe in aria, stecchiti. Portati immediatamente dal veterinario, la diagnosi fu che i miei pupi erano morti per lo scoppio dello stomaco a causa dell’eccessivo cibo ingerito. […] Il vantaggio che ricavai da quella vicenda fu che, dopo avere subìto una nuova memorabile lavata di capo rimasta nella storia del Reparto, il Comandante passò l’incarico della gestione del porcile ad altra persona più qualificata”.

 Il cuore di questo capitano è davvero grande. Due testimonianze su tutte la dicono lunga su come interpretava lo spirito di Corpo.

 Nel gennaio 1950 un contingente del Reparto viene inviato a Reggio Emilia per una manifestazione di piazza. All’epoca era usanza far precedere il convoglio militare da una staffetta di motociclisti che doveva agevolarne il transito. Uno di questi centauri era l’appuntato di P.S. Gino Grandis. Durante il tragitto egli fu vittima di una caduta che inizialmente non destò particolari preoccupazioni. Tuttavia venne ugualmente ricoverato all’ospedale militare dove le sue condizioni si aggravarono progressivamente. Il capitano Genco (all’epoca divenuto maggiore), avutane notizia, lo fece trasferire a proprie spese alla divisione dozzinanti dell’ospedale civile affidandolo alle cure del professor Scimone. Fu inutile perchè il giovane militare morì il 18 maggio 1950.

 Poco tempo prima un altro giovane militare di P.S. era stato ricoverato alla divisione pneumologica per una brutta forma di tubercolosi. Il comandante Genco ordinò al suo scrivano di maggiorità di fare visita quotidiana al collega facendosi tramite di ogni sua necessità. Il giovane rispettosamente si lamentò della scarsa quantità di cibo somministrata ai pazienti. Avutane notizia, Genco dispose di fargli portare ogni giorno tre razioni del rancio della caserma. Dopo poco anche gli altri degenti, con l’acquolina in bocca, si associarono alle doglianze del poliziotto: e Genco fece recapitare anche a loro analoga quantità del rancio. Il commendator Nunzio Giuffrida, all’epoca giovane sottufficiale e testimone dei fatti, mi racconta che lui personalmente portava con la jeep militare una grossa marmitta di rancio fatta apposta per loro.

 Ma Genco non è un Ufficiale soltanto dal cuore grande. E’ anche estremamente severo e intransigente, tanto da punire implacabilmente ogni mancanza. I suoi uomini lo sanno, alcuni lo imparano a proprie spese….se poi la mancanza contestata getta anche fango sul buon nome del Reparto, beh, allora la destituzione è l’unica strada percorribile. La sua severità tuttavia non andò mai oltre il senso di giustizia: non c’era deferimento al tribunale militare, cosicchè la guardia destituita non avrebbe avuto la fedina penale macchiata, potendosi trovare un altro lavoro. Anche qui una testimonianza del commendator Nunzio Giuffrida: una guardia si rese responsabile del furto di alcune coperte di lana che aveva poi rivenduto al mercato nero. Avutane notizia, il comandante disse al Giuffrida: “Convochi questo individuo e provveda che lasci la caserma oggi stesso. Di lui non vogliamo più avere notizie”. La guardia fu convocata, ammise la propria stupidità, ma venne costretto ugualmente a firmare l’istanza di proscioglimento: alle 16 aveva già lasciato la caserma e con essa la Polizia. Poche parole, solo fatti: così era fatto Gaetano Genco. Il colonnello Carlo Lospinoso ricorda ancora:

“I miei ricordi sono dominati dalla figura emblematica del Comandante Genco che pur accorgendosi, faceva finta di niente ma, intelligentemente, lanciava dei segnali per farti capire che sapeva e sorvolava. Con questo suo fare era riuscito a formare un reparto affiatato ed efficacissimo. Per lui il personale era disposto a buttarsi anche nel fuoco. Aveva creato un rapporto tra dirigenti e dipendenti non come strettamente gerarchico, ma come rispetto reciproco tra persone. La sua attenzione affettuosa si rivolgeva ai problemi dei suoi uomini, specialmente verso i giovani orfani. Forse questa sensibilità poteva essere originata dall’aver perso la mamma da bambino, per cui comprendeva la solitudine degli orfani”.

La circolare istitutiva del 2° Reparto Celere

La fama di questo ufficiale – e con lui quella dei suoi uomini – valica ben presto le mura della caserma di Padova. I risultati brillanti ottenuti dalla 3° Compagnia Celere fanno sì che il 15 novembre 1948 il Ministero dell’Interno la svincoli dal 5° Reparto Mobile di Vicenza ponendola alle sue dirette dipendenze con il nome di “Reparto Celere di Zona Veneto”. Nel frattempo, con la fama era cresciuto anche il numero di guardie ad esso assegnate: nel 1948 era praticamente raddoppiato, tanto da rendere la caserma di via Configliachi troppo piccola per uomini e mezzi. Il 21 ottobre 1949 il Reparto muta nuovamente denominazione assumendo quella di 2° Reparto Celere Guardia di P.S. Centrali: immediatamente vengono creati alcuni distaccamenti destinati a rendere la struttura maggiormente operativa. A dicembre 1949 apre il distaccamento di Ferrara (caserma Bevilacqua), l’anno dopo tocca a Rovigo (caserma Silvestri) e infine nel 1951 il distaccamento più grosso a Mestre (VE), presso la caserma Caposile.

Nel 195, a lavori finalmente ultimati, l’intero reparto si trasferisce nell’attuale caserma di via D’Acquapendente, fortemente voluta dal comandante Genco e progettata grazie alle sue indicazioni.

Padova, 1956: alcuni Ufficiali e autorità in occasione dell’inaugurazione della nuova caserma “Ilardi” di via d’Acquapendente

 I servizi disimpegnati dal 2° Celere sono da subito estremamente gravosi. Nel 1947 la situazione politica raggiunge livelli febbricitanti: il 2° Celere viene inviato al seguito di Alcide De Gasperi nelle principali piazze italiane in estenuanti “maratone”. Di giorno il comizio, di notte il rapido trasferimento di uomini e mezzi alla piazza successiva, spesso distante centinaia di chilometri. Nessun militare fiatò: alla testa del contingente c’era lui, il maggiore Genco, pronto a mettersi personalmente alla guida dei mezzi quando gli autisti franavano esausti sul volante.

Nel 1948 alla tensione di piazza si somma quella dei braccianti agricoli del Polesine che iniziano veementi proteste contro i latifondisti.

Polesine, 1953. Guardie del 2° Celere impegnate durante gli scioperi dei braccianti agricoli

A luglio accade l’attentato a Palmiro Togliatti, che getta l’Italia sull’orlo della guerra civile. Il Paese è spaccato in due, vengono assaltate linee telegrafiche e radiofoniche, interrotti i collegamenti ferroviari; gli stessi palazzi del potere e le prefetture vengono occupate da manifestanti infuriati e solo una frase dello statista ferito riesce ad arginare fenomeni di devastazione:

“Compagno Togliatti, abbiamo preso la Prefettura!”

“Bravi! E ora che ve ne fate?”

Nelle piazze italiane vengono assassinati 14 colleghi. Il 2° Celere viene sbattuto in tutto il nord: Torino, Milano, Bologna, Firenze, Ferrara, Bolzano, la stessa Padova. Caldo, afa, terrore di essere uccisi dietro ogni curva…ma il Reparto non molla. E alla sua testa, sempre lui, Gaetano Genco. Non è uomo da ufficio, se ne sono accorti tutti: condivide gli stessi alloggi dei suoi uomini nel caldo opprimente estivo così come nel freddo pungente degli inverni; mangia alla stessa mensa, nelle medesime gamelle di latta e seduto negli stessi scomodi tavolacci di legno. E quando l’ordine pubblico richiede pugno di ferro, egli è il primo a caricare e a disperdere i manifestanti. Da ufficiale pratico, ha l’abitudine di andarsi a scegliere i propri uomini nelle varie caserme militari: i più prestanti, i “pezzi di marcantonio” davvero motivati vengono fatti transitare in Polizia dalla sera alla mattina. Un dispaccio telegrafico al Ministero e il gioco è fatto: si cambia divisa.

I nuovi ragazzi se li forma proprio lui: in via Configliachi ha messo in piedi la prima scuola di formazione, il cosiddetto battaglione d’istruzione: una cinquantina di militari a corso sarebbero diventati poliziotti sotto la sua diretta supervisione.

Ancora Manigrasso ricorda:

“Il maggiore Genco, uomo serio, dall’espetto duro, si rivelò essere un uomo giusto che teneva più alla sostanza che alla forma. Si differenziava dagli altri comandanti di altri reparti, pignoli del regolamento militare che assillavano i dipendenti con l’estremo “ordine e disciplina”, trattandoli come burbette dell’esercito, obbligandoli a indossare la divisa e guanti bianchi anche in libera uscita senza tener conto che alle loro dipendenze avevano moltissimi veterani di guerra, ex partigiani e molti provenienti dalla disciolta P.A.I.. Anche in seno al 2° Celere vigeva la disciplina, ma non il fanatismo. {…] Genco si prendeva cura dei suoi uomini, in particolar modo si preoccupava della mensa che fosse sempre efficiente ad offrire il meglio in quantità e qualità e, in libera uscita, i suoi uomini erano liberi di indossare gli abiti civili ed erano talmente eleganti da essere scambiati dai padovani per studenti universitari. […] Nei momenti di calma Genco dava anche una certa libertà, però…al momento del bisogno pretendeva il massimo”.

Non c’è un attimo di riposo per questi ragazzi. Nel 1950 riesplode lo scontro tra operai e imprenditori impegnando il Reparto soprattutto a Marghera (VE) con gli scioperi delle officine “Breda”; ma anche le altre provincie assorbono uomini e mezzi: Rovigo, Ferrara, Verona…. Ogni giorno interi contingenti vengono spostati spesso senza soluzione di continuità. La normale amministrazione della caserma viene affidata di volta in volta al più alto in grado: perchè lui, Genco, vuole essere alla testa dei suoi uomini ove più sono richiesti. Le guardie lo sanno. E lo ripagano con dedizione pressochè assoluta.

E dove non c’è l’uomo, arriva madre Natura: il 1951 è l’anno della prima grande alluvione del Polesine. Dopo settimane di piogge torrenziali, il Po rompe gli argini in più punti portando con sé morte e devastazione. La “bassa” è un gigantesco acquitrino che ha assorbito uomini, case, stalle. Un’intera economia in ginocchio. Il 2° Celere parte subito, appena avuta notizia dei tragici eventi. Esce con tutta la sua attrezzatura per il soccorso pubblico che il maggiore Genco aveva voluto implementare con lungimirante tempismo: nuovi mezzi anfibi, le prime barche a motore, tende e cucine da campo, esercitazioni che affiancavano quelle da o.p. nel vicino fiume Brenta…tutto questo viene messo in pratica per la prima volta in uno scenario lunare. Gli uomini hanno assorbito l’essenza del loro comandante: arrivano quindi a una sorta di auto tassazione per comprare il latte per i neonati sfollati con i genitori. Il comandante stesso, alla guida di un camion, fu visto raggiungere i centri abitati non lesionati per comprare generi di prima necessità per uomini, donne, ma soprattutto per bimbi e anziani. Il tutto senza clamore, senza pubblicità.

 Nell’ottobre 1954 Trieste viene restituita definitivamente all’Italia: il Governo Militare Alleato cede il passo alle autorità italiane. Il 2° Reparto Celere fa il proprio ingresso come prima forza di Polizia e stabilisce in città un contingente destinato a permanere in loco fino a tutti gli anni Settanta, impegnato sia per o.p. che in operazioni di polizia giudiziaria e di vigilanza alla frontiera, compito questo tra i più delicati. Gaetano Genco vuole trasmettere alla popolazione triestina tutta la professionalità dei suoi uomini: per un lungo periodo si trasferisce nel capoluogo giuliano sovrintendendo personalmente a tutte le incombenze che il suo ruolo gli impone. Lo fa con garbo, ma quando serve, anche con fermezza: non è gente facile quella con cui è chiamato a trattare, resa ancora più diffidente e sospettosa dall’atroce abominio delle foibe che in quegli anni emerse in tutto il suo orrore. Ogni divisa viene vista come un nemico, un nuovo soldato jugoslavo che arriva in casa e ti fa sparire nel nulla i tuoi cari. Questo è lo scoglio più duro da superare: ma Genco ci riesce. Lentamente, ma ci riesce: fa riaprire il generoso cuore triestino alla fiducia nelle istituzioni democratiche del Paese. E i suoi uomini fanno lo stesso, in un solco ben tracciato: Genco può quindi rientrare a Padova dove altre “rogne” lo attendono.

Alcune immagini dell’ingresso del 2° Celere a Trieste. Nella foto in alto, i blindati T17 sfilano lungo le “rive” del capoluogo giuliano; nella foto centrale, la guardia Rolando Menini abbraccia affettuosamente due bimbi; nella foto qui sopra la guardia Danese cui sono state “strappate” dal cappotto le stellette, tenute a ricordo da una famiglia triestina. Il 2° Celere fu anche questo.

 E le rogne sono una nuova alluvione nel Polesine già martoriato: ancora nel 1954 il Grande Fiume esige un tributo di vite umane e di danni che vengono fronteggiato da un Reparto ormai collaudato. Dopo la prima alluvione del 1951 infatti, il maggiore Genco impone ai propri uomini esercitazioni settimanali di soccorso pubblico. Con qualsiasi tempo e temperatura. Anche di notte, improvvisamente, con gli uomini gettati giù dalle brande: perchè non sai mai quando la natura decide di rivoltartisi contro…..

Il maggiore Genco (al centro) e altri Ufficiali (all’estrema destra il capitano Angelo Ricciato) nel corso di un sopralluogo in occasione dell’alluvione del Polesine

Arriva il 1960 e con esso le pagine più brutte per la Polizia italiana. E anche per il 2° Celere. A giugno tutto il reparto è impegnato a Genova in un’esplosiva manifestazione di piazza in cui il morto non ci scappa per grazia ricevuta: gli uomini vengono mandati in strada con l’ordine tassativo di non ricorrere per alcun motivo all’uso delle armi. E il Reparto ubbidisce, dimostrando la più elevata abnegazione e senso del dovere. Il capitano Londei viene quasi affogato nella fontana di piazza De Ferrari, un totale di 136 agenti resta ferito in modo anche grave. E’ la prima volta in cui il 2° Celere torna a casa con le ossa rotte. Genco medica le ferite morali dei suoi uomini, ma le parole non bastano a togliere quell’abbruttimento che inizia a serpeggiare nella truppa. Le lamentele del personale circa il mancato impiego anche dei colleghi dell’Arma (che durante gli scontri di Genova pare abbiano fatto da semplice comparsa) vengono raccolte dal Comandante che mette nero su bianco una relazione di fuoco indirizzata all’Ispettorato IV Zona e al Ministero dell’Interno. Se ne riportano alcuni stralci.

[omissis]

AT ISPETTORATO GUARDIE DI P.S. IV ZONA “VENETO”

AT MININTERNO

[…] Riunivo nuovamente il Reparto al posto di prima e, trovandomi vicino al vice questore, udii questi che invitava il Capitano Comandante di una Compagnia CC ad iniziare nei vicoli un’azione con i Plotoni appiedati per affiancare l’opera del Reparto Celere. Ma il Capitano dei CC obiettava che l’azione sarebbe stata troppo pericolosa e non si mosse. […] Verso le 18:30 mentre stavamo per iniziare la seconda carica in massa vedemmo con sbalordimento prima ed indignazione poi alcuni carabinieri avvicinarsi ai dimostranti che battevano le mani, li abbracciavano ponendoli in mezzo a loro e avanzando sulla Piazza come in una parata”.

La nota di trasmissione della relazione al Capo della Polizia, firmata dal Tenente generale ispettore del Corpo il 3 luglio 1960, si chiude con questa affermazione:

“Il dilemma è semplice: o i carabinieri faranno il loro dovere anche sulle piazze oppure si dovrà rinunziare, nei servizi di O.P., alla loro collaborazione”.

Anche in questo caso, i suoi Uomini prima di tutto. Anche dei capi.

 Genco percorre tutta la sua carriera all’interno del 2° Celere: diventa Tenente Colonnello e poi Colonnello. Riceverà il telex di trasferimento a Milano con la promozione a Maggiore Generale il 6 agosto 1963: il 1° settembre successivo il generale Genco lascia il Reparto nelle mani del maggiore Lorenzo Cappello per assumere la direzione dell’Ispettorato Reparti Mobili e Celeri del Nord Italia.

Il Reparto deve a lui i suoi successi anche in campo sportivo: la Scuola di Guerra alla quale era stato formato aveva lasciato il suo imprinting di esaltazione della forma fisica che Genco pretendeva dai suoi uomini. Nel 1949 tra le mura fatiscenti della prima caserma Genco aveva costituito la prima squadra di rugby che diventerà nel corso degli anni il fiore all’occhiello del 2° Celere. Nata per tenere impegnati gli uomini e per temprarne il fisico e lo spirito di Corpo (come solo il rugby sa fare…), la squadra dei celerini padovani si classificherà Campione d’Italia per quattro anni consecutivi (dal 1957 al 1961); nel 1962, 1963 e 1967 si qualificherà al secondo posto ed al terzo negli anni 1969,1971 e 1972. Nata come Associazione Sportiva Celere, nel 1955 grazie anche all’interessamento dell’Ispettore Generale Sabatino Galli la squadra confluì nel neonato Gruppo Sportivo Fiamme Oro assieme al team di atletica leggera che lascerà il suo segno anche a livello olimpionico.

Al momento di lasciare il suo Reparto, le testimonianze che ho raccolto sono tutte convergenti. Si parla di un’adunata generale del Reparto nel piazzale interno: non manca nessuno, anche le guardie e i sottufficiali in congedo sono rientrati per l’occasione. Il comandante parla per l’ultima volta ai suoi uomini. C’è chi la colloca di mattina, chi di pomeriggio…alcuni dicono che fosse domenica, altri un giorno qualunque della settimana. Poco importa. Genco non sale su nessun palco, nemmeno sui tre gradini del portico della palazzina-comando: è in mezzo ai suoi uomini, come sempre è stato. Sono due i colleghi testimoni più attendibili: il Capo ha forse fatto un abbozzo di discorso, ha stretto mani e salutato militarmente. Il rigido protocollo militare va rispettato. Ma non tutti ci riescono. Perchè una scena resta impressa in chi mi ha narrato questi avvenimenti: dapprima un appuntato, uno che ha vissuto il 2° Celere dalla sua creazione, poi in sequenza altri militari si parano davanti al Colonnello. E lo abbracciano. Si dice di un attimo di tentennamento da parte sua, forse combattuto se rimproverare o no l’audace collega. Alla fine l’abbraccio viene rigidamente ricambiato. Si dice anche di lacrime velocemente asciugate da fazzoletti fatti subito sparire nelle tasche dell’uniforme. Si dice di un’atmosfera surreale che lasciò posto ai ricordi, spalla a spalla anche nel momento del commiato. Si dice di un Reparto solido come la roccia, “primo ad arrivare, ultimo a cedere” secondo il motto coniato proprio da Genco. E in molti sono stati concordi nel dire una cosa: quando Genco se ne andò, iniziarono i primi segni di incrinatura negli uomini, nel reparto stesso. Fino al minimo storico raggiunto prima della smilitarizzazione quando – forse ad arte – il Ministero rese il 2° Celere una destinazione spiccatamente punitiva riservata alle tante “mele marce” che ne frantumarono fama e buon nome.

Il Generale Gaetano Genco muore a Roma il 15 agosto 1976. Le sue spoglie riposano al cimitero di Prima Porta.

E’ notizia del 11 settembre 2014: sabato 20 settembre, nell’occasione del “Raduno 2° Celere” organizzato dalla sezione ANPS di Padova verrà scoperto un cippo in marmo dedicato a Lui: la sua collocazione non è stata scelta a caso. Verrà posto all’ombra di due grandi pini marittimi, con l’iscrizione rivolta al cancello principale come a voler accogliere tutti i Poliziotti, quelli di ieri, quelli di oggi e quelli di domani. Poche parole, com’era nel suo stile. Ma un ricordo imperituro pienamente meritato. Era ora!

Per la redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

CAMPAGNA D’AFRICA – ONORIFICENZE CONCESSE AL COMANDANTE GAETANO GENCO E RELATIVE MOTIVAZIONI

CROCE AL MERITO DI GUERRA (decreto Ministero Africa Italiana 23 agosto 1937)

MEDAGLIA D’ARGENTO V.M.: “In asprissimo combattimento contro forze nemiche numericamente superiori ed appostate in caverne, caduto il proprio Capitano, assumeva il comando della Compagnia e la guidava all’attacco con slancio entusiastico. Ferito poco dopo l’inizio del combattimento, continuava a dirigere l’azione con fermezza ottenendo brillanti risultati nell’avanzata. Li ritirava dall’azione otto ore dopo e solo per ordine del Comandante del Battaglione” (Biegat, 24-25 aprile 1936).

MEDAGLIA DI BRONZO AL V.M.: “In ripetute azioni di rastrellamento assumeva il comando di reparti superiori al proprio grado, che guidava sempre con grande ascendente e perizia. In una particolare azione, con intelligente manovra, con prontezza d’intuito e dopo due giorni di combattimento risolveva favorevolmente una difficile situazione, determinando il totale successo della colonna operante”. (Chiesa di Mocanissa – Valle Micheti 17 luglio e 8-9 agosto 1939)

MEDAGLIA DI BRONZO AL V.M. SUL CAMPO: “Comandante di una Compagnia Motociclisti impiegata in avanguardia di una colonna motorizzata alla testa del suo reparto, con serena coscienza del pericolo, sotto violento fuoco di numerose armi automatiche, arditamente affrontava e travolgeva successive linee di resistenza avversarie costringendo il nemico a darsi alla fuga. Esempio ai suoi dipendenti di coraggio cosciente e sprezzo del pericolo”. (Hargheisa, 5 agosto 1940)

MEDAGLIA DI BRONZO AL V.M. SUL CAMPO: “Comandante di bande irregolari alla testa dei suoi uomini, assaltava il nemico superiore di numero e favorito dal terreno, vincendolo e ponendolo in fuga. Minacciato dai nuclei sopraggiunti li contrattaccava disperdendoli, prodigandosi di poi per recuperare i feriti e i morti del proprio reparto. Successivamente attaccato ancora dall’avversario reagiva sempre vigorosamente obbligandolo infine a desistere dalla lotta. Esempio di valore e dedizione al dovere”. (Segarè, 21*22 luglio 1936)

CAVALIERE DELL’ORDINE DELLA CORONA D’ITALIA, SOVRANO MOTU PROPRIO (R.D. 22 aprile 1941)

CROCE AL MERITO DI GUERRA (Ministero Difesa – Esercito 15 settembre 1947)

PICCOLI, GRANDI RICORDI DEL COMANDANTE GAETANO GENCO

Testimonianze dell’Appuntato in quiescenza Luigi Battistin; appunti tratti da Lorenzo Manigrasso, fotolibro “2° Celere”, disponibile presso la segreteria del 2° Reparto Mobile di Padova

“Guardando il retro della caserma, oltre a ricordare il lavoraccio fatto per sterrare il terreno per la costruzione del campo sportivo, il porticato mi fa ricordare anche i “gavettisti”, quel gruppo di maniaci che si affannava a fare la doccia a sorpresa ai malcapitati. Faveva parte quasi tutta la squadra di rugby. I più accaniti erano i fratelli Martini. D’estate non potevi mettere il naso fuori dal portico senza beccarti in testa una borsa di plastica con 5 o 10 litri di acqua facendoti una inaspettata doccia. In divisa o in borghese non cambiava nulla, anzi…. più divertente se il vestito era nuovo, bisognava bagnarlo, no? Avvicinandosi al porticato si era tutti in allerta. Si spiavano le finestre e l’uscire o entrare nel portico lo si faceva con uno scatto da felino. Solo così si riusciva a mandare a vuoto la bomba d’acqua. Un giorno successe che il Comandante Genco e il Capitano Tedeschini, usciti dallo spaccio, chiacchierando si avviarono lentamente lungo il portico. Sempre chiacchierando, sostarono un attimo vicino a una delle colonne e Genco, forse per buttare via la cenere della sigaretta, mise fuori solo il braccio con una mezza spalla e proprio su quella gli piombò improvviso un sacchetto di plastica con 10 litri di acqua che gli inzuppò tutto il fianco destro della divisa. Il Comandante rimase per un attimo sconcertato, poi, capito cosa gli era successo, schizzò fuori come una scheggia in cerca del colpevole. Guardando in alto, nessuno all’orizzonte. Chiamato accanto a sé Tedeschini, gli fece notare che il muro sotto la terza finestra del primo piano era bagnato. Gli ordinò: “Vai su e prendi il nome di tutti gli occupanti del primo piano. Portameli subito in ufficio. Te lo trovo io, il bombarolo!”. E lo trovò per davvero. Deve avergli messo tanta di quella paura addosso che la trasmise a tutti gli altri e per quell’estate non ci furono più gavettoni”. Lorenzo Manigrasso.

“Genco era più di un Comandante. Era un padre, un galantuomo. Una cosa sola odiava, i ladri. Potevi rubare anche solo uno spillo e la sua ira si sarebbe abbattuta su di te senza misericordia. Un giorno capitò a una guardia [si tratta di Andrea Marconi, attuale segretario ANPS Sezione di Padova, n.d.r.] di perdere improvvisamente il padre in un incidente. Giunta la notizia al Reparto, Genco chiamò in ufficio lo sventurato e gli mise in mano il foglio di licenza. A quel tempo la licenza per lutto familiare era di soli sette giorni. In più, quel ragazzo avrebbe dovuto sobbarcarsi le spese di viaggio: Genco tirò fuori di tasca ben diecimila lire e gliele consegnò dicendogli: “Me le ridarai quando ritornerai in servizio”. Gli disse anche: “Torna solo quando avrai sistemato tutte le faccende della tua famiglia”. Quel ragazzo si fece a casa più di quaranta giorni. Ogni tanto telefonava per notiziare il Comandante e da lui riceveva sempre la stessa risposta: “Torna quando hai sistemato tutto”. Ma il Comandante andò oltre: senza clamore trovò un appartamento ammobiliato vicino alla caserma in cui alloggiare la vedova Marconi che fu fatta arrivare a Padova; non solo, la guardia Marconi fu autorizzata a consumare i pasti a casa della madre per starle maggiormente vicino. Il Comandante gli disse: “Risparmia i soldi della mensa, vai a mangiare con tua mamma, non lasciarla sola. E se non ha da mangiare, prenditene pure dalla mensa e portagliene a volontà!” I soldi, Genco non li volle mai indietro”. Luigi Battistin.

“Capitava che il Comandante entrasse in caserma mentre noi eravamo in cortile, magari a fumare una sigaretta seduti sui gradini del portico davanti allo spaccio. Ci alzavamo in segno di rispetto, ma lui, con un rapido cenno della mano ci diceva: “Comodi, ragazzi, state comodi!”. Andrea Marconi.

UNA CARRELLATA DI RARE IMMAGINI DEL COMANDANTE GENCO

Si ringraziano sentitamente:

  • l’ANPS sezione di Padova per il materiale fotografico gentilmente concesso;

  • il commendator Nunzio Giuffrida, sottotenente di p.s. in quiescenza;

  • il maresciallo di p.s. in quiescenza Salvatore Candiello e gli appuntati in quiescenza Luigi Battistin e Andrea Marconi per le testimonianze gentilmente concesse;

  • Lorenzo Manigrasso, fotolibro “2° Celere” (disponibile presso segreteria del 2° Reparto Mobile di Padova)

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Un pensiero su “Il comandante Gaetano Genco

  1. mi sono arruolato in polizia nel 1966 e sentivo parlare di lui come un grande valoroso ufficiale!
    l’articolo mi ha commosso molto e ringrazio tutti coloro che hanno realizzato alla sua stesura. Bravi!

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