Padova, il “caso” Margherito

IL “CASO” MARGHERITO (1976 – 1977)

di Gianmarco Calore

AVVERTENZE

I fatti narrati, comprese le estrapolazioni delle udienze, sono di dominio pubblico in quanto pubblicati dai principali quotidiani dell’epoca i cui inviati seguirono quotidianamente le udienze processuali trascrivendone fedelmente i contenuti.

Ad eccezione di quello del capitano Salvatore Margherito e di pochi altri, l’Autore ha preferito tuttavia non citare per esteso i nomi degli altri colleghi coinvolti a vario titolo negli avvenimenti narrati per rispetto alla loro privacy, limitandosi a indicarne solo le iniziali.

Per completezza si segnala che in molti passaggi il 2° Celere viene indicato come Raggruppamento e non come Reparto: trattasi della vecchia denominazione che all’epoca era ancora in uso comune nonostante la struttura fosse già stata assunta al rango di 2° Reparto Celere.

La Redazione rimane a disposizione di chiunque voglia dare il proprio contributo su aspetti della vicenda non affrontati in questo articolo.

LE PREMESSE DEL CASO

Nei capitoli precedenti abbiamo parlato dei primi malumori che serpeggiavano all’interno del Corpo delle Guardie di P.S.: malumori che avevano trovato sfoghi eclatanti e che avevano portato all’attenzione politica e mediatica l’esigenza di rinnovamento della Polizia.

Ma nel 1976 a Padova accadde un fatto del tutto imprevisto che può considerarsi sicuramente la “spallata” decisiva alla staticità del governo nei confronti del Corpo delle Guardie di P.S. e della sua smilitarizzazione: nell’agosto di quell’anno scoppiò quello che sarebbe passato alla storia come il “caso Margherito”.

Salvatore Margherito il 1° ottobre 1975 approdò come giovane Tenente di P.S. al 2° Reparto Celere del capoluogo veneto, dopo avere frequentato il corso di formazione quadriennale presso l’Accademia degli Ufficiali di P.S. di Roma, precisamente dall’ottobre 1971 al settembre 1973 per la prima fase, classificandosi al primo posto della graduatoria, e dall’ottobre 1973 al settembre 1975 per il biennio di applicazione, collocandosi al terzo posto. Verrà promosso al grado di Capitano il 30 marzo 1976. Era un Ufficiale giovane, dinamico, intraprendente e, soprattutto, si dimostrò fin dall’inizio attento ai segnali di malumore sempre più forti provenienti dai suoi sottoposti, con i quali aveva instaurato un rapporto diretto che passò ben presto dalla collaborazione all’amicizia personale. Questo atteggiamento, dopo un iniziale periodo di allineamento con le direttive del Comando, lo aveva portato ben presto a mettersi in cattiva luce con gli altri Ufficiali, soprattutto con il Comandante del Reparto, il Colonnello Angelo Ricciato.

Costui, come risulta dalle deposizioni rese da Margherito agli atti del processo, considerava i propri uomini

“[…] gladiatori dello Stato, non guardie di p.s.[…]”

Un primo rapporto valutativo del capitano, messo agli atti del processo dice di lui:

[…] E’ di robusta costituzione fisica, ha sufficiente cura della persona e dell’uniforme. Di carattere chiuso, espleta servizi d’istituto con normale impegno fornendo adeguato rendimento. E’ apparentemente subordinato con i superiori mentre con i parigrado mantiene rapporti distaccati […]

Una nota abbastanza neutra, addirittura impersonale visto che fin dal suo arrivo al Reparto il Capitano Margherito si era distinto in realtà come ottimo addestratore della truppa, tanto che il Comandante stesso – come da sua deposizione agli atti – lo aveva preferito ad altri colleghi anche più anziani nell’assolvimento di tale compito che consisteva soprattutto nella simulazione dei tafferugli di piazza a base di atti di violenza da parte dei dimostranti e di corrispondente reazione delle guardie per ristabilire l’ordine. Mentre gli altri istruttori prediligevano più un addestramento teorico, il Capitano Margherito conferiva alle esercitazioni maggiore verismo incitando sia le guardie che sostenevano la parte dei dimostranti, sia quelle contrapposte a mettere particolare impegno nella simulazione degli scontri.

Il Capitano Salvatore Margherito ritratto durante una pausa del processo (archivio Unifoto Padova)

 

A questo punto, per capire bene l’esatto contesto della faccenda, c’è inoltre da dire che, fin dalla sua costituzione nel 1947, il 2° Reparto Celere di Padova è sempre stato il fiore all’occhiello della Polizia: impegnato in tutta Italia, si è ritagliato la fama di estrema durezza per la sua decisione nel reprimere ogni forma di scontro di piazza in momenti storici in cui in ordine pubblico non si andava troppo per il sottile. Ancora oggi, il “2° Celere” è un reparto in cui si respira un’aria di forte inquadramento del personale ed è noto per lo spirito di corpo che lega tutti i suoi appartenenti. Sempre nel corso dell’istruttoria il Colonnello Ricciato ebbe modo di precisare al riguardo che la durezza della vita di Reparto era dovuta al fatto che

“…mentre in passato gli interventi si basavano quasi esclusivamente sul ripristino dell’ordine pubblico turbato o compromesso, oggi, in una visione più nuova della tutela dell’o.p. essi hanno molto spesso carattere preventivo e quindi sono molto più prolungati nel tempo”.

A ciò si aggiunga che in quel periodo in tutta Italia vi erano solamente 4 Reparti Celere: Roma, Padova, Milano e Napoli, quest’ultimo appena costituito. Ma solo il reparto di Padova esplicava funzioni di ordine pubblico in quanto il personale degli altri tre veniva molto spesso distolto e impiegato in attività diverse, quali le vigilanze fisse a obiettivi sensibili, le scorte, i controlli del territorio. Da qui il fatto che il reparto di Padova venisse impiegato senza soluzione di continuità in tutto il Paese a seconda delle esigenze emergenti.

Erano quindi ovvie alcune ragioni di contrarietà e di lamentela in seno al personale, soprattutto per le ripercussioni di quei servizi sull’organizzazione della vita familiare e privata. Ma, come fu evidenziato, episodi di contrarietà e di lamentela seppure sporadici erano già avvenuti da tempo in seno ai vari Reparti Mobili e Celeri: i Comandi di Milano e Torino, ma anche di Bologna, Firenze e Roma avevano segnalato fin dalla fine degli anni Sessanta l’innalzamento della tensione tra la truppa, specialmente quando la situazione dell’ordine pubblico nelle piazze si era fatta incandescente.

 

Ma negli anni Settanta, il reparto di Padova – per la pessima qualità della vita che si conduceva in genere in tutti i reparti “Celere” e per l’elevatissimo stress derivante dalla tipologia dei servizi cui il personale veniva sottoposto – era diventato un’assegnazione spiccatamente punitiva soprattutto quando il Ministero doveva procedere a trasferimenti d’ufficio: in esso, nel corso del tempo, erano approdate guardie e sottufficiali trasferiti da altra sede di servizio per problemi disciplinari o penali in attesa di risoluzione. Margherito, nel corso del processo che lo ha visto protagonista, ha rivelato che il reparto era diventato un campionario quasi completo di reati comuni: furto, ricettazione, rapine, sfruttamento della prostituzione, traffico di armi. A tale proposito, così l’Ufficiale lo tratteggiava durante il suo interrogatorio presso il Tribunale Militare di Padova:

“Ormai eravamo talmente abituati a questi fatti che nessuno si scandalizzava più. La media delle persone che si mandavano in tribunale era di una-due al mese, mentre per una buona percentuale si chiudeva un occhio, sennò venivano fuori cifre scandalose”.

Queste dichiarazioni, che il Comando aveva dapprima sconfessato e poi minimizzato, avevano invece trovato conferma in alcuni fatti avvenuti proprio a febbraio di quell’anno, quando alcuni militari in forza al Reparto erano stati tratti in arresto su ordine della Procura Militare: uno di essi per il furto di una pistola rubata a un collega e rivenduta poi a elementi della malavita locale assieme ad altro materiale di armamento di provenienza estera; altri quattro per concorso in rapina ai danni di una prostituta. Va precisato comunque che, dalle risultanze processuali, in entrambi i casi le relative inchieste furono condotte in tempi serratissimi con la più ampia collaborazione da parte del Comando del 2° Celere i cui vertici non esitarono a fare piazza pulita di quelle che la stampa definì “mele marce”. Ulteriori conferme alle dichiarazioni del Capitano Margherito furono trovate acquisendo decine di fascicoli relativi ai procedimenti disciplinari interni aperti a carico di guardie e sottufficiali accusati di violazioni anche sostanziali del regolamento di disciplina del Corpo: tutti segnali indicativi del fatto che comunque nel reparto (e probabilmente nella maggior parte della P.S.) qualcosa non andava.

L’indagine sul Capitano Margherito, almeno nelle sue fasi embrionali, fu condotta con relativa serenità, non essendo il caso ancora balzato con tutta la sua prepotenza agli onori delle cronache. Si accertò che l’Ufficiale si era bene allineato alle direttive del Reparto in tema di gestione dell’ordine pubblico, a quei tempi molto rischioso per l’infiltrazione neanche troppo celata dei movimenti terroristici eversivi nelle manifestazioni di piazza più accese. Di qui l’esigenza di disporre di uno strumento di tutela della sicurezza spiccatamente repressivo.

Nel tentativo di screditare la figura professionale dell’Ufficiale si portarono in giudizio alcuni avvenimenti che furono decontestualizzati ad arte per delineare una personalità problematica di questo Poliziotto: sono inserite infatti nella motivazione della sentenza alcune considerazioni piuttosto pesanti che si addentrano addirittura in valutazioni di tipo psicologico. Tali avvenimenti furono i seguenti.

Milano, maggio 1975. Un contingente del Reparto Celere di Padova si trovava aggregato nel capoluogo lombardo a seguito dell’omicidio dell’avvocato missino Enrico Pedenovi, assassinato il 29 aprile da un commando dei Comitati Comunisti Rivoluzionari mentre si stava recando alla cerimonia di commemorazione di un altro simpatizzante, Sergio Ramelli, a sua volta assalito, picchiato e ucciso poco tempo prima. La situazione di piazza era a dir poco incandescente: sul luogo dell’omicidio di Pedenovi i missini avevano allestito un recinto entro cui deporre mazzi di fiori, subito osteggiati da frange di antagonisti della sinistra extraparlamentare. In mezzo, i Poliziotti. Dalla ricostruzione dei fatti depositata agli atti, ad un certo momento il Capitano Margherito sembra sia uscito da un cortile adiacente (risultato essere poi un cantiere edile) con in mano un bastone e, dopo essersi avvicinato al funzionario responsabile del servizio, gli abbia detto:

“Dottore, qui ce ne sono altre centinaia pronti ad essere adoperati!”

Il funzionario, fortemente preoccupato dal comportamento dell’Ufficiale, a fronte di un suo deciso rifiuto di deporre il bastone, chiese l’intervento del superiore gerarchico di Margherito, il maggiore M., il quale, giunto sul posto, sollevò dal comando il suo sottoposto e un altro Ufficiale che aveva appoggiato apertamente la sua condotta, assumendo il comando degli uomini. Ne seguì un rapporto al Comando di appartenenza che a sua volta in apparenza censurò tale comportamento. Ma la cosa finì lì.

Messa giù così, sembra innegabile che il comportamento del Capitano Margherito debba essere censurato quantomeno sotto l’aspetto professionale. Ma – come già detto – bisogna collocare un simile fatto nella giusta prospettiva. Ricontestualizzandolo. E a questo ci pensò un passaggio di un ben più complesso articolo pubblicato su Il Corriere della Sera di qualche giorno dopo. Articolo che mai fu acquisito agli atti. In esso, ove si descrivono gli scontri tra dimostranti e Polizia di quel giorno, si evince di come quest’ultima fosse stata fatta oggetto di una pluralità di pesanti aggressioni anche con lancio di “sampietrini” e altro materiale laterizio divelto dalle infrastrutture ivi presenti. La Polizia si era limitata a tenere separate le parti contrapposte che improvvisamente sembrarono coalizzarsi contro il loro “nemico comune”, gli agenti. Di qui la reazione dell’Ufficiale che rispose per le rime ai suoi aggressori.

Altro episodio riportato in atti, sempre del maggio 1976, avvenuto in una cittadina veneta imprecisata. Margherito e i suoi uomini erano impegnati in un servizio di o.p. mentre nelle vie circostanti stavano sfilando manifestanti della sinistra i quali, alla vista della Celere, iniziarono a sventolare le bandiere e a insultare i Poliziotti. In tale occasione il Capitano ordinò ai suoi uomini di indossare il casco e di impugnare il manganello, rivolgendosi poi ai dimostranti con la frase:

“Venite qua che vi facciamo un c*** così!”

La manifestazione non era tuttavia degenerata in scontri, né l’Autore ha trovato riscontro di altre provocazioni. Tuttavia, a fronte dei fatti di Milano, non è inverosimile che una simile frase sia stata pronunciata come reazione alle ennesime provocazioni. Non risultano agli atti alcune segnalazioni o provvedimenti a seguito di tale comportamento che venne tuttavia riferito “informalmente” al colonnello Ricciato.

Da questi fatti si nota come Margherito fosse perfettamente allineato alle direttive di Comando in senso repressivo, al pari degli altri Ufficiali, Sottufficiali e Guardie. Tali direttive, mai ufficialmente confermate ma di fatto applicate dalla generalità dei Reparti Celere di quegli anni, vanno in controtendenza alle valutazioni contenute a pag. 28 della motivazione della sentenza in cui il collegio giudicante arriva a scrivere:

“E’ ragionevole il convincimento che gli episodi dianzi accennati […] sono rivelatori […] insieme a una apprezzabile misura di sufficienza, caparbietà, spirito polemico e presunzione […] di un’inclinazione del capitano Margherito a concepire il servizio di o.p. non come strumento indispensabile diretto a prevenire turbamenti dell’ordine pubblico o a ripristinarlo quando compromesso, ma quale un fatto che doveva necessariamente essere violento”.

LA MANIFESTAZIONE DI TREVISO DEL 27 MAGGIO 1976: SPARTIACQUE TRA IL “VECCHIO” E IL “NUOVO” MARGHERITO?

L’evento che a posteriori sembra avere “resettato” i comportamenti futuri del Capitano Margherito reimpostandoli in un’ottica di democratizzazione, smilitarizzazione e sindacalizzazione della P.S. fu la manifestazione del 27 maggio 1976 a Treviso. La giornata iniziò per gli uomini della Celere di buon’ora: si era in piena stagione elettorale e nel capoluogo della Marca erano previsti numerosi comizi di svariata estrazione politica. L’ufficiale era il capo contingente di trenta uomini inviati sul posto. Nel tardo pomeriggio prese la parola un esponente del M.S.I. che fu immediatamente contestato da elementi dell’ultrasinistra. Ne scaturirono alcune cariche cui i manifestanti risposero con il lancio di pietre e cubetti di porfido. In particolare, uno di essi – Giuseppe Piva – sembrava essere il più accanito contro la Polizia che, all’ennesima carica, lo ridusse ferito con lesioni gravi. Il manifestante fu anche tratto in arresto e, a notte inoltrata, accompagnato in questura per le formalità di rito. In questo frangente, nonostante più tentativi di dissuasione da parte del funzionario di turno (che disse a Margherito che con quella firma egli offriva il destro al manifestante per denunciare un ufficiale, mentre il verbale avrebbe potuto essere tranquillamente sottoscritto da una qualsiasi delle guardie che avevano partecipato agli scontri e all’arresto), il Capitano Margherito volle ugualmente firmare il verbale di arresto del Piva che, per le lesioni riportate, denunciò l’Ufficiale costituendosi parte civile e innescando un ulteriore processo a carico del militare davanti al giudice ordinario.

La notifica dell’indagine aperta dal tribunale ordinario di Treviso ebbe un effetto immediato sul capitano Margherito che sembrò – secondo testimonianze agli atti – isolarsi dal resto degli Ufficiali e non condividere più le linee operative del Reparto, iniziando ad attirarsi le critiche dei colleghi, anche se la sua condotta rimase fino a quel momento nell’ambito della normalità. Questa sensazione troverebbe conferma nella domanda di trasferimento ad altra sede che Margherito voleva presentare, ma di cui non vi è traccia formale agli atti processuali. Di essa esiste solo un riferimento a un colloquio tra l’Ufficiale e il Colonnello Ricciato avvenuto il 19, 20 e 21 luglio 1976, di cui si dirà tra breve.

Certo, il fatto di essersi trovato indagato per fatti avvenuti in servizio potrebbe avere benissimo generato in Margherito la sensazione di non venire sufficientemente tutelato dalla sua Amministrazione (nonostante il Comando lo avesse aiutato nella scelta del proprio difensore e il Ministero avesse comunicato di farsi carico delle spese giudiziarie salvo rivalsa in caso di riconoscimento della responsabilità dolosa dell’Ufficiale), spingendolo verso la maturazione del convincimento della necessità di riforma del Corpo di polizia italiano. Di sicuro restava un profondo malessere che accompagnerà il Capitano negli anni e nelle vicende future.

Tornando al colloquio con il suo Comandante, il 19 luglio Margherito si presentò a rapporto dal Colonnello Ricciato, ufficialmente per chiedere la possibilità di essere trasferito al Raggruppamento Guardie di Venezia in vista del suo prossimo matrimonio e quindi per un’agevolazione della sua vita familiare, ma anche per una progressiva degenerazione dei rapporti con i propri pari grado. Il colloquio aveva poi affrontato alcune problematiche generiche del Corpo di polizia e Margherito aveva esternato il proprio orientamento a favore della smilitarizzazione e sindacalizzazione della P.S.. Ricciato rispose in modo molto franco: non avrebbe tollerato la propaganda di tali idee in seno al suo Reparto in quanto materia di esclusiva pertinenza politica; avrebbe applicato in modo inflessibile il regolamento di disciplina e il codice penale militare di pace in caso di violazioni di tale ordine da parte di chiunque; ammonì il suo sottoposto sulla necessità di un suo trasferimento in caso di violazione delle sue disposizioni al riguardo; lo invitò a fornirgli una risposta al riguardo.

E la risposta arrivò il giorno dopo, nel corso di un nuovo colloquio. Margherito gli rinnovò la sua istanza di trasferimento a Venezia e assicurò al Comandante di obbedire alle disposizioni ricevute il giorno prima. Il Comandante, preso atto del quanto, espresse tuttavia parere negativo al trasferimento a Venezia in quanto sede incompatibile con lo status di Ufficiale di Margherito che nella stessa città aveva il padre, brigadiere della Polizia Ferroviaria, inferiore di grado.

Non si sa cosa accadde tra quel 21 luglio 1976 e la metà del mese successivo, quando all’attenzione della Procura Militare venne portata una marea montante di articoli di stampa il cui contenuto generò i capi di imputazione a carico dell’Ufficiale.

Le deposizioni di Sottufficiali e Guardie furono concordi nell’indicare un intensificarsi dei contatti interpersonali tra Margherito e altri militari, soprattutto guardie giovani o appena giunte a Reparto. In particolare il brigadiere A. M. sembrava essere l’autentica “bestia nera” per il capitano visto che durante il processo diventerà il teste più accanito – e perciò più attendibile – contro di lui. L’oggetto dei colloqui era sempre il medesimo: una sorta di sollecitazione ad aderire all’idea di riforma sulla cui propaganda tanto chiara era stata la contrarietà espressa dal Comandante. Agli atti del processo vengono citati episodi specifici.

Il 9 agosto 1976, all’uscita della mensa guardie ove Margherito era solito consumare i pasti, era stato notato un capannello di una decina di militari che stavano discutendo con l’Ufficiale circa l’opportunità di un impiego più razionale dei Reparti e sulla necessità di portare all’attenzione dell’opinione pubblica il mancato rispetto delle disposizioni ministeriali in tema di durata dell’orario di servizio. Tali argomenti, assieme ad altri che evidenziavano altri aspetti negativi dei servizi di o.p. disimpegnati dal Reparto, sottendevano alla proposta di una prossima riunione su scala nazionale di un non meglio precisato movimento sindacale dei poliziotti da propagandare sulla stampa. In particolare, l’Ufficiale fu udito pronunciare le seguenti frasi riportate in istruttoria:

“Perché i reparti devono fare servizio a centinaia di chilometri dalle loro sedi? Non sarebbe meglio che Napoli facesse servizio a Napoli, Padova a Padova e così via?”

“Le poltrone bisogna sapersele scaldare […] Con i sindacati tutti lavorerebbero in egual misura e con gli stessi sacrifici”

L’11 o forse il 12 agosto – quando con ogni evidenza le rotative dei giornali stavano già stampando le prime “bordate” sul malessere dei Poliziotti e sull’ammutinamento di un loro contingente – Margherito avvicinò un gruppo di sottufficiali, tra cui il già citato brigadiere A. M. ritenuto uno tra i più convinti militaristi: anche a loro, parlando del fatto che solo un esiguo numero di brigadieri veniva impiegato negli estenuanti servizi fuori sede mentre altri trascorrevano un’esistenza professionale molto più tranquilla in ufficio, fu rivolto il pressante invito a scrivere ai giornali lettere di protesta. Molti di loro, con in testa il brigadiere A. M., si dissociarono e anzi quest’ultimo invitò l’Ufficiale a stare attento perché parlava troppo. La richiesta di consenso che Margherito andava cercando fu testimoniata anche dall’appuntato O. B. al quale più volte fu chiesto se loro anziani erano solidali con ciò che i giovani stavano facendo. La risposta dell’appuntato, messa agli atti, fu chiara:

“Solidali in che cosa? Non so cosa volete fare!”

Una guardia più giovane rispose anche che lui personalmente era favorevole a una riforma del Corpo, ma contrario all’impiego di modi di lotta incompatibile con il loro status militare.

Come si intuisce dal contenuto delle deposizioni, durante quella torrida estate in seno al 2° Celere si crearono ben presto tra il personale spaccature e divisioni che assunsero proporzioni preoccupanti. L’operato di Margherito evidenziò che, accanto a tantissimi sostenitori del militarismo che si arroccarono subito in posizioni anti-riforma, ve ne erano quasi altrettanti di idea opposta. La stessa convivenza tra questi due nuclei divenne un ulteriore problema destinato ad aggiungersi agli altri.

Alcuni militaristi arrivarono addirittura a chiedere al Comando di essere esonerati dal servizio nel caso in cui il capo contingente fosse il capitano Margherito in quanto egli avrebbe

“riempito la testa delle solite cose”

vale a dire la pressante richiesta dell’Ufficiale di abbonarsi alla rivista Ordine Pubblico di Franco Fedeli, una rivista non ufficiale tacciata di scarsa obiettività e portavoce delle idee di rinnovamento della Polizia.

La guardia F. nella sua testimonianza va oltre e dice che, all’ennesimo suo rifiuto di abbonarsi alla rivista perché

“non sono del suo gregge”

si sentì rispondere:

“La pecora è lei!”

Tale malessere tra i dipendenti esplose sempre nella prima decade di agosto quando il capitano M., superiore per anzianità a Margherito, su sollecitazione telefonica del maresciallo R. dovette intervenire di fronte allo spaccio-bar per porre fine a un’accesissima discussione sorta tra un gruppo di una decina di militari e lo stesso Margherito e riguardante sempre l’ipotesi della riforma.

Le reazioni non si fecero attendere, soprattutto da parte dei sostenitori del capitano Margherito. In caserma iniziano a manifestarsi forme di insofferenza verso la vita che vi si conduceva; di contro, la notte tra il 19 e il 20 agosto 1976 un ignoto autore aveva vergato su due distinte facciate di uno degli alloggi delle guardie con un barattolo di vernice alcune frasi ingiuriose verso il capitano Margherito, che recitavano: “Via le margherite rosse dai prati verdi!”. Le indagini effettuate per scoprire il responsabile permisero solo di accertare che il materiale era stato sottratto dall’officina del reparto. Furono sentiti tutti i militari in servizio quella notte, ma l’autore rimase definitivamente sconosciuto. Tali avvenimenti contribuirono a innalzare ulteriormente la tensione all’interno della caserma.

Tensione che trovò un ulteriore canale di amplificazione nella divisione delle guardie in due schieramenti contrapposti: chi era a favore della riforma e quindi filo-Margherito e chi invece era apertamente contrario a qualsiasi ipotesi di rinnovamento, arroccato in posizioni ultra conservatrici. Questa spaccatura tra il personale in servizio al 2° Celere trovò sfogo in alcune manifestazioni di ordine pubblico nelle quali, durante alcune cariche, il Capitano Margherito fu addirittura bersaglio di manganellate con tutta evidenza sferrategli volontariamente da alcuni poliziotti contrari al suo progetto che approfittarono della confusione e del fatto di essere travisati dai caschi e dai fazzoletti per agire. Una simile situazione, agli occhi del Comando, non poteva che nuocere al buon nome del Reparto e mettere in serio pericolo l’incolumità dei militari medesimi durante le fasi operative del loro lavoro.

LA QUESTIONE TRASFERIMENTI

Nei giorni successivi al 23 luglio 1976 il Ministero chiese al Comando del 2° Celere di segnalare trenta nominativi di guardie da trasferire ad altra sede per la copertura di personale vacante: 11 per la questura di Milano, 23 per quella di Venezia, 6 per quella di Treviso. Il Comando adottò come criteri di scelta innanzitutto quello della volontarietà, poi quello della condizione di celibato e infine quello dell’anzianità di servizio. Alla fine furono movimentati 28 militari, 15 dei quali volontari. Per gli altri 13 si trattò con ogni evidenza di soggetti che non avevano espresso in alcun modo il desiderio di lasciare il Reparto. Il 10 agosto Il Resto del Carlino pubblicava una lettera “firmata” con cui si evidenziava che i trasferimenti erano stati attuati come rappresaglia allontanando dal Reparto le guardie che avevano manifestato idee favorevoli alla smilitarizzazione e sindacalizzazione della Polizia. Ne seguiva un fuoco di fila di accuse sul mancato rispetto dei turni di servizio, sulla censura ideologica attuata dal Comando, sui soprusi e angherie fino ad allora accettati in silenzio; si sottolineava che

“la collera dei celerini ha toccato vette altissime”

e che

“non è più possibile continuare a vivere in un continuo stress psicologico e in uno stato di angoscia che ci opprime e ci tormenta ogni giorno di più rendendo insopportabile la quotidiana vita di caserma fatta di incubi e remore psichiche”.

Quel che più importava, la riunione dei rappresentanti sindacali della Triade con il vice prefetto avvenuta il 9 agosto e avente ad oggetto proprio i summenzionati trasferimenti si era risolta con generiche promesse di interessamento presso il competente Ministero: di questo era stato dato conto in alcuni articoli pubblicati sia dal Carlino che da L’Unità. Quest’ultimo quotidiano aveva inoltre pubblicato lo stralcio di una nuova lettera – diversa da quella pubblicata il 10 – e firmata da alcune guardie del 2° Celere, le quali ribadivano la pretestuosità dei trasferimenti che avevano toccato

“agenti di quel reparto che vengono sbattuti da una città all’altra col solo pretesto di avere idee diverse da chi vorrebbe tenerci chissà per quanto tempo confinati in questo ghetto di caserma che si risolve in un confino anche dal punto di vista ideologico”.

Tali rivendicazioni furono recepite dal mensile Ordine Pubblico che, proprio nel numero del luglio – agosto 1976, pubblicò l’ennesima lettera di protesta dal titolo “Gerarchetti padovani” che ricostruiva con particolari inediti l’episodio dell’ammutinamento di un contingente del Reparto avvenuto pochi mesi prima. La pubblichiamo integralmente.

“Siamo degli agenti appartenenti al 2° Reparto Celere di Padova, scriviamo per denunciare un grave episodio di intolleranza e di abuso da parte di alcuni ufficiali e dirigenti. Mercoledì 7 luglio sessanta di noi sono stati messi a disposizione della questura di Venezia sin dalle ore 6 del mattino per uno sgombero di appartamenti da effettuare a Mestre.

Seguendo la prassi tipicamente militare, siamo stati svegliati alle 4:30 e alle 5:45 eravamo già sul posto. Lì venimmo a sapere che gli appartamenti da sgomberare erano della Cassa di Risparmio di Venezia e che erano vuoti da circa otto anni. Erano stati da poco occupati da senzatetto tra i quali anziani, bambini e una donna in stato interessante: insomma, tutta gente alla disperata ricerca di un alloggio alla portata delle loro condizioni economiche.

L’operazione di sgombero, tutta di marca militare, si protraeva sino alle 15 e data la “pericolosità dei facinorosi” non ci è stato dato il tempo neanche di mangiare un panino.

Alle 15 il questore ci metteva in libertà. Sulla strada del ritorno, nei pressi del casello autostradale di Padova, ci veniva comunicato via radio di tornare a Mestre perché la situazione stava diventando critica. Nessuno di noi si sentiva felice e contento di obbedire a quell’ordine: eravamo tutti digiuni e con dieci ore di servizio sulle spalle, svolte sotto il sole.

Per queste ragioni tutti gli autisti hanno accostato le vetture al ciglio della strada protestando contro questo incredibile abuso che violava le note direttive e le circolari ministeriali.

Per radio il maggiore S.M. Si lasciava andare a delle vere e proprie invettive, urlando e imprecando con frasi, la più pulita delle quali è stata: “Miserabili e zamarri!” e ingiungendoci di tornare sul luogo di servizio a Mestre. Dopo 15 minuti di indecisione abbiamo deciso di aderire all’ordine. Appena giunti per la seconda volta a Mestre, lo stesso signor Questore ci comunicava che tutto era stato un falso allarme e che quindi potevamo rientrare a Padova.

Alle 17:30 eravamo in caserma per pranzare ma alle 18, come da regolamento, dovevamo anche cenare. Eravamo tutti stanchi e sdegnati per il trattamento vessatorio subìto per circa 13 ore. Il tutto dopo 30 giorni di campagna elettorale fatta stando dietro agli spostamenti dell’on. Almirante, sbattuti quotidianamente da una città all’altra con 10-15 ore di servizio. La stanchezza, i piedi e le gambe doloranti, la schiena a pezzi hanno avuto la meglio sulla fame e ci siamo gettati sul letto anziché andare a mensa. A questo punto si è presentato il solito gerarchetto, il maggiore S.M. Che ci ingiungeva di consumare almeno la cena dicendoci che poi ci sarebbe stato rimborsato il pranzo. Nel darci l’ordine di recarci a mensa, minacciava come al solito trasferimenti a Milano così come era accaduto due anni prima in un’occasione consimile. A queste ingiunzioni di pretta marca fascista noi rispondevamo con un fermo ma democratico rifiuto. A questo punto il maggiore M., aiutato da un suo parigrado, insisteva nell’invitarci a mensa dove lui ci avrebbe atteso, elenco nominativo alla mano.

Dopo averci radunato nella sala mensa, a gambe larghe, strillando come un ossesso ci chiamava “vigliacchi” e ci invitava, davanti a lui, a non dire nemmeno una parola. A questo atteggiamento abbiamo risposto depositando i vassoi del cibo e allontanandoci dal locale mensa.

Questo – a nostro avviso – è un episodio estremamente grave, lesivo della dignità di qualunque democratico e comunque dichiaratamente contrario ai più elementari diritti umani e civili. Fatti come quello cui abbiamo accennato sono troppo frequenti nel nostro reparto, governato da uomini che rispecchiano fedelmente quelli del trascorso regime fascista.

Noi poliziotti del 2° Reparto Celere chiediamo che sia aperta un’inchiesta ministeriale sull’accaduto e che sia preso il provvedimento di allontanamento nei confronti del questore di Venezia (non nuovo a queste azioni sconsiderate), del maggiore M. per la tracotante arroganza e villania nei nostri confronti e infine del ten. col. Ricciato, responsabile del totale disordine dei servizi e delle condizioni di noi poliziotti costretti a servirci di camerate, mensa, servizi che sono dei veri e propri letamai. Eppure il giorno della Festa della Polizia si è trovato il tempo e gli uomini per abbellire…il campo ove doveva svolgersi la cerimonia celebrativa.

Il clima esistente qui da noi certo non facilita il costruttivo colloquio coi nostri superiori di cui si sente tanto parlare. Qualsiasi idea, critica, suggerimento, richiesta di confronto che esprimiamo viene considerata “ribellione”, “sovversione” e vengono minacciati trasferimenti. Ma da parte superiore, però, si tollerano frequentazioni e contatti pericolosi di alcuni nostri colleghi coi fascisti di via Zabarella. Unica eccezione, tra gli ufficiali, è il cap. Margherito che ha compreso la nostra situazione e cerca di trattarci come esseri umani e non come lebbrosi”.

Un simile gesto fece versare fiumi di inchiostro sulla carta stampata contribuendo ad aumentare le spaccature e il malumore tra il personale.

Messa in questi termini, la situazione che si andava delineando rischiava nella sua gravità di oscurare gli stessi capi di imputazione che verranno contestati di lì a poco al Capitano Margherito, scoperchiando un calderone destinato a portare sul banco degli imputati decine di altri militari. La Procura chiese un’immediata spiegazione dei fatti e il Comando, con una solerzia che fece sollevare più di qualche perplessità, rispose ricostruendo i fatti come segue.

Il 7 luglio 1976 un contingente di 60 guardie agli ordini del Capitano B. aveva raggiunto di primo mattino Mestre per svolgervi il servizio di sgombero di uno stabile abusivamente occupato. Intorno alle 15 al contingente, che si trovava sulla via del rientro in caserma, in prossimità del casello autostradale di Padova Est, era pervenuto via radio l’ordine della questura di Venezia di fare ritorno a Mestre per nuove esigenze di servizio ancora connesse allo sgombero dello stabile. Il Capitano B. si era subito posto in contatto con i suoi superiori di Padova per avere conferma delle disposizioni ricevute da Venezia: nel frattempo i militari dipendenti, scesi dai mezzi, avevano esternato il loro comprensibile disappunto per il nuovo impegno di servizio, messo a confronto con la possibilità ormai sfumata di consumare al più presto il pasto nella caserma di Padova. Il Capitano B., ricevuta la conferma della necessità di ritornare a Mestre, intimava l’ordine di risalire sui mezzi e i dipendenti ottemperavano senza indugio: così che il contingente raggiungeva di nuovo Mestre e ivi espletava il servizio disposto dalla Questura. Intorno alle 18:30 gli uomini erano rientrati nella caserma di Padova e alcuni di loro avevano esposto ai superiori – in specie al Maggiore M., comandante del 2° Battaglione – le loro lamentele per l’imprevisto reimpiego a Mestre che aveva impedito la possibilità di consumare all’orario stabilito il pranzo in caserma. Recepite le doglianze, l’Ufficiale aveva dato ordine al contingente di adunarsi nella sala mensa. All’ordine i dipendenti ottemperavano. E dopo circa un quarto d’ora, trascorso cioè il tempo necessario per reperire anche le guardie che, appena rientrate in caserma si erano recate allo spaccio o nelle camerate, il Maggiore M. nella sala mensa poteva pubblicamente esprimere la sua comprensione e solidarietà e in tal modo rasserenare gli uomini.

Il 19 agosto Il Resto del Carlino pubblicò una nuova lettera in cui, per rispondere alle smentite circa l’avvenuto ammutinamento, si citava un’adunata generale presieduta dal Comandante. Anche di essa vi diamo conto integralmente:

“Neanche questa volta ci si è smentiti, anzi si è tenuto a ribadire la linea dura e l’autorità riposta nel Comandante. Lo stesso comandante ha preso la parola e in relazione all’ammutinamento verificatosi ai primi di luglio non lo ha smentito ma lo ha solo definito “un gesto di stizza”. Anche questa volta ci si è limitati a minimizzare il fatto e lungi dall’ascoltare i nostri consigli, si è evitata un’analisi più approfondita della causa ed eventualmente proporre nuove soluzioni per il rispetto delle circolari ministeriali.

A riguardo dei trasferimenti punitivi, è stato obiettato che la guardia P., ritenuto il più agitato dei promotori dell’ammutinamento, si trova tuttora a Padova. Noi ribattiamo che la suddetta guardia era la prima della lista dei partenti per Milano, se ciò non si è verificato è dovuto solo ai suggerimenti del capitano Margherito, appoggiato dal maggiore C..

Poi si è passati a una vera e propria denigrazione del movimento per il sindacato di polizia definendolo “anonimo e privo di qualsiasi ideale”. Non sono mancate neppure le intimidazioni; si è tenuto a ribadire che tutti sono passibili di denuncia all’autorità giudiziaria militare poiché agiscono in aperta violazione dell’attuale normativa. A questo punto, dopo le ripetute dichiarazioni del ministro Cossiga e del primo ministro Andreotti, ci si domanda se in Italia la politica la facciano ancora questi onorevoli o il signor Colonnello Ricciato”.

Da qui il via alla sequenza ininterrotta di articoli elencati all’inizio, articoli di cui per praticità riportiamo alcuni stralci.

“La contestazione è arrivata anche tra le 1500 guardie di pubblica sicurezza del famoso 2° Raggruppamento Celere. Prima limitata a rari mugugni, è andata man mano crescendo sino alla esplosione improvvisa e massiccia: sessanta uomini hanno rifiutato il trasferimento” [da “Ammutinati a Padova i duri della Celere”, La Repubblica del 12 agosto 1976];

“Il trasferimento viene considerato una misura punitiva, una rappresaglia preventiva per l’espandersi del malcontento tra le mura della nostra caserma contro il superlavoro e il ruolo di truppe d’assalto” [ibidem];

“La causa del trasferimento della guardia O.B. va individuata nell’essere stato egli ritenuto un estremista di sinistra e sovversivo” [ibidem];

“Il nostro è un mestiere violento, ma non vogliamo più mettere a ferro e fuoco le città; vogliamo inserirci nella realtà che ci circonda” [dichiarazioni del capitano Margherito riportate in ibidem]

Giova precisare che le indagini esperite dalla Procura Militare in ordine al reato di ammutinamento così come riferito dagli organi di stampa si conclusero il 4 settembre 1976 con un decreto di non doversi promuovere l’azione penale per assoluta infondatezza delle notizie riportate.

L’Unità del 21 agosto – siamo alla vigilia dell’arresto del capitano – riporta un’intervista in cui l’ufficiale traccia vere e proprie linee programmatiche. Ne riportiamo il testo integrale.

“Il movimento di opinione messosi in moto in questi giorni nel 2° Raggruppamento Celere non è qualcosa di casuale, ma il frutto di una vera e propria presa di coscienza critica da parte di tutti gli agenti. Solo così si possono spiegare le 150 adesioni al periodico Ordine Pubblico e il vasto consenso per il movimento per il sindacato di polizia.

La guardia di P.S. Di oggi è fondamentalmente diversa da quella di una decina di anni fa. La maggior parte di esse, provenendo dagli strati sociali più umili, si rende conto dello stato di sfruttamento in cui ha vissuto e in cui vive la sua famiglia. Molti agenti provengono dal movimento operaio e con esso hanno partecipato alle lotte sindacali che hanno contraddistinto tutta l’attività di questi ultimi tempi; molti di loro hanno conosciuto le umiliazioni che comporta il lavoro all’estero. Infine, una piccola parte è giunta in Polizia direttamente dal mondo della scuola, dove ha assimilato il clima di protesta e la volontà di rinnovamento dell’ambiente.

Come si vede, la base a cui ci si rivolge è cambiata parecchio e sarebbe opportuno che questa realtà tenessero presente i burocrati del ministero. Alla guardia non ci si può più rivolgere con ordini, minacce o intimidazioni. Si tratta di riconoscere ad essa la dignità di tutti gli uomini liberi e di rivalutare quei diritti che la Costituzione molto chiaramente sancisce ma che ancora oggi, a trent’anni di distanza, si ha timore a voler solo leggere tra i muri di una caserma.

Per questi motivi si rende sempre più evidente e urgente la smilitarizzazione e la sindacalizzazione delle forze di polizia.

[…] Intanto c’è da dire che l’agente deve essere tutt’altro che un militare: è assurdo pensare ancora oggi che agisca in ottemperanza a ordini superiori. Sarebbe più logico che qualsiasi sua decisione fosse presa in seguito al libero convincimento dovuto a una profonda conoscenza di quelli che sono i dettami costituzionali e le leggi che ad essi si ispirano. Questa esigenza la si avverte già da tempo nel 2° Raggruppamento Celere di Padova. Il cosiddetto celerino è stanco di erigere la violenza a proprio sistema di vita.

Si sente sempre più l’esigenza di integrarsi nell’ambiente circostante, di conoscere ed essere conosciuto. Questi obiettivi sono realizzabili anzitutto abolendo le caserme. E’ assurdo che il poliziotto debba vivere del tutto isolato nel suo ghetto che in ultima analisi si risolve in un confinamento anche dal punto di vista ideologico. E’ giusto invece che viva come qualsiasi altro cittadino: solo così potrà mantenersi aggiornato sulla realtà sociale e culturale che lo circonda, per servire meglio il cittadino alle cui esigenze deve sempre rispondere. Per far ciò bisognerebbe mantenere contatti con tutte le forze sociali, con le forze attive e produttive del Paese, con i cittadini tutti che vanno protetti nel posto di lavoro, nelle loro case, nelle strade. In questo senso dovrebbero essere indirizzate le attività di polizia.

Restituire dignità, si è detto. Ora invece il dipendente viene trattato come “oggetto non pensante”: tale viene trattato ad esempio quando senza nessun preavviso viene trasferito da un punto all’altro dell’Italia o viene adoperato in mansioni che hanno molto del domestico e poco del poliziesco. Oggetto non pensante, infine, perché così lo si vuole e per questa sua caratteristica lo si valuta. Nelle cosiddette schede di valutazione vengono elencati tutti gli elementi secondo cui classificare una guardia. Per le caratteristiche militari vengono dati punteggi da 15 a 20; per quelle intellettive non si supera il 5. Considerando che per essere giudicato idoneo bisogna raggiungere come somma 36 punti, ne deriva che uno scimmione bene addestrato in un qualsiasi circo supererebbe agevolmente i 40 punti mentre un individuo considerato di eccellenti doti intellettive a stento supererebbe i 20….La realtà purtroppo contrasta con le esigenze e le aspirazioni degli agenti: l’arroganza e il disinteresse nei confronti del personale restano le caratteristiche dell’attuale amministrazione”.

Ne seguirono repliche e controrepliche, smentite e conferme che vennero raccolte e amplificate anche da altri organi di stampa in un crescendo di tensione che finì col travolgere tutto e tutti. In particolare, a una lettera pubblicata dal Carlino il 18 agosto 1976 in cui un gruppo di 12 guardie effettuava una “levata di scudi” in difesa del reparto negando l’esistenza di uno stato di tensione interna, definendo menzognere le voci di un ammutinamento, rivendicando la coesione e lo spirito di sacrificio degli uomini del 2° Celere in difesa dei cittadini e della democrazia, replicò piccato lo stesso Margherito il quale nel corso di un’adunata generale voluta dal Comandante, affermò:

“Pur non sapendo chi sono i firmatari della lettera, senza ombra di dubbio si tratta di persone che non rischiano la propria vita sulle piazze, di persone cioè che fanno le loro sette ore in caserma, seduti dietro la scrivania di un ufficio”.

Per completezza trascriviamo il testo integrale di questa lettera così come riportato dal Carlino del 18 agosto 1976 nell’articolo “L’ammutinamento alla Celere? Macché! Sono tutte menzogne!.

“Prendiamo spunto per questa lettera da tutte quelle notizie apparse in questi giorni su alcuni giornali riguardo a un presunto stato di tensione ed un episodio di ammutinamento che ci sarebbe stato in seno al 2° Raggruppamento Celere di Padova. Siamo assurti agli onori della cronaca non per essere ancora definiti “la perla della P.S.” o “quelli di Padova”, ma per aver avuto all’interno, come si legge su alcuni giornali, un ammutinamento. In tanti anni da quando questo reparto esiste, il 2° Celere è sempre stato considerato come uno strumento repressivo, come il cane da guardia del governo, come il bastone di Stato. Potrà sembrare strano, ma per gli uomini che hanno prestato e prestano servizio in questo reparto, per tanti famigerato, la politica è sempre stata l’ultimo dei loro pensieri. Sono stati e sono uomini che hanno sempre pensato a servire il loro Paese e la democrazia con piena coscienza di fare il loro dovere a volte fino all’estremo sacrificio della vita senza mai nulla chiedere, ma solamente orgogliosi di appartenere a questo reparto.

Oggi, oltre al fatto del presunto ammutinamento, veniamo come sempre accusati di essere uno strumento di repressione, di essere l’ultima ratio. Quanto è labile, o peggio, quanto vuole essere labile la memoria di costoro che ci considerano in questo modo, dimenticando il Polesine, il Vajont,l’Alto Adige, la Sardegna, l’alluvione di Firenze, Reggio Calabria, il Friuli. Non possono essere cancellati 30 anni di storia dalle parole di gente alla ricerca di facile pubblicità.

Bisogna sapere che gli uomini che hanno costituito e costituiscono questo reparto non sono altro che comuni mortali con i loro problemi, con i loro dubbi, con le loro debolezze. Ma hanno saputo trarre in questo reparto una forza interiore, una saldezza morale che gli ha permesso e gli permette di affrontare i più grandi sacrifici. Ma noi ne traiamo incentivo per andare sempre avanti e ci sentiamo orgogliosi che si ricorra sempre a noi.

Si perdoni la vanità di questi uomini semplici, ma orgogliosi nello stesso tempo, che hanno sacrificato a volte la loro dignità di uomini quando hanno dovuto sopportare ore estenuanti di servizio, molte volte derisi, vilipesi, ma pienamente coscienti di essere utili alla causa comune. Li si perdoni quando alzano la testa per difendere la loro dignità di soldati, quando con giusto furore combattono, attraverso queste righe, tutto ciò che ha infangato il loro reparto. E siccome in tanti anni chi voleva e chi vuole il male di questo reparto non è riuscito a sfaldare questo spirito, ora ci si serve di alcuni individui che, dietro l’apparente scusa dell’interesse del personale, cercano di minare questa unità, non avendo timore di ricorrere anche alle menzogne per creare uno stato di tensione.

Per concludere, la preghiera che noi rivolgiamo a tutti attraverso il giornale è una sola: che ci si lasci in pace. Noi non facciamo politica all’interno. Non l’abbiamo mai fatta né mai la faremo. Se il nostro stato giuridico dovrà cambiare, siano gli organi demandati a farlo che si muovano, noi ne vogliamo essere al di fuori. Noi non chiediamo altro che servire il nostro Paese e la democrazia come abbiamo sempre fatto fino adesso senza nulla chiedere se non quello di fare sempre il nostro dovere fedeli a un giuramento che né ora né mai tradiremo”.

Visti i precedenti, attribuire la paternità degli scritti pubblicati sui giornali al capitano Margherito fu cosa fin troppo facile e scontata. Il brigadiere M., sempre così preciso e solerte nel riferire fatti e circostanze, dichiarò che aveva sentito più volte Margherito invitare le guardie all’acquisto di determinati quotidiani quali il Carlino, L’Unità, Lotta Continua, La Repubblica…..e guarda caso proprio il giorno dopo veniva pubblicata una di queste lettere “firmate” sul 2° Celere. A dargli man forte, anche la testimonianza della guardia S. che ricordò benissimo di un giorno in cui un edicolante aveva espresso la sua meraviglia perché molti agenti quella mattina compravano tutti lo stesso giornale.

Il 18 agosto avvenne un nuovo scocco di scintille tra il capitano Margherito, attorniato da una decina di guardie definite “i suoi fedelissimi”, e un gruppo di graduati: il primo accusò i secondi di essere stati senz’altro loro i firmatari della lettera in difesa del Reparto, coinvolgendo al riguardo un altro ufficiale, il capitano M., che si era fatto promotore dell’elaborazione del testo da inviare alla stampa. Ne seguì un alterco molto vivace cui venne posta fine solo grazie al nuovo intervento dell’Ufficiale. A tale riguardo il capitano M. dichiarò:

Pubblico Ministero: “Lei ha materialmente scritto una lettera firmata da dodici agenti e sottufficiali per contestare alcune dichiarazioni apparse sulla stampa, con le quali si criticava il Reparto Celere?”

M.: “Sì, si parlava anche della mensa, delle camerate, del servizio, insomma. Molte guardie non approvavano gli argomenti letti sui giornali perché o inesatti o privi di fondamento. Si decise di scrivere qualcosa con le guardie anziane”.

Per praticità, indichiamo di seguito l’elenco degli articoli e del materiale di stampa oggetto dell’inchiesta.

          Prima tranche:

  • lettera al direttore di Ordine Pubblico Franco Fedeli e intitolata “Gerarchetti padovani”, pubblicata sul numero di luglio – agosto 1976;

  • “Il sindacato di P.S.” apparso sul numero de Il Resto del Carlino del 10 agosto 1976;

  • “Il sindacato lamenta trasferimenti punitivi” pubblicato il giorno dopo sempre dal Carlino;

  • “Stato di tensione al Reparto Celere” del 12 agosto, sempre su Il Resto del Carlino;

  • “Siamo stufi di essere trattati come animali da fiera” apparso sul numero dell’11 agosto di Lotta Continua;

  • “Tensione in caserma di P.S. A Padova – Iniziative CGIL – CISL – UIL” pubblicato il 12 agosto da L’Unità;

  • “Trasferimenti ingiustificati nel Reparto Celere di Padova” apparso nell’edizione regionale de L’Unità del 12 agosto;

    Seconda tranche:

    – “Nessun ammutinamento nel 2° Raggruppamento Celere”, Il Resto del Carlino del 15 agosto;

  • “L’ammutinamento c’è stato, inutile negarlo”, Il Resto del Carlino del 17 agosto;

  • “L’ammutinamento della Celere? Macché! Sono tutte menzogne!”, Il Resto del Carlino del 18 agosto;

  • “Ingiustificati i trasferimenti al 2° Celere”, L’Unità del 18 agosto;

  • “Adunata generale in caserma per l’ammutinamento alla Celere”, Il Resto del Carlino del 19 agosto;

  • “Il comitato per il sindacato della P.S. Sui trasferimenti ingiustificati al 2° Celere”, L’Unità del 19 agosto;

  • “In fermento Finanza e P.S. Nel Veneto”, L’Avanti! del 20 agosto.

 

IL RINVIO A GIUDIZIO, L’ARRESTO E IL PROCESSO

Le conseguenze dell’indagine avviata dalla Procura Militare di Padova non si fecero attendere. Sulla base delle risultanze dell’inchiesta, cui il Comando ebbe parte rilevante, furono formulati i seguenti capi di imputazione a carico di Salvatore Margherito:

  • attività sediziosa (” per avere nel luglio e sino al 19 agosto 1976 in Padova in ripetuti contatti con singoli e con gruppi di militari inferiori in grado effettivi al 2° Raggruppamento Celere di dipendenza esasperato ripetutamente gli aspetti meno favorevoli dell’impiego e del servizio militare della pubblica sicurezza, insinuando ragioni di contrasto, tensione e sospetto nei confronti dei superiori e nello stesso ambito dei militari di truppa, propugnando la necessità di manifestazioni clamorose di contestazione del vigente ordinamento del Corpo di Pubblica Sicurezza, diffondendo anche a mezzo di stampa da lui ispirata e propagandata all’interno del reparto notizie false, diffamatorie, esagerate e tendenzione concernenti ammutinamenti e altre attività delittuose attribuite al personale del 2° Raggruppamento Celere, trasferimenti e uno stato di tensione e di disagio esistenti nel medesimo; per avere svolto attività diretta a fomentare il malcontento per la prestazione del servizio alle armi e in particolare del servizio di ordine pubblico”)

  • diffamazione militare aggravata in concorso (“per avere in giorni imprecisati dell’agosto 1976 recapitato al movimento politico “Lotta Continua” sezione di Padova una lettera da pubblicare concernente tra l’altro l’attribuzione ai superiori di una bieca reazione fascista estrinsecantesi in atti di intimidazione nel trasferimento., la definizione del maggiore M. quale ; la considerazione che il medesimo , lettera che veniva pubblicata in data 11 agosto 1976, offensiva della reputazione degli indicati superiori, conl’aggravante per il Margherito di avere commesso il fatto in concorso con inferiori”)

  • violata consegna (“per avere, nelle circostanze di tempo, di luogo e altro specificate, quale comandante di un contingente di P.S. portato in servizio a bordo di un automezzo e distribuito ad altrettante guardie sette fionde metalliche, in violazione della consegna relativa all’armamento prescritto per il servizio di ordine pubblico”).

    Implicando il reato di attività sediziosa l’arresto obbligatorio (art. 313 comma 1 n° 2 c.p.m.p.), il 23 agosto 1976 veniva emesso ordine di cattura contro l’Ufficiale, ordine cui veniva data esecuzione immediata. Il capitano fu rinchiuso nel carcere militare di Peschiera del Garda. La notizia, già di per sé clamorosa, esplode in tutta la sua prepotenza su tutti i giornali calamitando su di essa l’attenzione non solo mediatica ma anche politica. Questo aspetto fece assumere all’intero processo – che secondo l’accusa doveva concludersi in tempi brevissimi – l’aspetto di un ginepraio per i molti argomenti non previsti e tirati in ballo dall’Ufficiale e per le incredibili contraddizioni in cui caddero molti testimoni dell’accusa nella fretta di scaricare addosso al capitano tutto il peso dei capi di imputazione. Alcuni di essi, in una situazione surreale, arrivarono a rispondere ancora prima che il Pubblico Ministero avesse formulato la domanda.

In realtà il destro per il deferimento dell’Ufficiale alla Procura militare era stato offerto già il 17 agosto del 1976 quando all’attenzione della Procura Militare Territoriale di Padova era stato portato un articolo di stampa pubblicato su “La Repubblica” del 12 agosto e dal titolo “Ammutinati a Padova i duri della Celere”. In esso venivano narrati episodi costituenti reati militari che sarebbero stati commessi da appartenenti del 2° Celere. In merito la Procura chiese al Comando del Reparto un rapporto che fu fatto pervenire il successivo giorno 20. Ovviamente il Comando notiziò di tali avvenimenti anche la 2° Circoscrizione Territoriale di Milano da cui il Reparto dipendeva territorialmente, formulando l’ipotesi di un possibile trasferimento d’ufficio del Capitano Margherito a causa del forte sospetto che fosse stato proprio lui l’autore non solo dell’articolo di Repubblica, ma anche di successivi articoli pubblicati su altre testate giornalistiche. Tale implementazione di materiale probatorio aggravò la posizione del Capitano Margherito, tanto che la Procura Militare il 23 agosto emise il mandato di cattura a carico dell’Ufficiale che venne – come si è visto – arrestato.

Il processo iniziò il 15 settembre 1976 sotto i riflettori di un’Italia sbigottita e attanagliata dal terrorismo eversivo. Il clamore dell’avvenimento fu talmente elevato che il presidente del tribunale ordinò l’esclusione dall’aula di qualsiasi strumento idoneo a diffondere all’esterno le fasi del dibattimento e fece accreditare solo un’esigua parte di giornalisti, la maggior parte dei quali dovette accontentarsi di riportare notizie de relato attendendo per ore in capannelli all’esterno, su via Rinaldi.

Dopo l’escussione delle richieste preliminari e delle eccezioni di parte, il dibattimento prese finalmente il via: le accuse vennero tutte respinte con fermezza dal capitano Margherito che distinse per prima cosa quello che era il suo compito di ufficiale da quelle che erano le sue posizioni ideologiche personali. Ma quella che sembrava per la procura militare e i vertici del reparto la mossa più giusta per stroncare sul nascere la diffusione di idee ritenute sovversive tra i militari, ben presto si trasformò in un boomerang per lo stesso Comando: al processo, Margherito parlò con precisa meticolosità di fatti che squarciarono un velo sulla realtà fino ad allora sconosciuta del 2° Celere. La stampa andò a nozze; il caso divenne schiettamente politico, con Marco Pannella in prima linea a difendere il giovane Capitano da quello che veniva interpretato come un linciaggio personale e professionale: partirono raffiche di interrogazioni parlamentari e la faccenda assunse proporzioni nazionali, sicuramente imbarazzanti non solo per il Comando ma anche per il Ministero dell’Interno: l’esponente radicale arriverà addirittura a farsi arrestare in aula durante un’udienza del tribunale militare. La Procura Militare tentò in tutti i modi di zittire l’Ufficiale – che ormai divenne un fiume in piena – sfruttando i testimoni per aggravare ulteriormente le accuse già di per sé gravissime la cui condanna avrebbe portato, oltre alla carcerazione, anche alla radiazione del Capitano Margherito dal Corpo delle Guardie di P.S..

Tuttavia, come si noterà, nel corso del processo nulla è mai come sembra: ci sono verità contrastanti in modo talmente macroscopico da risultare spesso insormontabile. E quando il collegio giudicante sembra riuscire a stringere alle corde l’imputato o i vari testimoni, questi si trincerano dietro i “Non ricordo” o “Mi astengo dal rispondere”. Ne offriamo un gustoso “spaccato” avvenuto durante la quarta udienza del processo, così come riportato da Il Gazzettino del 19 settembre 1976: si sta discutendo proprio del recapito di alcune lettere ai quotidiani, sul banco dei testimoni la guardia V.P..

Teste: “L’ufficiale, dopo avere comperato il giornale [Il Resto del Carlino, n.d.a.], mi aveva chiesto se con la mia automobile, assieme ad un collega, lo avessi accompagnato presso un giornalista che abita in piazza Cestello n° 2, al quale avrebbe dovuto consegnare degli articoli da far pubblicare sul quotidiano La Repubblica. Andammo verso mezzogiorno. Arrivati sul posto, il capitano suonò il campanello e comparve un giovane. Con lui entrammo in un alloggio al piano terra. Il capitano consegnò l’articolo”.

Margherito: “Gli articoli erano due. Si parlava del movimento di sindacalizzazione della Polizia. Erano due articoli lunghi, mai usciti. Preciso che quel giovane ci attendeva sotto un arco. Poi siamo andati a casa sua”.

La guardia V.P. riferisce a questo punto la data di acquisto del giornale.

Difesa: “Qual’è la circostanza che le ha fatto venire in mente questa data?”

Teste (candidamente): “Così, me lo ha detto il pubblico ministero: se ti ricordi il giorno in cui sarai interrogato….”

Presidente: “E quindi….”

A questo punto tra il pubblico scoppia un inferno di urla. L’avvocato Malagugini [la difesa, n.d.a.] grida: “Ricordo che anche qui esiste il reato di subornazione dei testimoni! Qui tutti i testi dicono il falso! Ogni volta che pongo una domanda vengo continuamente interrotto sia da lei [il presidente, n.d.a.] sia dal giudice relatore, sia dal p.m.. Qui i testi di accusa godono di protezioni!”

Presidente (calmissimo): “Io non ho sentito la frase del teste!”

E la guardia P., re-interrogato, cerca di svicolare, cambiando la versione. La difesa si oppone. Finalmente si trova che un tecnico di Radio Radicale ha registrato la prima dichiarazione. Sotto gli occhi delle telecamere, con l’autorizzazione del presidente, il nastro viene riascoltato. Il p.m. dottor Stefano Attardi appare assorto e forse un po’ imbarazzato. Comunque, passata la buriana, la guardia viene invitata a finire la frase. Prima però il generale Maggiora [il presidente, n.d.a.] con tono accorato ha esclamato rivolto all’avvocato Malagugini: “Lei ha parlato di protezione. Mi sono sentito profondamente toccato da questa frase. Qui, il tribunale, nessuna protezione concede…”

Difesa: “Sono di avviso contrario e lo dimostrerò!”

Il Colonnello Angelo Ricciato, comandante del 2° Reparto Celere, depone come testimone (archivio Unifoto Padova)

Grazie al preciso reportage giornalistico effettuato soprattutto dai giornalisti de Il Resto del Carlino presenti in aula, ricostruiamo con l’aiuto della viva voce dei protagonisti i fatti che emersero in dibattimento.

Le connivenze di alcuni elementi del Reparto Celere con ambienti estremisti di destra.

Grazie alla produzione di materiale interno al Reparto (soprattutto relazioni di servizio che l’Ufficiale aveva accuratamente conservato), emerse che alcune guardie di p.s. frequentavano assiduamente ambienti di estrema destra. In uno di questi casi, a seguito di perquisizione ordinata dalla questura di Padova per tutt’altri motivi, furono rinvenute due pistole, un mitra e altro materiale esplodente la cui provenienza fu ricondotta al Reparto che ne aveva denunciato il furto alcuni mesi prima. Su un militare in particolare Margherito fu estremamente preciso:

“Lo feci presente al comando, informando che questi contatti erano qualcosa di più di agganci, ma si trattava di vita in comune… Feci nomi precisi e consigliai l’allontanamento delle guardie compromesse. E’ gente decisa a tutto. Il Comando, però, faceva finta di non sentire e di non vedere. […] Venti trenta su duecentocinquanta… Un numero considerevole. Non nascondevano per niente la propria adesione all’ideologia di destra. Qualcuno di loro è arrivato anche a qualcosa di grave. Su una guardia, ad esempio,abbiamo avuto una segnalazione da parte di una prostituta che denunciò il fatto che la guardia aveva procurato delle armi ai fascisti e si stava dando da fare per procurare anche dell’esplosivo per preparare degli attentati. […] Il caso non è neanche sorto, mi risposero che in ordine pubblico la guardia andava benissimo, che magari fossero tutti come lui…. La guardia, con altri pretesti, è stata tolta dalla circolazione e incriminata per reati pretestuosi… Ma al Comando già si sapeva dell’attività di questo ragazzo. Se fossero andati prima a fargli una perquisizione gli avrebbero trovato in casa parecchia roba compromettente. Infatti, quando era troppo scomodo, è stato firmato un mandato di perquisizione e gli hanno trovato varie armi. Finì a Peschiera.”

A questi fatti gravissimi faceva da contorno tutto un insieme di avvenimenti, alcuni dei quali boccacceschi. L’Ufficiale affermò infatti che:

[…] in molte occasioni durante servizi di ordine pubblico anche molto delicati udii militari di truppa, sottufficiali e anche un paio di ufficiali adottare provocatoriamente atteggiamenti filo-fascisti. Ricordo che a Ferrara, durante un comizio dell’onorevole Almirante, il brigadiere M. e il capitano M. mi stupirono perché il primo, al passaggio di un corteo di contestatori, si mise a fischiettare un’aria del passato regime, mentre il secondo a più riprese indirizzò loro il saluto romano. Vennero alle mani”.

“[…] non era insolito che in servizio alcuni si presentassero con armi non di reparto. Era noto a tutti che il capitano M. portasse indosso la sua .357 Magnum e che in almeno un paio di occasioni la estrasse durante il servizio. Una volta, sempre durante il comizio di Almirante, la spianò sotto il naso di un contestatore dicendogli: “Scommettiamo che con questa ti metto a tacere?”. In molti conoscevano la “Magnum” del capitano M., egli la lasciava addirittura sotto la panca in legno della sua “campagnola” […]”

Rapporti tra il capitano Margherito e altre due guardie coimputate per il reato di diffamazione con il giornale denominato Lotta Continua.

Una prima crepa nel teorema accusatorio si aprì quasi subito nell’affrontare l’argomento della lettera diffamatoria pubblicata sulla rivista Lotta Continua dell’11 agosto 1976, lettera in cui era stato leso l’onore e la credibilità del maggiore M. e del Reparto stesso. L’audizione di uno dei principali testimoni dell’accusa su tale fatto, la guardia P.G., si rivelò essere un “flop” a causa delle numerose contraddizioni in cui cadde il militare. La lettera pubblicata aveva preso spunto dai recenti trasferimenti d’ufficio di alcuni dipendenti a Milano: in particolare, verso il mezzogiorno del 4 agosto nei locali della mensa la guardia P.G. aveva avvicinato altri due commilitoni (la guardia M. e la guardia A.) chiedendo loro se anch’essi fossero stati trasferiti a Milano; alla risposta affermativa, la guardia P.G. disse:

“Qui c’è una lettera che riguarda anche te e che stiamo portando a Lotta Continua. Quando uscirà il giornale leggi l’articolo, c’è anche il fatto di Mestre [il presunto ammutinamento, n.d.a.]”.

Qualche giorno dopo, trovandosi a rapporto nell’ufficio del capitano Margherito, costui avrebbe mostrato il citato quotidiano al sottoposto dicendogli:

“Ecco l’articolo che è uscito sul giornale”.

Ancora, la guardia P.G. aveva riferito durante un esame testimoniale che, nel corso di un viaggio da Milano a Padova effettuato con un parigrado, aveva affermato di non essere lui l’autore di quella lettera, ma di averla ricevuta in busta chiusa dal capitano Margherito con l’incarico di recapitarla al giornale, ma che lui non l’aveva fatto.

Le crepe nell’impianto accusatorio si aprirono quando la difesa dell’Ufficiale fece notare le macroscopiche contraddizioni nel raffronto delle testimonianze della guardia P.G.: innanzitutto, nella lettera pubblicata da Lotta Continua non vi era alcun cenno ai “fatti i Mestre” né ad altri episodi che riguardavano il Reparto. Inoltre, mediante la produzione degli ordini di servizio del 4 agosto, non fu provata in modo sufficiente l’effettiva presenza delle guardie A. e M. in caserma in quanto gli stessi, liberi dal servizio, non avevano pranzato nella locale mensa. Nemmeno la presenza a Padova della guardia P.G., già trasferito a Milano, nei giorni a cavallo del 4 agosto fu confermata, essendo il militare già impiegato nei servizi d’istituto presso il capoluogo lombardo, nonostante egli avesse affermato di essere venuto spesso a Padova per trovare la sua ragazza. Quest’ultimo aspetto fu smentito dalla stessa, sentita in udienza, la quale affermò che in quei giorni il loro rapporto sentimentale si era già interrotto da parecchio. Si dimostrò inoltre – mediante l’audizione testimoniale di Mario Breda, responsabile locale di Lotta Continua – che tale giornale non aveva a Padova alcuna redazione né sezione di partito e che l’uomo non aveva mai visto prima del dibattimento né le guardie A. e M., né tanto meno il capitano Margherito.

Di contro, la Procura Militare spostò il tiro rimarcando in più occasioni la specificità del dolo ravvisabile nei comportamenti contra legem del capitano Margherito. In particolare, viene fatto un ardito parallelismo tra gli albori del movimento sindacale dei secoli XVIII° e XIX° e la tattica propagandistica adottata dall’Ufficiale, accomunati dall’esasperazione degli stati d’animo mediante la messa in risalto delle condizioni negative di vita e di lavoro. In questo il P.M. ravvisò una grave mancanza del dovere di lealtà verso la Pubblica Amministrazione che deve caratterizzare i comportamenti di ogni dipendente pubblico, vieppiù se investito delle funzioni di comando proprie di un Ufficiale. A questo – sempre secondo la pubblica accusa – si aggiungeva

“[…] la persistenza e intensità crescenti fino a coinvolgere la stampa in un susseguirsi frenetico, in un arco di tempo tanto breve, di contatti con i giornalisti, di comunicati, di contro comunicati, di interviste”.

In ogni caso, vista l’impossibilità di dimostrare oggettivamente un nesso causale tra gli imputati e la lettera pubblicata su Lotta Continua, il capitano Margherito e le altre due guardie furono assolti dal capo di imputazione di diffamazione per non avere commesso il fatto.

La gestione dell’ordine pubblico. Il caso delle fionde e dei manganelli rinforzati. La figura di “agenti provocatori”. Gli addestramenti particolari delle guardie.

Nel dicembre 1975, in occasione delle manifestazioni commemorative del sesto anniversario della strage di piazza Fontana, 200 uomini del 2° Celere furono inviato in servizio fuori sede a Milano a disposizione della locale questura.

L’11 dicembre due contingenti da cinquanta uomini cadauno agli ordini del capitano A.B. e dell’allora tenente Margherito avrebbero dovuto presidiare la sede dell’Assolombarda, mentre altri contingenti del medesimo reparto, agli ordini del capitano S.S. e del maggiore A.B., avrebbero disimpegnato servizio dinamico in altre zone della città. Il 2° Celere giunse a Milano la mattina dell’11 dicembre prendendo alloggio alla caserma “Annarumma”.

Nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno il capitano S.S. notava sul davanzale di una delle finestre dell’infermeria un sacchetto di plastica riportante tra l’altro la scritta “armeria”. Incuriosito, vi guardava all’interno e scorgeva un pacchetto parzialmente aperto sul cui involucro di carta era scritto “Armeria Ravizza – caccia – pesca – sport”: al suo interno vi erano sette fionde.

Sopraggiunse nel frattempo il capitano A.B. e il parigrado, mostratogli il pacchetto, gli chiese se fossero sue ricevendo di contro risposta negativa. Tuttavia quel pacchetto era stato visto la mattina precedente in mano al tenente Margherito. In sede testimoniale il capitano S.S. disse di averne parlato a cena con il maggiore A.B. il quale gli dette l’incarico di accertare i motivi per cui Margherito era in possesso di quelle fionde e di porre attenzione all’eventualità che esse venissero destinate o addirittura impiegate in servizio.

La sera stessa i due ufficiali si recarono nell’alloggio occupato da Margherito ma lo trovarono che stava già dormendo; decisero quindi di rimandare il colloquio al giorno dopo, cosa che avvenne in tarda serata al rientro dal servizio di o.p.. In tale occasione il capitano S. cercò di bluffare e – coma dichiarato in istruttoria – chiese a Margherito se avesse avuto notizia di una eventuale distribuzione di fionde al personale di truppa. Egli inizialmente negò, salvo ammettere di averne acquistate solo quando il capitano S. gli mosse accuse dirette. Quest’ultimo, superiore gerarchico, obbligò l’Ufficiale a indicare dove avesse messo quel sacchetto e, ricevuta risposta che lo stesso era stato consegnato alla guardia G.V., lo obbligò a raggiungere la camerata di tale militare per recuperarlo, cosa che fu fatta subito. Le fionde furono infatti rinvenute nella valigia di servizio della guardia G.V. che le consegnò agli Ufficiali senza opporre alcun indugio. Solo che le fionde da sette erano diventate cinque.

Di tale trattamento ricevuto dai due parigrado, il capitano Margherito ebbe a dolersene già la mattina dopo direttamente con il maggiore B., il quale tuttavia rimandò la trattazione della faccenda una volta rientrati a Padova. Il giorno 14 dicembre, nella caserma di Padova, il maggiore B. si fece consegnare il sacchetto con le fionde e lo pose sotto sequestro nell’ufficio di compagnia; nell’occorso, rimproverò aspramente il capitano Margherito tacciandolo di immaturità. Fu in questa sede che il capitano, dopo avere ammesso nuovamente di essere stato lui l’acquirente del materiale, disse di averlo fatto per fornire alla truppa un deterrente psicologico per ovviare alle pressanti lamentele dei militari circa l’inadeguatezza dell’armamento di cui erano dotati per fronteggiare i dimostranti.

Il fatto fu portato naturalmente a conoscenza del colonnello Ricciato il quale, convocato Margherito, lo richiamò formalmente riservandosi l’adozione di provvedimenti disciplinari a suo carico. Provvedimenti che in realtà non furono mai presi. Messo di fronte a tale mancanza dalla difesa, il Comandante si giustificò:

“Non ne presi alcuno nella previsione di una sua seria incidenza nella carriera di un ufficiale in servizio nel Corpo di Polizia da pochissimo tempo. Ritenni comunque quel gesto sconsiderato e determinato da inesperienza”

Anche durante il processo, Margherito ammise:

Presidente: “Ritorniamo sul fatto delle fionde. Lei ha consegnato alla guardia E.B. le fionde, dicendo di tenerle sulla campagnola e ha detto: “”a scopo di sicurezza””…”.

Margherito: “Di deterrente psicologico”.

Presidente”:”Ci vuole spiegare il concetto di deterrente psicologico?”.

Margherito:”Cioè, dare una sensazione… Più che altro, secondo me, siccome volevo affrontare i servizi diversamente con le guardie ritenevo che non si doveva creare uno scontro con quelli che erano i metodi precedenti. Infatti, qualcuno poteva rimanere disorientato nell’affrontare determinate situazioni di ordine pubblico non in modo consueto… Ho voluto, diciamo così, tener fede, come primo incontro con il servizio e con gli uomini, a quello che era lo spirito del reparto (“i gladiatori dello Stato”, non guardie di pubblica sicurezza – diceva il colonnello Ricciato). Fra le varianti di cui ho detto e altre di cui non mi si è lasciato parlare, io ho scelto la più innocua. […] Faccio presente che tutte le guardie anziane del Reparto, vale a dire quelle che avevano svolto servizio O.P. a Milano nella primavera 1975 per i fatti di via Mancini, erano dotate di fionde e biglie. Detti oggetti erano stati acquistati a Milano da una guardia per conto del Comando e con il denaro fornito dal Comando. […] La guardia in questione aveva fatto incetta di biglie nei grandi magazzini di Milano. Gli oggetti in questione erano stati dati per il servizio in via Mancini e poi erano rimasti in dotazione ai militari. Ritengo di avere, nel modo suesposto, prospettato alla S.V. che quella di acquistare fionde non è stata “una mia iniziativa personale”. Io ero rimproverato dai colleghi di avere scarsa iniziativa nei servizi di ordine pubblico. […] ”

E ancora:

“Per quanto concerne la faccenda delle fionde ammetto di averle acquistate ma non distribuite. Le ho comprate su consiglio di un ufficiale del quale non voglio fare il nome perché mi è sempre stato vicino… Il fatto delle fionde, poi, non è una novità. Seppi che già in altra data in Calabria erano state usate. So che erano state istituite delle vere e proprie squadre denominate “frombolieri”. I fatti di Calabria [i moti insurrezionali del 1970 – 1971 per lo spostamento del capoluogo a Catanzaro, n.d.a.] me li ha riferiti il maggiore S.M.. Poi c’era del personale addestrato in servizi di o.p., in borghese ed in divisa. Dieci auto civili uscirono una sera con guardie in borghese dal 2° Celere e sfasciarono un locale in piazza dei Signori. Uno venne bloccato dalla Polizia ma non si fece niente anche perché la questura accertò che era dei nostri. Per sette giorni alla stazione ferroviaria fu istituito un servizio d’ordine notturno dopo che una ragazza di sinistra aveva insultato una guardia. Coloro che sembravano essere sospetti di sinistra venivano manganellati. Una spedizione venne compiuta anche in un locale di Sottomarina”.

Presidente: “Voglio sapere delle fionde!”

Margherito: “Le fionde le ho acquistate a Milano. Dovevano servire per deterrente psicologico. Non so quanto le pagai, ma c’era nel pacchetto dei magazzini Ravizza la fattura intestata al 2° Reparto Celere. Le avevo poste in una finestra dell’infermeria della caserma Annarumma di Milano dopo il servizio del 12 dicembre. Quella sera ero rientrato stanco e mi misi subito a letto. Due capitani, A.B. e S.S. volevano che uscissi con loro per un giro nei nights. Io non andai perché prima ero stanco e poi in altra occasione, spacciandosi per ufficiali dell’antidroga, o che so, avevano scroccato delle consumazioni. Tornarono verso le 3 del mattino e parlavano forte. Io li pregai di starsene zitti. E qui, tra l’altro, uno disse che sapeva che io avevo acquistato le fionde e che erano ancora chiuse nel pacco, nella valigia di una guardia. Furono prese e controllate. Mi misi a rapporto per poter conferire coni superiori. Ma il maggiore S.M. mi disse che le fionde erano state in dotazione al reparto in passato. E il maggiore A.B. mi disse che la faccenda poteva considerarsi morta lì, nel suo ufficio, e che non era il caso di portarla avanti”.

Presidente: “L’ufficiale le spiegò perché doveva acquistare le fionde?”

Margherito: “Mi rifiuto di rispondere. Aggiungo che, oltre alla pistola di ordinanza sono in dotazione altre armi non previste. La pistola Magnum per esempio. C’è una guardia in galera per questo. So che in caserma una guardia vendeva questo tipo di armi”.

Presidente: “Quanto pagò le fionde?”

Margherito: “Non ricordo”

Presidente: “Venne rimborsato?”

Margherito: “Mi astengo dal rispondere”

Con tali affermazioni fu quindi fatto esplodere un caso nel caso: l’esistenza, in seno al 2° Celere, di cosiddetti “frombolieri”, vale a dire di militari che venivano sistematicamente muniti di fionde e bilie metalliche per fronteggiare a distanza i manifestanti più ostili e – ciò che era ancor più grave – l’esistenza di una sorta di reparto nel reparto, composto da picchiatori legalizzati che agivano nella tolleranza e financo nell’approvazione del Comando. Su tali ultimi aspetti è bene fare chiarezza.

Circa il porto e l’utilizzo di armi diverse da quelle d’ordinanza, il fatto in sé non fu mai provato. Era invece veritiera l’incarcerazione di una guardia per traffico di armi e furto di armamento militare.

Circa invece l’esistenza di squadre di picchiatori e di spedizioni punitive, anche tali fatti in se stessi non trovarono dimostrazione. Furono prodotte relazioni di servizio su almeno due fatti analoghi che avevano interessato in quegli anni alcune guardie del reparto. Il primo di essi avvenne ai primi del 1975 in piazza Garibaldi: un pomeriggio una guardia si trovava libera dal servizio a passeggio lungo le vie del centro quando fu seguito e insultato da un paio di soggetti di chiare fattezze sinistroidi che lo avevano riconosciuto genericamente come militare per il taglio tattico dei capelli. A una sua reazione verbale, i due lo avevano immobilizzato e picchiato; solo grazie all’intervento di alcuni passanti, la guardia preferì fuggire trovando rifugio in un autobus di passaggio. Rientrato a reparto, il ragazzo – che era in servizio da neanche 2 mesi – si confidò con altri commilitoni più anziani i quali si offrirono di aiutarlo nell’individuazione dei suoi aggressori al fine di procedere penalmente nei loro riguardi. La sera stessa una decina di militari, tra cui la guardia aggredita, si portarono in piazza Capitaniato, noto ritrovo della sinistra extraparlamentare: qui individuarono verosimilmente l’aggressore che però, con due fischiate, fece accorrere una cinquantina di compagni che circondarono i poliziotti. E scaturì una violenta lite sedata solo dal pronto intervento di una volante della questura. In quella sede non si riscontrarono danni a locali o infrastrutture.

Analogo episodio era capitato l’estate successiva in Prato della Valle. Solo che nell’occorso il militare aggredito fu selvaggiamente picchiato, tanto da dover ricorrere alle cure ospedaliere. In tale occasione i colleghi – ufficialmente per procedere all’arresto degli aggressori – uscirono in abiti civili portando con sé gli sfollagente e provocando un’autentica gazzarra con elementi della sinistra extraparlamentare individuati sul posto.

Di entrambi i fatti fu prodotta idonea documentazione agli atti sia della questura che del Comando del Reparto.

Non si trovarono riscontri nemmeno in cronaca di locali distrutti o di risse che avessero coinvolto militari del 2° Celere nella località balneare di Sottomarina.

E sulle fionde aggiunse:

“Il mio unico scopo era quello di dare sicurezza psicologica ai miei uomini. Con le fionde non ci sarebbe stato bisogno di adoperare le pistole e di sparare, anche nel caso di lancio di bottiglie molotov; infatti, come veniva insegnato in caserma, era sufficiente che il dimostrante avesse in mano una di queste bottiglie perché la legge ci consentisse di sparare”.

Ne seguì un autentico polverone che da giudiziario divenne politico. Si aggiunse la sfilata di numerosissimi testimoni che nelle intenzioni dell’accusa avrebbero servito a screditare le affermazioni di Margherito; tuttavia anche in questo caso le testimonianze non furono univoche. Alle affermazioni del colonnello Ricciato – che confermò che l’unico tipo di armamento utilizzato dalle guardie in o.p. era la pistola, lo sfollagente, lo scudo e il tromboncino lancia-lacrimogeni – fecero da contraltare quelle di alcuni militari che si esposero in prima persona per ribadire che la faccenda delle fionde affondava le proprie radici in tempi ben più lontani di quelli oggetto delle accuse, in una sorta di consuetudine inaugurata e perseverata dalle guardie più anziane. In particolare le guardie B.S., F.L. e P.D.M. sostennero che

“[…] erano state dotate di fionde e bilie tutte le guardie anziane del Raggruppamento che avevano svolto servizio di ordine pubblico a Milano nella primavera del 1975 in occasione dei fatti di via Mancini. Io stesso acquistai fionde e bilie a Milano per conto del Comando e con il denaro fornito dal Comando. Le fionde erano state date per il servizio di via Mancini e poi erano rimaste in dotazione ai militari”

La guardia B.S. ritratterà parzialmente in sede dibattimentale tali dichiarazioni rese in istruttoria.

Gli altri due militari citati riferirono inoltre:

“Una volta, in occasione della partenza di militari del Reparto per un servizio di o.p. – si era tra il marzo e il luglio 1976 – vidi il brigadiere M. nel campo sportivo della caserma tirare sassi con una fionda che aveva tratto di tasca; […] un’altra volta vidi la guardia M. in possesso di una fionda e di un sacchetto di nylon contenente una sessantina di bilie di vetro”.

La guardia M. e il brigadiere M., sentiti subito dopo, negarono decisamente tali affermazioni e negarono altresì la presenza di squadre di frombolieri in seno al 2° Celere.

La guardia P.D.M. affermò inoltre:

“Vidi fionde una sola volta in occasione di un comizio durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative del 1975 tenuto dagli onorevoli Almirante e Franchi a Milano in una piazza vicino al Duomo. All’inizio del servizio vidi il brigadiere M. che faceva parte della mia squadra, distribuire alle guardie una quindicina di fionde. Io non ne ricevetti alcuna, ma notai che quelle guardie andarono in un vicino cantiere per riempire gli zainetti con pietre che per dimensione erano adatte a essere lanciate con quegli arnesi. Essi furono poi ritirati al termine del servizio”.

“Presidente: ricorda almeno qualche nome delle guardie che ricevettero le fionde?”

“Mi ricordo della guardia D., un friulano.”

Pubblico Ministero: “Si rintracci immediatamente questa guardia e la si porti qui subito, magari anche in elicottero!”

Il militare fu rintracciato mentre si trovava a casa in licenza e, trasportato a mezzo dei Carabinieri in tribunale, fu messo a confronto con il commilitone. La guardia D. negò con veemenza di avere mai ricevuto fionde in qualsivoglia occasione, né di averlo visto fare da alcuno.

La guardia B., escussa nel merito, dichiarò:

“In occasione del servizio di o.p. del 12 dicembre 1975 a Milano, non vidi né la guardia G.V. né il capitano Margherito distribuire fionde; non vidi mai arnesi del genere nel reparto, né miei superiori distribuirne alla truppa; sentii solo alcune guardie parlare genericamente di fionde, ma null’altro posso dire al riguardo perché niente in più ricordo”.

La guardia F.L., presentatasi spontaneamente come testimone, dichiarò:

“Mi sono presentato per senso di giustizia. Venerdì sera ero tra il pubblico e ho sentito le versioni di testimoni circa le fionde e i manganelli con l’anima di acciaio. Io ho visto miei colleghi in possesso di fionde in diverse partenze per operazioni di o.p.. Non ricordo i loro nomi. Ricordo soltanto che una fionda pendeva da una tasca del brigadiere M., un’altra da quella della guardia A.M. che aveva anche un sacchettino pieno di bilie di vetro colorate. […] Per quanto concerne i manganelli “truccati” posso dire di averli notati in occasione di un’azione a Firenze. Era facile: si toglieva il tappo dello sfollagente e si infilava dentro un tondino di ferro oppure della sabbia. A Firenze, dunque, in occasione di un comizio di Almirante c’eravamo noi del 2° Celere, gli allievi della scuola P.S. Di Piacenza al comando del capitano T.. Eravamo alloggiati in una caserma nella quale erano in corso lavori di restauro. Con una trancia sono stati tagliati i tondini e infilati negli sfollagente. All’operazione ha assistito anche il capitano T.”.

Arrivarono telefonate anonime nelle case di Ufficiali dell’Esercito in servizio presso il Tribunale Militare. Eccone una, riportata agli atti del processo:

“Circa il possesso di armi improprie da parte di appartenenti al 2° Raggruppamento Celere di Padova quali fionde con affusto metallico di fabbricazione americana, le fonti di riferimento possono essere ricercate presso l’armeria Piacentini di via Roma n° 14 di Treviso, nel cui interno il Capitano Margherito è stato notato. Il prezzo di ogni fionda è di lire 4.500”.

Nel frattempo, la rivista Ordine Pubblico divulgò una nuova lettera firmata da anonimi agenti del Reparto Celere di Padova in cui si confermava l’uso abituale di fionde nei servizi di o.p..

La questione dei manganelli “rinforzati” catalizzò l’attenzione della corte che ordinò numerose perquisizioni all’interno della caserma. Di tondini non ne furono trovati. Ammassati in un magazzino furono però rinvenute decine di sfollagente privi del tappo, frettolosamente sostituito addirittura con sugheri delle bottiglie di vino….

Le dichiarazioni secondo cui durante i servizi di o.p. ai candelotti lacrimogeni venivano tolte le calotte protettive in plastica per renderli maggiormente letali in caso di impatto non trovarono invece alcun riscontro né in istruttoria né in dibattimento.

In piazza vennero organizzate dal partito radicale numerose manifestazioni per la liberazione del Capitano Margherito e per la smilitarizzazione della Polizia, con Marco Pannella che in sede parlamentare si espose in prima persona con quotidiane interrogazioni delle quali riportiamo uno stralcio:

“Il presidente del Consiglio, il ministro della Difesa sappiano che ogni giorno in più di carcere del capitano Salvatore Margherito, ogni giorno che passerà senza che la Procura militare di Padova gli conceda il proscioglimento o la libertà provvisoria, vedrà crescere la mobilitazione delle forze democratiche con conseguenze da attribuire alla loro diretta responsabilità di governo”.

Il capitano Margherito squarcia inoltre il velo su alcuni sistemi di addestramento e di gestione dell’ordine pubblico tollerati e, anzi, addirittura incentivati dallo stesso comando. Si partì con una critica alla legittimità degli ordini ricevuti in piazza dai funzionari dirigenti del servizio, ritenuti spesso non commisurati alla reale entità della situazione.

“Prendiamo la circostanza di Roma. Mi ricordo che stavamo al palazzo dello sport all’EUR, per il congresso della DC. Tutto il palazzo era circondato da ingenti forze di polizia con elicotteri che sorvolavano la zona, squadra politica, staffette della polizia stradale; c’era addirittura la Guardia di Finanza e nonostante tutto un gruppo di extraparlamentari, così definiti, si incanala e si avvicina verso l’ingresso principale del palazzo dello sport. Lì all’improvviso, venne il funzionario e mi ricordo che disse: “Per favore, tenente, appronti gli uomini che forse ci sarà un intervento”. Io appronto gli uomini come prescritto da consegna, lasciando una aliquota per difendere i mezzi, prendendo quelle misure normali… Appena questi manifestanti hanno accennato ad uno slogan, si avvicina un signore in borghese e grida: “Caricate, caricate, stronzi!”. “Ma lei chi è?”. “Non si preoccupi. Carichi, carichi! Li ammazzi di botte!” Sono rimasto esterrefatto. “Si qualifichi. Chi è?”. “Ah, io sono il vicequestore tal dei tali” […] Sono circostanze documentate. E’ un mio rapporto presso la caserma. Tra quello che gridava “caricate”, l’altro che diceva “calma”, c’è stato un attimo di incertezza e questi signori sono scappati tutti. […] Non lo diede neanche a me, ma direttamente alle guardie questo incitamento. Infatti, cosa successe? Che ci fu una cosa affrettata data la nostra indecisione, perché c’era indecisione del commissario di fianco a me, perché neanche lui in coscienza vedeva l’utilità di questa azione di forza. […] Tutto il servizio d’ordine del partito tra cui lo stesso commissario che era con me prima e si era manifestato indeciso fino all’ultimo, scavalcarono le transenne… e li massacrarono di botte. Io feci presente al vicequestore: “Scusi, non credo sia corretto il vostro comportamento!”. “No, non si preoccupi, sono affari nostri”. “Ma come sono affari vostri?” Gli uomini riuscirono a scappare e restò soltanto una ragazza tutta insanguinata. Quindi, ordinai, nonostante tutto di eseguire una seconda carica e qualche manganellata se la beccò anche qualche funzionario in testa, qualche carabiniere e tutti i congressisti della democrazia cristiana. Quella ragazza la feci mettere su una macchina e trasportare all’ospedale…”.

“Il 26 maggio di quest’anno, o in giorno prossimo, ho effettivamente subito a Trento delle percosse ad opera delle guardie P.S. del mio reparto. Stavamo inseguendo dei dimostranti e, dietro una curva, mi sono imbattuto in una persona stesa a terra. Ho provveduto a prendere per portarlo via, aiutato da alcuni uomini. Gli agenti che stavano sopraggiungendo alle mie spalle hanno infierito, senza necessità a mio parere, sulla persona in questione e, nel tentativo di proteggere e coprire detta persona, sono rimasto colpito anch’io alle braccia. All’epoca rivestivo il grado di tenente; la carica fu ordinata da un vicequestore, il dott. [omissis], almeno così mi pare, il quale ordinò al mio superiore capitano De Palma di effettuare un’altra carica, dato che, sino a quel momento, il numero dei fermati non era sufficiente. […] Nelle cariche effettuate a Rovereto dal capitano D.P., fu data disposizione alle guardie in possesso di tromboncino, di effettuare la carica usando lo stesso tromboncino a mò di clava. […] Durante esercitazioni O.P. in caserma, per rendere più aggressive le guardie o spaventarle, venivano per le stesse esasperati taluni aspetti pericolosi del servizio. Così ad esempio vengono fatte deflagrare bombe Molotov contenenti additivi e vengono fatti esplodere petardi di notevole effetto. […] Ho riferito quanto sopra per mettere in evidenza come fosse inaccettabile per la mia coscienza di democratico mettere in atto queste forme di lotta”.

“Andammo a Udine per i terremotati: ci dimenticammo le ruspe, ci dimenticammo le fiamme ossidriche, ci dimenticammo le barche a motore, non ci dimenticammo i manganelli…”

Presidente: “Si spieghi meglio!”

Margherito: “Andammo a fare servizio antisciacallaggio, ma senza nemmeno entrare nelle zone terremotate. Gli uomini non venivano impiegati come avrebbero dovuto”

L’Ufficiale proseguì poi nel suo j’accuse parlando della figura di agenti provocatori che abitualmente si sarebbero mescolati ai manifestanti per provocare disordini. In sede istruttoria Margherito, su specifica domanda, dichiarò:

“Maturai tali sospetti la prima volta a Roma, durante il congresso nazionale della DC tenuto all’EUR. C’erano poliziotti e carabinieri dappertutto e disposti in più cerchi. Ad un certo punto, come per incanto, è emerso un gruppo di scalmanati ad inscenare una rapida manifestazione. Possibile che siano arrivati senza che nessuno abbia chiuso almeno un occhio?”

Anche in questo caso si rincorsero sospetti, accuse e controaccuse, con lo stesso colonnello Ricciato sentito più volte sull’argomento. Non si andò mai al di là di semplici sospetti e la tesi della presenza di agenti provocatori in seno al 2° Celere naufragò ben presto. Ma anche questo aspetto contribuì a innalzare la tensione politica che il caso stava suscitando.

Un ulteriore aspetto affrontato in istruttoria dal capitano Margherito furono i particolari criteri di addestramento delle guardie all’ordine pubblico e applicati all’interno della caserma di Padova. Uno stralcio delle deposizioni dell’Ufficiale aveva riportato:

“La psicosi della violenza rossa viene alimentata in caserma facendo esplodere a pochi passi dagli agenti bottiglie molotov rinforzate con esplosivo. Come una volta si sparava all’altezza dei piedi dei soldati tedeschi per obbligarli a un impeccabile passo dell’oca, con lo stesso realismo nella caserma “Pietro Ilardi” si prepara la truppa allo scontro di piazza. […] Un simile tipo di addestramento e questo modo di impiegare il 2° Celere ha finito col corrompere del tutto il reparto padovano. […] Per quanto mi riguarda, io invece ho sempre cercato di insegnare agli agenti a mantenere la calma e a distinguere tra manifestanti e provocatori.”.

Da quel momento – e siamo ancora prima dell’inizio della fase dibattimentale – si aprì una guerra aperta e senza confini tra Margherito e i suoi seguaci da un lato e l’intero Reparto Celere dall’altro.

Smilitarizzazione e sindacalizzazione del Corpo

Vista l’enormità del materiale testimoniale, estrapoliamo i passaggi più salienti.

Presidente: “E’ vero che lei ha offerto a un brigadiere di avvicinare i colleghi e che anzi gli ha proposto di diventare egli stesso il portavoce di una corrente di opinione di tipo moderato?”

Margherito: “Guardi, addirittura in questo periodo si è mosso di tutto, cose da fantascienza, cioè di creare un partito addirittura con correnti e correntucole. […] Io sono favorevole al sindacato, ammesso che lo si voglia, e mi auguro che sia qualcosa di compatto, senza correnti o altro. […] Poi con che autorità potrei io conferire una cosa del genere?”

Presidente: “Ma agli atti risulta che lei avrebbe insistito, avrebbe fatto anche dei nominativi, tra cui questo brigadiere M., non essendo lei riuscito a convincere…”

Margherito: “Mi si dica questi nominativi e si chieda loro se li ho mai avvicinati!”

Il 17 settembre fu la volta del brigadiere M., l’autentica “bestia nera” per il capitano Margherito, sedere nuovamente sul banco dei testimoni. Il sottufficiale, in servizio da 2 anni e 8 mesi al Celere di Padova, dipinto dai giornalisti come individuo stizzoso e polemico, raccontò ai giudici:

“Mi sentii offeso per le lettere di protesta apparse sui giornali i quali denunciavano all’interno del Raggruppamento uno stato di turbolenza peggio di un principio di ammutinamento. Prima [dell’arrivo di Margherito, n.d.a.], al Celere tutto filava liscio, tutti erano contenti. Poi, all’improvviso è calata la tristezza ed è aumentata la tensione. […] Il capitano avvicinava le giovani reclute, confabulava con loro, creava malcontento, criticava il servizio, faceva offerte per guadagnare adepti alla sua causa di sindacalista…. Anche io fui avvicinato dall’ufficiale ma da me ottenne sempre un secco no”.

Difesa: “Signor presidente, il teste dice nel verbale che Margherito lo aveva contattato cercando di convincerlo a unirsi alla sua parte. Il brigadiere M. da che parte sta?”

Teste: “Mi posso astenere?”

Presidente: “No, risponda”

Teste: “Non mi posso astenere?”

Presidente: “No!”

Teste: “So che lui partecipava a comizi della sinistra…”

Difesa: “Il teste in servizio è stato mai richiamato da Margherito?”

Teste: “Richiamato? No. Sono io che l’ho richiamato!” Quindi, volgendosi inviperito all’avvocato Malagugini, “Io non rispondo alle sue domande!”

La tensione palpabile in tutte le udienze trovò uno dei suoi sfoghi al termine di un passaggio in cui al brigadiere M. venne chiesto di ricostruire le premesse che portarono il sottufficiale a colpire con una manganellata un fotografo durante un comizio.

Difesa: “Vorrei sapere della vicende del fotografo pestato a Trieste durante una manifestazione”.

Teste: “Lui si è avvicinato e un giornalista poteva anche essere un estremista!”

In aula esplose il putiferio, tanto da costringere il presidente a ordinare la sospensione dell’udienza.

Nei giorni successivi toccò allo stesso capitano Margherito deporre.

“Per quanto concerne la diffamazione militare aggravata contestatami a causa della lettera pubblicata su Lotta Continua, nego decisamente l’addebito. Nego tutto. Non ho mai intrattenuto rapporti con inferiori che non fossero conformi al regolamento. Io facevo il mio servizio regolare. Non è nel mio stile brigare o seminar zizzania. C’era al 2° Celere del malcontento, quando sono arrivato io. Io l’ho trovato, questo malcontento, non l’ho né provocato né suscitato. Io il sindacato di Polizia lo voglio, ma per ben altri motivi. Nego insomma di avere provocato tensione”.

Presidente: “E’ vero che lei avrebbe brigato con un sottufficiale per procurare adepti al sindacato?”

Margherito: “E’ fantascienza! Notizie false! Considerata anche la personalità del brigadiere che afferma questo [il brigadiere M., uno dei militaristi più convinti, n.d.a.], non v’è da credere. A Trieste un giorno, ricordo questo episodio, durante il controllo di un corteo M. alla vista di un fotografo che scattava gli ha menato una randellata in testa. Io l’ho ripreso per questi metodi. A Ferrara, un altro caso: M. dopo un corteo, fischiettava con una guardia il motivetto di “Faccetta Nera” provocando la reazione di alcuni giovani democratici che avevano appena partecipato alla manifestazione. Erano venuti perciò alle mani. Circa invece le pubblicazioni sulle condizioni di vita nel reparto su giornali della sinistra, furono dovute a contatti che avevo con alcuni giornalisti, ma il mio pensiero fu ampiamente travisato”.

Presidente: “Il maggiore A.B. ha detto che lei avrebbe affermato che si assumeva la paternità di quanto era stato pubblicato su alcuni giornali…”

Margherito: “Ha detto un sacco di inesattezze e di falsità. Cosa potevo assumermi io?! Nei miei rapporti con la stampa non ho mai trattato di argomenti specifici della caserma. Quando venne chiesto il mio trasferimento, un mio subordinato – la guardia O.B. – scrisse una lettera al Ministero dell’Interno in mio favore”.

Presidente: “Lei conosceva il testo della lettera?”

Margherito: “Sapevo dell’intenzione del B.. E sin qui non c’era nulla di male. So anche che c’erano dissapori tra ufficiali. Un giorno vennero in caserma due alte personalità padovane, delle quali non voglio fare i nomi, e una di queste disse: “Qui ci vorrebbe un colpo di Stato!” Io intervenni decisamente. Fui chiamato poi dal maggiore A.B. che mi invitò a moderazione dei termini. In caserma venne ospitato anche tale signor Barbaro del MSI. Andai io stesso a prenderlo alla stazione. Quella lettera l’ha scritta dunque il B. a casa sua”.

Presidente: “Lei ha dato dei soldi al B.?”

Margherito: “Ma non per spedire la lettera”

Presidente: “E allora perché?”

Margherito: “Non ho nulla da aggiungere”.

Ma non furono soltanto semplici guardie o sottufficiali a esporsi personalmente sulla volontà di smilitarizzazione e sindacalizzazione della Polizia. Un parigrado di Margherito, il capitano Riccardo Ambrosini del Gruppo Guardie di Venezia, il 26 agosto 1976 rilasciò un’audace intervista al quotidiano Paese Sera che qui riportiamo integralmente.

Riccardo Ambrosini è un capitano della Celere di Venezia. Trent’anni, sposato e con un figlio in tenerissima età, l’ufficiale è stato recentemente eletto membro nazionale del comitato di coordinamento per il riordino e la democratizzazione delle guardie della P.S.. Durante la conferenza stampa tenuta mercoledì scorso nella sede della CGIL di Venezia non ha avuto tentennamenti nel denunciare l’arresto arbitrario del collega Salvatore Margherito del 2° Celere di Padova.

  • Capitano, visto come marcia la magistratura militare, con le sue dichiarazioni non rischia un po’ troppo?

    Non credo. Non siamo in Cile né in Spagna anche se la magistratura militare di Padova mette in galera un capitano per creare un momento di rottura e di frattura.

  • Comunque la galera potrebbe essere alle porte in base al reato di attività sediziosa.

    Beh, potrei essere arrestato. Ma sono sicuro che in Italia sta cambiando un sistema, stanno cambiando le leggi, gli uomini che dovranno cambiarle.

  • Il capitano Margherito risiede nel carcere di Peschiera in base al famoso art. 182 c.p.m.p., ossia per attività sediziosa.

    Le motivazioni del suo arresto quando verranno fuori faranno ridere ogni buon democratico perché l’attività sediziosa, invocando il rispetto della Costituzione, non si può fare. A parte il fatto che è un reato congegnato da una mentalità fascista.

  • Durante la conferenza stampa ha rintuzzato certe argomentazioni sul comportamento del capitano Margherito durante i tafferugli avvenuti prima delle elezioni a Treviso.

    Quell’episodio è stato gonfiato da certa stampa locale.

  • Ma il capitano di Padova ha ricevuto una comunicazione giudiziaria!

    D’accordo. Ciò non significa essere colpevoli. Posso anticipare che Salvatore si è comportato democraticamente anche in tale occasione. Scriva: ho incontrato Margherito giorni dopo i fatti di Treviso. Ebbene, aveva le braccia letteralmente nere per le manganellate”

  • Manganellate dei celerini?

    Esattamente. Aveva cercato di difendere un ragazzo che veniva brutalmente pestato dalle guardie. Alcuni hanno sentito Salvatore gridare: “Fermi, fermi!” Questo sta a dimostrare che la disciplina non è che esista tanto. Non è insubordinazione verso un superiore?

  • Il reparto era stato precedentemente assegnato al Margherito?

    Difficile spiegarlo. Salvatore è subentrato al comando di un contingente che già caricava un gruppetto di manifestanti intenzionati a impedire un comizio fascista. Insomma, di punto in bianco lo hanno messo al comando di una forza a cui era già stato ordinato di caricare.

  • Esisteva un pre-ordine?

    Sì, Margherito si è trovato suo malgrado in mezzo alla mischia. Del resto gli agenti erano già ben più che sovreccitati. Si sarebbe invece fatto bene ad arrestare quel poliziotto che pubblicamente in piazza faceva il saluto fascista…

  • All’interno del 2° Celere di Padova esistono due nette posizioni: quella rigidamente conservatrice se non reazionaria, e quella animata da uno spirito democratico innovatore. In questa lotta Margherito come ufficiale rappresentante della linea progressista è stato decapitato.

    Senz’altro. Non so a cosa tenda questa manovra repressiva intollerabile. Il fatto che abbia agito in un reparto militarmente organizzato, considerato la perla di un certo tipo di ordine che conosciamo, sta a dimostrare che dava estremamente fastidio soprattutto nel momento in cui aveva trasformato lo scomposto malcontento degli agenti in una presa di coscienza. La dura reazione della Procura di Padova appare lampante.

  • Il 2° Celere era da tempo sotto pressione con turni di servizio anche di 14 ore?

    Sicuramente. Per il suo prestigio alla Celere di Padova sono stati affidati compiti particolari: soprattutto seguire i comizi fascisti.

  • Ultime indiscrezioni parlano di uno sfruttamento della prostituzione e pure di traffico di armi verso l’estremismo di destra.

    In questi reparti avere un’automobile al di fuori delle proprie possibilità fa prevedere certi comportamenti esterni alla caserma. Un modus vivendi che lascia tranquilli i vecchi ufficiali abituati a una certa logica. Viceversa mette in allarme un capitano che parla di democratizzazione. Se ad esempio questi ragazzi praticano ambienti fascisti di Padova e via dicendo, la cosa è vista di buon occhio.

  • Circoli della questura di Padova ammettono che l’espulsione di due celerini per sfruttamento della prostituzione doveva annoverarsi a un incidente dovuto anche a diversi metodi nella selezione del reclutamento.

    La selezione non è più rigorosa proprio perché oggi entrano nella P.S. Anche forze democratiche. Cosa che prima non avveniva allorché si arruolava gente di chiara fede fascista.

  • La questura di Padova però lo definisce un increscioso incidente.

    Non è vero niente. E’ come dire che è falso che certa classe politica sia corrotta perché gli scandali sono stati e sono assai rari.

  • Sul comportamento del procuratore Rosini e dell’apparato militare di Padova assai noto per la sua severità?

    Non a caso a Padova si sono sviluppati i movimenti neofascisti. Non a caso a Padova risiede il 2° Celere famoso per le sue gesta nefande. Non a caso a Padova c’è una magistratura militare particolarmente ligia nel rispettare le norme fasciste. Gli episodi più colorati in nero avvengono in questa città. In generale la magistratura militare colpisce duramente e implacabilmente chi opera per la democrazia. Ma tace e non agisce se generali bestemmiano in pubblico: ed è reato; ignora il comportamento del vice capo della Polizia Li Donni che ha usato due brigadieri della scientifica, con trattamento di servizio e trasferta, per immortalare tramite fotografie le nozze di sua figlia.

Il processo si concluse il 28 settembre 1976: il Capitano Salvatore Margherito fu condannato a 1 anno, 2 mesi e 20 giorni di carcere militare, pena sospesa e non menzione sul casellario giudiziale. Restò tuttavia sospeso dal servizio e dal grado in attesa della definizione del relativo procedimento disciplinare. Nella stessa data, con dichiarazione orale, l’Ufficiale oppose ricorso per annullamento al Tribunale Supremo Militare. E in quella sede fu assolto.

Ma come si giunse all’assoluzione dell’Ufficiale? Per fare un esempio calzante, quando una diga subisce un danno, per quanto piccolo, essa stessa è spacciata. Ci potrà volere un mese, un anno, di più…..ma il crollo diventa inevitabile. Questo lo sanno tutti gli ingegneri idraulici. Per il rigido conservatorismo del 2° Celere fu proprio così. Pochi mesi dopo la condanna di primo grado, alla redazione di Ordine Pubblico fu recapitato l’ennesimo scritto firmato da 15 militari del reparto: solo che stavolta alla lettera fu fatto accompagnare un pacco che conteneva uno sfollagente modificato e il relativo tondino di ferro (55 cm di lunghezza per 10 mm di diametro) in esso contenuto, nonché due fionde denominate in gergo “frecce”. Il caso scoppia in tutta la sua veemenza sui principali quotidiani nazionali del 10 dicembre 1976. Questa nuova lettera – datata 27 ottobre 1976 al pari del pacco – conteneva inoltre precisissimi riferimenti sul dove, come e quando quel materiale era stato approntato, particolari questi che potevano essere conosciuti solo da chi materialmente ne era stato testimone. Da quel giorno molti militari, sottufficiali e anche più di qualche ufficiale cominciarono a non dormire più sonni tanto tranquilli.

I firmatari della lettera dissero di avere potuto inviare soltanto allora quel materiale per essere stati impegnati senza soluzione di continuità in servizi di ordine pubblico a Milano, Torino e Bologna e perché manganello e fionde erano stati tenuti nascosti e ripetutamente cambiati di nascondiglio per farli sfuggire alle continue perquisizioni e ispezioni ordinate dal Comando al fine di eliminare qualsiasi prova al riguardo.

Nella lettera si ribadiva:

“Il manganello è stato rinforzato con un tondino di ferro prelevato nel cortile interno della caserma del Reparto Mobile di Firenze, tranciato e introdotto nel manganello sotto gli occhi compiaciuti del maggiore A.B.. […] Siamo riusciti a conservarlo intatto nonostante le adunate e i controlli effettuati in continuazione appena dopo le prime dichiarazioni del capitano Margherito a Peschiera, ed esattamente domenica 29, lunedì 30 e martedì 31 agosto, e ha pure resistito alle varie perquisizioni effettuate negli stessi giorni per accertare la presenza di armi da fuoco fuori ordinanza. […] E’ stato tenuto nascosto nella cassetta che funge da sedile in una “campagnola”, precisamente q quella targata Polizia numero finale 13; le due fionde invece sono state prelevate da un armadietto metallico situato nel corpo di guardia del sottufficiale d’ispezione, dove erano contenuti i moschetti automatici a disposizione dello stesso corpo di guardia in caso di necessità”.

Ecco il materiale spedito alla rivista Ordine Pubblico che confermò quanto ribadito più volte dal capitano Margherito (archivio Unifoto Padova)

Il primo risultato clamoroso fu la nomina di una commissione d’inchiesta sul 2° Celere voluta dal ministro dell’interno Cossiga, composta da un magistrato (il dr. Marcello Scardia), da un prefetto (il dr. Lattanzi), un ispettore generale di P.S. (il generale Romanelli) e dal comandante dell’accademia ufficiali di P.S., generale Enzo Felzani.

Un’indagine collaterale compiuta da un team di esperti permise di accertare che quel manganello non era nemmeno l’unico:

“Varie decine di tali attrezzi – scrisse Franco Fedeli – sono stati rinvenuti in un magazzino seppure dopo un’affrettata manomissione che li aveva privati del “rinforzo”. Tale operazione troppo frettolosa ha fatto sì che alcuni manganelli perdessero il tappo posteriore che è stato maldestramente sostituito con turaccioli in plastica usati per le bottiglie di spumante”.

La commissione poté così accertare anche che il personale del 2° Celere veniva sottoposto a turni massacranti di lavoro nel più ampio spregio delle circolari ministeriali che disciplinavano i riposi settimanali e l’orario di servizio.

Vennero parimenti dimostrate aperte simpatie – se non addirittura connivenze – con gli ambienti dell’estrema destra: in particolare si rilevò che nel 1975 un candidato del MSI (ed ex ufficiale del Corpo di Polizia) venne accompagnato con una vettura di servizio e fatto alloggiare direttamente in caserma in violazione del regolamento.

Tutto questo evidenziò una sola cosa: il capitano Margherito aveva ragione. Era verosimile che l’acquisto delle fionde fatto a Milano nel dicembre 1975 fosse stato più l’adempimento di un ordine arrivato dall’alto che non un’iniziativa personale dell’ufficiale; quando scoppiò il caso, quest’ultimo venne frettolosamente “scaricato” dai superiori convinti di riuscire ad addossargli l’intera responsabilità di questo, come di altri fatti.

Esemplare fu la risposta del ministro Cossiga alla domanda se vi fossero gravi carenze nella Polizia, pubblicata su Il Resto del Carlino del 10 dicembre 1976, pag. 11:

“Se vogliamo parlare di gravi carenze nel senso di colpevole negligenza da parte di coloro che operano nella Polizia, credo che questo giudizio non lo si possa condividere. Se invece per carenze si intende la non rispondenza delle attuali strutture alle esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica – oltre che ovviamente della tutela delle istituzioni democratiche dello Stato – ebbene, in questo senso io sono d’accordo. Credo che lo sviluppo della società moderna comporti necessariamente anche un salto qualitativo e culturale nella concezione della funzione di Polizia”.

La strada per la smilitarizzazione, aperta a proprie spese da questo giovane Ufficiale, fu percorsa a partire da quel momento da tantissimi sostenitori, militari, privati cittadini, politici. Dopo mille polemiche verso una sentenza definita da molti “lunare” e dopo ricorsi in sede giudiziaria, il Capitano verrà reintegrato nel ruolo ricoperto con relativa ricostruzione della carriera, potendo così proseguire la propria carriera nella Polizia.

CONCLUSIONI

Siamo giunti al termine di questa lunga storia. Abbiamo cercato di ordinare il vastissimo materiale di stampa e giudiziario per offrire uno spaccato cronologico degli avvenimenti trattati cercando di consultare tutte le fonti disponibili con pari obiettività. Non siamo qui per dare giudizi, né per schierarci dall’una piuttosto che dall’altra parte: siamo amanti della storia, non giudici. Ciascun lettore potrà farsi la propria idea personale di questi fatti; il nostro unico intento è stato quello di narrare uno dei più famosi casi politico-giudiziari che ha riguardato la Polizia italiana, un caso che qui a Padova è ancora “sentito” con particolare forza non solo all’interno del 2° Celere.

La Redazione è come sempre a completa disposizione di chiunque voglia integrare o semplicemente discutere su quanto sopra riportato.

Per la redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

FONTI CONSULTATE:

  • Archivio storico audio di Radio Radicale

  • La Repubblica del 12 agosto 1976 e seguenti (presso emeroteca)

  • Il Resto del Carlino, numeri di agosto, settembre, ottobre, novembre 1976 (presso emeroteca)

  • Il Resto del Carlino, numeri di 1977 (presso emeroteca)

  • Il Quotidiano dei Lavoratori, numeri del settembre 1976 e successivi (presso emeroteca)

  • Avanguardia Operaia, numeri di settembre, ottobre, novembre 1976 (presso emeroteca)

  • Il Manifesto, edizioni dal luglio al dicembre 1976 (presso emeroteca)

  • Paese Sera del 28 agosto 1976 (presso emeroteca)

  • Archivio storico de L’Unità;

  • Archivio storico de L’Avanti!

  • Archivio storico de Il Gazzettino

  • Ordine Pubblico, mese di luglio – agosto 1976 e successivi (presso emeroteca)

  • Lotta Continua, materiale d’archivio anni 1976 e 1977

  • Marco Pannella, Scritti e discorsi 1959 – 1980, ed. Gammalibri, gennaio 1982

  • Testimonianze dirette di colleghi in quiescenza

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