Il commissario Mario Nardone e il caso Fort

IL COMMISSARIO NARDONE E IL CASO DI RINA FORT

di Gianmarco Calore

 

Fu uno dei fatti di cronaca più orripilanti dell’immediato dopoguerra. Un caso che fece discutere per decenni e che scatenò l’opinione pubblica a causa dell’efferatezza con cui venne compiuto, facendo passare alla storia la sua autrice come “la belva di via San Gregorio”.

Il contesto storico e sociale in cui maturarono gli eventi ci vede calati nella Milano del secondo dopoguerra, ancora lacerata dalle ferite del conflitto da poco concluso. Una città che stava risollevandosi, cercando di guardare al futuro, tra mille difficoltà. Erano anni in cui la gente si dibatteva in un mix di disperazione e speranza, di quotidiana sopravvivenza e desiderio di rinascita, con tanta voglia di gettarsi il passato alle spalle ma anche con tanta paura per le incognite del futuro. Anni duri, difficili, dove la gente non guardava in faccia a nessuno anche nelle piccole faccende quotidiane. Ai pochi fortunati benestanti, caduti più o meno in piedi, facevano da contraltare tantissime persone che vivevano ancora ammassate negli androni dei palazzi dove si dormiva sulle scale dandosi il cambio ogni tre ore, oppure nei vagoni ferroviari, a malapena tollerati dal personale di servizio che spesso chiudeva un occhio. Cibo, poco; lavoro, ancora meno. Ognuno si arrangiava come poteva, contando sulla solidarietà di altri sfortunati che mettevano insieme quel poco che avevano da mangiare, dividendo lo stesso tugurio. La mortalità infantile era alle stelle, le strutture sanitarie molto scarse e ancora male in arnese: per un raffreddore correvi il rischio di lasciarci la pelle. I più fortunati erano riusciti a trovare un lavoro, magari saltuario, e un appartamento, spesso costituito da due stanze senza acqua corrente e con il cesso all’aperto, giù in cortile, da dividere con tutti.

E’ la Milano del 1946.

I comprimari di questa vicenda sono Caterina Fort, di 31 anni, Giuseppe Ricciardi, sua moglie Franca Pappalardo, di 40 anni, e i tre figli della coppia, Giovanni di 7 anni, Giuseppina di 5 anni, Antonio di 10 mesi. I loro destini si intersecano quando la Fort, donna friulana dai tratti marcati al pari del carattere, conosce Giuseppe, titolare di un negozio di stoffe ubicato in via Tenca, uomo segaligno con l’attitudine a fare il dongiovanni con donne bellocce, avendo buon gioco su di loro grazie al suo fascino da avanspettacolo e alla lontananza della famiglia ufficiale, con la moglie e i figli rimasti nella natìa Sicilia.

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L’insegna del negozio di stoffe di Giuseppe Ricciardi (frame documentario istituto Luce)

Ma prima di andare avanti, bisogna inquadrare alcuni degli attori di questa tragedia.

Caterina Fort aveva alle spalle un background di traumi personali da fare impallidire chiunque. Da piccola aveva visto morire il padre in un incidente in montagna, precipitato sotto i suoi occhi in un orrido mentre cercava di aiutarla a superare un passaggio esposto; cresciuta e fidanzata con un giovane, vide morire anch’egli di TBC; il suo fisico inoltre le negò ben presto la gioia di future maternità, lasciandola sterile; sposatasi malamente con un paesano più vecchio di lei, egli si rivelò un pazzo ubriacone e violento che venne ben presto rinchiuso in manicomio, agevolando così la separazione legale. Decisa a dare un taglio col passato, si trasferì a Milano dove viveva la sorella, col desiderio di rifarsi una vita e trovando lavoro proprio nel negozio di stoffe del Ricciardi.

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Rina Fort durante un interrogatorio in questura a poche ore dalla strage (frame documentario Istituto Luce)

Costui, dal canto suo, era uomo dal sangue caldo. Con la moglie lontana e la carne che chiamava a gran voce, non ci pensò due volte a sedurre la giovane facendola diventare la sua amante, nonostante la donna abbia poi negato di averne conosciuto il reale stato civile.

Il “giochino” sembrava funzionare a meraviglia, con la moglie lontana anni-luce da quella realtà. Tuttavia l’ingordigia umana fece ben presto perdere il senso del limite, trasformando quella storia clandestina in un qualcosa di più. Il Ricciardi si faceva vedere spesso in giro assieme alla Fort, che addirittura veniva presentata come sua consorte agli ignari spettatori. In bottega, poi, gli affari andavano bene: ogni mese l’uomo inviava alla consorte – quella vera – tutto il necessario per il mantenimento suo e dei piccoli e nel contempo faceva fare alla consorte – quella falsa – la bella vita, tra ristoranti, vestiti nuovi e – chissà – forse promesse di una vita insieme.

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Giuseppe Ricciardi in una foto scattata pochi giorni dopo il massacro della sua famiglia

Dal canto suo Rina Fort probabilmente ci crede anche. Le lusinghe e le attenzioni dell’uomo sono il migliore unguento per le sue ferite passate: “forse stavolta ci siamo, forse stavolta la vita ha in serbo qualcosa di bello anche per me”, pensa la donna. Parte l’inevitabile “film” mentale, dove forse la donna si immagina sposa invogliata in una casettina di periferia, tutta addobbata, con il perenne vaso di fiori sul tavolo della cucina e l’attesa trepidante del marito che ritorna dal lavoro con in tasca le famose mille lire al mese….. Per i figli, pazienza: a fronte di quello che ha passato, va bene anche così.

Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi. Chissà, forse la coppia ha fatto i passi più lunghi delle proprie gambe, forse qualcuno sa la verità, forse l’invidia di qualche altro aspirante che aveva messo gli occhi su questa donna procace un bel giorno annullano la distanza tra Milano e Catania. Non ci vuole tanto, bastano qualche lettera anonima indirizzata alla signora Franca, qualche francobollo e magari qualche fotografia scattata di nascosto ai due colombini…. Fatto sta che nell’ottobre del 1946 la Franca prende figli, armi e bagagli, sale sul treno e arriva a Milano per chiedere contezza al marito dei suoi sconci comportamenti. Chiariamoci, erano anni in cui l’adulterio era punito solo se compiuto dalla moglie: l’uguaglianza morale e giuridica tra coniugi era ancora di là da venire, la carta costituzionale era appena nelle sue fasi di discussione. Altri tempi, altra storia. Le mogli erano consapevoli che il loro uomo poteva essere un “farfallone amoroso” che poteva anche campare “delle belle turbando il riposo”: spesso tacevano rassegnate, per il quieto vivere, per la paura dello scandalo, per mero spirito di soggezione. Erano i periodi dei “casini”, dove uomini in fregola andavano a sfogare quelle pulsioni cui le loro signore non potevano o non volevano soggiacere. Vita vissuta, accettata facendo buon viso a cattivo gioco, magari affondando quel buon viso lacrimoso nel cuscino della solitaria camera da letto, il cui talamo troppo spesso risultava vuoto. Molte dicevano: “Meglio con una puttana che con un’amante…”, perchè la puttana, una volta pagata, usciva di scena e il marito tornava comunque a casa….

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Franca Pappalardo e i suoi tre figli in una tenera foto di famiglia

Ma a tutto c’è un limite!” si deve essere detta la Franca, probabilmente di fronte all’ennesima circostanziata lettera anonima…

Ed ecco che quel “giochino” perfettamente congegnato va improvvisamente in frantumi. Con la moglie e i figli tra i piedi, il Giovannone sciupafemmine deve rimettere il cavallo in stalla: basta galoppate selvagge e spensierate, gli deve avere detto la consorte in un empito di rabbia. Rabbia che le fa affrontare anche la di lui amante – questo è agli atti del processo – intimandole di sparire dalla vita della coppia. I termini di questo discorso non sono noti, certo non devono essere stati accompagnati da parole dolci e fiori….

Fatto sta che dal lusco al brusco la Rina si trova senza amante, senza lavoro, senza futuro. Licenziata frettolosamente dal titolare, trasformato improvvisamente da ruggente leone a timido agnellino latitante, si trova ancora una volta in mezzo a una strada: il passato che credeva di avere sepolto torna invece a farsi vivo più che mai, presentandosi alla sua porta con gli interessi, come una nemesi. Sì, perchè la Franca le aveva anche detto di essere in attesa del quarto figlio: uno schiaffo intollerabile a lei che di figli non ne poteva avere.

Tra quell’inizio di ottobre e il 29 novembre, giorno della tragedia, devono essere passati due mesi terribili per tutti. Di sicuro nella mente di Caterina Fort qualcosa si rompe in modo definitivo: ne aveva passate troppe, troppo brutte, per rinunciare così e farsi da parte come le aveva intimato questa piccola siciliana intrigante! E poi, a lei tutto e a me niente??? A lei una famiglia, una casa, tre figli e un quarto in arrivo, e a me solo calci nel culo?? Ora basta!!

L’amante defraudata cerca di farsi viva ancora una volta, prima con il “suo” Giovanni e poi con la piccola siciliana intrigante. Ne riceve neanche tanto garbate porte sbattute in faccia: lui si rende irreperibile, spesso in viaggio di affari fuori città; lei arriva addirittura a minacciarla fisicamente se avesse continuato a tormentare la coppia. Uno stalking prima maniera, insomma: non c’era whatsapp, ma c’erano continui appostamenti e pedinamenti che la Fort orchestrava per cercare il suo Giovanni, per riprendere quel treno della vita dal quale era stata nuovamente gettata giù da un severo controllore in gonnella.

La deriva psichica della Fort diventa sempre più inarrestabile, ma in apparenza sembra che le cose si siano sistemate. Basta pedinamenti, basta imboscate per strada, basta richieste di incontri: sembra che la Rina sia sparita dalla vita familiare dei coniugi Ricciardi. Non è così. Nell’ombra la donna sta tramando un epilogo che la liberi da tutti questi “terzi incomodi” che le stanno portando via il suo Pippo.

E quell’epilogo arriva la piovosa sera del 29 novembre 1946.

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Milano, via San Gregorio 40, mattina del 30 novembre 1946: la strage è stata appena scoperta (frame da documentario Istituto Luce)

La Fort si presenta nuovamente a casa Ricciardi. Sa che Giuseppe è fuori città per lavoro, questa è l’unica certezza. Con che intenzioni vada a casa sua non lo sapremo mai: c’è chi dice che aveva già premeditato tutto, c’è chi parla di delitto d’impeto. Questo aspetto non verrà mai chiarito. Sta di fatto che verso le otto la Franca sente bussare alla porta. Va ad aprire e si trova di fronte la sua antagonista amorosa. Da questo momento non sapremo mai cosa davvero accadde poiché l’unica testimonianza agli atti è quella dell’assassina. Dichiarò che la Franca le aveva aperto tenendo in braccio il piccolo Antonio, che si erano date la mano e che la padrona di casa l’aveva fatta entrare in assoluta cordialità, facendola accomodare in cucina mentre lei aveva poi sistemato il piccolino sul seggiolone; gli altri due figli stavano giocando nel tinello. La Franca aveva poi ribadito che lei sarebbe dovuta sparire dalla loro vita, che Giuseppe era sposato e aveva famiglia, famiglia che tra breve si sarebbe ulteriormente ingrandita. La Fort disse di avere accusato un capogiro e che la donna le aveva preparato un’acqua e limone. Poi il buio. In cucina c’è una spranga di ferro: è l’ultimo ricordo lucido di Rina.

Il massacro si compie in poco tempo. Non staremo a indugiare sui macabri particolari, diciamo solo che si trattò di una carneficina e che la morte di quelle povere vittime non fu immediata. Rina simula un furto finito male, mettendo a soqquadro il misero appartamento, infierendo ancora una volta sui corpi agonizzanti. Asporta quel poco denaro che trova e lascia tracce che riconducono a un terzo comprimario, Carmelo Zappulla, che da innocente si farà due anni di carcere solo per questa messinscena. Terminata la strage, la donna se ne va lasciando la porta dell’appartamento accostata e le luci accese.

La mattina dopo Pina Somaschini, una commessa del negozio di stoffe del Ricciardi, si reca a casa sua per farsi consegnare le chiavi della bottega, visto che il padrone era via. E così il massacro viene scoperto. L’appartamento si trasforma rapidamente in uno scenario militare, con poliziotti dappertutto. La scena all’interno fa sobbalzare molti di loro, uomini che in guerra ne avevano viste di tutti i colori. Il questore vuole risposte rapide, perciò le indagini vengono affidate a uno dei più validi funzionari della Questura meneghina, il commissario Mario Nardone.

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Il commissario Mario Nardone

Figlio d’arte”, di babbo poliziotto, dopo la laurea in giurisprudenza negli anni Trenta diventa funzionario e viene destinato a Milano dove si mette in luce rifondando dal nulla la Squadra Mobile e creando il primo embrione della centrale operativa per le chiamate di emergenza. Quel massacro è il primo caso veramente importante che gli viene affidato, egli ne sente tutto il peso. Ordina ai suoi uomini di battere a tappeto tutte le conoscenze della defunta, i vicini di casa, impone la ricerca del marito che viene rapidamente rintracciato a Prato. Ben presto emerge la tresca con la Fort e tutti i sospetti si concentrano su di lei. Viene catturata il giorno stesso.

fort1Una foto passata alla storia: Rina Fort interrogata dai funzionari della Mobile (Mario Nardone è sulla destra)

Ne seguono infiniti interrogatori, condotti dal commissario Nardone con estrema sensibilità. Egli comprende che la donna sta attraversando un dramma interiore immenso e deve trovare la chiave per aprirne lo scrigno. Dal canto suo la donna tratta e ritratta infinite volte i fatti, tirando in ballo i suoi fantasmi e cercando malamente di attribuire alla moglie del Ricciardi la prima aggressione, dicendo che lei si era solo difesa.

Ma i bambini? Cosa c’entravano i bambini?

Silenzio.

Allora, una nuova versione, quella della rapina. Pensava di rubare del denaro per aiutare il suo Pippo a risollevare le sorti del suo negozio dopo un paio di affari andati male. Si era introdotta in casa, ma era stata scoperta dalla padrona.

Allora perchè non fuggire? Perchè uccidere?

Silenzio.

Ma lei voleva solo rubare! A uccidere ci aveva pensato il suo complice, questo Carmelo Zappulla compaesano del suo amante, che l’aveva accompagnata in quella turpe spedizione. Guardate, ci sono perfino le orme delle sue scarpe sul sangue delle vittime!

Si ricerchi questo Zappulla!

Rintracciato, l’uomo non ha un alibi e nemmeno riesce a sgravare la sua posizione. E come potrebbe, estraneo com’è alla vicenda? Si farà comunque due anni al gabbio prima che ne venga riconosciuta l’estraneità.

Nel frattempo Nardone non molla. Ci sono troppe incongruenze, ma soprattutto le testimonianze sulla tresca della Fort sono tutte concordi nel descrivere le continue liti tra la Franca e il marito, tra la Franca e la stessa Rina che ormai si presentava a casa loro un giorno sì e uno anche, vista e rivista da tutti, in primis dalla portinaia. Liti, insulti, minacce. Anche di morte.

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Una foto di Giuseppe Ricciardi, appena rintracciato a Prato

Il funzionario decide di far portare la Fort sul luogo del delitto, ove le tracce della mattanza sono ancora evidenti, confidando in un suo crollo emotivo. La donna rivela invece la più assoluta indifferenza. Nardone sa di essere sulla pista giusta. Intensifica gli interrogatori, fatti a qualsiasi ora del giorno e della notte. La Fort tenta di battere un’altra pista, tirando in ballo anche il suo amante indicato come il mandante della strage. Contemporaneamente denuncia al suo legale di essere stata maltrattata e picchiata dai poliziotti durante gli interrogatori. Nulla di vero, solo fumo negli occhi.

L’abilità dell’investigatore scardina il muro di menzogne. Rina Fort crolla e ammette tutte le sue responsabilità. Ma su un punto è irremovibile: a partecipare alla strage fu anche Zappulla. La donna però si contraddice ancora, fino alla confessione finale, ricca di raccapriccianti particolari. Aveva fatto tutto lei, accecata dalla gelosia. Aveva preso a sprangate la donna, mentre lei le dava le spalle; il piccolo Giovannino era intervenuto in una vana difesa della madre, venendo abbattuto anche lui. Poi era toccato alla ragazzina e infine al neonato, tutti massacrati a colpi di spranga. La Fort dichiara di essere poi uscita, ma di essere ritornata per mettere in atto la messinscena della rapina. Era stato in quel momento che si era accorta che nessuna delle quattro vittime era ancora morta: rantoli, lamenti, agonia…. Non aveva retto: aveva preso degli stracci, li aveva imbevuti con qualcosa e li aveva ficcati in gola a ciascuna di esse, calpestandone i corpi. Alla fine, aveva abbandonato l’appartamento girovagando per una Milano piovosa, tetra e deserta. Il giorno dopo si era regolarmente presentata al nuovo lavoro, una pasticceria di via Settala dove era stata assunta da pochi giorni: qui viene rintracciata dagli agenti della Mobile e arrestata mentre sta servendo ai tavoli.

Il 2 dicembre 1946, dopo 48 ore di interrogatori, l’indagine è chiusa. La donna viene rinchiusa in carcere, ma l’istruttoria non è davvero finita. Ci sono ancora molti aspetti da chiarire poiché in casi come questi nessuna strada deve essere trascurata, a partire dal ruolo dello Zappulla e da eventuali complicità del Ricciardi, il cui atteggiamento tutto sommato passivo aveva raggelato gli stessi investigatori. Nemmeno al momento del riconoscimento dei cadaveri deturpati dei suoi figli aveva dimostrato alcuna forma di cedimento; cedimento che invece aveva evidenziato quando, poco dopo, in questura aveva incontrato la sua amante che aveva abbracciato e carezzato.

fort4Un’immagine dei solenni funerali tributati a Franca Pappalardo e ai suoi tre figli

Il processo si apre il 10 gennaio 1950. Fu un processo senza esclusione di colpi tra accusa e difesa, ma soprattutto fu una passerella mediatica che la Fort utilizzo freddamente a proprio uso e consumo. Sempre elegantissima, non si negò mai ai cronisti catalizzandone l’attenzione: anche in simili frangenti non perse mai la calma e cercò di alleggerire la sua posizione. “Come avrei potuto fare tutto da sola?”

Già. Come avrebbe potuto?

Questo angoscioso interrogativo era stato sollevato anche dai medici legali che avevano effettuato le autopsie. Troppo forti, troppo devastanti i colpi inferti sulle vittime con una spranga di ferro molto pesante, difficilmente manovrabile con tanta perizia da una donna….

I giudici cercano di mettere in croce Zappulla e Ricciardi, ma non approdano a nulla: i due escono dal processo definitivamente prosciolti da ogni addebito. La colpevole, per la giustizia italiana, resta Caterina Fort. Che si becca l’ergastolo, tra mille dubbi anche tra l’opinione pubblica.

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Una delle immagini di Rita Fort durante il processo

I riflettori iniziarono a spegnersi su quella vicenda. Dopo tanti anni di carcere la Fort chiede e ottiene il perdono dalla famiglia Pappalardo e, nel 1975, viene graziata dal presidente della Repubblica. Si ritira a vita privata, cambiando addirittura il cognome, accolta da una famiglia di Firenze. Muore in solitudine il 2 marzo 1988.

Giuseppe Ricciardi, tornato a vivere in Sicilia, si risposò nel marzo del 1953 con una turista tedesca conosciuta per caso lungo le vie di Catania. Morirà nel 1974.

A distanza di tanti anni il commissario Mario Nardone, in un’intervista condotta da Enzo Biagi, ricordava ancora con estrema precisione i frenetici momenti di quelle indagini, l’angoscia e l’orrore soprattutto di fronte a quel cadaverino a penzoloni dal seggiolone, l’impotenza di non essere andati oltre, di non avere dimostrato l’eventuale coinvolgimento dei due uomini. La barbarie umana – disse – è l’unico insuperabile ostacolo per ogni investigatore.

Questa storia si conclude con l’amaro in bocca. Non può che essere così poiché, nonostante la celerità delle indagini e la loro conduzione magistrale, siamo sicuri che non tutto è venuto a galla. Milano – così come altre città d’Italia – sarà protagonista di altri efferati fatti di cronaca. Ma la strage di via San Gregorio è ancora un episodio ricordato come tra i peggiori.

Il commissario Nardone proseguì la sua brillante carriera che venne coronata con la sua nomina a questore di Como. Fu il protagonista di un altro famoso episodio di cronaca nera, la rapina di via Osoppo del 1958. Raggiunta la meritata pensione, morirà nella sua Milano il 1° luglio 1986.

Per la redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

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