Polizia e giustizia: la drammatica situazione del dopoguerra

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(09.12.1945) LaStampa – numero 121

Polizia e giustizia 

Manchevole la prevenzione, nulla la repressione; e intanto nel bieco solco nazista, la criminalità dilaga e trionfa: il 90 % di “ignoti,, fra gli autori dei reati.

La strage di Villarbasse ripropone in termini perentori i problemi della sicurezza pubblica, della difesa sociale, delle misure atte ad impedire che perpetuarsi della fitta rabbrividente catena di crimini da cui il paese intiero è sconvolto piagato, abbia a disgregare basi stesse del vivere civile e abbia a farci precipitare nel caos.

In passato, questi problemi che involgono la funzionalità degli organi di politici, che chiamano in causa la giustizia a tratti, per l’apporto che ne può venire all’efficacia della lotta contro il delitto, andavano genericamente compendiati in una formula che li prospettava senza toni d’allarme ed echi angosciosi. Ma oggi i vecchi schemi non soccorrono più e la validità della formula indicante i tempi ed i modi della lotta contro il delitto — prevenzione e repressione — è strettamente condizionata all’ipotesi che l’applicazione che ci proponiamo di farne sia sorretta accompagnata da norme nuovissime, d’eccezione.

Nell’immediato dopoguerra la pubblica sicurezza fu affidata in gran parte alla “Polizia Ausiliaria” di diretta provenienza dalle formazioni partigiane

Il virus della violenza, il dilagare detta criminalità cui si assiste oggi in Italia e, più ancora, il rapido propagarsi una dinamica criminosa che non ha precedenti fra noi, ma si modella manifestamente su schemi e paradigmi di importazione, sono, senza dubbio, una conseguenza detta guerra, ma sono, con ben più fondamento, una specifica conseguenza della occupazione tedesca. La calata del nazisti e le scellerataggini degli uomini manovrati, nella scia nazista, dalla buffonesca repubblica mussoliniana, han costituito per noi una drammatica svolta, una funestissima svolta morale. E ad essa si rannodano, con un rapporto che è di stretta immediata causalità, le tragiche variazioni intervenute nell’intensità e nell’estensione del fenomeno criminoso; da essa derivano il loro processo genetico o formativo gli alti indici della criminalità ohe oggi consideriamo con tanta angoscia e terrore. Fra le tante sciagure recateci dall’occupazione tedesca bisognerà contabilizzare. anche questa. E non si può dire, davvero, che si tratti della minore. I nazisti calanti in orde rabbiose d’oltralpe si dicevano paladini dell’onore dell’ordine della legalità e non erano che forsennati eversori e portatori di violenza. Ora, da noi non esisteva l’abito alla violenza. E lo si era constatato il 25 luglio, quando il crollo della goffa ed odiata tirannide avrebbe potuto dar luogo ad una notte di San Bartolomeo e diede luogo, invece, soltanto, ad una esplosione di lazzi festosi e giocondi. I nove decimi degli italiani sconoscevano l’uso delle armi; avevano il terrore delle armi; aborrivano dalla violenza, per confidare solo nella giustizia.

Terminata l’esperienza delle Polizie Ausiliarie, si cercò una riorganizzazione di uomini e mezzi ripartendo praticamente da zero.

La calata del nazisti ha cagionato una frattura o un franamento in questo nostro tradizionale equilibrio. Le rapine, i saccheggi, gli incendi, » sequestri di persona, le esecuzioni brutali e sommarie, i morti insepolti e dissepolti, le nefandezze tutte di cui andò colma l’occupazione nazista, han costituito degli orribili pericolosissimi schemi. E ne son derivate deviazioni e traviamenti, sviamenti e scompigli. Non solo sono andati travolti certi fondamentali valori morali, ma è penetrato in circolo il « virus » della violenza, è lievitata la brutalità e il nostro stesso tessuto connettivo ne è risultato inquinato ed alterato, sia là dove la violenza insorgeva come legittima sacrosanta reazione alla barbarie dell’invasore, sia dove scaturiva per un inconscio processo di mimetismo balenava ed erompeva, infine, come lo scatenamento degli istinti peggiori, in virtù del facile passaporto che il generale disordine e la diffusa violenza sono capaci di offrire alle isolate ed individuali violenze. Paurosi raffronti Ma non occorre di più del disordine e dell’esempio per incoraggiare al malaffare. Ed il balzo verso la fatalissima china stato subitaneo e violento. Nello scorcio del ’43, cento rapine in più che nel primo semestre dell’anno; gli omicidi saliti da 4 a 18 consumati e 6 tentati i furti da 7253 a 9132. La marcia si e accentuata nell’anno seguente (63 omicidi consumati e 14 tentati; 376 rapine 16.496 furti) per riprendere furiosamente col cessar del conflitto. Ora, intorno a queste cifre che trascendono di gran lunga i valore prebellici, ma anche valori che delineavano la curva della criminalità nel dopoguerra passato, ci sono molte cose da dire. Se è fuor di dubbio che i dati del ’45 prospettano la realtà, quelli relativi al ’43 ’44 devono considerarsi largamente approssimati in difetto Sotto il dominio nazifascista denunciare un danno o un torto subito equivaleva, ben spesso, a volersene procurare degli altri. La denuncia era un’incognita, importava un’alea paurosa. E ben poche, fra le vittime, avevano animo e tempra per affrontare quest’alea.

Si noti l’eterogeneità di mezzi, armi e capi di vestiario

Ma tanto gli uni che gli altri, vale a dire i dati del ’43-44 e quelli del ’45, riflettono soltanto il numero dei reati denunciati nell’ambito detta giurisdizione del tribunale di Torino, la quale, territorialmente, corrisponde all’incirca a quella della Provincia, ma comprende un terzo, appena, della popolazione dell’intera regione. Ora se si considera che nel 1925, anno tipico di transizione fra le degradanti quote della criminalità postbellica e quelle della normalità, si erano avuti in Piemonte 142 omicidi, 374 rapine e 12.020 furti, il che equivaleva, in percentuali, a 4,1 omicidi, 10,8 rapine e 347 furti per centomila abitanti, i quozienti che si ottengono oggi dai dati che si conoscono, applicati ad una popolazione di 500mila abitanti, risultano impressionanti: 21,6 omicidi e 24,4 rapine. Ma vi hanno altre cifre relative che suscitano sgomentò e per questo converrà accennare anche alla situazione delle altre provincie piemontesi, dove il crescendo quantitativo e qualitativo nelle gesta dei criminali è attestato dal numero dei reati segnalati dalle singole Procure alla Procura generale del re: in un semestre (maggio-ottobre), 273 omicidi e 252 rapine; in una settimana (la prima dello scorso novembre) 9 omicidi e 14 rapine. Ed ecco, nelle pieghe della, situazione adombrata da queste cifre, due fenomeni egualmente allarmanti: un aumento spaventoso della criminalità minorile ed un incremento senza confronti nel numero dei reati impuniti. I due fenomeni non si erano verificati nell’altro dopoguerra. Allora la criminalità minorile, dopo la intensa contrazione subita nel periodo bellico, aveva manifestato la tendenza a risollevarsi lentamente verso la quota prebellica, ma quanto ai reati impuniti, il rapporto era rimasto invariato: il 25 per cento. Oggi, il numero dei reati che devono essere rubricati contro ignoti , perchè non se ne è scoperto l’autore, si eleva intorno al 90 per cento, un vertice che è stato raggiunto, sinora, solo nei paesi che non han saputo darsi un’organizzazione civile. Tutto queste chiama in causa la polizia e la giustizia, per quel parallelismo che ne deve governare l’azione, ma chiama in causa anche la società, perché la lotta contro la delinquenza non spetta solo agli organi dello Stato, ma anche alla generalità dei cittadini. E, del resto, qui non si tratta di arginare con un insieme di misure amministrative o con un sistema di provvidenze economico sociali un fenomeno occasionale e transeunte, quale è la criminalità postbellica, come si è presentata da noi dopo l’altra guerra e come si presenta oggi in altri paesi, (un fenomeno sollecitato soprattutto dalle difficoltà economiche) ma si tratta di agire in mille guise ed in profondità, disintossicando gli animi, debellando la violenza, facendo barriera atta brutalità. 

FC 1947 4 marzo ultima esecuzione capitale di rapinatori omicidi
4 marzo 1947: un plotone di polizia passa per le armi gli autori della strage di Villarbasse. Fu l’ultima esecuzione capitale eseguita in Italia.

La sorte delle dieci vittime di Villarbasse è la stessa che toccò, per parte dei nazisti, alle vittime i cui corpi sono stati ritrovati nelle acque della Dora e della Stura, a Torino, e la cui fine è ancora avvolta nel mistero: eguali le modalità, eguale il meccanismo di morte: le mani legate col fil di ferro dietro la schiena, un peso ai piedi, il cranio fratturato da colpi vibrati con parossistica violenza perforato, alla nuca, da proiettili di un medesimo calibro… Ora è contro l’affermarsi ed il radicarsi di tanta bestialità che è necessario, per parte di tutti, di insorgere. Che l’opera della polizia, in questo drammatico momento, sia inefficiente o insufficiente, è pacifico. Ma la colpa di questa inefficienza non è tutta nostra. A Torino, ad esempio, gli Alleati hanno fissato in 1200 uomini il limite dei contingenti delle forze di polizia ed è, evidentemente, un limite che non tiene conto detta situazione in atto e delle necessità conseguenti. Risultati confortanti si attendevano dai servizi di pattugliamento notturno, ma quanto più efficace potrebbe dimostrarsi l’iniziativa e quale minore impiego di uomini essa comporterebbe, se gli organi che sarebbero agevolmente nella possibilità di farlo concedessero i pochi automezzi necessari per razionalizzare il servizio! Nostra, tutta nostra, invece, è la responsabilità o la colpa per l’inazione della giustizia. Ci si lamenta, quasi dappertutto, che essa funzioni a rilento in sede di reati politici: ma è pressoché inattiva in sede di reati comuni. La necessità di ricostituire le liste dei giurati induce a tener sprangate le corti d’assise. In loro vece, per giudicare i rapinatori colti in flagrante, dovrebbero funzionare speciali tribunali militari. Ma il funzionamento di questa magistratura è sporadico ed inavvertito. E nulla è pia incoraggiante per i criminali che la stasi o la debolezza nella repressione! 

Francesco Argenta


Si tratta di un articolo il cui tenore può essere giustificato solo dal periodo convulso in cui fu scritto: la fine del 1945. Personalmente, non mi trova d’accordo nell’attribuire TUTTE le nefandezze a una ben individuata compagine politica, in una sorta di “vae victis” disarticolato e altrettanto scarsamente argomentato. Le stesse percentuali di reati sono sicuramente falsate, non tenendo conto dei fenomeni di giustizia sommaria per arginare i quali dovrà intervenire dopo poco la prima delle due amnistie a firma di De Gasperi.

Ma su una cosa l’autore ha ragione: in quei mesi la pubblica sicurezza semplicemente non esiste. E dove esiste, è impreparata, male equipaggiata, scarsa di risorse e con una azzerata capacità investigativa, vero com’è che la percentuale di reati a carico di ignoti era passata al 90%.

Viene citata due volte la strage di Villarbasse, che tanto allarme sociale provocò in quei mesi. Ma cosa accadde? Si trattò di un tentativo di rapina sfociato nel massacro di 10 persone, fatte scempio a bastonate e gettate vive in una cisterna, avvenuto il 20 novembre 1945. Doveva essere un “colpo” facile quello organizzato dai quattro delinquenti (Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D’Ignoti e Pietro Lala): uno di loro aveva lavorato sotto mentite spoglie presso la cascina Simonetto, il cui proprietario – un benestante possidente – era forse stato sopravvalutato dai malfattori che credevano di far man bassa di stratosferiche somme di denaro. Dopo avere fatto irruzione nella cucina ove i commensali erano riuniti per cena, un imprevisto fece scoprire l’identità di Pietro Lala: di qui la decisione del massacro, in cui non furono risparmiati nemmeno i cani di casa.

Gli autori vennero individuati in capo a una settimana grazie ad alcuni indizi rinvenuti sul luogo della strage. Catturati e processati, vennero fucilati all’alba del 4 marzo 1947: fu l’ultima esecuzione capitale nella storia d’Italia.

Per il resto, le ultime righe dell’articolo sembrano scritte oggi: si lamenta la lentezza dei tribunali, la disorganizzazione degli organi di polizia, ma mancanza di tutela dell’incolumità dei cittadini. Non fosse altro che per la data, sembrerebbe in gran parte la storia di oggi…..

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