Genova, 30 giugno 1960

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(01.07.1960) LaStampa – numero 157

Ottantatrè feriti e contusi a Genova in nuovi scontri tra polizia e dimostranti.

Dopo una cerimonia antifascista, migliaia di persone si avviano con i gonfaloni delle città medaglia d’oro verso piazza De Ferrari – All’improvviso alcuni scontri accendono l’atmosfera – La Celere lancia bombe lacrimogene, i dimostranti incendiano alcune macchine e lanciano pietre, sedie e tavolini dei bar – Quattro persone sono rimaste ferite gravemente – La circolazione dei tram sospesa dalla questura per motivi di ordine pubblico – La CGIL ha proclamato per domani uno sciopero generale di 24 ore (Nostro servizio particolare) 

Genova, 30 giugno. 

Il centro di Genova è stato oggi un campo di battaglia: barricate, camionette della polizia in fiamme, decine di feriti. Dalle 10 alle 15 l’urlo delle sirene della « Celere » si è mescolato all’urlo di migliaia di dimostranti, in gran parte giovanissimi, improvvisamente scatenati per una scintilla che nessuno, probabilmente, riuscirà mai a individuare.

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Per quasi due ore, gli occhi brucianti per le cortine lacrimogene, abbiamo visto scontri di una violenza incredibile, esclusivamente fra agenti della «Celere » o della polizia e giovanotti, molti in tenuta da lavoro. Dai tetti e dai balconi piovevano pietre e vasi da fiori, da un elicottero arrivavano candelotti che esplodevano nelle strade e nelle piazze, risuonavano scariche di fucileria, fortunatamente a salve. Passando da una colonna all’altra dei portici dell’Accademia, ho visto veri e propri corpo a corpo fra giovani e agenti, Questi sollevarono di peso alcuni ragazzi e li bastonarono; quelli riuscirono a rovesciare una jeep: in un attimo fu una vampa, bruciò interamente a pochi passi dalla fontana di Piazza De Ferrari. Tavoli di caffè, tende, automobili private sbarravano le strade vicine. E gli urli altissimi dei giovani spingevano nuove ondate all’assalto, lanciando pietre e bottiglie come bombe a mano.

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Fino al momento della lotta i dimostranti antifascisti, raccoltisi per protestare contro il congresso del MSI (indetto per sabato), erano rimasti tranquilli: erano migliaia, forse trentamila, raccolti in via XX Settembre, al Sacrario dei Caduti per la Resistenza, meta di un corteo autorizzato, svoltosi in tutta calma. Quando la massa si incamminò verso piazza De Ferrari, con un flusso lento, era impressione di tutti che nulla sarebbe accaduto. I carabinieri, schierati nei pressi del Ponte Monumentale, si limitavano a osservare; qualche dimostrante più acceso lanciava invettive, ma era subito zittito: ex-partigiani con bracciale tricolore avevano fatto catena, tenendosi per mano, dividendo cosi la marca dei carabinieri. Sulla folla spiccava il labaro di Cuneo, con venti medaglie d’oro; uomini politici, già capi della Resistenza ligure, come il socialista Faralli, come l’avv. Cassiani Ingoni, invitavano i dimostranti ad andarsene a casa tranquillamente. Un gruppo di ex-partigiani sedette per terra, facendo cerchio sotto il Ponte Monumentale e intonando la canzone dei tempi delle montagne. Davanti al Sacrario erano i gonfaloni decorati di medaglia d’oro di Genova, con valletti in costume e di Torino, scortato da due consiglieri comunali: Nicola Grosa, presidente provinciale dell’Anpi, e Matilde Dipietrantonio. Altri stendardi, di Biella, di Reggio Emilia, di Novara, dì Alessandria, di Venaria, davano un tono solenne alla manifestazione. Poi scoppiò fulminea la battaglia. Si udirono le sirene della «Celere», attorno alla fontana di piazza De Ferrari si alzarono le prime nubi lacrimogene. La massa era già diminuita, molti se n’erano andati a casa. I rimasti accorsero di slancio e fu una lotta crudele sotto i getti d’acqua di due autobotti, quasi inutili. Eravamo là in mezzo: non possiamo dire, in coscienza, come sia avvenuto il primo scontro. La «Celere» era raccolta sotto i portici del palazzo della Navigazione Italia e nelle strade laterali. In zone poco distanti erano concentrati i rincalzi: in tutto forse 1500 uomini, arrivati in gran parte da altre città. I dimostranti, che avevano applaudito i carabinieri e i finanzieri disposti a presidio di altre strade (circa 2500 uomini), fischiarono e lanciarono invettive contro la « Celere ». Nella confusione si sentì una sirena, partì una prima camionetta, volarono i primi sassi: fu colpito alla testa un commissario di Pubblica Sicurezza, il dott. Manlio Maggio.

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Erano le 17,10. I dimostranti si rifugiarono sotto i portici, staccarono insegne pubblicitarie, si armarono delle seggiole e dei tavoli di quattro caffè: l’Olimpia, il Ragno d’oro, il De Ferrari e il Bardi. Seggiole, tavoli, tavolacci divelti da un cantiere, pietre e mattoni fulmineamente raccolti nei sottopassaggi in costruzione, diventarono proiettili. La « Celere » caricò con le camionette: una restò bloccata fra le colonne del Credito Italiano, alcuni ragazzi la incendiarono. Erano tre le camionette in fiamme. Automobili private in sosta furono disposte a sbarrare via Petrarca; mentre la « Celere » caricava da una parte, la massa rifluiva dall’altra. Alle 18,45 un ufficiale dei carabinieri restò isolato sotto i portici dell’Accademia e fu restituito da alcuni portuali che agitavano un fazzoletto bianco. Il clima era di guerra civile, con le assurde situazioni che caratterizzano queste battaglie improvvise. Nella via XX Settembre, a duecento metri dalla lotta, altri dimostranti e carabinieri si fronteggiavano in silenzio, fermi.

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Due esili barricate a cinquanta metri dal Sacrario erano sguarnite. Dai balconi migliaia di curiosi osservavano lacrimando. I negozi e i portoni erano chiusi, ma qualche straniero riconoscibile per l’aria smarrita, ondeggiava da una parte all’altra senza capire. Andammo verso la prefettura, passando con molta difficoltà uno sbarramento di filo spinato: l’aria era irrespirabile, ma la zona era deserta. Ci furono lunghe pause, in cui i dimostranti filtrarono fra la polizia; alcuni passanti tranquilli e alcuni giornalisti furono scambiati per dimostranti ed inseguiti dagli agenti.

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Poi, alle 19,10, quando una schiera di camionette rosse stava per lanciarsi ad un nuovo assalto, arrivò in piazza De Ferrari un’automobile della polizia seguita da un’automobile privata, scura. Il vicecomandante della Squadra Mobile, dott. Costa, scortò un ex capo partigiano, Gimelli (nome di battaglia « Gregorio »), il quale arringò i dimostranti, invitandoli a tornare a casa. Era l’epilogo di affannose trattative, condotte mentre era ormai evidente che non bastavano più i candelotti lacrimogeni per controllare la piazza. Genova stava per ripetere le ore drammatiche del l4 luglio 1948, quando, dopo l’attentato a Togliatti, la città dovette essere riconquistata con le armi. Alle 19,30 le forze opposte si fronteggiavano in silenzio. Comparve il prefetto di Genova dott. Pianese, scortato da un funzionario con gli occhiali contro i gas lacrimogeni: arrivò a metà strada, quindi tornò indietro. C’era ancora una folla enorme guardata dai carabinieri. Poco dopo le venti altri scontri in via XX Settembre; un ragazzo di 17 anni venne ferito seriamente. Poco prima un agente della Celere era stato tuffato nella vasca di piazza De Ferrari. Poi piano piano la tensione si allentò. A mezzanotte, secondo un annuncio del questore, il bilancio è il seguente: feriti (un funzionario, due ufficiali e 27 tra sottufficiali e guardie di P. S., di cui due gravi; nove dimostranti, di cui due gravi, due ufficiali e tre carabinieri); contusi 39 (quattro ufficiali e un funzionario di P. S.); arrestate 66 persone; tre camionette incendiate e distrutte; quindici automezzi danneggiati.

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E’ probabile che il congresso del MSI non potrà svolgersi senza nuove battaglie. Per il giorno della sua apertura è indetto un nuovo sciopero generale dalle sei del mattino alle diciotto. Gli animi sono accesi, c’è veramente il pericolo di arrivare ad altri gravi scontri. I missini restane in disparte, ma da quanto abbiamo potuto sentire, sono rimasti sorpresi dalla violenza della reazione popolare alla scelta di Genova. Si osserva, da taluno, che questa reazione è guidata in gran parte dai comunisti, tutt’altro che indicati a battersi contro il totalitarismo e in nome della libertà. Ma, più che le ideologie, qui contano i sentimenti: Genova ha troppo sofferto a causa dei nazifascisti e non ha dimenticato. In questa semplice ragione è il motivo principale della rivolta contro l’annunciato congresso missino, rivolta oggi uscita dai limiti previsti. 

Mario Fazio


 

Sugli scontri di Genova del giugno 1960 (che dettero il via a una delle estati più “calde” e drammatiche sul piano dell’ordine pubblico) è stato scritto tantissimo. Nei mesi e negli anni successivi l’analisi politica di quei giorni tormentati evidenziò soprattutto l’estrema fragilità di una Repubblica in cui troppe braci covavano ancora sotto la cenere.

Questo articolo ha il pregio di essere stato scritto nell’immediatezza dei fatti, scevro da analisi e contro analisi. Pur nella sua semplicità e nelle inevitabili piccole imprecisioni dettate dal pathos del momento, permette tuttavia di accertare alcuni elementi che accomunarono quel giorno a quelli ben più drammatici di una settimana dopo a Reggio Emilia.

Il primo. A Genova come a Reggio Emilia tutto sembrò svolgersi tranquillamente fino a un “qualcosa” che fece scatenare gli scontri. In entrambe le situazioni nessuno capì mai cosa fu quel “qualcosa”: se una semplice provocazione o se una disposizione arrivata dall’alto. Di sicuro a Genova si respirava aria da guerra civile: lo scrisse il Ministero ai comandanti dei reparti inviati sul posto, imponendo il divieto più assoluto dell’uso delle armi da fuoco. Nulla di vero nel fatto che agli uomini furono distribuite le cartucce in pacchetti sigillati: le armi c’erano, erano ben cariche, ma solo l’abnegazione e la professionalità di quei ragazzi impedirono che nella concitazione degli scontri qualcuno potesse farvi ricorso.

Il secondo. La netta separazione operativa tra la Polizia e i Carabinieri, qui come a Reggio Emilia una settimana dopo. Da un lato questi ultimi adottarono sempre un atteggiamento “defilato” nei confronti dei manifestanti, quesi una sorta di connivenza che fu denunciata con una vibrata relazione di servizio dal maggiore Gaetano Genco, comandante del 2° Reparto Celere di Padova, che ebbe una spalla fratturata da una mattonata. Dall’altro una netta differenza di “trattamento” che gli stessi manifestanti dimostrarono verso le due Forze di Polizia: i Carabinieri non furono toccati, anzi, lo stesso giornalista scrive che un loro ufficiale rimasto isolato venne restituito ai suoi uomini senza neanche un graffio. La Polizia fu invece massacrata, con il capitano Francesco Londei quasi affogato nella fontana di piazza De Ferrari, con l’appuntato Palumbo che ebbe la gola squarciata da un colpo di uncino e con altre decine di militari rimasti feriti in modo più o meno serio.

Il terzo. Le responsabilità politiche: si dette addosso al già agonizzante governo Tambroni, ma non si indagò mai nella direzione operativa di quegli scontri. A Genova come a Reggio Emilia si percepisce quasi una sorta di “regia occulta” che innescò e fece esplodere la piazza. Eppure il consueto gioco dello scaricabarile ha reso di fatto impossibile capire esattamente quali furono le dinamiche che portarono a quegli scontri.

 

6 pensieri su “Genova, 30 giugno 1960

  1. Nelle ore immediatamente successive agli scontri in piazza De Ferrari,vista la gravità della situazione, il governo dette disposizione di muovere un reggimento di artiglieria contraerei,di stanza in una località vicino Genova, verso il capoluogo, affinchè servisse come deterrente verso chi pensasse di provocare incidenti ancora più gravi.Poi, con la rinuncia da parte del MSI a tenere il congresso, tutto rientrò lentamente nella normalità.

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      • Questo non lo sapevo, ne mai è stato detto.Ma erano voci,oppure c’era qualcosa di vero(fatti,testimonianze,documenti riservati ecc.)?Esistono pubblicazioni su quei fatti,possibilmente attendibili e non la solita propaganda di parte?

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  2. Abbiamo già dibattuto sul vecchio forum circa i disordini di quel Giugno – Luglio 1960 e non vorrei tediare ripetendomi, ma mi permetto di scrivere qualcosa cercando di essere più sintetico possibile. Ritengo attendibile quanto scrisse lo storico Luciano GARIBALDI in un articolo pubblicato sul numero di Dicembre 1985 del periodico “Storia illustrata” e quanto scrisse Luciano RADI in un suo libro mi pare “La DC da DEGASPERI a FANFANI”. Il primo riuscì a mettere le mani su dieci rapporti contrassegnati con la dicitura “riservato” redatti dal Comando Legione Carabinieri di Genova da cui emerge chiaramente come i disordini siano stati accuratamente preparati da giorni con il preciso scopo di far cadere un governo legittimo e legalmente in carica con il pretesto dell’antifascismo (allora come ora…) dato che era un monocolore DC che si reggeva su mi pare 24 voti del Movimento Sociale Italiano che però non aveva alcun Dicastero. Vennero fatti affluire alla spicciolata partigiani da tutto il settentrione alloggiati in case private, vennero fatti familiarizzare con i luoghi e riforniti con taniche di benzina per preparare molotov e si organizzarono con squadre, comunicazioni e posti di soccorso. Il secondo autore, politico democristiano di lungo corso spiega come la DC stesse facendo un lavoro certosino proprio per recuperare gli ex fascisti al gioco democratico, allontanandoli dal passato. Le sinistre si resero conto che in quel modo non avrebbero MAI avuto la possibilità di andare al governo e scatenarono l’inferno. A pagare come al solito fummo noi con, secondo quando afferma l’articolo, 170 Guardie ferite con le refie (i ganci da portuale) ed un Ufficiale quasi affogato nella fontana di piazza De Ferrari, salvato per miracolo. Mirabile il comportamento del II° Celere di Padova che fedele agli ordini ricevuti non fece uso delle armi (chi dice che fossero scariche, chi no….) e si fece massacrare. Nell’articolo c’è un commento che amareggia molto e che fa ragionevolmente presumere cose non belle. E’ scritto che “L’intero II Battaglione Mobile “Liguria” dei Carabinieri, schierato sotto i portici, assisterà immobile, per tutto il pomeriggio, al massacro della Celere”. In un caso, in via XX (per chi non conosce Genova, la centralissima via che sbocca in piazza De Ferrari), un giovane Tenente con i suoi uomini ricevette addirittura la protezione dei manifestanti. Ora, se il riporto è corretto, è ragionevole presumere che i Carabinieri, che a differenza della Polizia se attaccati non si sarebbero MAI fatti massacrare (esploderanno alcune raffiche di mitra in aria quando i dimostranti tentarono l’assalto alla Prefettura), venuti a conoscenza di cosa si stava preparando e degli ordini impartiti alla Polizia, abbiano “scambiato” per usare un eufemismo, la loro incolumità con il massacro della Polizia. L’articolo non precisa A CHI furono inviati quei rapporti. Conoscendo la struttura rigidamente verticistica dell’Arma è ragionevole presumere che siano stati inviati per le vie gerarchiche….forse non al Prefetto ed al Ministro dell’Interno…..

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  3. Come ogni fatto nella storia, anche questo non può essere considerato a sé stante. La pubblicistica dell’epoca lo fece passare per una grande rivolta popolare antifascista quindi pienamente legittima e lodevole (sic!), ma i vertici dello Stato sapevano perfettamente cosa in realtà era accaduto e certamente erano preoccupati per la condotta dei partiti di sinistra che veniva considerata rivoluzionaria. Sapevano che erano responsabili della guerra civile, del broglio referendario del 2 Giugno 1946 e di una politica di ricatto ai governi legittimi con la violenza di piazza come appunto accadde a Genova, oltretutto in stretto contatto con il PCUS, un partito di uno stato totalitario e nemico della NATO, alleanza in cui era inserita l’Italia. In relazione quindi alla voce sopra riportata da parte dei vertici della Pubblica Sicurezza di “essere ad un passo dal colpo di stato” è ragionevole presumere che proprio il culmine di questa politica violenta abbia fatto pensare ai vertici dello Stato di riparare una situazione considerata gravemente compromessa con un atto di forza che sarà poi rappresentato dal “piano solo” poco dopo. Di questo fatto sappiamo molto ma non tutto………sarebbe certamente interessante sapere chi e perché determinò la rinuncia al piano….

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  4. Rettifico un punto di quanto sopra scritto. Ho riguardato l’articolo di Luciano GARIBALDI ed effettivamente viene precisato a chi furono indirizzati quei ventiquattro rapporti che vanno dal 6 Giugno al 17 Luglio 1960. Furono indirizzati dal Gruppo Interno Carabinieri al Comando Legione Territoriale Genova, al Comando Prima Brigata, al Comando Prima Divisione “Pastrengo” ed al Comando Generale. E’ da chiedersi appunto se il Comandante Generale ne abbia informato il Capo della Polizia od il Ministro della Difesa o dell’Interno….

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