Foto e social: la droga del terzo millennio

Questa foto ha già fatto il giro del mondo, scatenando le reazioni più disparate e creando un imbarazzo istituzionale tra i più alti degli ultimi tempi. Il presunto assassino del vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri Mario Cerciello Rega viene immortalato in modo assai inopportuno all’interno di quella che sembra una caserma, ammanettato e bendato. C’è già chi grida al complotto, una foto troppo “perfettina” per essere un caso, con il generale Dalla Chiesa e i giudici Falcone e Borsellino sullo sfondo, senza nulla di mosso, senza nessuna sbavatura tipica di una foto mordi-e-fuggi.

C’è invece chi la ritiene una foto scattata impulsivamente, un “ricordo”, una dimostrazione di vittoria, di una forma di giustizia di quartiere.

Non sta a noi entrare nel merito della vicenda. Il bendaggio potrebbe essere dovuto ad esempio alla compresenza nello stesso ufficio della parte lesa, quel richiedente l’intervento che aveva denunciato di essere stato scippato del proprio zainetto. Nessuna Guantanamo, voglio sperare. Così come voglio sperare che gli Ufficiali fossero a conoscenza di quella situazione e che l’avessero autorizzata per le preminenti esigenze di indagine. Una foto decontestualizzata si presta a milioni di interpretazioni tra le più divergenti. Proprio per questo non spetta a noi entrare nel merito di quella situazione, se non altro perché non ne conosciamo gli antefatti operativi.

Ciò che in questo editoriale vogliamo evidenziare è la ormai palese schiavitù da social che ha impadronito ogni nostro gesto quotidiano. Imbesuiti dall’onnipresente smartphone incollato alla mano, tanto da fare coniare agli antropologi la nuova postura da “homo technologicus”, troppi ormai sono così abituati a condividere tutto di se stessi da non rendersi conto di quando si supera quel confine fatto di buon gusto, opportunità e – soprattutto – codice penale.

Mi ricordo i primi eroinomani degli anni Settanta, le loro giustificazioni postume di fronte alle prime stragi: sapevamo cos’era la droga, non sapevamo che facesse morire. Con i social (nuova “droga” del terzo millennio) vale il medesimo discorso. Eppure di “morti” virtuali e reali ce ne sono stati! Una foto condivisa sfugge al potere di controllo di chi la invia; di più, espone il soggetto immortalato a una serie di conseguenze che superano a loro volta il potere di controllo di quest’ultimo. Diventa come una pistola col colpo in canna, maneggiata da un ragazzino. Abbiamo avuto decine di esempi di suicidi causati da foto e filmati postati in rete; altri esempi nello specifico riguardano appartenenti alle Forze di Polizia che si sono giocati carriera, posto di lavoro e fedina penale. Ciò nonostante, è sempre più forte di noi: la compulsione del fotografa-e-condividi continua a mietere vittime, come quella improvvida “docente” che ha commentato la morte del vicebrigadiere con una frase da far gelare il sangue, salvo poi tardivamente trasformarsi nella Maddalena pentita. Intanto però quella frase ha sortito l’effetto di un pugno in faccia dato a quella parte di società ancora “pulita”. E i pugni lasciano a loro volta segni indelebili.

Siamo perennemente connessi, tranne con la realtà concreta. Viviamo di “like” e di “follower”, ma siamo sempre più soli. Diventiamo prigionieri di un personaggio virtuale che dietro una tastiera si crede irraggiungibile, onnipotente, sempre dalla parte del giusto. Tutto passa attraverso il nostro smartphone, anche la nostra vita intima.

In fondo, siamo prigionieri di noi stessi.

3 pensieri su “Foto e social: la droga del terzo millennio

  1. Quello sollevato e’ solo uno dei tanti aspetti di questa tristissima vicenda, che piu triste non potrebbe essere. Da un lato, in primis, una vita spezzata, una famiglia distrutta, dall’altro due giovanissimi che avranno la loro di vita rovinata…..Vicenda gestita malamente sin dall’inizio, da quando un Ministro della Repubblica, il solito noto, subito dopo l’accaduto, ha iniziato a sbraitare inneggiando ai lavori forzati per I presunti responsabili che dovevano essere I soliti nordaficani, per poi scoprire che sono due ragazzini ricchi e viziati provenienti dai civilissimi USA.
    Fughe di notizie, foto che rittraggono il fermato in un modo che da noi non e”consentito ,da qualcuno che poi deve averla passata a qualche giornalista, in cambio.di cosa?, mi vien da chiedere…., spiegazioni date dal presunto responsabile che non convincono, un Comandante della P.L.che si affretta a postare foto in cui dei detenuti di altri Paesi sono bendati(ok, altrove sara’la prassi, ma qui nemmeno gente del calibro.di Brusca ho mai visto bendata)…..ah, per poi non parlare dei media americani che gridano allo scandalo dandoci lezioni di morale. Gente che accosta questo caso con quello di Perugia…ma che ci entra?? Ultima perla, un parlamentare che va a far visita ai poveri ragazzi in galera per accertarsi che non siano stati maltrattati,Cosa condannabile se mai fosse avvenuta, per carita’, ma che getta le basI per ulteriori polemiche in un momento in cui forse varrebbe la pena concentrarsi su altri aspetti…..beh, direi che non c”e” male.

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    • Eh già. Se potessi condensare in un’unica parola l’intera vicenda, essa sarebbe SCHIZOFRENIA. A partire proprio dall’omicidio del vicebrigadiere Cerciello Rega, che sta neanche tanto lentamente passando nel dimenticatoio, appannato da tutto il contorno – altrettanto schizofrenico – costituito da fermati bendati, proclami arruffapopoli, visite di politicanti arrivisti in carcere. Il finale -ahimè – non potrà che essere tutto in salsa italiana, spaghetti-pizza-mandolino. Spero solo di sbagliarmi….

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  2. Lo scatto e l’averlo fatto arrivare ai social afferma fonte confidenziale solitamente attendibile, sarebbe frutto perverso di una “faida” interna……non vado oltre per la natura pubblica del sito…..fermo restando che trovo difficile capire la necessità e la finalità del bendaggio…..chi di dovere, se vorrà, saprà dare a tutta la vicenda la sua esatta dimensione….

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