Codici identificativi sulle uniformi

Periodicamente il “problema” si ripropone.

Scrivo “problema” perché ciò che in altri Stati europei (e non solo) è una questione che nemmeno si pone, qui da noi è tutta un’altra storia; una storia che divide prima di tutto gli stessi Poliziotti, ma che tocca direttamente anche l’opinione pubblica nazionale.

Leggendo i vari articoli sull’argomento non si può ragionare prescindendo da quel settore che ancora oggi costituisce spesso un “nervo scoperto”: quello dell’ordine pubblico. Negli ultimi 15 anni la sua gestione ha fatto passi da gigante, introducendo specifiche e imprescindibili regole d’ingaggio che non toccano unicamente i ragazzi che stanno dietro quegli scudi, ma che coinvolgono in primo luogo i funzionari chiamati a pianificare il buon andamento di ogni manifestazione.

Solo a darsi pace di riguardare le cronache di 20 anni fa, è fuori discussione che gli scontri di piazza avvenivano con maggiore frequenza, ma soprattutto che in molti casi i Reparti venivano lasciati in una sorta di “autogestione” operativa tollerata ma non giustificabile. Certo, si proveniva da periodi storici molto più esasperati. Sta di fatto che comunque quel modello gestionale sarebbe dovuto andare in pensione in modo più consapevole: a farlo in modo dirompente ci pensò invece il G8 del 2001.

Un aspetto che credo sia alla base dell’insicurezza e del disagio che ancora oggi un numero identificativo su un’uniforme provoca negli stessi operatori è forse la sensazione del “dagli all’untore!” di manzoniana memoria, quasi che la responsabilità di una manifestazione che degenera in scontri debba essere attribuita solo e sempre ai reparti inquadrati. Oggi, centinaia di telefonini e telecamere sono sempre puntate sulla “prima linea”, il punto d’attrito tra manifestanti e Polizia: va da sé che l’individuazione delle responsabilità dei singoli (dall’una come dall’altra parte) viene immortalata da decine di angolazioni diverse. Ma mentre il casco indossato da un Poliziotto è un dispositivo di protezione individuale appositamente previsto e regolamentato, cosa dire invece dei caschi indossati dalle frange più violente dei manifestanti, che dovrebbero essere sanzionati a norma di legge dal momento che è vietato partecipare travisati a manifestazioni e pubbliche riunioni?

Mi spingo oltre. La nota comune che si legge a volte palesemente, altre volte tra le righe in tutti gli articoli che riferiscono di tafferugli di piazza è la perenne contrapposizione tra “fascisti” e “antifascisti”. Una litania monotona e stantia che ci accompagna da più di settant’anni, una sorta di mantra che paralizza la mente e cortocircuita la vera spinta innovativa che renderebbe questo Paese davvero moderno e democratico: quella di non avere paura di se stessi.

Mai concetto fu più vero di quello espresso da un nostro ricercatore: in Italia è mancata la nostra Norimberga. Un processo che inchiodasse ciascuno alle proprie responsabilità in modo chiaro, incontrovertibile, ma soprattutto super partes. Al posto di una Norimberga abbiamo avuto invece Corti d’Assise Straordinarie e Tribunali del Popolo la cui colpa più grossa e irreparabile è stata quella di non avere voluto chiudere la porta su un passato che ci avrebbe portati a una crescita davvero reale.

Ecco allora che l’ordine pubblico non è più vissuto come un diritto da garantire, ma come ideale palcoscenico per riproporre ogni volta lo stesso balletto: tu sei il fascista, io sono l’antifascista; ergo, tu sei il cattivo, io sono il buono. Peggio ancora, l’idea che il diritto a manifestare sia non solo inalienabile, ma che anche sovrasti ogni altro diritto è stata assunta a dogma che, solo a provare a metterlo in dubbio, ti consegna alle fiamme dell’inferno. Ne consegue che si creino manifestazioni di serie A (sempre ammesse perché “antifasciste”) e manifestazioni di serie B (da vietare sempre e comunque perché “fasciste”). Ma… il diritto a manifestare il proprio pensiero in modo libero?

La Polizia per prima ha sempre ambito a fare pulizia delle “mele marce” al proprio interno. Oggi più che mai, poiché – a meno di essere completamente pazzi – nessuno di noi scende in piazza con la voglia di massacrare la gente. E le parole del nostro Capo, quando dice che in caso di acclarata responsabilità “non si faranno sconti a nessuno”, sono un baluardi a nostra tutela, non una spada di Damocle sulle nostre teste.

Tuttavia finché l’ordine pubblico verrà vissuto in termini di antagonismo politico prima ancora che di diritto da difendere, i tempi per un identificativo sulle uniformi non saranno mai maturi. E il nostro Paese continuerà a vivere prigioniero dei fantasmi del proprio passato.

4 pensieri su “Codici identificativi sulle uniformi

  1. La questione dell’Ordine Pubblico nel nostro Paese si può materialmente paragonare ad una pentola con l’acqua in ebollizione.-Mentre scrivo ho sotto gli occhi l’episodio accaduto ieri a Breganze,durante l’inaugurazione di un tratto della “Pedemontana Veneta” nel corso del quale un agente del reparto mobile di Padova è rimasto ferito da una “bomba carta” laciata da un gruppo di “antagonisti padovani del contro sociale Pedro “ :- Prendo quindi come spunto di riflessione questo fatto per chiedermi : può ragionevolmente definirsi normale gestione dell’ordine pubblico il fronteggiare un gruppo più o meno considerevole di esagitati che , travisati nella persona nonché organizzati e armati di oggetti atti ad offendere e di materiale esplosivo si portano in una determinata zona con il chiaro intento di provocare disordini ? Mi piacerebbe sinceramente conoscere quali sono le regole d’ingaggio cui sono tenuti gli agenti operanti in queste circostanze e se sia previsto che questi ultimi debbano restare inermi ad aspettare l’arrivo di razzi e petardi esplosivi.- Ma mentre mi pongo queste domande mi sovviene alla mente un altro episodio avvenuto a Genova una settimana fa in cui un cronista di Repubblica che si era volontariamente esposto nel velleitario proposito di documentare chissa quale scoop era rimasto ferito negli scontri.- Credo tutti abbiano preso atto della canea scatenata da quel quotidiano nei confronti dei presunti “colpevoli “ e puntuale come la morte è giunta la richiesta del numero identificativo. Demagogia ,pure e semplice demagogia. Consentimi un brevissimo richiamo alle ricerche storiche che rivelano come in Italia non abbiamo avuto una Norinberga ma le Corti D’Assiste Strardinarie e quindi non vi è stata alcuna presa di coscienza .- Vi aggiungerei che a presiedere quelle Corti,,in molti casi,erano gli stessi Magistrati che durante il fascismo avevano presieduto i Tribunali di regime o addirittura erano stati membri del Tribunale Speciale.-Non è un caso,come diceva Montanelli,che l’epurazione fece solo volare gli stracci.-

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  2. Scusate ma forse ho inteso male io ma a me pareva che le c.a.s. fossero costituite da elementi della resistenza perlopiù comunisti e non da ex fascisti, vista anche la facilità delle condanne capitali pronunciate……Ho volutamente cominciato da quest’ultima parte proposta da Gianluigi perché ritengo che Giacal abbia toccato il vero punto nodale della questione. Un paese che non ha mai fatto i conti con il proprio passato e che è ancora fermo ad una frattura che non riesce a trovare una ricomposizione per progredire. Appare evidente che una grossa parte di italiani considera in generale un sistema fatto di regole ed il suo rispetto come “fascista” ed oppressivo della libertà individuale. Mi pare che più persone come ad esempio Giorgio BOCCA ma anche altri noti abbiano ammesso come sia stato meglio che non vi sia stata una Norimberga italiana perché se no dietro la sbarra degli imputati…..ci sarebbe dovuta andare la maggior parte del popolo italiano. Strano però…cacciato il Re, appeso MUSSOLINI per i piedi, trucidate decine di migliaia di persone dopo la fine delle ostilità con l’accusa di fascismo e di collaborazionismo……dovremmo vivere in un paradiso di democrazia. Invece no…..Giusta anche la considerazione che nessun poliziotto va in un servizio di ordine pubblico con il desiderio di massacrare chicchessia. Per contro ci si trova spesso di fronte persone che invece se potessero ci massacrerebbero volentieri. La legge è chiara: CHIUNQUE desideri manifestare un’opinione scegliendo di radunare persone nelle pubbliche vie, lo dice tre giorni prima all’Autorità di Pubblica Sicurezza, chiarendo, responsabili, scopi, numero dei partecipanti e percorso che desidera fare. L’Autorità di Pubblica Sicurezza, autorizza o no sulla base di elementi di valutazione non certo arbitrari ma proprio per garantire a TUTTI l’esercizio delle libertà individuali: a chi desidera manifestare, a chi da fastidio che si manifesti, a chi non importa nulla di tutto ciò perché deve lavorare e magari ha importanti affari da portare a termine. Non si capisce per quale motivo tutto ciò così semplice debba spesso degenerare in insulti e violenze di ogni tipo. Detto questo ben vengano telecamere e numeri identificativi, ma il problema rimane: COSA SI VUOLE DA NOI? Che facciamo rispettare la legge e quindi usiamo la forza o no? Perché se il numero identificativo deve servire solo a meglio crocifiggere chi usa la forza ritenendo secondo logica di agire per il rispetto della legge, allora il discorso cade. La nostra sola presenza è ritenuta oppressiva delle libertà individuali e provocatoria, come scriveva già il Prefetto di Milano Libero MAZZA nel suo coraggioso rapporto del 1970 al Ministro dell’Interno? Benissimo! Non ci si mandi più in servizio di ordine pubblico o la nostra presenza sia solo di figura! Saremo felici di non essere più bersaglio di insulti e violenze di ogni genere rischiando ogni volta una causa legale! Comprendo anche il riferimento a quanto successo a Genova. Ma non mi pare che chi ha sbagliato anche in assenza di numeri identificativi e di telecamere abbia potuto sottrarsi al giudizio della Magistratura…..

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  3. Diciamoci la verità. Il mantenimento dei fantasmi del passato che si esplica nella perenne dicotomia fascismo-antifascismo ha fatto comodo a molti. Non credo che una Norimberga italiana avesse portato sul banco degli imputati “la maggior parte del popolo italiano”: non lo è stato per i nazisti, figuriamoci per noi! Sarebbe bastato un organo super partes che avesse LEGITTIMAMENTE giudicato la catena di comando del regime, acclarandone le responsabilità e stabilendo la pena necessaria, anche quella di morte. E invece si è preferito dare la stura a vendette legalizzate che sono durate ANNI….
    Vedete, quando nel 1977 Sandro Pertini rilasciò un’intervista in cui disse chiaramente di avere inviato a Dongo Walter Audisio e un manipolo di scherani con l’unico compito di passare per le armi il Duce unicamente per “soffiarlo” al capitano Daddario (ufficiale di collegamento con gli Alleati che già aveva consegnato Graziani) che lo avrebbe prelevato per consegnarlo agli angloamericani sulla base di precise disposizioni concordate, ebbene io ritengo un tale comportamento una violazione di ordini e un assassinio. Si badi, lungi da me l’adesione a ideologie che non mi appartengono! Ma un CLNAI non si sarebbe dovuto sostituire a un organo gerarchicamente sovraordinato, tantopiù che tra gli stessi partigiani non esisteva comunione di vedute sulla sorte che sarebbe toccata a Mussolini.
    Tornando all’argomento di questa discussione, sono perciò convinto che la numerazione delle divise in Italia serva solo a “crocifiggere chi usa la forza ritenendo secondo logica di agire per il rispetto della legge” (cit.) proprio perché quel lontano inquinamento ideologico frutto della mancata Norimberga italiana sta facendo sentire i suoi effetti ancora oggi.

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  4. ….il fatto che dietro la sbarra ci sarebbe dovuto andare la maggior parte del popolo italiano non fu solo opinione di Giorgio BOCCA (che personalmente condivido) ma anche di altri e proprio le stragi di innocenti del dopoguerra parrebbero dimostrarlo, ma qui il discorso si allungherebbe troppo. Di Pertini dico solo che citando Audisio (alessandrino…) continuò ad avallare l’ennesima grande bugia ed aggiungo il forte biasimo per il suo discorso incendiario che dette fuoco alle polveri per il massacro DELIBERATO del II° Celere a Genova nel 1960. Ciò premesso condivido appieno il discorso sul senso di responsabilità e non di fazione o di risentimento personale che avrebbe dovuto prevalere in quei tragici giorni cercando una giustizia equa e non una vendetta personale, ma anche qui il discorso ci porterebbe molto lontano e mi limito a citare tutta la vicenda di via Rasella e la fretta di liquidare il Questore CARUSO che avrebbe potuto dire cose molto interessanti e scomode…. Detto questo, torno a ripetere, se l’intento è quello di garantire un accertamento della verità, come, mi sia consentito scriverlo con un piccolo sorriso, il VAR nel calcio, va bene, ma se l’intento è altro allora ogni discorso serio cade. Personalmente sono molto deluso dalla pavidità con cui si affrontano certi argomenti a certi livelli, parlando all’infinito senza MAI addivenire ad un risultato definitivo. Com’è noto a tutti (tranne a quelli ai quali dovrebbe esserlo diceva Don Camillo….) come le Forze di Polizia NON siano un organo autonomo di rilievo costituzionale ma operano sulla limitazione della libertà dei cittadini in base a precise disposizioni di legge ed al servizio della Magistratura. Allora ci si dica CHIARAMENTE cosa si vuole che facciamo in ordine pubblico. Dobbiamo fermare ed arrestare TUTTI coloro che manifestano travisati ed a volto coperto? Ed a quale costo? A QUALSIASI costo perché il rispetto della legge viene ritenuto valore primario? Dobbiamo fermare TUTTI coloro che commettono violenze in ordine pubblico o occupano piazze ed edifici abusivamente? Ed a quale costo? A qualsiasi costo? E qui mi fermo per una riflessione. E’ ovvio che QUALSIASI criterio si stabilisca deve valere per tutti ed in qualsiasi circostanza perché non sono ammissibili discriminazioni. E qui mi fermo per fare un esempio. Nella mia area di residenza sta sempre più prendendo piede la moda dei flash-mob e dei rave party NON AUTORIZZATI. Gli organizzatori se ne fregano bellamente del TULPS e di tutte le altre leggi e si fanno i beati c…i loro tra nuvole di fumo e trips di ogni genere. Naturalmente ogni tanto qualcuno corre pericolo di vita. Cosa devono fare i Questori? Far rispettare la legge o far finta di non vedere? E come? Chiedendo per pietà a chi se ne frega della legge di rispettarla? Ripeto, come giustamente scrive Giacal nessun poliziotto va in servizio di ordine pubblico col desiderio di usare la forza ed allora chi vuole il numero identificativo sugli operatori, ci dica chiaramente come dobbiamo comportarci soprattutto in caso di aggressione e resistenza. Certamente staremmo meglio a casa nostra con i nostri cari……

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