La porta delle tenebre (Dalmazia, 1943)

LA PORTA DELLE TENEBRE (DALMAZIA, 1943)

di Fabrizio Gregorutti

 

“Badate, non sto cercando di giustificare e nemmeno di spiegare. Sto solo cercando di farmi una ragione di…del signor Kurtz…dell’ombra del signor Kurtz”

Joseph Conrad “Cuore di Tenebra”

 

Nel corso delle nostre ricerche dedicate ai Caduti della Polizia in Dalmazia durante la Seconda Guerra Mondiale ci è capitato più volte di imbatterci in un fantasma, uno spettro malvagio e sfuggente.

Un’ombra maligna che ha attraversato un breve tratto della Storia della nostra presenza oltre Adriatico, lasciando dietro di sé solo una confusa scia nella quale si avvertono dolore e morte. Quel poco che abbiamo conosciuto di lei ci ha lasciato la stessa sensazione di disagio e di tensione che proviamo quando attraversiamo un corridoio fiocamente illuminato e ci sembra di avvertire alle nostre spalle un rumore, un sussurro che ci fanno avvertire un sottile brivido di insondabile paura che corre lungo la schiena.

Ci è tornato alla memoria l’agente commerciale Kurtz magistralmente descritto dallo scrittore Joseph Conrad nel romanzo  “Cuore di Tenebra”, nel quale Kurtz è un uomo dall’anima impazzita nell’orrore del Congo Belga della fine del 1800 .

Kurtz in tedesco vuol dire “Corto”, giusto? Non volendo citare il nome autentico del protagonista,  lo chiameremo così come il personaggio letterario di Conrad: Corti, maresciallo di Pubblica Sicurezza della Regia Questura di Spalato tra il 1941 ed il 1943.

Come dicevamo, questi anni c’è capitato di ricostruire, attraverso documentazione ufficiale e ricerche personali, le carriere di diversi poliziotti finiti nelle Questure di Fiume, di Zara, di Lubiana, di Spalato e di Cattaro (queste ultime tre strappate alla Jugoslavia dopo l’invasione del 1941). Alcune cose ce li aspettavamo, ad essere franchi.

Tra quei poliziotti c’erano ragazzi appena usciti dal corso allievi alla Regia Scuola Tecnica di Caserta, probabilmente arruolatisi in Polizia per sfuggire al fronte (e chi poteva dare loro torto?) e che ricevettero l’assegnazione di certo meno desiderata. Come la guardia di Pubblica Sicurezza Rosvaldo Scalinci, del quale ci auguriamo di poter raccontare la vicenda, e che morì nel tentativo di portare da mangiare ad una Zara affamata.

C’erano uomini coraggiosi animati da spirito di servizio, come il brigadiere Pietro Bardelloni (anche per lui contiamo di raccontare presto la vicenda) morto in una vera e propria battaglia contro i partigiani jugoslavi nell’entroterra dalmata. C’erano anche i poliziotti annoiati dal grigiore delle proprie questure o battaglioni e desiderosi  di ricostruire la propria carriera e la propria vita oltre Adriatico. Nell’elenco non possono nemmeno mancare coloro che (e crediamo fossero la maggioranza) con il trasferimento in Dalmazia cercavano “solo” lo scatto di carriera, le indennità di missione e gli assegni di guerra. Ma esisteva anche una quinta categoria, quella degli “indesiderabili”.

Tra costoro esisteva il “normale” rompiballe, l’agente considerato una mina vagante, vuoi per il suo carattere, vuoi per la sua visione politica o morale. Palatucci è uno di costoro, trasferito da Genova a Fiume negli anni ’30 perché considerato un robusto seccatore. Con ogni probabilità uno di costoro è l’agente Guerrino Salvi, trasferito a Spalato nel 1941 e destinato a morire in Bosnia nel 1944, mentre combatte contro i tedeschi come soldato dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo. Ci piacerebbe conoscere e raccontare il “perché” del suo trasferimento a Spalato ma, se dovessimo tirare ad indovinare, la ragione la possiamo intuire dalla scelta di schieramento fatta dopo l’8 settembre: un poliziotto politicamente “sospetto” nell’Italia fascista del 1941 non doveva avere per niente la vita facile.

Tra gli “indesiderabili”, infine, c’era chi venne posto di fronte ad una scelta: o l’espulsione (o la galera) oppure la Dalmazia, con l’implicito augurio di farsi accoppare, espresso neanche tanto tra le righe da parte del Questore della sede di provenienza.

Esageriamo?

Non possediamo un racconto di prima mano da parte di un poliziotto, ma i ricordi di Guido Posar, un professore liceale triestino arrivato a Spalato dopo essere stato convinto da una circolare ministeriale che promette mari e monti ai docenti che sceglieranno la Dalmazia, ci fanno perdere ogni illusione sugli esponenti dell’apparato statale che il Regime inviò in Dalmazia. Guido Posar è profondamente patriota e, a differenza di altri suoi colleghi sceglie di recarsi a Spalato poiché crede nella missione dell’Italia, ma quello che vede lo delude e lo sconvolge

“….in Dalmazia l’allora ministero dell’educazione nazionale avrebbe dovuto inviare insegnanti scelti con estrema cautela. Esso invece aprì le porte della Dalmazia a tutti, anche alla feccia della classe insegnante, come si apre l’ovile innanzi ad una confusa massa di pecore matte…”

“Il Governo avrebbe dovuto scegliere al microscopio tutti i suoi funzionari da inviare in quella terra ma in modo speciale agli insegnanti. Invece l’accesso alla Dalmazia fu spalancato a chiunque ne facesse richiesta… veramente sulle prime si era diffusa la voce che il ministero avrebbe dato l’assoluta preferenza agli insegnanti della Venezia Giulia (…) ma l’esiguo concorso dei giuliani e il bisogno urgente che si aveva di convogliare insegnanti in Dalmazia indusse il governo ad accettare ogni domanda. La grande massa degli insegnanti erano supplenti e venivano in Dalmazia appunto perchè loro si prometteva che, dopo tre anni di permanenza in quella terra, sarebbero stati assunti in ruolo. Quelli invece che lo erano già avevano la promessa che ogni anno di insegnamento sarebbe calcolato il doppio a tutti gli effetti della carriera. Molti vi giungevano spinti unicamente da spirito di avventura. Molti dal vantaggio delle indennità di missione che raddoppiava circa lo stipendio. Molti soltanto per evitare il grigioverde. Pochissimi per vero profondo sentimento di missione cioè in quanto terra stata a noi carpita (…) [per il Governo di allora]molto meglio sarebbe stato riagganciare la Dalmazia e convincerla a noi incominciando con l’inviarvi falangi di funzionari capaci, onesti, esemplari. Invece la Dalmazia divenne quasi una terra di colonizzazione, una meta per tutti gli sbandati, gli affamati….” 

(Guido Posar, “Naufragio in Dalmazia”, Trieste 1956)

Temiamo che sostenere che i nuovi poliziotti fossero diversi dalla classe insegnante sia solo una pia illusione. Ad eccezione di idealisti, neoassegnati ed uomini animati da spirito di avventura (e ci sta) e passacarte arrivati per fare carriera, ma onesti, lo Stato italiano in Dalmazia e comunque in Jugoslavia non dà il meglio di sé.

Quindi, chi è il maresciallo Corti? un poliziotto marcio trasferito d’ufficio dal proprio questore o un burocrate che ha deciso di tentare una nuova avventura e che ora, a Spalato, si trova a gestire un potere che non ha mai conosciuto prima e che lo corromperà?

A Spalato agiscono, spesso in concorrenza tra di loro, numerosi apparati informativi (prima di leggere prendetevi un bel respiro, come se entraste in apnea): i Carabinieri del Gruppo di Spalato, un ufficio investigativo politico interno alla Federazione Fascista cittadina (la Federazione Fascista!), l’Ufficio Politico Investigativo della Milizia fascista, la Milizia Portuaria (la Milizia Portuaria!) i Centri di Controspionaggio di Esercito e Marina, le squadre investigative dei Carabinieri delle varie unità del Regio Esercito, l’Ufficio Informazioni del XVIII Corpo d’Armata e, ovviamente, la Regia Questura (ci siete ancora tutti?). Di fronte a questo coacervo di sigle ci immaginiamo l’incredulità dei tedeschi, la divertita perplessità  degli “alleati” ustase croati e cetnici serbi e dello stesso nemico.

Purtroppo nella consultazione dei documenti provenienti da oltre Adriatico ci fa difetto la lingua locale, ma in parecchi siti di divulgazione storica croati, accanto al nome di alcuni agenti fucilati dalle pur rapide e sbrigative corti  jugoslavi dopo l’8 settembre 1943, abbiamo notato una parola agghiacciante, che ci ha messo in allarme: “mučitelj” cioè “torturatore” e che ci ha costretti a rileggere alcuni ruoli ed alcune posizioni.

Quando arriva a Spalato il maresciallo Corti viene assegnato all’ufficio politico della Questura in via Salona, dove ha una libertà di azione che prima, in Italia, non avrebbe mai sognato di ricevere. Gli ordini sono precisi: costringere gli arrestati slavi a parlare, a qualsiasi costo. Nel novembre 1942 ben 125 prigionieri si trovano nelle mani della Questura.

Corti dirige il suo ufficio con spietatezza e le sue azioni vengono avvallate o addirittura ignorate dal proprio dirigente. Quest’ultimo a quanto pare preferisce evitare di “sporcarsi le mani” con le torture, l’importante sono le informazioni che vengono ricavate dalle sevizie. I metodi non hanno alcuna importanza.

Il maresciallo Corti varca così la porta delle tenebre e nell’oscurità di costruisce un dominio del quale è sovrano assoluto.

Perché è questo che accade negli uffici di Via Salona. Gli indagati vengono sottoposti a pestaggi e sevizie così feroci che sollevano l’indignazione non solo della comunità slava, ma anche degli spalatini di etnia italiana.

Immaginiamo l’obiezione: si tratta di bugie con le quali gli slavi cercano di giustificare gli eccidi seguiti alla loro presa del potere. Del resto una formazione di partigiani di ideologia comunista può soltanto creare dei processi farsa, nel più puro stile staliniano, in cui l’imputato viene accusato di crimini indicibili. Critica legittima, ci mancherebbe. Una corte marziale in zona di guerra ha qualcosa di intrinsecamente negativo nei confronti dei diritti della difesa, qualcosa di veloce, di sbrigativo, di “sporco”. Del resto numerosi agenti e carabinieri vennero giustiziati sbrigativamente a Spalato già nelle prime ore dell’occupazione, come venne ucciso anche il provveditore agli Studi Giovanni Soglian, un intellettuale perbene per il quale non riusciamo a intuire eventuali responsabilità.

Contestazione legittima, ripetiamo, anche se non ci stupirebbe apprendere che nelle corti marziali jugoslave vi fossero giuristi ed avvocati laureati nelle università di Belgrado e di Zagabria e formatisi nelle aule di tribunale della Jugoslavia prebellica e non dei calzolai o dei maniscalchi (con tutto il rispetto per queste ultime professioni) autonominatisi giudici giuria e carnefici, che le udienze venissero “visionate” dagli ufficiali britannici ed americani di SOE e OSS, come non ci sorprenderebbe sapere che gli stessi tribunali dell’EPLJ avessero delle informazioni precise e circostanziate, ottenute da testimoni o addirittura “infiltrati” italiani (le fonti croate parlano di “collaboratori” italiani della Resistenza jugoslava già nel 1942, Posar cita espressamente dei soldati italiani che dopo l’8 settembre si uniscono agli jugoslavi per la caccia ai fascisti latitanti ed infine: ricordate l’agente di PS Guerrino Salvi, che nel 1944 cadrà in Bosnia come soldato dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo? quando ha deciso di passare con gli jugoslavi? prima o dopo l8 settembre 1943?).

Informazioni che nel corso dei ventinove mesi di occupazione di Spalato sono comunque note a tanti, come testimoniano alcune voci di provenienza italiana, perché in una dittatura, nonostante la censura, si finisce per conoscere tutto di tutti. Altrimenti che censurasarebbe?

Nel luglio 1943 il comando del XVIII Corpo d’Armata riceve una lettera anonima da parte di un esponente della comunità italiana di Spalato che si firma  “A.B.” e si autodefinisce come simpatizzante fascista e “apprezzante le attività del Partito benemerito”. Nella missiva “A.B.” espone con delusione ed amarezza tutte le proprie critiche alla pessima amministrazione civile italiana: i maltrattamenti alla popolazione slava da parte delle autorità fasciste e statali che stanno provocando un reclutamento di massa nella Resistenza. “A.B.” racconta del ragazzo croato massacrato senza motivo da un milite fascista nel centro cittadino e di altre vergognose aggressioni compiute da italiani del Regno a Spalato. Proponiamo l’intero passaggio dedicato all’attività della Regia Questura.

“…la polizia politica fu praticamente affidata nelle mani “ferree” di agenti e marescialli di P.S. col quartiere generale di Via Salona, dove, lo sanno anche i pescatori, di tarda notte sotto la guida del maresciallo [Corti] (…) viene sotto il nome dell’Italia civilizzata, praticato il sistema dell’inquisizione medioevale, con terrore e martiri di ogni genere. Intanto gli arresti in massa riempirono tutti i locali di via Salona dove il detto maresciallo di PS spadroneggiava da sovrano, senza che i funzionari del Palazzo se ne curino troppo. E questo sarebbe la politica romana voluta dal nostro governo? (…) considerando il problema più da vicino – risulta che un irresponsabile maresciallo di PS a Spalato, tollerato dai capi inetti o ignari delle condizioni politiche reali, quasi a bella posta dirige gli affari “politici” in questa città in modo come se a proposito volesse accrescere le fila dei ribelli a scapito nostro. Tale è la fama sulle atrocità del Regime poliziesco usato in via Salona che sarebbe da meravigliarsi appunto se a Spalato vi sta rimasto ancora qualche giovane o ragazza dai 14 ai 40 anni!”

Il lettore di “area” potrà dire che si tratta di una evidente provocazione da parte dei subdoli ed infingardi titini.

Come no!

Peccato che del maresciallo Corti si occupi anche Posar, che di certo non è sospettabile di simpatie comuniste o di slavofilia, e una lettera del  27 marzo 1943 del governatore della Dalmazia Francesco Giunta al sottosegretario alla presidenza del consiglio e quindi allo stesso Mussolini.

Posar  racconta di due istruttori della Gioventù Italiana del Littorio, l’organizzazione giovanile del Partito Fascista,che nei primi mesi del 1943, di fronte all’annuncio di una visita improvvisa a Spalato da parte di un ispettore della GIL proveniente da Roma, decidono di coprire le loro ruberie inscenando un piccolo incendio nei locali dell’organizzazione, ospitati in una scuola tecnica maschile.

Però non si può inscenare un incendio doloso senza “punire” i responsabili, giusto? Con un pretesto i due istruttori fanno riunire nella palestra della loro scuola gli studenti della scuola, con la scusa di un’ora di ginnastica.

Qui i ragazzi vengono “selezionati” in due distinti gruppi e, mentre uno viene trattenuto nella palestra, un altro viene “rimesso in libertà” e, appena uscito dall’edificio, pestato a sangue “da un gruppo di giovinastri molto più anziani di età e molto più robusti, e bastonati di santa ragione” (dalla lettera del governatore Giunta, riportata in “Dalmazia, una cronaca per la Storia” di Oddone Talpo, Roma 1994). Posar è molto più esplicito e dice con estrema chiarezza che in questo gruppo c’è il maresciallo Corti, che a quanto pare si dimostra entusiasta dell’ “esercizio”.

A questo punto, se vogliamo giustificare (buon Dio! non lo penseremo davvero?) le torture di via Salona come un male necessario nella lotta alla guerriglia, qual é lo scopo della partecipazione di un maresciallo di Pubblica Sicurezza al massacro di decine di ragazzini indifesi tra i 14 ed i 17 anni? che cosa hanno detto o fatto gli istruttori della GIL per convincere Corti a partecipare al pestaggio? confessiamo di non essere certi di voler conoscere la risposta, come non siamo certi di voler conoscere la composizione del “gruppo di giovinastri” citato dal governatore Giunta.

Del resto qualche indizio ce lo fornisce, con amarezza anche il governatore della regione, Francesco Giunta che nella lettera sopra citata, collega il pestaggio dei ragazzini  all’assassinio del vice federale di Spalato Giovanni Savo, avvenuto pochi giorni dopo

“La morte del povero Savo è dovuta principalmente ad un atto di rappresaglia e di vendetta per la condotta riprovevole e la mancanza di senso politico dei dirigenti della Federazione di Spalato. Il comunismo non c’entra per nulla o, se c’entra, ciò è in minima parte. Abbiamo fatto più male noi (…) trasportando in Dalmazia tutto il bagaglio delle nostre strutture e sovrastrutture extra statali, che non la propaganda di Mosca. Uomini senza senso politico, funzionari prevaricatori e ricattatori, agenti di polizia ladri e truffatori, dirigenti dei fasci trafficanti ed impulsivi, educatori ed educatrici tutt’altro che degni di questo nome hanno creato una tale reazione che fatalmente doveva sfogare in revolverate (…)” (il grassetto è nostro).

Anche il “povero Savo” è un bel personaggio, nonostante il fatto che il governatore Giunta lo definisca nella stessa lettera “una perla di ragazzo”.

Siamo un po’ perplessi infatti per la definizione commossa usata dal governatore. Nel giugno 1942 Giovanni Savo ha guidato il saccheggio della sinagoga di Spalato, il primo avvenuto in Italia o in un territorio soggetto all’Italia da almeno centocinquant’anni, un saccheggio che ha visto la partecipazione non solo dei militi fascisti, ma anche di carabinieri italiani (secondo Luciano Morpurgo, esponente della comunità ebraica che parlò con i testimoni oculari). Lo stesso Savo che, sempre secondo Morpurgo, la sera si recava nelle carceri per bastonare gli arrestati. Passò anche per via Salona?

No, a Spalato nulla è come sembra. Nulla è come ci viene raccontato dagli stereotipi troppo comodi degli italiani “brava gente” e dello slavo assassino con la bava alla bocca (oltre Adriatico le prospettive sono certo ribaltate).

Gli stereotipi sono certo piacevoli ma non sono Storia, rassegniamoci.

Siamo certi che la maggior parte dei poliziotti di Spalato fosse disgustata da quanto avveniva nelle camere di sicurezza di Via Salona, che i funzionari ed i dirigenti della Questura considerassero le imprese del maresciallo Corti come un “male necessario” o che preferisse ignorarlo, che in molti si rifiutassero di avere a che fare con Corti. Ma questo “distacco” servirà poco o nulla.

Quando il generale italiano Becuzzi, comandante della Divisione “Bergamo” di stanza a Spalato, tratta con i partigiani jugoslavi dopo il 17 settembre 1943 si vedrà presentare una lista di undici nomi di persone da consegnare, per la maggior parte poliziotti e “spie”, ritenuti responsabili di crimini di guerra. Becuzzi rifiuterà inorridito di avvallare la consegna di cittadini italiani allo straniero e, dietro mediazione del rappresentante inglese presso l’EPLJ, accetterà una formula più generica la quale però lascerà campo libero alle esecuzioni che avverranno nei giorni successivi, nel corso delle quali verranno giustiziati decine di italiani, 41 dei quali appartenenti alla Questura.

Tutti colpevoli di torture?

Ci permettiamo di dubitarne. Una cosa però che non lascia dubbi è il fatto che negli elenchi dei fucilati il nome del maresciallo Corti non esiste e non risulta negli elenchi dei Caduti sia della Polizia di Stato che in quelli della Repubblica Sociale Italiana, come certo sarebbe stato se fosse stato un martire dell’italianità eccetera.

Il maresciallo Corti scompare dalla Storia, forse a bordo dei motoscafi della Questura di Spalato che lasciano la città dalmata il 10 settembre trasportano in Italia il questore ed altri funzionari, abbandonando i propri uomini. Forse più tardi ancora, insieme ai soldati della “Bergamo” che vengono imbarcati a fine mese, salpando poi verso Bari.

In ogni caso, Corti raggiunge il Regno del Sud, sotto il controllo degli Alleati e qui ne perdiamo definitivamente le tracce.

Probabilmente il maresciallo Corti è andato in pensione negli anni ’50 o ’60 ed è deceduto qualche anno dopo o forse addirittura qualche decennio dopo, in un’Italia completamente diversa da quella che nel 1941 lo aveva gettato sulle sponde dalmate, come il mare scaraventa un rifiuto sulla spiaggia. Chissà qual è stata la sua vita dopo il 1943, se è riuscito a redimere i due anni di orrore a Spalato, se una luce è riuscita a farsi strada nel suo animo oscuro.

Immaginarsi un individuo scostante e viscido sarebbe troppo facile e comodo.

E’ più probabile che Corti sia stato un bravo maresciallone burbero ma simpatico, almeno superficialmente, che non parlava della Dalmazia o che minimizzava il proprio ruolo laggiù e che se ne sia andato in pensione salutato da un discorsetto benevolo da parte del questore o del comandante del proprio reparto.

Ma ci chiediamo che cosa il maresciallo Corti abbia visto intorno a sé nei suoi ultimi giorni, mentre le tenebre avanzavano verso di lui. Se abbia rivisto i prigionieri torturati o mezzo annegati di acqua e sale nelle segrete di via Salona, i ragazzini picchiati a sangue nella palestra della scuola di Spalato o i fantasmi dei quarantuno poliziotti che erano morti al suo posto nel settembre 1943, se si sia mai chiesto se tutto sarebbe potuto andare diversamente, se solo lui non avesse mai varcato la porta delle tenebre.

Se solo lui fosse stato un uomo migliore.

 

“Su quel volto d’avorio vidi l’espressione di un torvo orgoglio, di un potere spietato, di un terrore codardo, e anche di una disperazione immensa e senza rimedio. Stava rivivendo la sua vita in ogni particolare dei suoi desideri, le tentazioni, le capitolazioni, in quel supremo momento di conoscenza completa? Due volte, con voce bassa, lanciò verso non so quale immagine, quale visione un grido che non era che un soffio “Che orrore! Che orrore!”

 

Joseph Conrad“Cuore di tenebra”

 

Fonti e principali opere consultate:

Oddone Talpo “Dalmazia, una cronaca per la storia”  vol. II e III, editi a cura dello Stato Maggiore dell’Esercito, 1990 e 1994.

Guido Posar “Naufragio in Dalmazia 1941-1943” Ed. Monciatti, Trieste, 1956

Luciano Morpurgo “Caccia all’uomo!” Casa Editrice Dalmazia S.A. di Luciano Morpurgo, roma 1946. Ampi estratti disponibili su http://www.fondazionevalenzi.it/public/doc/Leggi_razziali_e_Luciano_Morpurgo.pdf

http://www.ratnakronikasplita.com/ (in lingua croata)

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