Omicidio-suicidio

Con questo acronimo la cronaca ci ha abituati a una delle più terribili tragedie che possano colpire un essere umano e chi gli sta intorno. Se volessimo tradurlo con un termine più crudo e diretto, me ne verrebbe in mente uno solo: sterminio.

Oggi a Cisterna di Latina un Appuntato dei Carabinieri ha compiuto proprio questo: uno sterminio. Al momento in cui scriviamo, l’unica persona ancora viva è sua moglie, ricoverata in gravissime condizioni. Unica superstite di una tragedia che, se sopravviverà, è solo all’inizio: la sua famiglia (il marito e due figlie poco più che ragazzine) non c’è più.

In questo momento sui social sto leggendo le peggiori assurdità, nel più tipico stile italiano secondo il quale a calcio siamo tutti allenatori, su un circuito siamo tutti piloti. E in queste tragedie siamo tutti psichiatri. Invece no. Invece è il momento di fermarsi e – soprattutto – di rispettare la Morte. Non una parola in più su questo dramma, in omaggio alle vittime.

Ma di omicidio-suicidio (rectius, di sterminio) le cronache sono piene. Cambia solo la tempistica di divulgazione della notizia che, in tempo passati, poteva anche passare sotto silenzio. Ma è una strage che anche in Polizia ha assunto toni drammatici, sia per il fatto in sé, sia per il silenzio imbarazzato in cui la notizia spesso è stata fatta piombare.

Volete i numeri? Eccoli.

I casi certificati dalle cronache a partire dalla fine dell’Ottocento sono 26. Ventisei agenti che sono piombati in un pozzo nero. Anche qui, figure retoriche che rimbombano nei vari discorsi: “gli si è chiusa la vena”…. “gli è calato il sipario”…. “gli è saltato l’interruttore”….  Tutte frasi che hanno un unico comune denominatore: il buio della disperazione. Ventisei, ma la cifra è sicuramente molto inferiore ai dati reali.

Il primo caso accade il 3 novembre 1882. Roma. La guardia M.R. presta servizio all’Esquilino. La sera del 2 novembre deve rientrare in caserma entro le 20, ma di lui si perdono le tracce. Girovaga tutta la notte per la capitale e alle 8 di mattina del giorno dopo si presenta in uno dei postriboli della città. Da tempo frequenta una delle ragazze della casa, se ne è perdutamente innamorato, a quanto si dice ricambiato. Si chiudono in camera per 4 ore, forse alla ricerca di una soluzione al loro mal d’amore. Poi, d’improvviso le urla, gli spari, la morte.

Torino, 25 settembre 1921, corso Principe Oddone. la guardia regia P.T. spara alla giovane amante e si suicida. I due sono quella che oggi definiremmo una coppia di fatto, lei separata da un marito che le ha dato una bambina, trasferita in un “educandato”. Nel palazzo li conoscono, soprattutto per le frequenti litigate. Quella mattina il poliziotto affronta la donna nel cortile del caseggiato e compie la strage.

Penne, provincia di Pescara, 15 luglio 1957. Siamo nella caserma della Stradale: alle 5:45 di mattina la guardia A.V. in una improvvisa crisi di follia, raggiunge un commilitone che sta riposando nella sua branda e gli spara un colpo di pistola alla testa, uccidendolo. Poi rivolge la stessa arma verso di sè. Un fulmine a ciel sereno, i due erano ottimi amici e la sera precedente erano stati visti ridere e scherzare tra loro.

Roma, 27 maggio 1959. La guardia aggiunta G.M. presta servizio in un commissariato ma  si è anche innamorato di una ragazzina di 14 anni, giunta nella capitale per approfondire gli studi di danza classica di cui è una giovanissima “promessa”. Niente di morboso, in tempi nei quali i legami sentimentali erano estremamente precoci, tanto che il rapporto era stato accettato anche dai genitori della giovane. In mezzo, la gelosia di lui, che a più riprese cerca di convincere la giovane ad abbandonare la promettente carriera di ballerina. Siamo in via Lavinio, a San Giovanni. Quel pomeriggio il militare si presenta a casa della famiglia che ospita la giovane, approfittando dell’assenza della madre. Ne nasce subito una nuova, breve e intensa discussione. Poi le pistolettate.

Passano pochi mesi e il 24 novembre 1959 la guardia G.M., in servizio al Reparto Celere di Napoli, raggiunge la sua fidanzata a Cervinara. I due si frequentano da 6 anni, in programma ci sono le nozze. Ma “voci” giunte all’orecchio del militare parlano di una lettera che un altro giovane aveva spedito alla ragazza prima di partire per il Canada: in essa, proposte di matrimonio e di trasferimento oltreoceano. Le stesse “voci” dicono che la donna non ne sia rimasta indifferente. La guardia raggiunge la fidanzata alla fontana pubblica del paese, ove la ragazza sta lavando alcuni panni. Poi, la discussione e la morte, secondo un consueto e tragico copione.

17 aprile 1960, Roma. Al termine di una furibonda lite l’appuntato S.P. spara prima alla sua convivente e poi a se stesso. Alla base della tragedia, una vita tormentata del militare, già reduce da traversie sentimentali, e la continua oppressione della donna che – a detta dei vicini – non perdeva occasione per continue sfuriate, soprattutto quando alzava il gomito più del solito. I conti vengono chiusi a colpi di 7,65.

Non passa neanche un mese: 11 maggio 1960, periferia di Tortona. In un’auto parcheggiata in mezzo ai campi vengono rinvenuti i cadaveri di due giovani, un uomo e una donna. Lui è la guardia di P.S. A.G., in servizio al Battaglione Mobile di Pavia: si è sparato al cuore; lei, un’infermiera che l’uomo ha colpito alla testa con l’arma d’ordinanza. Tra il loro amore clandestino, lo status di coniugato del militare che spiega la sua lucida follia in una lettera indirizzata alla madre.

E nei piccoli paesi non va certo meglio. Cortina d’Ampezzo, 1 ottobre 1961: la guardia P.C. lavora alla polizia Stradale di Bolzano ed è stato da poco trasferito a Bressanone. Questo lo avrebbe allontanato da Cortina ove abita la sua fidanzata. Oggi Bressanone – Cortina la puoi fare anche in bicicletta; a quei tempi ci volevano ore. Quella sera il militare va a fare una passeggiata con la sua donna; probabilmente discutono del problema, altrettanto probabilmente la donna gli dice che vuole troncare. Giunti in località Crignes, lui la uccide con tre colpi di pistola. L’uomo girovaga a vuoto, poi entra in un bar. Quando vede le auto dei colleghi che lo stanno cercando, scappa in riva al torrente Boite e si spara.

Sestri Ponente, 19 novembre 1963, tragedia della disperazione. La guardia R.A. uccide la moglie e si spara a sua volta. Nei pantaloni, una lettera in cui vomita tutto il suo dolore per la perdita del figlioletto di pochi mesi, stroncato dalla meningite pochi mesi prima.

Tragedia del degrado invece a Roma il 9 settembre 1967. La guardia A.D.M. entra nel negozio gestito dalla moglie e le spara 4 colpi di pistola, riservando il quinto per sé. Alla base, ancora le liti, ancora il consumo smodato dell’alcool da parte stavolta del militare.

Stazione Termini di Roma, 24 maggio 1976, scene di ordinaria follia. La guardia D.A. è un agente della Polfer, legato sentimentalmente a una sua paesana. Da qualche tempo le cose tra i due non vanno più bene. Quel giorno, alla mensa di servizio, il militare si confida con un collega dicendosi “giù di morale”; apparentemente tutto sembra passato e il poliziotto prende servizio lungo le banchine della stazione. La sua ragazza lo raggiunge, vuole restituirgli foto e lettere. Ancora quel buio, ancora quel pozzo nero: l’agente estrae la pistola e fulmina la giovane con 5 colpi, tra lo sgomento e il terrore dei presenti. Poi si spara.

Gelosia e risentimenti anche alla base della tragedia che si consuma esattamente un anno dopo ai giardini Gargano, nel quartiere Tuscolano di Roma. L’appuntato M.S., da tempo separato dalla moglie, ottiene un incontro chiarificatore con lei. Le cose degenerano subito in lite, poi in pistolettate. A terra rimangono due morti.

E due mesi dopo, il 30 agosto, gli va a fare compagnia l’appuntato V.M. che a Salerno, al culmine di una lite, fulmina la moglie e poi si spara.

Abbiamo poi 9 anni di silenzio, almeno in apparenza. Il 2 agosto 1986 a Roma l’ispettore A.Z. imbraccia il fucile, uccide la moglie e poi si spara. Credeva di essere gravemente malato e da qualche tempo era entrato in uno stato di forte prostrazione psichica.

Ci sono anche casi in cui la follia arriva in due tempi. E’ il caso del maresciallo A.D.F. che nel 1985 uccide a revolverate la moglie. Rinchiuso a Regina Coeli, due anni dopo si passa una corda al collo e muore.

Il 15 gennaio 1988 la gelosia è il movente di un altro sterminio: a Casale Monferrato l’agente G.C. uccide con 6 colpi di pistola la moglie e poi si suicida.

Nessuna spiegazione invece per l’ennesima strage avvenuta il 6 gennaio 1991 in un appartamento di Mestre ove vengono rinvenuti i corpi dell’agente R.B. e della moglie: lei crivellata di colpi, lui con un solo proiettile in testa.

Il 19 febbraio 1992 a Trapani tocca all’assistente A.T. in un raptus di follia spara alla moglie e alle due figlie, suicidandosi subito dopo. L’unico a essere risparmiato, il padre di 90 anni. Si parlò di preoccupazioni economiche, ma l’unica lettera lasciata dal poliziotto era indirizzata al questore cui si chiedeva semplicemente scusa per il gesto.

La piaga della droga è all’origine dell’eccidio del 31 luglio 2001 avvenuto a Pesaro ove P.C., poliziotto in pensione, uccide il figlio tossicodipendente e poi si suicida.

Il 16 dicembre 2001 in provincia di Cesena R.D.B., poliziotto in servizio al locale commissariato, raggiunge la sua ex compagna sparandole a bruciapelo e poi uccidendosi a sua volta. Alla base del gesto, l’incapacità di rassegnarsi alla fine di una storia d’amore.

Il 3 gennaio 2003 a Roma l’agente E.D.C. uccide a coltellate la moglie, poi con lo stesso coltello ancora in mano si getta dal terrazzo morendo sul colpo. Nessun segnale aveva fatto presagire la strage e la coppia venne descritta come “serena”.

Si invertono le parti ma il risultato non cambia. Il 26 febbraio 2008 a Pieve a Nivole un’ispettrice di Polizia, C.C., nel timore di perdere la propria figlia di cui l’ex marito aveva chiesto l’affidamento la carica in macchina, aspetta che si addormenti e poi le spara, riservando a se stessa il medesimo trattamento. In auto, nessuna lettera: solo gli ultimi disegni fatti dalla bimba.

Il 17 maggio 2013 a Milismeri l’assistente I.I. spara alla testa del proprio figlio di 9 anni e si suicida. Alla base, presunti problemi economici. Emerse che l’agente avrebbe voluto eliminare anche la seconda figlia, ma gli mancò il coraggio.

Solo 5 giorni dopo, il 22 maggio, a Cadoneghe (PD) l’assistente G.G. uccide la moglie suicidandosi a sua volta con il medesimo proiettile. Gelosia, crisi di coppia, lo spettro di un amante, la paura di essere lasciato….

Il 2 gennaio 2016 a Genova il collaboratore tecnico capo M.A. stermina l’intera famiglia (moglie e due figli) e poi si suicida. I motivi restano ignoti.

Questa strage è uno stillicidio di vittime silenziose che periodicamente balza sulle colonne di “nera”, salvo poi essere dimenticate il giorno dopo. Ci sono le vittime, ci sono i danni collaterali, ancora più silenziosi e devastanti, costituiti da “chi resta”. Dobbiamo riflettere su questo poiché il peggiore far i danni collaterali è e resterà sempre uno: l’assuefazione alla notizia.

Per la redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

 

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3 pensieri su “Omicidio-suicidio

  1. Grazie per l’articolo.
    Mi dispiace molto per quanto è accaduto nel corso degli anni.
    Leggo troppa sofferenza… direi che ognuno ha raggiunto il proprio limite di sopportazione… ma l’appello è giunto troppo tardi… per evitare il fatto.
    A questo punto credo sia importante riflettere sulle ragioni che hanno portato a compiere questi gesti omicidi e suicidi… immedesimarsi in ogni singola persona e nella sua storia per comprendere il dolore che li ha trafitti.
    Tutti questi eventi, a mio avviso, oggi, costituiscono un unico appello: fate prevenzione.
    Questi fatti dovrebbero aiutarci a pensare a delle strategie di intervento per agire in supporto del personale che opera nelle Forze di Polizia e prendersi cura della loro salute… non solo fisica…

    Un caro saluto,
    Stella

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    • Purtroppo la prevenzione dovrebbe partire dal diretto interessato quando si accorge di avere un problema, di non farcela più… Una di queste disgrazie mi ha toccato personalmente da vicino, un collega che fino al giorno prima non aveva dato adito ad alcun sospetto. Poi, il buio… Troppo alta è ancora oggi la paura di vedersi buttato in aspettativa a tempo indeterminato, con l’aggiunta di problemi a problemi; troppa la diffidenza verso la figura dello psicologo, visto ancora come “il medico dei matti” e non come un’ancora di salvezza… E troppa, inescusabile la latitanza delle nostre istituzioni…

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      • Mi dispiace per questa situazione: paura di “aprirsi” perché si rischia il posto di lavoro.
        Si può dire che sarebbe meglio, per la persona che sente di non farcela più, chiedere un supporto. Quando questo non è possibile sarebbe meglio che fosse inviato.
        Purtroppo, da quello che so, le circostanze non permettono che il personale in servizio si possa far aiutare senza avere delle ripercussioni sul lavoro. Come scrivevi, è ancora alta la paura di “vedersi buttato in aspettativa”. Tutto questo peggiora anche le condizioni di salute a lavoro. Creando non poco stress.
        A me piacerebbe occuparmi proprio di queste situazioni. Mi rendo conto che c’è bisogno di diffondere un po’ di cultura della Psicologia.
        Lo psicologo serve, ma un terapeuta può fare la differenza ed essere di grande aiuto a patto che sia rispettoso dell’altro, della sofferenza che porta. Ci vuole molta fiducia nel professionista che si sceglie. Questo si può costruire a patto che ci sia disponibilità da parte di colui che chiede aiuto (il cosiddetto paziente o cliente che si vogli chiamare).

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