– I RACCONTI DI UN “DIGOSSINO” -INTERVISTA AL SOVRINTENDENTE CAPO IMBRIACO EUGENIO

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Raccontare la storia della Polizia attraverso le parole e gli occhi dei colleghi che hanno vissuto i periodi più cupi e particolari della nostra istituzione è sempre una forte emozione, tra un aneddoto e un racconto di vita poliziesca le parole di chi ha passato la propria esistenza con quella Giacca Blu indosso non sono mai sufficienti per raccogliere e spiegare l’emozione di una professione che ti assorbe completamente.
Tra queste persone, la redazione di Polizianellastoria ha conosciuto Eugenio Imbriaco, Sovrintendente Capo della Polizia di Stato in quiescenza, che negli anni di servizio attivo ha speso buona parte della sua carriera alla Questura di Bologna, presso la Digos.


Tra le contestazioni studentesche degli anni ’70, la strage del 2 agosto 1980 e la famigerata “Uno Bianca”, il Sovrintendente Imbriaco ha vissuto in prima linea eventi e fatti che hanno stravolto e cambiato le sorti di un paese come l’Italia e di una città come Bologna.
Il capoluogo emiliano è storicamente una delle piazze più calde del paese, un vero e proprio laboratorio politico, da Bologna sono infatti passate le più grosse rivoluzioni sociali e culturali così che la Questura felsinea è da sempre considerata tra le più importanti a livello nazionale.

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Eugenio Imbriaco quindi vive sulle sue spalle queste evoluzioni; partito il 10 ottobre 1971 alla volta di Trieste, di cui ancora conserva il biglietto ferroviario, frequenta il corso per Allievo Guardia alla scuola “San Giovanni” da cui ne uscirà con una segnalazione da parte dei superiori per aver evidenziato particolari attitudini nella polizia giudiziaria tanto che andrà successivamente a Vicenza per frequentare un corso di specializzazione al riguardo.
Tale attitudine non lo sottrarrà però alla più normale delle prime assegnazioni, il nostro infatti verrà destinato sotto le due torri, al Reparto Celere, per disimpegnare i gravosi e importanti servizi di ordine pubblico che il capoluogo emiliano era costretto ad affrontare in quei anni.

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“Erano anni difficili” – quelli di una polizia “bella, dura e onesta”, racconta con la soddisfazione di avercela fatta – “quando partii per Trieste mio padre dovette firmare per me, non avevo ancora raggiunto i 18 anni. Lui però era uno che guardava avanti e mi disse che se non volevo fare la Guardia, per me, c’era solo la zappa e per questo mi dovevo fare coraggio; diceva che col tempo mi sarei trovato bene… del resto nel mio paesino, nel Cilento, non c’erano molte alternative e, ad oggi, posso dire che di ragione ne aveva da vendere!”

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“Negli anni ’70 gli stipendi dei poliziotti non erano alti”, continua il racconto con gli occhi di chi avrebbe voluto ancora riviverli quei tempi, “ma nonostante tutto la Polizia ti garantiva un pasto caldo, un tetto sopra la testa; ero così fortunato per quei anni che a fine mese riuscivo a mettere da parte 30.000 lire, una bella cifra per l’epoca!”.

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Orgoglioso Eugenio, specie quando mostra i suoi cimeli, le foto, gli scorci di una vita passata al servizio della collettività, in un’epoca dove non esisteva il contratto di lavoro, l’ANQ (Accordo Nazionale Quadro), gli orari in deroga, lo straordinario, nulla di tutte quelle tutele che oggi i poliziotti conoscono bene, perché i servizi erano tutti “8 – FINE” e la fine poteva essere anche dopo 3 giorni sbattuti in giro per l’Italia.
Innamorati, perché non poteva essere diversamente, sono e probabilmente erano gli occhi di Eugenio che grazie alla Polizia e a uno dei tanti servizi di vigilanza a obiettivo sensibile, conobbe sua moglie Luana, ricorda “…in vicolo Posterla a Bologna c’era la sede dell’MSI (Movimento Sociale Italiano) e li davanti nascevano sempre delle scaramucce tra quelli neri e i rossi, per questo noi tra una marachella e l’altra, in fondo erano studenti, cercavamo di disincentivare la violenza” ….e evidentemente tra un disincentivo, una chiacchiera, una parola tra giovani (come lui), in vicolo Posterla erano tante le ragazze che passavano in quella zona, tra queste sua moglie che se non fosse stato per quel servizio di prevenzione non avrebbe mai conosciuto e con la quale ha poi avuto 2 figli.

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Eugenio era lì, in via Zamboni, quel giorno di marzo 1977, quando l’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga mandò i blindo dei Carabinieri per disinnescare le violenze generatesi dalla morte di Francesco Lorusso, uno studente la cui uccisione, di fatto, non ha mai avuto un colpevole.
“Quel giorno c’era troppa confusione, i nostri funzionari facevano molta fatica a capire quale potesse essere la strategia migliore per evitare inutili violenze, furono sparati molti lacrimogeni, qualcuno probabilmente sparò anche altro tanto che morì quel povero studente, Lorusso, per cui fu accusato un certo Tramontani, un Carabiniere, che per quel che ne so, poveretto, non centrava nulla”.
Eugenio non risparmia critiche alla catena di comando di quel giorno sostenendo che “…sono i funzionari il cardine dell’ordine pubblico, se loro per primi non sono in grado di gestire bene gli uomini ne allora ne oggi possiamo pretendere che vada tutto bene”.
Il ricordo di quelle giornate di marzo ’77 è ancora vivido nei suoi occhi così come il ricordo di essere tornato a casa dopo tre giorni di servizio continuativo; all’epoca infatti già assegnato alla DIGOS, non si poté sottrarre a partecipare a eventi come gli accertamenti necessari dopo l’uccisione di Lorusso ma anche alla chiusura di “Radio Alice” in via del Pratello, la prima radio libera che la storia della radiofonia ricordi, accusata di aver guidato la rivolta degli studenti attraverso le sue trasmissioni.

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Ma la carriera di Eugenio non è stata solo ordine pubblico, servizi di prevenzione obiettivi sensibili ma anche attività informativa di alto livello, venne infatti scelto per frequentare le aule universitarie al fine di reperire contatti e informatori tra gli studenti stessi, confondendosi tra di loro. Un ruolo pericoloso, ricordiamolo, in un’epoca dove non era difficile che un poliziotto, incapace di rapportarsi con certi estremisti, potesse essere sacrificato sull’altare della patria.
“Tenere i rapporti con gli informatori”, continua il racconto, “non era facile, la cosa più difficile era fare in modo che si fidassero di te, carpire la loro fiducia era un gioco di equilibrio fatto di dare e avere non solo su un piano di protezione ma anche e soprattutto umano. Ho purtroppo incontrato colleghi che per invidia, paura, incapacità, hanno rovinato ottimi informatori e relativi rapporti umani. Alcuni colleghi, pur sapendo il loro ruolo, li denunciavano per fare bella figura con i superiori…”

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Ed era facile morire in Italia, dicevamo; se lo ricorda il Sovrintendente Imbriaco il 2 Agosto 1980, la strage alla stazione di Bologna, altro capitolo oscuro di questo paese. Ore febbrili si sono passate negli uffici della DIGOS bolognese, tutti riuniti per capire cosa effettivamente fosse successo, dove forte era la voglia di non credere alla matrice terroristica; per tanto tempo infatti i nostri “DIGOSSINI” furono portati a ricercare le cause in un banale incidente a una caldaia, nonostante le evidenze e gli odori che lo stesso Eugenio respirò su quelle macerie: “l’odore di una bomba esplosa lo senti, come senti il puzzo di cadavere!”
Ed è così che l’Appuntato Imbriaco divenne l’Assistente Imbriaco. Siamo nel 1981, la famosa legge 121 portò la smilitarizzazione, che, a suo giudizio, “Non tutti volevamo, anzi, in molti la contrastarono, io personalmente non la volevo, infatti non ho mai avuto tessera sindacale. Certo abbiamo avuto vantaggi, qualche soldo in più sullo stipendio, più diritti ma abbiamo perso dignità, compostezza, quando eravamo militari tutti dovevano essere ben vestiti, sempre, non potevi assistere, come ora, a colleghi che si vestono male o in maniera pagliaccesca”.
Non manca poi di ricordare il “trauma” che derivò dall’ingresso delle donne “… perché sì, certo, le avevamo anche prima, le assistenti di polizia della Polizia femminile, ma erano poche. Quando entrarono le donne dopo il 1981 era difficile rapportarsi con loro, specie per uno come me che aveva tanti anni di servizio, erano di un’altra generazione, mentalità, epoca, per noi che venivamo dalla vita militare non è stato facile. Per non parlare di quanti uomini hanno mandato a monte matrimoni per non aver ben ponderato facili e prevedibili infatuazioni…”
Ma la Digos non è solo investigazioni, informatori, polizia “politica” o antiterrorismo ma anche scorte a personalità, tutela a capi di Stato. Il Sovrintendente Imbriaco ha conosciuto politici importanti come Craxi di cui ricorda “…i modi davvero garbati con cui si poneva nei nostri confronti, un vero signore, pensi si dimenticò nella macchina di servizio la sua agenda. Quando avvertii la sua segretaria dell’inconveniente sentii nella sua voce l’imbarazzo di chi aveva fatto un errore madornale”. Un ghigno durante il racconto evidenziava che, in quell’agenda chissà quanto cose c’erano scritte. “…ma no, non la volli leggere, non sarebbe stato corretto, siamo servitori dello Stato.”
Con i politici i colleghi della Digos lavorano spesso, Eugenio incontrò anche Spadolini, di cui ricorda simpaticamente come offrire anche solo un caffè poteva rappresentare un problema.
Incontrò anche Cossiga, futuro presidente della Repubblica, passato alla storia come il “Picconatore” ma anche Berlinguer e il compianto giudice Giovanni Falcone.
Non può dimenticare anche la prima visita di papà Wojtyla a Bologna nell’aprile del 1982, “…vennero da Roma funzionari che ci fecero fare centinaia di volte il percorso del corteo, si riempivano le agende di appunti, doveva essere tutto perfetto, del resto all’epoca l’allerta terrorismo era altissima e il Santo Padre aveva già subito l’attacco da Alì Agca appena un anno prima”
Bologna, come dimenticarlo, è la Questura della “Uno Bianca” e dei famigerati fratelli Savi, uno spettro che ancora oggi aleggia. Un fantasma, un’ombra ancora utilizzata da parte di chi vuole gettare gratuito fango verso gli uomini in Giacca Blu; Eugenio ha vissuto anche quella tragedia: la commissione salita da Roma, la caccia alle streghe, gli arresti. Il Sovrintendente Capo non ne parla volentieri ma una cosa ci tiene a dirla “…tranne i fratelli Savi, gli altri colpevoli si sono fatti trascinare, uno in particolare lo conoscevo bene, eravamo molto amici, gli anni in cui finì nella bufera ci eravamo allontanati, quando seppi del suo coinvolgimento stentavo a crederci, non era possibile potesse aver fatto tutte quelle nefandezze, ne sono certo, si è fatto coinvolgere in maniera ingenua, era troppo una brava persona.”
Del capitolo più triste che abbia mai coinvolto la Questura di Bologna il Sovrintendete Imbriaco parla davvero poco e malvolentieri, conscio che forse si sarebbe dovuto e potuto fare di più per fermarli prima ma di una cosa è certo “…non lo facevano per soldi, non erano manovrati da poteri occulti, erano solo dei pazzi esaltati, dei sanguinari a cui piaceva sparare, uccidere, usare le armi, è noto infatti che per tutte le rapine fatte troppo pochi erano i soldi avanzati”
La vicenda della “Uno Bianca” è stata probabilmente l’ultimo capitolo importante della sua vita operativa, alcuni anni prima della pensione, avvenuta nel 2002, decise il passaggio a incarichi meno gravosi e burocratici.Ma come vede la polizia di oggi il Sovrintendete Capo Imbriaco? “…la polizia di oggi è troppo come un’azienda, si fanno le 6 ore, si timbra il cartellino, si torna a casa; per fare l’investigatore vero non puoi ragionare così. Noi stavamo giorni e giorni senza tornare a casa per seguire una traccia. Oggi il lavoro dell’investigatore è fatto di troppi cliché, troppi schemi, non c’è più libertà, intuito, fantasia, bisogna rimanere dentro a determinate regole, forse troppe ed è difficile contrastare con le regole chi regole non ne ha e non sempre la magistratura ci aiuta.”
La chiacchierata con Eugenio è stata davvero lunga e volge al termine, gli aneddoti raccontati davvero numerosi, ma l’ultima domanda non poteva mancare: “cosa direbbe a un giovane che vuole fare il poliziotto oggi? “. In maniera estremamente semplice e lapidaria ci rispondeva “… di fare il proprio dovere, sempre, senza esagerare, senza travalicare le regole, fare il proprio lavoro, lo dico sempre anche ai miei figli che fanno tutt’altro nella vita, solo in questa maniera nessuno potrà mai avere nulla da recriminare perché solo facendo il proprio dovere si porta avanti il valore e la dignità di un lavoro prezioso e insostituibile come quello del poliziotto.”
…e noi lo ringraziamo per quanto speso e dato alla nostra Polizia e ai cittadini Italiani.
Grazie al Sovrintendente Capo Eugenio Imbriaco.

Per la redazione di Polizianellastoria – Michele Rinelli

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