Una storia sbagliata

UNA STORIA SBAGLIATA

di Fabrizio Gregorutti

 

 

Avvertenza: solo i nomi di vittima ed assassino sono fittizi. Il resto della vicenda è autentica ed è stata ricavata dalle cronache dell’epoca.

 

” [l’espulsione dal Corpo delle Guardie di P.S è prevista quando il militare si sia reso responsabile delle seguenti violazioni:] le mancanze all’onore e al decoro, la pederastia, la camorra, la condotta immorale quando siffatte colpe non rientrino nel dominio della legge penale; le gravi mancanze alla disciplina quando siano accompagnate da pubblicità e scandalo; le tresche scandalose abituali”.

Dal Regolamento del Corpo delle Guardie di P.S.

Forse questa storia sarebbe piaciuta a De Andrè, il grande cantore dei perdenti e degli sconfitti. Nel leggere questa storia, triste ed amara, infatti ci è venuto spontaneo ripensare ai versi della sua splendida “Una storia sbagliata”, dedicata alla morte di Pasolini

“Cos’altro vi serve da queste vite / ora che il cielo al centro le ha colpite”

 

Per noi, che poeti non siamo, ci rimane l’amarezza di una storia dove nelle quali le vite sono schiantate da convenzioni, regolamenti ferrei, ipocrisie e scelte sbagliate, irrimediabili e dalle conseguenze tragiche.

28 giugno 1953

Chiamiamolo Ismaele.

Ha trentun anni ed è una guardia aggiunta di pubblica sicurezza in servizio presso la Caserma del Reparto Mobile, presso l’ex Hotel Miramare, vicino alla Stazione Ferroviaria di Genova Principe. Non è un celerino o un poliziotto operativo, in quella che non è una città facile dal punto di vista politico e che esattamente sette anni dopo verrà sconvolta dalla rivolta contro il governo Tambroni non è uno sbirro di strada.

Molto più semplicemente lavora nella sartoria interna della caserma, dove cuce, rammenda, confeziona uniformi per gli altri colleghi, per quelli che sulla strada sputano sangue e sudore.

Per qualcuno Ismaele è soltanto un imboscato, per qualcun altro un bravo ragazzo solo un po’ riservato e taciturono.

Ogni tanto, allo spaccio o in mensa o magari durante le occasionali uscite con i colleghi, Ismaele si lascia scappare che appena smonta dal servizio si incontra con una bella donna, molto formosa e molto sposata in un appartamentino che ha affittato a Sampierdarena.

I colleghi lo sfottono divertiti. Del resto non è il primo tra loro ad allacciare storie del genere con donne sposate.

Si capisce allora perché Ismaele non si faccia vedere in giro con quella o altre donne: questa bella signora deve averlo proprio colpito al cuore.

Qualche collega lo avverte bonariamente di stare attento, perché a parte il rischio di trovarsi di fronte al marito tradito il regolamento delle Guardie di P.S. non consente scappatelle o meglio, non tollera qualsiasi occasione che possa portare scandali o comunque discredito al Corpo.

“Si rischia il posto per molto meno” lo avverte qualche altro agente “Stai all’occhio, collè!”

Per il resto, però, ci sono le normali, anche se pesanti battute da caserma, alle quali Ismaele risponde con altrettante battute o un sorriso sornione.

 

Va così anche quella sera, in cui la guardia aggiunta di P.S. Ismaele esce dalla caserma, salutando gli agenti in servizio al Corpo di Guardia e scambiando con loro qualche parola scherzosa e salace.

Il capoposto trascrive il nominativo del giovane collega sul registro, quindi alza lo sguardo verso la strada, illuminata dal lampione.

Ismaele è fermo sul marciapiede all’esterno della caserma.

Sembra esitare, incerto, le spalle afflosciate. Il capoposto si chiede oziosamente se abbia dimenticato qualcosa in caserma e si prepara a ordinare agli altri ragazzi del corpo di guardia di riaprire il portoncino.

Poi Ismaele si riscuote e attraversa la strada e il capoposto lo vede scomparire, inghiottito dal buio della sera.

Ismaele non ritornerà più in caserma. La sera successiva il Comando dirama una serie di fonogrammi a tutte le Questure d’Italia, segnalandolo come possibile disertore.

Strano però: in quattro anni trascorsi a Genova Ismaele ha sempre tenuto un buon comportamento e sembra l’ultima persona capace di tagliare la corda, anche se con sé ha portato via la somma di trentamila lire cioè parte dello stipendio ricevuto appena il giorno prima. E per cosa o per chi avrebbe disertato? Per la signora formosa con la quale ha una storia?

Ismaele non ha però disertato.

Il 1° Luglio due fidanzati in cerca di intimità trovano il suo corpo straziato all’interno di una galleria ferroviaria in costruzione a Fegino, una frazione nel quartiere di Rivarolo, steso su un mucchio di fogli di giornale che serve da squallido giaciglio, in mezzo a mozziconi di sigarette e rifiuti immondi.

Ismaele è stato ucciso da qualcuno che con terribile violenza gli ha sfondato il cranio con una pietra pesante almeno dieci chili.

Ma non è tanto questo orrendo particolare a lasciar perplessi gli investigatori della Mobile di Genova, abituati a vedere anche di peggio, e nemmeno il fatto che prima Ismaele sia stato anche strangolato, come accertato dall’autopsia, quanto il fatto che Ismaele indossi solo la canottiera, le calze e le scarpe. Gli abiti sono scomparsi e così pure le trentamila lire, l’orologio e l’anello d’oro che il poliziotto aveva con sé.

Gli investigatori della Mobile rimangono ancora più perplessi quando cercano di rintracciare la famosa signora bruna, molto formosa e molto sposata descritta dai colleghi di Ismaele, o meglio, descritta da Ismaele ai propri colleghi e non ne trovano traccia.

Neanche i vicini di casa del famoso appartamentino di Sampierdarena, affittato da Ismaele ricordano una donna simile, anzi a dir la verità non ricordano nessuna signora, ma diversi ragazzi descritti come “giovinastri equivoci”. Tradotto nell’italiano di sessant’anni dopo: prostituti gay.

Le cronache raccontano, con il classico linguaggio dell’epoca che Ismaele “conduceva una doppia vita e che frequentava un particolare ambiente del vizio” o che il delitto di cui è stato vittima è “la tragica conclusione di una trista amicizia”.

Ma quella del 1953 è un’altra Italia, nella quale tutto ciò che va contro la morale comune viene apertamente condannato e poi fatto di nascosto, in segreto, non sia mai che la gente spettegoli.

Non c’entrano solo le sagrestie, il Vaticano, la DC eccetera come potrebbe supporre qualche antivaticanista ad oltranza… anche a sinistra alligna la stessa ipocrisia, la stessa falsità. Ad esempio, quando si scopre che Pierpaolo Pasolini è un “invertito”, un “anormale”, uno che si apparta con i ragazzi, il PCI non esita un istante a cacciarlo dal Partito.

Prima di saltare alle consuete tiritere sull’Italia bigotta e provinciale, ancora pochi anni dopo, nella liberale Los Angeles dei primi anni ’60 sono in attività le “Fagsquad”, le “squadre anti finocchi”della Buoncostume del LAPD che, come racconterà il poliziotto-scrittore Joseph Wambaugh nel suo splendido “I nuovi centurioni”, arrestano ogni notte per atti osceni decine di omosessuali nei parchi della metropoli californiana.

Nel romanzo, uno dei poliziotti anziani che fa da mentore ad uno dei protagonisti (in realtà lo stesso Wambaugh) racconta che durante le retate nei parchi cittadini si può trovare chiunque. Padri di famiglia, bravi borghesi e “perfino qualche poliziotto” e qui sembra di vedere sul volto del mentore di Wambaugh, una smorfia tra il disgusto e l’incredulità. E se questo accade in una delle città tra le più tolleranti di quello che dovrebbe essere il faro del mondo libero, come si può pretendere che in Italia possa andare diversamente?

Gli anni ’50 non sono quindi l’epoca migliore per essere gay in nessun luogo e gli uomini e le donne come Ismaele sono dei fantasmi, costretti a vivere una vita non loro, soprattutto nei luoghi pubblici, come nelle scuole, negli uffici, nelle forze armate, in polizia. Non puoi neanche appellarti alla formula un po’ ipocrita che fino a poco tempo fa vigeva nelle Forze Armate americane: “don’t ask, don’t tell”cioè “non chiedere, non dire”. Qualsiasi ammissione o rivelazione susciterebbe imbarazzo e questo non si può, non si deve fare e causerebbe la rovina del responsabile.

E cosa può essere fonte di imbarazzo e di scandalo per il Corpo delle Guardie di PS più della rivelazione dell’esistenza di un poliziotto gay o, per usare il linguaggio dell’epoca, “anormale”? Di un uomo costretto a mentire per poter sopravvivere? di un uomo che, secondo la morale di allora, non dovrebbe nemmeno esistere?

Ma questa è stata la vita di Ismaele.

Sulla sua morte invece indaga la Squadra Mobile di Genova, che lavora al proprio meglio, cercando di scoprire il bandolo della matassa, imboccando anche alcune piste che purtroppo si scontrano con l’omertà negli ambienti della prostituzione maschile. Sino a che, nel novembre del 1955, il commissario Spartaco Marroni, il nuovo capo della sezione Omicidi della Mobile, mentre indaga su un altro delitto avvenuto negli ambienti degli “anormali” (sempre per usare il linguaggio dell’epoca) viene informato dagli agenti in servizio all’Ufficio di P.S del Porto di Genova che nella loro zona c’è un ragazzo che si vanta nei bar di poter ammazzare chiunque dietro compenso. Marroni ed i suoi uomini portano in questura il giovane ammazzasette, il quale si rivela un balordino di mezza tacca, più fanfarone che pericoloso il quale, per  scansare le rogne ed acquisire meriti con la legge, rivela di conoscere un piano estorsivo ai danni di alcuni professionisti genovesi, minacciati di morte o subdolamente ricattati con lettere minatorie, millantando coinvolgimenti nel delitto di un guardiamacchine, avvenuto poche settimane prima e che viene ricondotto all’ambiente omosessuale.

Quando ha in mano una delle lettere minatorie, firmata “Dillinger” come il famigerato bandito americano degli anni ’30, e spedite a borghesi ed imprenditori, il dottor Marroni intuisce che c’è qualcosa che va ben al di là dell’estorsione. Il suo fiuto da sbirro gli rivela che, dopo due anni di buio sull’assassinio della guardia aggiunta Ismaele, forse si comincia ad intravvedere una luce.

Il funzionario decide di tendere una trappola al “Dillinger” genovese e lo sorprende dopo un breve appostamento.

“Dillinger” è in realtà un ragazzo di appena 18 anni che chiameremo Mario, residente nel quartiere di Rivarolo e che nelle foto dei giornali, mentre esce dalla questura in mezzo a due brigadieri della Mobile che lo accompagnano al carcere minorile, sembra addirittura più giovane. Ha l’aria del bravo ragazzo, di quelli che vorresti vedere uscire con tua figlia, perché sei convinto che mai e poi potrebbe farle del male.

Ma nelle fotografie sono gli occhi a tradirlo. Non sono quelli spaventati di un ragazzino travolto da una storia più grande di lui. Guarda sfrontato i giornalisti ed i fotografi, sembra addirittura divertito, come se guardasse i flash dei fotografi pensando al figurone che farà domani sulla prima pagina del “Secolo XIX” e a cosa diranno i ragazzi del quartiere.

Ora lo rispetteranno, finalmente!

In realtà Mario ha vissuto ai margini della società fin da quando è nato. Una vita difficile, in una famiglia che forse è oppressiva, come dice lui, oppure che molto più semplicemente è povera e severa e gli lesina i soldi “per andare al cinema”, come si lascia scappare durante l’interrogatorio.

Nonostante la giovane età ha già avuto diversi problemi con la Legge per piccoli reati. Non è diverso dai ragazzi di borgata romani frequentati da Pasolini, o forse sì.

Forse è ancora più cattivo.

In questura Mario si comporta da duro, da strafottente. “Non so niente” irride gli sbirri come, pensa lui, dovrebbe fare ogni criminale che si rispetti. Non riusciranno ad incastrarlo, pensa divertito. Non ci riusciranno questi madama da quattro soldi che fumano a tutto spiano e che continuano a girargli attorno come lupi intorno ad un animale ferito. Ma non lo fregheranno, perché lui è più furbo, lui è…

Il dottor Marroni è un bravo poliziotto, un esperto di interrogatori, paziente ed instancabile. Riesce a fargli confessare che è lui “Dillinger” ed a farsi raccontare del suo giro di ricatti ai danni di professionisti e padri di famiglia, ma ad un certo punto, in quell’ufficio reso quasi irrespirabile dal fumo azzurrino delle sigarette “Nazionali”, Marroni lancia la bomba.

“Che cosa sai dirmi dell’omicidio di quel poliziotto, di Ismaele?”

Mario sussulta. E’ solo per una frazione di secondo poi il ragazzo ritorna strafottente ed irridente come prima, ma il funzionario e gli altri agenti si sono accorti della reazione del “Dillinger” di Rivarolo.

E’ la crepa nel muro.

Marroni e la sua squadra intuiscono di avere fatto vacillare le difese del ragazzo. Ora sono davvero un branco di lupi e, pazienti e tenaci, continuano ad incalzare la loro preda. Non hanno fretta, sanno che presto crollerà stremato, stroncato dalle prove che piano piano si stanno accumulando sulla scrivania, dalle testimonianze, dai riscontri.

Mario crolla alle quattro del mattino, dopo oltre cinque ore di interrogatorio.

“Sono stato io. L’ho ammazzato io!”

Mario è un fiume in piena.

Nella zona tutti sapevano che il poliziotto, Ismaele, era un finocchio, una checca, un“anormale”.

Lui, Mario, ci usciva da un po’ insieme. Andavano in gelateria, al cinema.

Si appartavano.

La sera dell’omicidio sono andati nella galleria di Fegino. Doveva essere una serata come tutte le altre, poi Ismaele ha voluto qualcosa di più ma lui, Mario, non ha voluto cedere e per salvare la propria virtù lo ha ucciso a colpi di pietra.

Legittima difesa, quindi? Interessante.

Però ora Mario dovrebbe spiegare come mai Ismaele è stato strangolato, prima di essere finito a pietrate. Una legittima difesa un po’ strana.

E magari Mario potrebbe anche spiegare come mai sono sparite le trentamila lire con le quali Ismaele è uscito dalla caserma. Non è che Mario ricattava Ismaele e, dopo le trentamila lire, il ragazzo di borgata ha voluto qualcosa di più?

Non è che Ismaele ha rifiutato di continuare a fare la vittima ed ha pagato per questo?

E dove sono finiti l’anello e l’orologio d’oro di Ismaele?

E, soprattutto, Mario ha fatto tutto da solo? E’ mai possibile che un ragazzo di sedici anni riesca a compiere un omicidio così atroce senza la complicità di nessuno?

Marroni ed i suoi uomini continuano ad incalzare Mario fino allo sfinimento, ma il “Dillinger” di Rivarolo non accetta di smuoversi dalle proprie posizioni, nemmeno quando finirà nel carcere di Marassi.

Nei tre anni successivi Mario ritratterà e poi confermerà ancora più volte le proprie dichiarazioni, aggiungendo particolari ai propri racconti e aprendo nuove piste investigative. Una di queste, seguita dai carabinieri, porterà all’arresto del cugino di Mario, da lui accusato di complicità nel delitto. Il poveraccio si farà cinque mesi di galera, prima che venga riconosciuta la sua innocenza. Ma negli inquirenti rimane il dubbio che Mario non sia l’unico assassino.

Il 17 novembre 1958 Mario verrà condannato a undici anni di carcere: una pena altissima per un minorenne all’epoca dei fatti.

E’ stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di Ismaele e di estorsione, ma assolto per insufficienza di prove dall’accusa di rapina.

Ad ascoltare la sentenza c’è il padre di Ismaele, un uomo piccolo e tozzo, dalle mani callose da lavoratore, dal viso reso scuro dal sole di chi ha lavorato tutta la vita all’aria aperta. Ha dato fondo a tutti i suoi risparmi per difendere la memoria di suo figlio, che forse da vivo non ha mai capito ma al quale non ha mai cessato di voler bene, nemmeno per un istante.

Il padre di Ismaele si gira verso l’uomo al suo fianco, gli porge la mano e nel suo migliore italiano gli dice “Grazie, dottore”.

Il commissario Marroni annuisce, mentre stringe la mano al vecchio signore. Poi guarda verso la gabbia degli imputati, dove Mario, ancora frastornato dopo avere ascoltato la sentenza, viene ammanettato dai carabinieri prima di venire trasportato fuori, verso la galera.

Il dottor Marroni si avvicina al maresciallo dei carabinieri della scorta, si qualifica e poi si rivolge a Mario.

Gli dice che ormai deve parlare, che deve rivelare la verità, che non può farsi undici anni di galera per proteggere gli altri, chi era con lui quella notte nella galleria di Fegino.

Perché ci sono altri responsabili in questa storia, vero?

Mario guarda per un lungo attimo il commissario con sfida, sorridendo sarcastico poi guarda verso l’uscita dell’aula.

Dopo qualche istante il maresciallo della scorta dice un po’ imbarazzato che ora devono proprio andarsene. Il commissario Marroni annuisce e fissa militari e detenuto mentre escono dall’aula.

Marroni scuote la testa, quindi torna a voltarsi verso il padre di Ismaele e con un sorriso stanco e amareggiato mormora

“Venga, l’accompagno in stazione”.

 

Fonti principali: cronache dei quotidiani “La Stampa” e “Corriere della Sera” dedicate alla vicenda.

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