Intervista al Maresciallo di P.S. Arcangelo Stiuso

INTERVISTA AL MARESCIALLO DI P.S. ARCANGELO STIUSO

a cura di Gianmarco Calore, Michele Mastrosimone e Diego De Negri.

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Il maresciallo Stiuso ritratto con l’uniforme da allievo agente di P.S.: siamo nel 1942

 

La Redazione di Polizianellastoria è lieta di presentare l’intervista al Maresciallo di P.S. in quiescenza Arcangelo Stiuso, realizzata il 27 ottobre 2017.

Il Maresciallo Stiuso, di 94 anni, è probabilmente l’ultimo testimone vivente di ciò che fu la Polizia in una delle epoche più tormentate: quella del passaggio da Corpo degli Agenti di P.S. a Polizia Repubblicana e di nuovo a Corpo delle Guardie di P.S., finendo per passare all’odierna Polizia di Stato.

La conoscenza con il Maresciallo è avvenuta grazie al Sostituto Commissario Diego De Negri, in servizio alla Questura di Treviso ove l’anziano sottufficiale prestò servizio fino al 1983. Grazie anche all’importantissimo contributo di Michele Mastrosimone, presidente del World Police Museum di San Biagio di Callalta (TV), è stato possibile concordare un appuntamento con il Maresciallo il quale ha ricostruito con lucidità e competenza i tratti più importanti della sua carriera, mettendo a disposizione abbondante materiale iconografico che integra il presente articolo.

Ringraziando infinitamente il Maresciallo Stiuso e la sua Signora per la gentilezza e la squisita ospitalità, per una maggiore facilità di lettura la narrazione passa ora in prima persona.

 

 

Mi chiamo Arcangelo Stiuso e sono nato nel 1923 a San Gregorio Magno, in provincia di Salerno. Erano tempi di grande povertà e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale non fece altro che aggravare la situazione. Nel 1941 o 1942 un mio caro amico, di un anno più vecchio di me,  partì per la Grecia assieme all’Esercito: non fece più ritorno a casa. Mio padre, preoccpato perchè di lì a poco sarebbe toccato anche a me partire per le armi, mi disse: “Angelo, arruolati in Polizia! Almeno scampi il fronte!”

Feci subito domanda e venni convocato a Salerno per una prima serie di visite mediche che superai senza problemi. Venni quindi inviato a Roma alla “Castro Pretorio” per i successivi accertamenti. Superati anche quelli, nel 1942 indossai l’Uniforme del Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza. La scuola rimase quella di Roma. Dopo circa due settimane in cui non facevamo altro che marciare imparando il “passo dell’oca”, un ufficiale chiese chi tra noi avesse esperienza di musica. Avendo avuto in paese un maestro che mi aveva insegnato i rudimenti della tromba, mi offrii volontario e da quel momento venni inquadrato nella banda musicale della scuola.

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Foto di fine corso del Battaglione d’Istruzione Allievi Agenti alla scuola di Castro Pretorio: il maresciallo Stiuso e il primo in alto a destra.

 

In generale, posso dire che il periodo d’istruzione fu abbastanza tormentato: eravamo Poliziotti, ma eravamo anche alle dipendenze del governo fascista che imponeva un trattamento e una disciplina estremamente severi, tanto che alcuni di noi non riuscirono a concludere il corso. Ci vestirono con l’uniforme da allievo, una ruvida grigioverde con berretto a bustina: ce ne diedero una sola, ed era un’autentica impresa tenerla sempre pulita e in ordine, anche perchè la stoffa non si asciugava mai. Le condizioni della scuola erano a dir poco precarie, nelle camerate combattevamo un’impari lotta contro cimici, pulci e altre bestiacce che infestavano i materassi, nonostante la domenica in caserma arrivassero i cosiddetti “famigli”, un gruppo di civili incaricato di mantenere in ordine e fare le pulizie. Ci diedero anche un flacone di DDT, una puzzolente polvere bianca che rendeva ancora più difficile dormire su quei giacigli.

Fin da bambino ebbi come dote naturale quella del disegno a mano libera, una passione che mi accompagna ancora oggi, come potete vedere dai quadri appesi alle pareti! Un ufficiale notò questa mia attitudine e mi fece frequentare uno dei primi corsi di grafia, cosa che mi servì nei successivi anni di servizio. Era un corso molto ambito, che offriva un buon punteggio dal momento che molti allievi sapevano a malapena scrivere il proprio nome… Ancora oggi la questura di Treviso mi incarica di aggiornare le pergamente di avvicendamento di questori e prefetti!

Il corso per diventare Agente di P.S. fu molto duro: agli addestramenti formali si alternavano lezioni di grammatica, storia, geografia, matematica e diritto tenute sia dai nostri Ufficiali che da alcuni civili. Il livello di formazione culturale doveva portare tutto il battaglione d’istruzione a un livello da quinta elementare.

 

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Una bellissima foto del maresciallo Stiuso con l’uniforme ordinaria grigio ferro del Corpo Agenti di P.S.: siamo a Venezia nel maggio 1943, prima dell’Armistizio, l’uniforme riporta ancora i “fascetti” e l’Aquila turrita con nodo sabaudo.

 

Nell’ottobre 1942, superati gli esami di fine corso, mi inviarono a Venezia presso la Compagnia Mobile Agenti di P.S. che a quell’epoca si trovava in Campo dei Gesuiti, prima di essere trasferita in Riva degli Schiavoni. I servizi effettuati erano sostanzialmente pattuglioni volti a garantire l’ordine pubblico: vigilanze fisse, corpi di guardia, vigilanza al mercato annonario per evitare risse o furti. Il servizio non prevedeva alcun riposo settimanale, come fu garantito in seguito. Si lavorava secondo il turno “Quattro-Otto”, vale a dire quattro ore di servizio e otto ore di riposo senza soluzione di continuità. Il vitto in caserma era molto scarso, si campava di insipide minestrine e qualche pezzo di pane, costringendoci a ricorrere all’arte di arrangiarci: qualche trattoria compiacente ci teneva da parte qualche pezzo di carne o un po’ di pesce e quando per causa bellica anche questi generi alimentari vennero a mancare, mi ricordo che ci recavamo in un forno che preparava il castagnaccio. Il fornaio ce ne tagliava una fetta generosa che nascondavamo sotto al pastrano dell’uniforme per tenerlo caldo e, camminando di pattuglia, ogni tanto ne staccavamo un pizzico e ce lo mangiavamo!

I rapporti con la cittadinanza veneziana furono sempre improntati alla cordialità e al rispetto, eravamo un punto di riferimento e in molte circostanze agivamo anteponendo l’umanità e il buonsenso alla legge e ai regolamenti.

 

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Un interessantissimo primo piano del maresciallo Stiuso immortalato a Venezia nel 1944, quando ormai era transitato nella Polizia Repubblicana: l’uniforme è ancora quella del Corpo Agenti di P.S., ma priva dei “fascetti” (sostituiti dai gliadii della Repubblica Sociale Italiana); l’Aquila non ha più la torre ed è priva del nodo sabaudo. Anche la bandoliera non presenta più nessun fregio.

 

Arrivò il 25 luglio del 1943: quella mattina un superiore ci disse di toglierci i “fascetti” dall’uniforme poiché il Fascismo era caduto. Restammo sbigottiti, ma obbedimmo: non sapevamo cosa ci sarebbe capitato, le voci che girarono in quei giorni erano tra le più varie. Saremmo stati incorporato nell’esercito e spediti al fronte? Saremmo transitati nei Carabinieri? Ci avrebbero licenziati? Nessuno lo sapeva. Solo a fine settembre ci fecero improvvisamente prestare un nuovo giuramento alla neonata Repubblica Sociale Italiana e ci fecero mettere i “gladii” sull’Uniforme. Ci trovammo improvvisamente gettati allo sbaraglio, poiché i partigiani ci vedevano come fascisti, i fascisti ci vedevano come imboscati. Solo i nazisti ci continuavano a vedere come alleati e con loro i rapporti furono sempre tranquilli. Addirittura in caserma avevamo sistemato alcune mitragliatrici dietro le finestre, nel timore che i partigiani o i fascisti potessero assaltare la struttura. Era molto facile beccarsi una schioppettata e in molte situazioni mi salvai unicamente ricorrendo al mio istinto. Mi ricordo infatti che una notte, mentre stavo facendo rientro da solo in caserma al termine di un servizio, vidi in lontananza due soldati tedeschi che stavano parlando tra loro. Avevo con me il moschetto a tracolla e al buio potevo essere scambiato per chiunque, tantopiù che vigeva il coprifuoco. Infatti, appena mi videro si misero a corrermi incontro gridandomi qualcosa. Io scappai di gran carriera dentro una delle picole calli di Venezia (che conoscevo molto bene) infilandomi in alcuni pertusi e arrivando a spaccarmi la testa su uno spigolo; ma riuscii a fare perdere le tracce! Per evitare simili problemi, con il comando tedesco furono concordate alcune parole d’ordine da pronunciare soprattutto di notte. In un’altra occasione, una mattina stavo facendo vigilanza alla prefettura assieme ad altri 3 colleghi. Improvvisamente un ufficiale tedesco ordinò ai marinai che facevano riserva in Arsenale di radunarsi subito nel piazzale: venne loro spiegato che da quel momento erano passati sotto il comando germanico e che sarebbero dovuti partire subito per destinazione ignota. Ben capite la disperazione di questi ragazzi! A noi fu ordinato di scortare i marinai fino alla stazione dove erano già stati approntati alcuni convogli militari. Durante il percorso, alcuni marinai riuscirono a scappare imboscandosi nei piccoli viottoli, ma la gran parte di loro raggiunse la stazione. Io e i miei colleghi, temendo che uguale trattamento fosse riservato anche a noi, alla chetichella facemmo perdere le nostre tracce aiutando anche qualche altro marinaio a fare lo stesso.

Una sera fummo mandati a vigilare alcune case colpite dai bombardamenti nei pressi di Mestre: durante la vigilanza suonò l’allarme di un nuovo bombardamento. Non avendo disposizioni al riguardo scappammo in mezzo ai campi per evitare di essere colpiti da eventuali ordigni. Io e un collega rimanemmo in mezzo a un campo per alcune ore, fino a quando suonò la sirena del cessato allarme. Solo che a quel punto non sapevamo più come rientrare in caserma: ce la facemmo a piedi fino a una fermata del filobus e, a mattina inoltrata, rientrammo in caserma. Fu in quell’occasione che, a bordo del mezzo pubblico, conobbi quella che sarebbe diventata mia moglie!

Quanto all’uniforme, continuammo a indossare quella grigio-ferro del Corpo degli Agenti di P.S. cui però fecero eliminare l’aquila con corona sulla bandoliera, i fascetti ai baveri della giacca e la corona e il nodo Savoia dal fregio sul cappello. Peronalmente non indossai mai l’uniforme grigio-verde della Polizia Repubblicana che ho visto in alcune foto, propbabilmente perchè a Venezia non arrivarono a distribuirla mai.

 

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Siamo sempre a Venezia, 1944, in pieno periodo repubblicano: qui si nota l’uniforme modificata e vista nella sua completezza.

 

Anche come poliziotto repubblicano devo dire che i rapporti con la popolazione rimasero sostanzialmente inalterati e sempre improntati alla massima correttezza. Del resto, i nostri compiti rimasero quelli di normali poliziotti; non mi risulta, né ho mai sentito parlare, che nel Veneziano i poliziotti repubblicani siano mai stati coinvolti in operazioni belliche assieme ai nazisti, né che si siano macchiati di alcuna atrocità: noi continuavamo a dipendere dal questore mentre l’esercito tedesco aveva una catena di comando separata.

Arrivò il 25 aprile 1945, la Liberazione della città ad opera dell’esercito americano: fu anche la prima volta che in vita mia vidi un negro! Era a bordo di uno dei motoscafi che portavano a terra le truppe americane e masticava ad ampi gesti una gomma americana!

I partigiani non adottarono nei nostri confronti alcun comportamento ostile, anzi! La Compagnia Mobile di Venezia di cui facevo parte venne inglobata nel movimento di Liberazione della brigata “Martiri del Piave” agli ordini del comandante Montero il quale, in un libro scritto successivamente e intitolato “La neve cade sui monti – memorie di un partigiano”, trascrisse tutti i nominativi di civili, militari e guardie di P.S. che parteciparono alla liberazione della città. Ci venne rilasciata anche una speciale tessera di riconoscimento che ho conservato e che vi mostro. Non mi risulta sia stata perpetrata dai partigiani nessuna rappresaglia o vendetta nei confronti dei poliziotti repubblicani.

 

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La speciale tessera rilasciata al maresciallo Stiuso dal Corpo Volontari della Libertà, Brigata “Martiri del Piave” all’indomani della Liberazione.

 

A proposito di partigiani, vi racconto un episodio che mi capitò dirante la guerra, sarà stato l’autunno del 1944 perchè eravamo in campagna io, la mia morosa e un’altra coppia di amici: stavamo mangiando dell’uva, poco prima della vendemmia. Improvvisamente fummo circondati da una quindicina di partigiani armati che mi chiesero cosa pensassi di loro; io risposi che ero poliziotto e che pensavo unicamente a fare il mio dovere. Spianandomi i mitra in faccia, mi intimarono di consegnare loro la pistola d’ordinanza che avevo sotto la giacca, cosa cui non potei oppormi: mi rilasciarono addirittura una ricevuta scritta! Tornato in caserma, ne parlai con il mio maresciallo il quale mi disse di non raccontare niente a nessuno, ma di cercare di procurarmi un’altra pistola simile a quella d’ordinanza. La cercai disperatamente per almeno otto mesi, durante i quali feci servizio senza arma nella bandoliera… Finchè la trovai e il maresciallo me la registrò come ordinanza. Da allora conservai per precauzione anche altre pistole, nascoste in casa!

Il periodo del primo dopoguerra fu una confusione continua. Rientrammo a far parte della Polizia nazionale, che nel frattempo aveva cambiato nome e si chiamava Corpo delle Guardie di P.S.. Fu un cambio abbastanza indolore, nel senso che ci fecero unicamente indossare le stellette e prestare un nuovo giuramento, il terzo da quando mi ero arruolato! Nel Corpo si trovò un po’ di tutto, dagli ex fascisti agli ex partigiani, ma non ho mai assistito a nessun problema di convivenza al di là di qualche “sfottò” che non degenerò mai in lite o altro di più grave. Le uniche incongruenze furono le improvvise promozioni per chi aveva fatto il partigiano, che si trovò improvvisamente nominato brigadiere o addirittura maresciallo, mentre noi poveri ex repubblicani restammo guardie. Posso confermare comunque che tra il 1946 e il 1948 molti militari ex partigiani dovettero abbandonare il servizio poiché “non graditi” al ministero. Fu però proprio in quegli anni che, grazie al ministro Scelba, si ottennero le prime migliorie nella vita ordinaria di poliziotti: nuove uniformi, i primi mezzi a motore, un vitto decente.

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Una delle poche foto scattate durante la permanenza del maresciallo Stiuso a Ravenna: siamo nel marzo del 1947

 

Da Venezia feci domanda di trasferimento a Ravenna, per seguire la mia fidanzata che aveva trovato lavoro laggiù. Fui destinato alla questura ove rimasi per due anni, fino all’inizio del 1951 quando, dopo il sospirato matrimonio, venni destinato alla questura di Treviso. Il matrimonio avvenne dopo i fatidici otto anni di servizio e solo dietro autorizzazione del ministero, come prevedeva il regolamento dell’epoca. A Treviso iniziai con lavorare all’archivio, ma ben presto fui destinato all’ufficio stranieri dato che conoscevo due lingue, il francese e il tedesco. Anche in questa sede videro che sapevo disegnare e dipingere e quindi mi incaricarono di sistemare a bella grafia i vari fascicoli. Fui anche incaricato di effettuare i controlli documentali delle persone che arrivavano all’aeroporto di Treviso che, in quei tempi, era esclusivamente militare ma con possibilità di atterraggio dei primi aerei turistici. Arrivavamo a bordo di una jeep io e il rag. Fabris, con in mano un notes e una rubrica con segnati i nomi dei ricercati, direttamente sotto l’aereo e lì facevamo i controlli! Solo all’inizio degli anni Sessanta, quando l’aeroporto divenne civile a tutti gli effetti, venne aperto un ufficio di polizia di frontiera composto da un vicebrigadiere e da un appuntato.

 

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Il maresciallo Stiuso con l’uniforme da allievo vicebrigadiere: siamo di nuovo a Castro Pretorio nel 1960.

 

Nel 1960 sostenni la prova di accesso al corso per vicebrigadiere: andai a Roma e ci fecero comporre un tema. Superata la prova, passai un anno alla Castro Pretorio, terminato il quale divenni vicebrigadiere. Fu un anno tormentato perchè mia moglie e mio figlio erano a Treviso e io ogni sabato pomeriggio – appena messo in libertà – prendevo il treno per tornare a casa viaggiando tutta la notte. Arrivato a casa, avevo appena il tempo di trascorrere qualche ora con la mia famiglia, per poi ripartire subito ancora per Roma: entro mezzanotte dovevamo essere in caserma!

 

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Il maresciallo Stiuso (secondo da sinistra) immortalato con i gradi da brigadiere dopo essere rientrato alla questura di Treviso: siamo attorno al 1965.

 

Quanto alla dotazione dei veicoli, durante la guerra ci muovavamo esclusivamente a piedi o al massimo in bicicletta. C’erano pochi camion e torpedoni che venivano usati solo per lo spostamento di tutta la Compagnia. Anche nel dopoguerra le cose non migliorarono: a Ravenna – che era appena un paese – ci si muoveva solo a piedi, anche perchè la questura era in centro. Solo quando arrivai a Treviso cominciai a utilizzare le prime jeep e camion residuati di guerra.

La disciplina continuava a restare rigida, con frequenti consegne e restrizioni in cella penale semplice o di rigore. Capitò anche a me quando non riuscii a fare rientro in caserma in tempo a causa di un nubifragio che aveva colpito il trevigiano; il sottufficiale d’ispezione fu inflessibile e finii consegnato. La stessa vita quotidiana da poliziotto era comunque onerosa: mia moglie continuava a lamentarsi che non ero mai a casa, soprattutto la domenica quando ero impiegato sempre per qualche servizio. Si lamentava, ma capiva e continuò sempre a restare al mio fianco: quest’anno festeggeremo i 65 anni di matrimonio!!

Nel 1981 arrivò la smilitarizzazione, ma al riguardo ho poco da dire. Sono andato in pensione nel gennaio 1983 e di fatto fino ad allora le cose rimasero come prima. Per noi della questura le cose restarono le stesse, so però che chi percepì meglio la perdita delle stellette furono i colleghi dei reparti celeri.

Negli anni Cinquanta venne creato il Corpo di Polizia Femminile. Con tale personale i rapporti furono sempre buoni, anche perchè ci occupavamo di cose diverse e i compiti erano separati.

L’intervista si chiude con una domanda che può sembrare scontata: con tutti i sacrifici fatti, lei, Maresciallo, lo rifarebbe?

Il maresciallo Stiuso ci guarda sornione, si toglie gli occhiali e risponde seccamente: “Senz’altro!!”

 

 

 

Sono passate quasi due ore, il sottufficiale è stanco ma soddisfatto. Decidiamo quindi di chiudere l’intervista ringraziandolo di vero cuore per la sua disponibilità. Prima di andare via, ci conduce nelle varie stanze della sua casa mostrandoci la sua vera e propria pinacoteca: decine di quadri, paesaggi, autoritratti, ma soprattutto un paio di bellissimi disegni su carta che inizialmente avevamo scambiato per fotografie in bianco e nero; si tratta invece di due disegni fatti usando esclusivamente una penna biro nera!

A nome della redazione di Polizianellastoria ringraziamo il maresciallo Arcangelo Stiuso per la preziosa testimonianza fornita su una Polizia di cui sappiamo oggettivamente poco, ma che da oggi è illuminata da una luce in più.

Per la redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore, Michele Mastrosimone, Diego De Negri.

Disclaimer: tutto il materiale fotografico a corredo del presente articolo è stato concesso dal proprietario in via esclusiva a Polizianellastoria. Ogni utilizzo diverso è da ritenersi vietato.

 

Pubblichiamo altre fotografie gentilmente concesse dal maresciallo Stiuso, a corredo della sua esemplare carriera con l’Uniforme della Polizia!

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Anni Cinquanta: esercitazione in uno dei tanti campi militari. Il maresciallo è il secondo da destra.

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Un’altra bellissima immagine del maresciallo con l’uniforme da Agente di P.S.: siamo nei primi mesi del 1943 a Venezia.

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Un primo piano del maresciallo Stiuso: siamo nell’immediato dopoguerra, l’uniforme è ancora quella grigio ferro del Corpo Agenti di P.S., ma stavolta munita di stellette del Corpo Guardie di P.S.; la bandoliera e il fregio del copricapo presentano nuovamente l’Aquila turrita e con il nodo sabaudo.

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Un giovanissimo Arcangelo Stiuso con l’uniforme da Agente di P.S.: siamo alla fine del 1942, appena ricevuta la nomina a effettivo.

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Interessantissima foto del 1949: l’uniforme è passata definitivamente al grigioverde, anche se si notano ancora abbinamenti con giacche e cappotti residuati bellici.

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Bellissima fotografia con l’uniforme estiva “spezzata” con giacca e copricapo bianchi

 

Per ulteriori documentazioni iconografiche vi invitiamo a consultare il database fotografico del nostro gruppo Facebook all’indirizzo riportato sul menù principale di questa pagina!

 

 

 

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