Quel giorno, a Capaci….

Con molto piacere la Redazione di Polizianellastoria pubblica questa testimonianza del nostro collega Daniele Raffa, scritta con il cuore di un Siciliano verace prima ancora che di un Poliziotto. Perché nessuno dimentichi mai.

QUEL GIORNO, A CAPACI…..

di Daniele Raffa

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Era di maggio…
Quel pomeriggio lo ricordo come fosse ieri, era il classico
giorno di primavera, a dire la verità era già quasi estate vista la
latitudine; le scuole erano praticamente già chiuse almeno per quelli che
avevano la promozione già in tasca. Sì, ricordo perfettamente, era di
maggio, maggio di non ricordo che anno. La temperatura era tanto
gradevole, cosa che ci aveva spinto ad organizzare la partitella a calcetto
di fine anno. Maschi contro femmine, ci saremmo visti come al solito al
Green Prater, centro sportivo con i campi di calcetto in erba
sintetica, novità per quell’epoca. Il centro si trovava a ridosso
del viale Regione Siciliana, il viale a 4 corsie che taglia in due la città
di Palermo poiché sprovvista di tangenziale. Come al solito io mi trovo
sugli spalti perché con la palla al piede non sono mai stato bravo:
incitavo le due squadre e mi limitavo a schernire questo o quel compagno.
D’un tratto ricordo di avere sentito un rumore cupo in lontananza,
proprio come un’esplosione e devo dire di averci fatto caso solo
fortuitamente in quanto la vicina cava di pietra era solita fare di questi
scherzi “sonori”. Ricordo proprio di avere pensato che dovevano
aver usato più esplosivo del previsto, se avevano fatto quel botto.

 

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Il confronto fra le due squadre si faceva sempre più acceso e nell’aria
echeggiavano le nostre urla di adolescenti festosi per l’anno
scolastico che si concludeva; d’un tratto però qualcosa
nell’aria comincio a riportarci alla realtà, premetto che eravamo
tutti molto abituati al suono delle sirene e delle scorte della polizia
che in una città come Palermo possono essere udite praticamente dalla
mattina alla sera e a volte anche di notte. Ma quella volta ricordo che ci
fermammo stupiti in quanto viene un numero incessante di sirene e auto
della polizia che sfrecciavano tutte nella stessa direzione, verso
l’autostrada in direzione Trapani, verso Capaci. Tutti ci persuademmo
che qualcosa doveva essere successo quando alle sirene iniziarono ad
unirsi diversi elicotteri che andavano tutti nella stessa direzione. Eh sì
qualcosa doveva essere successo: qualcosa che, ancora a nostra
insaputa, ci avrebbe cambiato la vita per sempre e avrebbe con noi
cambiato anche la nostra nazione.
Di lì a poco finimmo la partita ma personalmente avevo già perso la
spensieratezza del momento in quanto ricordo di essermi precipitato dritto
a casa per tentare di capire cosa fosse successo di così importante.
Premetto che uscivamo da un periodo buio di guerra di mafia durante il
quale alcuni di noi avevano perso conoscenti, altri avevano avuto come me
parenti purtroppo coinvolti in fortuite sparatorie, un collega di mio
padre era stato assassinato a qualche metro da lui in quanto lontanamente
imparentato con la famiglia dei Buscetta. Non appena rientrato a casa,
all’epoca le news non erano disponibili con la stessa facilità
odierna: trovai la tv già accesa e vidi con sgomento quello che era
successo. Rimasi attonito di fronte allo schermo tentando di capire cosa
fosse quella enorme voragine al centro dell’autostrada, cosa avesse potuto provocare un danno simile e soprattutto verso
chi fosse diretto quel gesto. Non appena le immagini si focalizzano sui
vari agenti di polizia con le mani fra i capelli, chi in lacrime ma
soprattutto verso quella vettura celeste, capii che questa volta il
bersaglio era sicuramente lo Stato.
Proprio lei, quella macchina celeste, ricordo di averla vista diverse volte
scorrazzare in città insieme ad altre due auto blindate. Ricordo che
mentre le altre due automobili bloccavano il traffico in via Notarbartolo,
proprio quella vettura celeste saliva su un terrapieno ricavato innanzi la
portineria di un condominio giusto al di sotto di un albero secolare. E
poi a quel punto, e solo quando gli agenti di scorta, armi in pugno, davano
il loro benestare, da quella vettura scendeva quello che era visto dalla
gente per bene come un eroe che aveva dedicato la propria vita a
sconfiggere il male che da sempre attanagliava la nostra terra, il giudice
Falcone. Giacca di lino barba e 24ore di pelle scura, si infilava sempre
dentro quel portone anticipato da 2 agenti della scorta mentre noi
ragazzini sbuffanti in sella ai nostri motorini attendevamo il via libera
per ripartire.

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Attendemmo per ore di conoscere l’esito dell’attentato in quanto
all’inizio il giudice Falcone era dato per ferito ma salvo, soltanto
in serata apprendemmo la triste verità.
Da quel giorno tutto cambiò per noi ragazzi e per le generazioni a venire.
Di ricordi ne ho altri, ricordo la mattina in cui mia zia torno a casa in
lacrime dicendo che avevano ucciso Dalla Chiesa, così come ricordo tante
altre notizie di cronaca nera che lo storico giornale L’Ora riportava
sui manifesti innanzi le edicole, verniciando le pagine con una lugubre
pennellata di tintura rossa gocciolante.
Qualche giorno dopo andammo con i motorini sul cavalcavia di Isola delle
Femmine, a poche centinaia di metri dall’accaduto e la devastazione
visibile a occhio nudo ci lasciò attoniti e silenti. Ebbene sì, tutto
cambiò da allora e lo capimmo fortemente il giorno in cui, ragazzini in
sella i nostri motorini, andiamo al porto a vedere l’esercito sbarcare
nella nostra città: carri armati e mezzi blindati in breve tempo si
impossessarono di strade e obiettivi sensibili, iniziando a controllare e a
setacciare qualsiasi luogo sospetto, perquisendo famiglie dirette al mare
in autostrada, mantenendo fucili e mitra spianati su chiunque, cosa che da
un certo lato ti faceva sentire più sicuro ma da un altro ti incuteva
timore per il futuro.

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Questa strage e quella del giudice Borsellino avrebbero spianato la strada
a diversi movimenti di presa di coscienza popolare lusinghieri per
l’intera popolazione siciliana ma che soprattutto furono da sprono per
la politica nazionale. La mafia è una bestia liquida che si insinua negli
anfratti della società e che cambia forma a seconda del contenitore che
la contiene: se ha cominciato a puzzare di liquame lo si deve soprattutto
al sacrificio gli uomini come quelli caduti poiché avevano il coraggio di
andare contro.

Per la Redazione Polizianellastoria: Daniele Raffa

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