La vita grama degli “aggiunti”

LA VITA GRAMA DEGLI “AGGIUNTI”

di Gianmarco Calore

Spesso, durante i nostri lavori di ricerca, ci siamo imbattuti in coloro che personalmente definii “i precari della Polizia”: parliamo della categoria degli “aggiunti”, soprattutto guardie, ma anche sottufficiali e addirittura funzionari.

Si tratta di appartenenti all’Amministrazione della P.S. che venivano assunti mediante quello che modernamente si potrebbe definire un contratto a termine. Senza andare a monte del 1945, queste figure professionali divennero così diffuse durante tutti gli anni Cinquanta e Sessanta da diventare quasi…normali. Si trattava in massima parte di militari che disimpegnavano una “ferma” triennale suscettibile di ulteriori rafferme, nella trepidante attesa di una loro ammissione alla frequenza del corso per effettivi che avrebbe garantito loro il transito in servizio permanente e il godimento di alcuni diritti e agevolazioni negati per lo status di “aggiunti”.

I disagi per una guardia di P.S. erano tanti: trasferimenti, obbligo di accasermamento, improvvisa permanenza oltre l’orario di servizio, cattiva retribuzione, mancata previsione di emolumenti straordinari e – per gli appartenenti ai Reparti Mobili e Celeri – ulteriori restrizioni e imprevedibilità del servizio che venivano chiamati a disimpegnare giorno per giorno.

La vita militare prevedeva inoltre per regolamento l’impossibilità di sposarsi prima del 26° anno di età o prima dell’ottavo anno di servizio; lo stesso matrimonio era subordinato all’autorizzazione ministeriale, con indagini approfondite che andavano a toccare sia la famiglia del poliziotto, sia quella della sua fidanzata; autorizzazione che aveva poi valore trimestrale, per cui un qualsiasi impedimento improvviso che avesse portato a non celebrare le nozze del periodo concesso faceva ricominciare da zero l’intero iter burocratico.

La nascita della figura di “aggiunto” trova la sua ratio nell’esigenza di colmare in modo snello e soprattutto rapido le perenni situazioni di carenza di organico che caratterizzarono l’Amministrazione della P.S. fin dall’immediato dopoguerra. Si arrivò a delegare i Prefetti delle singole provincie nell’emanazione di bandi locali di assunzione di un certo numero di guardie aggiunte da impiegare per il disimpegno di improvvisi ed “emergenti” servizi di ordine e sicurezza.

Per quanto riguarda invece il ruolo dei Brigadieri aggiunti (e in minima parte quello dei Commissari aggiunti), esso fu creato per agevolare il transito di un’aliquota di sottufficiali dell’Esercito rivisti in sovrannumero nel loro organico, ma ritenuti particolarmente meritevoli di un ricollocamento nell’ambito militare. Va da sé che il loro transito nei ruoli effettivi avveniva in modo più snello e veloce rispetto a quello riservato alle guardie aggiunte.

La figura della guardia aggiunta era dunque molto simile a quella che si sarebbe formata dopo il 1981, quella cioè dell’agente ausiliario: mentre però quest’ultimo poteva contare su garanzie di transito in s.p.e. pressoché automatiche e su una “ferma” di soli due anni senza vincoli che toccassero la sfera personale, la guardia aggiunta si dibatteva in quello che per molti aspetti assomiglia a un vero inferno professionale.

Partendo proprio dalla vita professionale, va detto che l’impiego degli “aggiunti” doveva limitarsi al disimpegno della semplice attività di caserma: dalla vigilanza al Corpo di Guardia alle pulizie, dalle corvée in cucina alla manutenzione di armi e veicoli, spesso mediante il cosiddetto “servizio di giornata”, vale a dire ventiquattr’ore di lavoro continuative.

L’ammissione al tanto agognato concorso per guardia effettiva era poi subordinata alla valutazione – spesso del tutto discrezionale – fatta dal proprio Comandante: non esistevano graduatorie, né tantomeno anzianità di servizio. Se per l’anno in corso si aprivano mille posti per guardia effettiva (spalmati ovviamente in ambito nazionale…) il Comandante del Reparto Mobile di una determinata provincia (che si vedeva chiamato a decidere sull’invio diciamo di otto militari) sceglieva sì sulla base del rendimento dimostrato, ma anche in base a valutazioni completamente personali. Per cui non era raro vedere guardie aggiunte alla terza rafferma che si vedevano superare da guardie aggiunte nettamente più giovani, ma ritenute più meritevoli.

Ben si capisce l’enorme disagio personale patito da militari che vedevano rimandata di rafferma in rafferma la possibilità di formarsi una famiglia, poiché per le guardie aggiunte non era possibile in ogni caso potersi sposare, costringendole in alcuni casi a curarsi una famiglia clandestina, con il rischio di essere scoperti e radiati dal Corpo. Tale situazione ha portato nel corso degli anni al compimento di gesti estremi e di vere e proprie tragedie, spesso balzate agli onori di cronaca: ne abbiamo parlato qui, https://polizianellastoria.wordpress.com/2016/07/17/il-regolamento-della-disperazione/

Capita poi di imbattersi in un breve trafiletto del 1951 in cui una guardia aggiunta formula su “Polizia Moderna” una richiesta la cui risposta lascia quantomeno basiti:

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(Fonte: Polizia Moderna, gennaio 1951 – per gentile concessione)

Come si può leggere, il servizio come “aggiunto” non valeva nemmeno all’assolvimento degli obblighi di leva! Per cui, se tale obbligo non era già stato adempiuto, la guardia aggiunta che veniva prosciolta si sarebbe dovuta sorbire anche l’anno e mezzo di servizio militare.

Soltanto alla fine degli anni Sessanta, con la maggiore pianificazione dei concorsi per l’accesso ai ruoli iniziali del Corpo delle Guardie di P.S., la figura della guardia aggiunta venne progressivamente eliminata; vennero mantenute le valutazioni di rafferma triennale, che però dovevano rispondere a criteri oggettivi di valutazione tipizzati in apposite schede, in cui l’aspetto meramente soggettivo del Comandante aveva un aspetto del tutto residuale.

Certamente, angherie e soprusi da parte dei superiori non terminarono con l’abolizione della figura dell’ “aggiunto”; tuttavia – a parere di chi scrive – fu eliminata una figura indegna di un Paese dotato di una Costituzione democratica; una figura che, se poteva avere trovato un suo senso nell’immediato dopoguerra e per una sola fase transitoria, divenne invece “cronica” per almeno 20 anni.

Per la Redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

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Un pensiero su “La vita grama degli “aggiunti”

  1. Avendo vissuto in prima persona la vicenda delle guardie aggiunte del Corpo delle Guardie di P.s. colgo l’occasione per fare qualche precisazione: arruolato nel mese di dicembre 1959 sono stato ammesso alla frequenza dell’ultimo corso per guardie effettive nel mese di giugno 1961.Tale corso ebbe luogo a Padova,presso il Reparto Celere e si concluse con un esame finale e relativa graduatoria . Quello fu l’ultimo corso riservato agli “aggiunti “ e riguardava gli ultimi arruolati . Il mio percorso in tale veste corrispose quindi esattamente ai fatidici 18 mesi del servizio di leva ma è giusto aggiungere che questi corsi straordinari sanarono situazioni ben più complesse e cioè quelle di colleghi,anche sposati, che avevano prestato servizio come aggiunti ,quindi senza alcuna garanzia giuridica , anche sette/otto anni. Ho già inserito nello schedario del sito la foto della mia tessera (verdone) datata luglio 1961 rilasciatami all’epoca . Dopo i noti fatti di Genova,con l’arrivo dei Governi di centro/sinistra era stato nominato capo della Polizia Angelo Vicari ,uomo dalla mentalità moderna, che aveva ritenuto di chiudere un’epoca e di dare l’avvio a criteri di arruolamento sino ad allora impensabili che prevedevano l ‘ inquadramento nel servizio effettivo subito dopo la frequenza dei corsi di istruzione della durata di sei mesi. Correva l’anno 1961.-
    L’età per contrarre matrimonio , venne mantenuta a 28 anni,per coloro che si erano arruolati dopo il 31 dicembre 1956 ; ad anni 30 per tutti gli altri . La norma venne abolita dalla legge n° 121.-

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