Quel turno di servizio la notte di Natale

Ci sono storie che non hanno tempo. Non hanno tempo, ma soprattutto non hanno differenze di Uniforme. Questa bellissima narrazione va letta davanti al camino, in una fredda notte invernale, magari sorseggiando qualcosa di forte. E’ narrata con schiettezza, la stessa schiettezza che appartiene ai montanari. I protagonisti appartengono al Corpo della Guardia di Finanza, ma – ripeto – l’Uniforme indossata non fa differenza. E’ una storia di uomini duri, in un ambiente impervio: una leggenda, forse… Ma non siamo forse rimasti tutti noi ancora un po’ bambini?

Si ringrazia il Museo Storico della Guardia di Finanza per la concessione del materiale fotografico.

Buona lettura!

 

QUEL TURNO DI SERVIZIO LA NOTTE DI NATALE

di Lorenzo della Frattina

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Io, questa storia l’ho letta tanti anni addietro su di una rivista; una rivista della Guardia di Finanza. Peraltro io la prima uniforme che ho vestito, appena conseguita la maturità scientifica -seppure per breve tempo- è stata quella: sono stato Allievo Sottufficiale quando qui, lungo il confine alpestre, vi erano gli ultimi leggendari distaccamenti ove io avevo maturato quella scelta ,purtroppo stroncata da una polmonite che mi spinse a un prematuro proscioglimento, ma, prima dell’arruolamento, in quelle casermette a strapiombo sui crinali, ho conosciuto amici che- ancora oggi- sono tra i miei più cari e fraterni.
Nessuno sa se questa storia sia davvero accaduta, o se appartenga invece ad una delle piccole, grandi leggende di cui è intriso il nostro confine. E’una storia che cercherò di ripetervi con parole mie -così come pare era solito raccontarla- diceva il cronista- un vecchio graduato alle reclute giunte alla Scuola Alpina: la raccontava solenne sorseggiando un bicchiere di vino, quasi ( o forse davvero ), l’avesse vissuta lui in prima persona…

Le Prealpi ed Alpi Lombarde, nel dopoguerra,erano costellate da tanti piccoli distaccamenti montani spesso isolati. Piccole casermette dove vivevano i finanzieri, le guardie di confine, poiché lo Stato ,materno e patrigno , aveva voluto così arginare quel fenomeno di sopravvivenza che era il contrabbando di quelle vallate, controllando quei piccoli grandi scambi di merce ormai divenuti indispensabili per il dignitoso povero vivere di quei piccoli villaggi. Era, in fondo, un contrabbando leale, con regole dettate da un reciproco codice d’onore.

Il controllo imponeva alle guardie faticosi turni d’appostamento lungo la striscia di confine, turni che prevedevano anche il pernottamento in quota , ove dormivano all’aperto intabarrati nelle loro mantelle e nei sacchi a pelo in dotazione; l’indispensabile per fornire un minimo di riposo durante gli interminabili appostamenti.
Era la vigilia di Natale; in un piccolo distaccamento fervevano anche i preparativi per la festività dell’indomani , la pattuglia destinata di sorveglianza stava apprestandosi ad uscire in un primo pomeriggio straordinariamente limpido. Erano due guardie che sarebbero rientrate lì in sede proprio il giorno di Natale. Zaino e fucile in spalla, se ne uscirono – quel pomeriggio – inerpicandosi lungo l’erta mulattiera che si congiunge ad un irto sentiero che li avrebbe condotti sino al posto ove avrebbero dovuto appostarsi ben oltre le piante terminano di crescere per lasciare spazio a pendii erbosi e a tratti rocciosi. Raggiunsero il posto stabilito ormai al tramonto dopo una camminata di quasi due ore , sistemarono sotto una rupe i sacchi a pelo e le vettovaglie per consumare la loro cena frugale, tra una sigaretta, un bicchiere di vino aspro, ed i discorsi ed i pensieri forse rivolti anche alle famiglie lontane.
Non c’erano radio, né telefoni; l’unica radio esisteva in distaccamento; anzi, ve n’erano due. Quella di servizio, con cui si collegavano le varie piccole caserme, un’altra “civile” per ascoltare- quando funzionante- un notiziario od un programma di musica.

Così, al di fuori da ogni contatto, il loro chiacchierare proseguì nel silenzio della notte, quella notte di Natale che stava lentamente discendendo. Forse sentirono in lontananza dal fondo valle le campane della mezzanotte, forse no, tutto ciò non ha importanza. Il sonno ebbe il legittimo sopravvento in quella notte che, da stellata, lasciò rapidamente lo spazio ad una nebbia fittissima . Uno dei due se n’accorse, svegliò il compagno, non vi dettero peso chè così può accadere, in alta montagna.

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Albeggiava. Si svegliarono immersi in una coltre fitta e lattiginosa : l’uno fece notare all’altro che non si vedeva neppure il non lontano “cippo”.
Il cippo – in realtà – era una stele di marmo poco distante, posta a ricordo di due guardie cadute travolte da una slavina agli inizi del secolo. Ogni novembre, guardie e contrabbandieri, erano soliti lasciarvi un piccolo mazzo di fiori.
Riposero negli zaini i sacchi a pelo, per riprendere la strada del ritorno: in caserma li avrebbero attesi per il pranzo di Natale verso il mezzogiorno. Fu così che s’incamminarono in quell’aria invisibile discendendo il sentiero ridotto ad una piccola traccia mentre iniziò a piovere sempre più intensamente.

Coperti dalla tela cerata, a lenti passi, dopo un breve tragitto, s’accorsero – non senza paura – di avere imboccato un sentiero sbagliato. La visibilità quasi nulla li aveva traditi e, per quanti sforzi poterono fare tra la nebbia e l’acqua battente, non fu loro possibile ricondursi all’itinerario del ritorno.
In quelle condizioni vi era poco da fare: vi era il concreto rischio di trovarsi in pericolo.
Si ricordarono che, più a valle dal punto dove erano, vi era sulle mappe una passerella che traversava un torrente impetuoso, una passerella che congiungeva un sentiero con una mulattiera che conduceva dopo un lungo tragitto ad un’altra casermetta, al di là di un versante. Non conoscevano quella strada, ma, la videro come unica via di salvezza, per cui lentamente ridiscesero un ripido costone fino ad arrivare lungo il torrente ribollente d’acqua fragorosa.

Intravidero nella nebbia la passerella. L’idea era stata perfetta; man mano si avvicinarono, videro dall’altra sponda due flebili luci nella nebbia. Pensarono fossero appunto i colleghi dell’altra casermetta, forse avvisati ed usciti in loro ricerca e, nelle brume, intravidero infatti due sagome in uniforme. Il frastuono del torrente smorzava ogni voce, ma li videro: erano due guardie che si sbracciavano muovendo un qualcosa, una torcia od una lanterna. Furono colpiti dai baffi a manubrio dei due colleghi, che – man mano – li vedevano avvicinarsi alla passerella, si sbracciavano gesticolando con foga quasi a dire loro di non passare quel ponte traballante, quasi a segnalare un pericolo incombente. Fu proprio così: appena s’accinsero ad oltrepassarla , le acque ingrossate dalla pesante pioggia trasportarono un enorme tronco che travolse furente quelle assi di legno, trasportandole rimbombando verso valle.

Fecero un balzo all’indietro, rotolando sull’aspro terreno e vi rimasero per un lungo interminabile attimo in silenzio, le fronti imperlate di gocce di pioggia e sudore.
Certo, disse uno all’altro, se non fossero intervenuti in soccorso i loro colleghi, segnalando animosamente quel pericolo, quella piena improvvisa li avrebbe trascinati giù giù verso una fine cupa e triste.
Dopo un sorso di grappa da una piccola borraccia, riprese le forze ed il coraggio, non vedendo più alcuna luce, decisero di scendere lentamente a bordo torrente in cerca di un guado per travalicare all’altra riva e raggiungere la mulattiera nell’altro versante. Per quanto la ricerca fu faticosa, riuscirono a trovare un punto in cui le acque più calme permisero quest’operazione e, raggiunta l’altra sponda, risalirono fino ad imboccare la carrareccia, che, dapprima aspra, li condusse poi più agevole fino all’altro distaccamento, mentre la nebbia andava sempre più diradandosi.

Li accolse l’abbaiare di un cane, che attirò l’attenzione delle guardie all’interno, le quali uscirono incontro ai loro commilitoni fradici e stremati.
Il comandante li fece accomodare in ufficio al caldo di una stufa a legna odorosa di resine, disse loro che era stato avvisato via radio dalla loro sede che non avevano fatto rientro e stava dunque apprestandosi ad organizzare una piccola squadra in loro soccorso, ora non più necessaria visto l’allarme rientrato.

Uno dei due disse, come in effetti era stato, d’avere visto già due guardie in loro soccorso, giù alla passerella, ma il sottufficiale negò risoluto di avere mosso nessun uomo dal giorno precedente e li invitò a rinfrescarsi e cambiarsi per partecipare con loro al pranzo di quel Santo Natale.
Traversando il corridoio che dal piccolo ufficio conduceva alla scala che portava alle camerate, lo stesso che aveva parlato si fermò all’improvviso di fronte a due vecchie fotografie appese alla parete, gridando che loro, sì, erano loro, quei due volti immortalati in uno sbiadito bianco e nero, con quegli inconfondibili baffoni le due guardie ad essere andate loro incontro al di là della passerella, segnalando il pericolo e la strada maestra.
Più li guardava e più lo gridava, mentre l’altro più silenzioso annuiva riconoscente.

Il comandante, bonario, disse loro che la pioggia e lo scampato pericolo li aveva probabilmente stravolti: forse – la febbre o la stanchezza – stava avendo loro il sopravvento.
Quelle due fotografie, disse, immortalavano le due guardie cui era intitolata la casermetta.
Erano le due guardie, che – nel lontano 1901 – una valanga aveva travolto.
Erano le due guardie del “cippo”, dove loro si erano appostati.
Questo fu il loro indimenticabile, incredibile regalo di quello straordinario Natale.

Per la Redazione Polizianellastoria: Lorenzo della Frattina

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