Suicidi in Polizia: un dramma sotto silenzio

suicida

 

Riprendiamo questo tema per offrire uno spazio di confronto su un dramma che a cadenza periodica si ripropone in tutto il suo assordante silenzio. E lo facciamo riproponendo uno stralcio di un recente articolo pubblicato da Marco Preve.

Il male oscuro della polizia: il suicidio prima causa di morte

di Marco Preve
13 ottobre 2015

Cultura machista e rifiuto delle terapie psicologiche causa dell’aumento di stress. Lo racconta un libro scritto da un medico della polizia e da un criminologo

IL MALE oscuro della polizia italiana sta tutto in una tabella. Dal 1999 al 2011, ben 137 poliziotti si sono tolti la vita. Altri 4 sono stati uccisi da terroristi, 6 in conflitti a fuoco con la criminalità, 22 sono stati vittime di infortuni sul lavoro, ad esempio rimanere investiti mentre si rileva un incidente stradale, e 111 sono le cosiddette vittime del dovere, ovvero quegli agenti e funzionari rimasti uccisi in interventi a rischio come il folle che fa esplodere l’appartamento con il gas.

“Possiamo effettivamente dire che il suicidio è la principale causa di morte di agenti in servizio. Un dato che è realistico supporre anche più alto, visto che in molti casi e per varie ragioni il suicidio viene taciuto e fatto passare per un decesso naturale”. Francesco Carrer è un criminologo che lavora da anni con la polizia italiana, quella francese e l’Unione Europea. Lui e Sergio Garbarino, vicequestore, neurologo e medico della polizia alla Questura di Genova, hanno appena pubblicato per l’editore Franco Angeli un testo destinato far discutere: “Lavorare in polizia: stress e burn out”.

“I dati ufficiali, che siamo riusciti ad ottenere dal Viminale, dimostrano di un malessere diffuso che è la manifestazione estrema di disturbi e disagi sempre più radicati nella nostra polizia, e parliamo di polizia perché non sono purtroppo disponibili i dati della altre forze dell’ordine” spiega Carrer.

Il libro affronta grazie all’esperienza personale dei due autori una lettura attenta dello stress correlato al lavoro (carente organizzazione, mancanza di strumenti, inadeguatezza nella formazione, sono alcuni dei fattori individuati dagli autori) e dell’impatto che questo ha sulla loro vita. Ma anche su quella dei cittadini.

Il rifiuto degli psicologi. “Partiamo da un dato oggettivo- dice Carrer -. La maggior parte dei suicidi di poliziotti o appartenenti alle forze armate avviene con l’arma di servizio. Ma un’arma nelle mani di una persona che soffre psichicamente può trasformarsi in un pericolo mortale non solo per lui. Un agente che è vittima di stress sul lavoro non è un agente che può garantire la massima efficacia, e purtroppo il cittadino se ne accorge quando far male il proprio lavoro può anche voler dire ferire gravemente o uccidere una persona inerme o che andava solo immobilizzata”.
I film polizieschi americani ci hanno abituato a considerare istituzionale la figura dello psicologo in polizia.. “Naturalmente non è così  –  prosegue Carrer -. La terapia psicologica a chi indossa una divisa è un problema mondiale. In Europa noi siamo purtroppo tra i più arretrati. In Francia e Belgio si stanno sperimentando forme di assistenza come pool di psicologi che intervengono addirittura assieme ai poliziotti sulle scene degli episodi più cruenti. In Italia non se ne discute neppure. Anzi, è significativo come gli stessi sindacati di polizia non solo non affrontino il problema dello stress ma preferiscano barattare turni di servizio o straordinari con rivendicazioni salariali”.

Cultura machista. “Come in altri ambienti  –  continua Carrer  –  esiste in polizia un cultura machista dominante. Quella per cui il disagio psicologico è sintomo di debolezza o malattia che comporta automaticamente un isolamento invece di un supporto. Risultato, quello che accade è questo: “Se sto male me lo tengo dentro”. E non aiutano certo i medici inquadrati nel corpo, che spesso, quando raccolgono confidenze sui disagi dei poliziotti, non sono in grado di tenere il silenzio e quindi ne riferiscono ai superiori mettendo in moto il meccanismo di esclusione”. Scrive Garbarino: “Il ruolo dello stigma connesso con i disturbi psichiatrici può essere considerato come uno dei principali fattori nell’impedire un trattamento adeguato alle patologie mentali”, un vero atto d’accusa del medico della polizia alla mentalità imperante nel corpo.

I suicidi. I dati che Carrer e Garbarino hanno potuto esaminare sui decessi degli appartenerti alle forze di polizia sono inquietanti. Se nel periodo 2004-2008 la media di suicidi per la popolazione italiana è stata di “5 per centomila abitanti, per i poliziotti quasi si raddoppia diventando del 9,8”. Per i casi accertati la spiegazione del gesto è per il 43% dei casi “ignota”, mentre nel 17% risulta legata a questioni sentimentali, e poi via via a forme di depressione, malattie di congiunti, separazioni. Il disagio che viene svelato dalla tragedia dei suicidi contiene per gli autori altre verità sulla nostra polizia. Intanto che la scarsa organizzazione, la mancanza di mezzi (auto, ma soprattutto computer, carta etc) resa ancor più cronica dalla spending review, e le cattive abitudini derivanti da una formazione pressoché inesistente (Garbarino fornisce in appendice un decalogo comportamentale per evitare malattie del sonno, una delle patologie più diffuse da chi copre turni di notte, ma anche disturbi alimentari  –  In Francia, spiega Carrer stanno dotando tutti i commissariati di palestre per migliorare le condizioni fisiche degli agenti) contribuiscono da un lato all’aumento dello stress e delle sindromi depressive e dall’altro favoriscono i comportamenti devianti.

Mele marce. Scrivono Carrer e Garbarino: “In generale la tendenza a liquidare tutti gli aspetti relativi ad incidenti gravi da parte del personale  –  abusi, violenze, uso improprio dell’arma di servizio, corruzione, suicidi eccetera  –  come problemi individuali per non mettere in discussione l’organizzazione (l’abusato esempio della mela marcia) non potrà non portare ad un ulteriore avvitamento del sistema con conseguenze sempre più negative per tutti, personale di polizia e cittadini-utenti”.

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