Diaz: disordine pubblico

EDITORIALE DEL 2 OTTOBRE 2012

DIAZ: DISORDINE PUBBLICO

Alla fine è arrivata. Attesa, temuta, invocata: la sentenza della Corte di Cassazione sui fatti della scuola Diaz, Genova, 21 luglio 2001. La certificazione di un massacro.

Per la prima volta un Tribunale – anzi, IL Tribunale – taglia trasversalmente l’amministrazione della Polizia italiana decapitandone i vertici più rappresentativi e illustri, consacrando sull’altare della Giustizia una ricostruzione dei fatti che – ora sì lo possiamo dire – ha fatto fare un salto indietro di quasi settant’anni a tutto il Corpo, alla stessa democrazia del Paese: roba da Brigate Nere di tristissima memoria….

La Suprema Corte ha accertato, ricostruito, confermato quella che a tutti gli effetti è la pagina più brutta per la Polizia: per trovarne di peggiori, dobbiamo risalire alla strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960. Oggi la spada della Giustizia ha colpito esemplarmente ideatori, mandanti ed esecutori senza guardare in faccia a qualifiche e mansioni, a ruoli e spinte o protezioni politiche: dal dirigente superiore all’ultimo agente, tutti uguali di fronte ai giudici, di fronte al Popolo italiano. Gli unici salvi? Coloro i quali nel frattempo sono andati in pensione. O sono morti.

Il 21 luglio 2001, dopo una giornata di assoluta follia che aveva lasciato a terra un morto tra i manifestanti, un Viminale terrorizzato volle dare una risposta “forte” alla gente, con una pressione mediatica insostenibile per gli stessi vertici della Polizia. Qualcuno pensò a quella scuola, a chi vi dormiva dentro, un misto di varia umanità stanca, sudata e incazzata. Tra loro, anche i black block? Non fu mai dimostrato. Qualcun’altro appronta una messinscena che durerà lo spazio di un respiro: bottiglie molotov malamente confezionate, una giubba di Polizia tagliata, un collega pronto a giurare ai quattro venti di essere stato colpito con un coltello…. E poi mazze, pietre, bastoni: tutto l’armamentario del bravo manifestante. Non c’è un ordine di servizio per il 7° nucleo del Reparto Mobile di Roma, probabilmente vi fu un generico: “Andate e spaccate tutto!”. E così fu fatto. Punto e basta.

Oggi, chi criticò quel vice questore Fournier quando parlò alla stampa di “macelleria messicana” si deve rimangiare le proprie parole. Incartarsele, mettersele via, nasconderle, dimenticarle. E chiedere scusa. Perchè oggi quella macelleria messicana ha il suo certificato di qualità, “tagli” di prima scelta.

Abusi. Omissioni. Falsità. Menzogne. E tanta, tanta insensata violenza. Se mai si voleva cercare la demonizzazione dei manifestanti più violenti, addirittura degli stessi black block, ebbene con oggi si è offerto un pericoloso destro proprio ai più violenti, una sorta di causa di giustificazione tanto più rischiosa proprio perchè giuridicamente certificata.

Da oggi l’ordine pubblico non sarà più lo stesso: i nostri funzionari, già afflitti da cronica congenita pavidità, si guarderanno ancora di più dall’ordinare cariche di alleggerimento o l’impiego della forza sui dimostranti. Piuttosto, accetteranno il contrario. E a farne le spese, a farsi male sul serio, saremo come sempre noi della base. Grazie, davvero….

Il Capo della Polizia, prefetto Manganelli, ha chiesto pubblicamente scusa. Gli fa onore. Ma ultimamente ci sembra che stia chiedendo un po’ troppo spesso scusa alla gente: scuse per il caso di Ferrara e per la morte di Aldrovandi; scuse per l’omicidio di Gabriele Sandri; scuse per i due colleghi-delinquenti che hanno massacrato di botte un anziano a Milano pochi giorni fa…. Scuse, imbarazzo, occhi bassi di fronte alle telecamere: un Capo le cui parole suonano giuste ma tardive, sentite ma inutili, accorate ma vuote. Perchè la porta della stalla va chiusa PRIMA che i buoi siano scappati. E allora a nostro avviso la radice del problema va cercata altrove, più lontano, più in profondità: va ricercata negli stessi criteri di arruolamento, oggi decisamente da rivedere e rimodulare in chiave selettiva; nei criteri di formazione del personale, già alti tuttavia TARDIVAMENTE alti; nei criteri di punizione di chi sbaglia dolosamente, sempre e comunque difeso da sindacati e opinionisti che cercano una tessera in più, non il bene della Polizia.

No. Le scuse non bastano più. La popolazione italiana, noi stessi Poliziotti pretendiamo altro: pretendiamo di fare il nostro lavoro con serenità e professionalità, garantendo un servizio qualitativamente elevato; pretendiamo di essere difesi quando lo meritiamo, puniti quando sbagliamo; pretendiamo l’eliminazione delle “mele marce” che ultimamente sembrano fiorire con troppa subitanea frequenza in episodi di cronaca vergognosi; pretendiamo di venire rispettati e non derisi in una continua berlina mediatica, giusta quando il caso lo richiede ma pericolosamente sbagliata quando fa di tutta l’erba un fascio.

Da oggi quella sentenza peserà su ognuno di noi come un macigno. Se essa servirà per una radicale riforma della nostra Amministrazione, è un peso che porteremo volentieri. Se servirà unicamente per infangarci, ne avremmo fatto volentieri a meno.

La Redazione di Polizianellastoria

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