9 – La contestazione studentesca e i primi malumori nella Polizia

LA CONTESTAZIONE STUDENTESCA E I PRIMI MALUMORI NELLA POLIZIA (1966 – 1969)

                                                                    di Gianmarco Calore

Il 1967 fu anche l’anno che vede – sull’onda emotiva del “maggio francese”4 – l’esplosione della contestazione studentesca e l’organizzazione di gruppi politici afferenti alla sinistra extraparlamentare che si facevano portavoce del crescente malessere giovanile. Comparvero i primi nomi che, di lì a qualche anno, avrebbero fatto tremare le piazze italiane: Oreste Scalzone, Franco Piperno, Antonio “Toni” Negri, Adriano Sofri, Renato Curcio, Mario Capanna.

Si iniziò ad ideologizzare la contestazione, trovando prima un’unione tra studenti e professori e poi tra questi e la classe operaia: sarà l’inizio della fase violenta del Sessantotto. Il governo non capì cosa stava succedendo, i politici erano latitanti: si pensava all’ennesimo “fuoco di paglia” che, una volta esaurito, avrebbe fatto rientrare la situazione sotto controllo. Ma non fu così. Gli scontri tra manifestanti e Polizia si susseguivano ormai con cadenza quotidiana: ogni corteo, anche il più pacifico, vedeva l’infiltrazione di sobillatori che scatenavano in breve la gazzarra.

Scontri di piazza sempre più accesi: alla contestazione studentesca si unirono ben presto i lavoratori (si ringrazia lo studio Farabola per il materiale gentilmente fornito)

 

Continuò nel frattempo lo stillicidio di caduti in Trentino – Alto Adige: il 30 settembre 1967, nell’ennesimo attentato dinamitardo, presso la stazione ferroviaria di Trento morirono due militi della Polizia Ferroviaria, il brigadiere Filippo Foti e la guardia Edoardo Martini: i due poliziotti erano stati avvisati da alcuni passeggeri della presenza di una valigia sospetta a bordo di un treno proveniente dall’Austria; dopo averla individuata e compreso che all’interno vi era un ordigno a tempo che di lì a poco sarebbe esploso, decisero di portarla in un punto della stazione lontano dai passeggeri: alcuni testimoni videro le due guardie correre con la valigia in mano, ma la bomba esplose prima, dilaniandoli5. Sempre a Trento, il 1° novembre viene occupata dagli studenti la facoltà di Sociologia per protestare contro il raddoppio delle tasse universitarie: è il segnale che darà il via ad altre occupazioni di facoltà a Milano, Torino e Roma.

L’acrimonia degli scontri di piazza raggiunse ben presto livelli di guardia molto preoccupanti, sia per il numero dei feriti annoverati tra le Forze dell’Ordine, sia per il malumore montante all’interno del Corpo delle Guardie di P.S.

 

In un terreno di scontro tra giovani di sinistra e Polizia, già di per sé insidioso, si insinuarono elementi di estrema destra che inasprirono ulteriormente gli stati d’animo: iniziarono attacchi alla spicciolata, prima casuali poi sempre più pianificati, in una escalation fatta di botta e risposta tra gli opposti schieramenti politici che porterà a veri e propri attentati, con morti e feriti. Il terrorista “nero” Valerio Fioravanti, nel corso del processo che lo vide imputato per il feroce assassinio di due Carabinieri avvenuto a Padova il 5 febbraio 19816, sintetizzò così il clima di quel periodo:

“… Si perse progressivamente il senso della realtà, da entrambe le parti: si era iniziato prima a mani nude, poi con la spranga, poi si era passati al coltello; parve quindi logico rispondere agli attacchi con la pistola, il mitra e le bombe”.

La “Celere” vide in questi anni i propri uomini impiegati in tutta Italia in estenuanti servizi di ordine pubblico dei quali si sapeva solo l’orario di inizio, ma non quello della fine: orari di servizio massacranti, aggregazioni infinite in giro per l’Italia, lavoro straordinario poco o per niente retribuito, nonché il continuo stress psico-fisico dei militari, che percepivano la loro vita ogni giorno in pericolo, fece aumentare moltissimo il malumore nelle caserme di Polizia.

Il venticello di protesta latente che soffiava fino ad allora quieto nei corridoi delle caserme diventò una vera aria di burrasca. Si cominciò ad assistere a gesti di vera e propria insubordinazione. Inverno 1968: incidenti alla caserma “Adriatica” di Milano per gli orari di servizio massacranti. Un automezzo viene lanciato contro il portone d’ingresso del poligono di tiro e, in caserma, una compagnia sfila urlando “Ho Chi Mihn!“, per provocazione. Nel 3° Reparto Celere di Milano aumenta vertiginosamente l’assenteismo. Una guardia si ammanetta per protestare contro le venti ore di servizio ininterrotte.

Marzo 1968, sempre a Milano: due reparti, alle caserme “Adriatica” e “Garibaldi”, si rifiutano di uscire in servizio d’ordine pubblico. Proteste per le licenze non concesse ai reparti di Torino e Roma. Alla caserma “Mincio” di Torino gli agenti fanno lo sciopero della fame dopo 23 ore continue di servizio esterno. Qualche ufficiale viene insultato e chiamato “fascista”.

19 novembre 1969, ancora a Milano: sciopero generale nazionale per la casa, con manifestazione al Teatro Lirico. Dopo una giornata insolitamente tranquilla, la Polizia viene attaccata da una frangia di facinorosi, tra i quali si erano insinuati i soliti elementi di disturbo che cercavano lo scontro a tutti i costi e che avevano attaccato le guardie “armati” di tubi in acciaio da impalcatura raccolti in un vicino cantiere; nella “battaglia di via Larga”, in uno scontro frontale tra due mezzi della “Celere”, muore la guardia Antonio Annarumma, di 22 anni, che guidava uno dei due “gipponi”. Alla fine, risulterà che la guardia deceduta era stata colpita alla testa, prima della collisione, da uno dei tubi in acciaio per impalcature scagliatogli addosso dai manifestanti7. Si cercò di fare passare come ufficiale la dinamica accidentale del decesso a seguito dell’impatto della testa della guardia con il montante del suo veicolo. Un filmato, girato nell’occasione da un giornalista francese presente all’evento e in cui si vede Annarumma già con il capo reclinato prima dello scontro, è stato fatto misteriosamente sparire.8 Ne segue un vero e proprio ammutinamento alla caserma “Bicocca” e alla caserma “Sant’Ambrogio”. In quest’ultima, le guardie si barricano dentro, si armano e si rifiutano di aprire perfino al generale. Si assiste all’assurdo: deve intervenire il 2° Reparto Celere di Padova per “stanare” a colpi di lacrimogeni i colleghi milanesi all’interno della loro stessa caserma. Poliziotti contro poliziotti.

A nove anni dall’uccisione della guardia Antonio Sarappa, tocca ad Antonio Annarumma sacrificare la propria vita in servizio. Da questo momento saranno molti altri i poliziotti uccisi nel corso di manifestazioni di piazza o di attentati

A Roma, le guardie usarono le radio di pattuglia per comunicare ai media il loro disagio, passandosi la linea da un’auto all’altra, protestando per gli orari di servizio. In tutte le redazioni dei giornali c’era una radioricevente sintonizzata sulle frequenze della Polizia: la protesta fece scalpore. La questura aveva le mani legate, non era possibile denunciare tutti gli agenti in servizio. Per tutti questi episodi scattò la repressione generalizzata, con denunce, trasferimenti arbitrari e sospensioni “cautelative” dal servizio. Non vennero risparmiati nemmeno vicequestori e commissari capo.

Da qui in avanti la protesta assunse obiettivi concreti: smilitarizzazione e sindacalizzazione della polizia. Conferenze-stampa, comizi, addirittura cortei, come a Torino il 21 ottobre 1971: settanta guardie marciarono in silenzio dalla caserma di via Veglia alla prefettura. Primi provvedimenti repressivi: due agenti accusati di sobillazione vennero condannati a cinque mesi senza condizionale. I poliziotti scrissero ai giornali lettere come questa:

…siamo stufi di questa vita, non crediamo a quello che ci dicono i nostri ufficiali. Siamo degli sfruttati come gli operai che i nostri superiori vorrebbero che bastonassimo quando fanno sciopero. Ma la maggioranza di noi, escluso qualche disgraziato fascista, non vuole andare contro gli operai […] Siamo entrati nella polizia perché eravamo senza lavoro, ma credevamo che il nostro compito fosse quello di catturare i delinquenti e non quello di colpire i lavoratori…9

Nel 1976 la rivista “Ordine Pubblico” (che si batteva per la sindacalizzazione della Polizia) pubblicò un questionario e chiese ai suoi lettori di compilarlo: ventimila risposte (37% guardie, 40% appuntati, 23% sottufficiali; il 63% del campione era di estrazione proletaria o comunque non abbiente). Ne emerse che il 72% dei militari era scontento dei rapporti tra superiori e subordinati, dei regolamenti “ingiusti e antidemocratici” o dello scarso rispetto della personalità individuale; solo il 6% si dichiarava soddisfatto di fare il poliziotto; ben l’83,8% riteneva di non aver avuto un’adeguata preparazione professionale; il 50,4% provava solidarietà o comprensione per i lavoratori in sciopero (un 10,1% li “invidiava” addirittura!); il 95,6% considerava “indispensabile” la costituzione di un sindacato di polizia.

Arriva il 1968. Il governo centrale si trova ad affrontare infiniti problemi fino ad allora sottovalutati. Richieste di cambiamento e di modernizzazione provengono costantemente da quasi tutte le classi sociali, compresa l’area militare: ad esse, il governo rispose con la classica tecnica “Attendere perché nulla cambi”.10 A quel punto, divenne chiaro anche agli organi di Polizia più conservatori come la situazione fosse definitivamente sfuggita di mano.

Roma, 1 marzo 1968: battaglia di Valle Giulia, una data e un luogo che per tutti gli storici ha segnato l’inizio ufficiale della contestazione dura. Reparti “Celere” militarizzarono tutta l’area di Villa Borghese con un impressionante dispiegamento di uomini e mezzi, compresi i reparti a cavallo: fino a quel giorno, le guardie non avevano mai trovato una resistenza realmente accanita da parte di giovani “sbarbatelli” che spesso, alla prima carica, scappavano disorganizzati. Stavolta si assistette a qualcosa di inconcepibile: i manifestanti si erano organizzati secondo tecniche di guerriglia urbana di tipo paramilitare, in base alle quali piccoli gruppetti si facevano appositamente inseguire dai poliziotti fino ai nascondigli dove il “grosso” degli amici circondava e isolava le camionette, bastonando a sangue le guardie.

Oreste Scalzone, uno dei leaders di quella giornata, raccontò in un’intervista:

“Arrivammo sotto quella scarpata erbosa e cominciammo a tirare uova sui poliziotti infagottati, impreparati, abituati a spazzare via le manifestazioni senza incontrare resistenza. Quando caricarono, non scappammo. Ci ritiravamo, su e giù per i vialetti e i prati della zona, armati di oggetti occasionali, sassi, pietre, stecche delle panchine e roba simile. Qualche “gippone” finì incendiato…”

Esito della giornata: 148 poliziotti e 47 dimostranti feriti; 4 arresti e 200 denunce. Per la prima volta, il Ministero fece scendere in piazza i propri uomini con le armi scariche: solo gli Ufficiali erano in possesso delle cartucce per la pistola11. La Polizia si rese conto di avere assistito ad un salto di qualità nelle manifestazioni di piazza, salto di qualità che purtroppo porterà numerose vittime dall’una e dall’altra parte.

 

 

 

 

Per la prima volta nella battaglia di Valle Giulia cambiarono gli assetti politici e operativi tra Polizia e manifestanti: questi divennero parte attiva degli scontri contrastando le cariche della Celere e rispondendo colpo su colpo ai tentativi di dispersione delle sacche di resistenza

 

 

Avvenne subito la coalizione tra studenti e lavoratori proletari: ad Avola il 3 dicembre 1968, nel corso degli scontri scaturiti durante una manifestazione di braccianti agricoli, un reparto di Polizia del Raggruppamento Celere di Catania viene attaccato ed isolato dai manifestanti.

L’ordine di sparare viene eseguito, stavolta tra mille perplessità tra le guardie e a terra restano due morti tra i civili; alcune delle guardie che appartenevano alle squadre assaltate e che si erano comunque rifiutate di sparare furono sottoposte a severi provvedimenti disciplinari. Da qui, in tutta Italia si sviluppano manifestazioni spontanee di protesta che trovano terreno fertile negli atenei universitari e che si estendono alla classe lavoratrice: per le strade, gli studenti marciano fianco a fianco con gli operai.

Il 31 dicembre 1968 a Marina di Pietrasanta, durante il cenone di fine anno organizzato da numerosi “VIP” nel locale “La Bussola”, al suo esterno scoppiarono scontri violenti tra Forze dell’Ordine e contestatori dell’evento. Fu esploso un colpo di pistola – forse da un manifestante o da un cliente del locale – che lasciò paralizzato uno studente. Le armi da fuoco in tasca ai manifestanti entrarono di prepotenza nelle manifestazioni di piazza che, d’ora in avanti, si susseguiranno quotidianamente.

 

 

La diffusione el’uso delle armi da fuoco tra i manifestanti divenne una realtà che la Polizia dovette fronteggiare ormai a livello quotidiano

 

E avvenne un altro fatto importante: queste manifestazioni facevano paura alla Polizia che continuava a scendere in piazza senza sapere a cosa sarebbe andata incontro. Le tecniche e le dotazioni impiegate in ordine pubblico apparvero ora insufficienti a fronteggiare quella che si stava delineando come lotta armata; gli stessi Funzionari non ricevevano ordini specifici da Roma e spesso erano costretti a cedere all’iniziativa degli Ufficiali comandanti i contingenti della “Celere”, che agivano esclusivamente nell’ottica di far portare a casa salva la pelle ai propri uomini. Per fare un esempio sulle dotazioni dei reparti, solo a partire dagli anni successivi verrà prevista la dotazione dei giubbotti antiproiettile ai Reparti “Celere” anche nei servizi di ordine pubblico; le uniformi per questo specifico ambito sono ormai superate nella foggia e nei materiali: le foto dell’epoca ci mostrano i “celerini” ancora vestiti con ingombranti cappotti lunghi (il c.d. trench) e dotati di berretto rigido, elmetto metallico privo di visiera, borsa a tracolla, cinturone con spallaccio12; il fucile usato per lanciare i lacrimogeni è addirittura un antiquato moschetto monocolpo “91” di inizio secolo; paradossalmente, la divisa estiva è ancora costituita dall’uniforme “ordinaria” grigio-verde (giacca e cravatta) che, oltre a fare soffrire il caldo oltre ogni limite, è solo d’impaccio nei movimenti rapidi come la corsa o la salita e discesa dai mezzi; lo sfollagente è di tipo “corto”, fattore che porta il poliziotto maggiormente a contatto con il manifestante.

 

La problematica gestione dell’ordine pubblico passava anche attraverso l’impiego di uniformi dalla foggia ormai superata e del tutto inidonea a garantire decorosi livelli di comfort e di sicurezza per gli operatori

 

Tutto questo disagio – che continuava ad essere inascoltato dai vari Comandi – moltiplicò le forme di insubordinazione ed ammutinamento nelle caserme. Si susseguirono esempi di protesta per i motivi più vari: alla caserma “Sant’Ambrogio” di Milano, un’intera compagnia del 3° Reparto Celere arrivò a indire uno sciopero della fame per protestare contro la scarsa qualità della mensa di servizio; alla caserma “Garibaldi” si assistette alla misteriosa manomissione di mezzi che sarebbero dovuti uscire in ordine pubblico; le guardie inscenarono nei cortili vari sit-in di protesta, pretendendo di conoscere in anticipo il tipo di manifestazione in cui sarebbero stati impiegati.

Anche nelle questure le cose non andavano meglio: ai turni di servizio normali, le guardie si vedevano aggiungere l’impiego non programmato in ordine pubblico e vigilanze ad obiettivi “sensibili”, senza il rispetto dei minimi intervalli temporali tra un servizio e l’altro. Una stessa guardia, ad esempio, si trovò comandata di servizio notturno e poi subito di ordine pubblico la mattina dopo, senza soluzione di continuità. Le sanzioni disciplinari – che continuavano a “fioccare” ad un ritmo impressionante – non facevano però più paura anche se i procedimenti penali contro guardie di P.S., appuntati e sottufficiali pendenti presso i vari tribunali militari aumentarono esponenzialmente, ma ancora il Ministero continuò a ritenere tutto ciò una forma di protesta che sarebbe ben presto rientrata.

In un clima in cui nessuno ascoltava nessuno, le guardie di P.S. scesero dunque in piazza sempre più esasperate, così come esasperati erano i manifestanti. Il 9 aprile 1969 a Battipaglia (SA), dopo l’ennesima giornata di scontri cruenti tra Polizia e operai radunati in strada per protestare contro i licenziamenti attuati in seno ad alcuni grossi stabilimenti manifatturieri, con blocchi alle linee ferroviarie, stradali e autostradali, assalto alla stazione, al municipio e al commissariato locale di P.S., si conteranno 2 morti e 200 feriti tra i civili, circa 100 feriti tra i poliziotti.

Subito altre manifestazioni in tutto il Paese portarono ad ulteriori scontri e ai primi attentati: l’11 aprile alla Borsa di Milano non ci scappò il morto per miracolo; il 25 una bomba collocata al padiglione FIAT della Fiera Campionaria provocò 6 feriti e un ulteriore ordigno inesploso verrà rinvenuto lo stesso giorno presso la stazione centrale. Dal 9 agosto 1969 avvenne un’impressionante catena di attentati dinamitardi sui treni che provocarono fortunatamente solo feriti; al rientro dalle vacanze estive, i problemi erano tutt’altro che risolti: la FIAT sospese venticinquemila dipendenti ritenuti i principali responsabili di atti di boicottaggio degli impianti. Nacquero scontri violenti in seno agli stessi operai, tra chi voleva scioperare ad oltranza e chi invece aveva bisogno dello stipendio per mantenere la famiglia.

 

 

 

Milano, dicembre 1969: i fenomeni di contestazione si estendono anche alle manifestazioni culturali: qui siamo di fronte al teatro “Alla Scala” in occasione dell’inaugurazione della stagione teatrale (si ringrazia lo studio Farabola per il materiale fornito)

In quello che passerà alla storia come “autunno caldo”, con un governo Rumor di transizione e con un Ministro dell’Interno (on. Moro) che non voleva più morti e feriti per le strade, la Polizia fu impiegata con nuove disposizioni che esasperarono ancora di più il clima già teso nelle caserme: l’ordine tassativo è quello di non reagire, qualunque cosa accada. Le immagini televisive dell’epoca ci mostrano interi reparti di Polizia schierati immobili di fronte a manifestanti che, dopo insulti e sputi, passano a ll’aggressione a colpi di pietre, bastoni, spranghe; poliziotti che scappano, molti altri che restano a terra circondati da decine di individui che continuano a colpirli con tutto quello che capitava per le mani. Il governo è paralizzato, del tutto incapace di intervenire in modo efficace; e la Polizia pagherà in prima persona per questo lassismo.

A tutto ciò, si aggiungano i sempre più frequenti attentati a colpi di pistola (le c.d. “gambizzazioni”13) fatti dapprima a dirigenti d’azienda, giornalisti, docenti universitari ed estesi poi ad elementi dello Stato, soprattutto poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie.

A Pisa, tra i civili ci scappò il morto anche negli scontri del 27 ottobre 1969: l’occasione fu una non meglio precisata manifestazione antifascista; in realtà, si videro autentici guerriglieri che attaccarono di proposito la Polizia portando con loro intere cassette di bombe molotov, costringendo le guardie a sparare unicamente per difendersi.

 

 

 

Pisa, 27 ottobre 1969: violentissimi scontri tra manifestanti e Polizia provocano un morto tra i civili. Vengono sequestrate numerose bottiglie “Molotov”, altre vengono utilizzate contro le forze dell’ordine

Nel frattempo, anche l’estrema destra si stava organizzando come partito armato. A Mestre (VE) viene fondato il movimento “Ordine Nuovo” che inneggiava ad un colpo di stato che riportasse l’Italia sotto un regime di stampo fascista. In esso convolarono nomi quali Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Martino Siciliano, tutti individui di cui si sentirà parlare a lungo nell’ambito della strage di piazza Fontana. Ormai, anche per la stampa, tutto ciò che accadeva veniva letto sempre e solo in chiave “rossa” o “nera”.

E le bombe continuano. Dopo varie “prove” effettuate a Milano, Trieste, Gorizia, sempre a Milano, il 12 dicembre 1969, presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana un ordigno miete 16 morti e 90 feriti; un’altra bomba inesplosa viene rinvenuta nella vicina Banca Commerciale di piazza della Scala. Roma, stesso giorno: una bomba esplode presso la Banca Nazionale del Lavoro di via Veneto (16 feriti), un’altra all’Altare della Patria e un’altra ancora al Museo del Risorgimento.

 

Milano, 12 dicembre 1969: una bomba collocata all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura fa una strage: è l’inizio di quella che passerà alla storia come “stagione delle bombe” (si ringrazia lo studio Farabola per il materiale fornito)

 

La risposta dello Stato, che pare voglia improvvisamente colmare anni interi di latitanza, è durissima: retate, arresti, perquisizioni si susseguirono a ritmo impressionante in tutto il Paese: in un clima da colpo di stato, migliaia di persone vennero “schedate” dai vari Uffici Politici delle questure; le strade furono presidiate costantemente dalle Forze dell’Ordine, i metodi di indagine si fecero molto più spicci. Tanto che a Milano esplode il “caso Calabresi”: il 16 dicembre, durante un interrogatorio svoltosi al quarto piano della questura, morì l’anarchico Giuseppe Pinelli che, arrestato il giorno prima come presunto responsabile della strage di Piazza Fontana, precipitò da una delle finestre in circostanze mai ufficialmente chiarite. Pinelli diventò il “martire” che la sinistra radicale stava cercando per giustificare la lotta armata; il Commissario di P.S. Luigi Calabresi14, e con lui ogni uomo dello Stato, diventò il nemico da combattere: nel giugno 1971 Calabresi – che già era stato “adocchiato” anni prima dalla sinistra estrema per i suoi modi reputati troppo spicci di gestire l’ordine pubblico nelle piazze – verrà denunciato dalla vedova Pinelli per omicidio, a suo carico verranno aperti procedimenti disciplinari, la sua vita personale e professionale si ridurrà ad un inferno di minacce anonime, volantini, linciaggio mediatico fino al suo annunciato triste epilogo.

 

Un’immagine del commissario Luigi Calabresi impegnato nella difficile direzione di un servizio di ordine pubblico a Milano

 

4 Nel maggio 1967 la Francia fu pervasa da un’ondata di manifestazioni studentesche senza precedenti. Partita da Parigi, si diffuse ben presto in tutto il Paese: vi afferivano movimenti pacifisti contrari alla guerra in Vietnam, giovani liceali e universitari, intellettuali che dettero vita per le strade a variopinti caroselli e cortei che raramente sfociarono in disordini. Le autorità d’oltralpe considerarono il tutto alla stregua di una estemporanea kermesse giovanile: la storia dirà invece che non fu così.

5 Si ringrazia la redazione del sito internet www.cadutipolizia.it per il materiale fornito.

6 Si tratta dell’appuntato Enea Codotto e del brigadiere Luigi Maronese: entrambi verranno insigniti della medaglia d’argento al valor militare.

7 Si ringrazia la redazione del sito internet www.cadutipolizia.it per il materiale fornito.

8 Va precisato anche che l’autopsia fatta sul corpo del giovane militare evidenziò una ferita frontale di forma rotonda e del diametro di circa 6 centimetri, con una penetrazione fino a metà cranio, del tutto compatibile con le dimensioni dei pali in acciaio usati dai manifestanti.

9 cit. in: Angelo D’Orsi, La polizia. Le forze dell’ordine italiano, Feltrinelli, Milano 1972, p.260.

10 M. Brambilla, giornalista del “Corriere della Sera” – intervista di I. Principe.

11 Si temeva la degenerazione degli scontri in una sorta di “caccia all’uomo”. Da parte sua, il Ministero non ha mai confermato l’esattezza di una tale disposizione, imputando l’eventuale mancanza di munizionamento alla carenza di fondi per l’armamento dei militari dei singoli reparti.

12 Il c.d. spallaccio, cioè il cordino in cuoio che, scendendo diagonalmente dalla spalla fino alla fondina della pistola, assicura al cinturone una presunta migliore stabilità, verrà eliminato dai servizi di ordine pubblico pochi anni dopo con l’avvento della più moderna tuta da o.p.. Continuerà invece a rimanere in vigore per tutti gli altri servizi fino ai giorni nostri, pur tra molte proteste degli operatori che lo ritengono oltre che scomodo anche pericoloso, offrendo un appiglio ad un eventuale aggressore. Nel settembre 2006, con apposita circolare, il Ministero confina l’utilizzo dello spallaccio solo nelle manifestazioni di rappresentanza, eliminandolo definitivamente da tutti i servizi operativi.

13 Il loro apice verrà raggiunto nel 1977 quando, tra gli innumerevoli ferimenti, si conteranno anche quelli del giornalista Indro Montanelli, del preside della facoltà di Economia di Roma Remo Cacciafesta, del vicepresidente del gruppo DC di Torino Maurizio Poddu e dei dirigenti dell’Alfa Romeo e della Fiat di Torino Aldo Grassini e Pietro Osella.

14 Sarà egli stesso vittima di un attentato: la mattina del 17 maggio 1972, mentre stava recandosi al lavoro, verrà ucciso da un “commando” di sicari che lo attendevano sotto casa.

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