11 – Gli scontri di piazza e la “stagione delle bombe” (1973 – 1979)

GLI SCONTRI DI PIAZZA E LA “STAGIONE DELLE BOMBE” (1973 – 1979)

                                                                      di Gianmarco Calore

Gli scontri di piazza continuavano a ritmo spaventoso, con morti e feriti sia tra manifestanti che tra poliziotti: il 12 aprile 1973 alcuni appartenenti all’estrema destra scagliarono due bombe a mano di tipo “SRCM” contro una squadra del 3° Reparto Celere di Milano, provocando la morte della guardia Antonio Marino24e il ferimento di altri 12 militari: solo la presenza in strada del Questore impedì ai colleghi dell’agente ucciso di scatenare una caccia all’uomo. I responsabili di un simile gesto vengono arrestati dopo poco: sono due conosciuti esponenti degli ambienti dell’estrema desta milanese, Maurizio Murelli e Vittorio Loi rispettivamente 19 e 21 anni.

Poco più che ragazzini, come Antonio Marino.

 

 

Il 12 aprile 1973 a Milano una bomba a mano uccide la guardia Antonio Marino

Continuavano pure gli attentati sia delle Brigate Rosse – che colpirono con meticolosa precisione moltissimi appartenenti alle Forze dell’Ordine – sia dei movimenti di estrema destra. Il 17 maggio 1973 a Milano, durante una cerimonia di inaugurazione di un busto alla memoria del Commissario Calabresi nel primo anniversario dalla morte, di fronte alla questura l’anarchico Gianfranco Bertoli lanciò una bomba a mano tipo “ananas” di fabbricazione israeliana con l’intento dichiarato di colpire l’auto sulla quale viaggiava il ministro Rumor per vendicare la morte di Pinelli: il lancio fu però “lungo”, la bomba centrò il muro della questura ed esplose provocando quattro morti e più di cinquanta feriti: il ministro dell’interno Rumor, che era appena entrato in questura, uscì dall’attentato miracolosamente illeso; morirà invece, dopo dieci giorni di agonia, l’appuntato Federico Masarin25, dell’ufficio politico milanese. L’attentatore fu subito bloccato dai passanti: non tentò neppure di fuggire. La sua cattura immediata ha tuttavia danneggiato le indagini a causa del mancato espletamento di accertamenti tecnico-scientifici e investigativi: troppe cose vennero date per scontate e quando vi furono numerosi riscontri che non tornarono, iniziarono ad allungarsi ombre misteriose su tutta la vicenda.

Chi era Bertoli? Chi lo manovrava? Come fece a procurarsi la bomba e quali appoggi vantava nel movimento anarchico milanese? E poi, cosa fu quell’improvviso “interesse” addirittura dei servizi segreti che contribuirono ad intralciare le ormai tardive indagini? Tutti interrogativi ai quali non fui mai data una risposta.

Milano, 17 maggio 1973: di fronte alla questura è appena esplosa una bomba a mano lanciata dall’anarchico Gianfranco Bertoli. Nella foto, l’uomo a terra ripreso di spalle mentre si regge su un gomito è l’appuntato Masarin: morirà qualche giorno dopo

Il 28 maggio 1974 a Brescia un’altra bomba – stavolta rivendicata dal movimento “Ordine Nero” e collocata in un cestino dei rifiuti in piazza della Loggia – provocò otto morti e più di cento feriti tra i partecipanti ad una manifestazione antifascista indetta dai sindacati. Il 17 giugno 1974 a Padova, un commando armato di brigatisti rossi fece irruzione nella sede locale del MSI in via Zabarella, uccidendo a sangue freddo due impiegati, di cui un Carabiniere in pensione. La notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 una bomba – rivendicata ancora da “Ordine Nero” – esplose a bordo del treno “Italicus” facendo dodici morti e una cinquantina di feriti. L’8 giugno 1976 a Genova, un commando brigatista uccise il giudice Francesco Coco26e i due uomini della scorta, tra cui il brigadiere di P.S. Giovanni Saponara. Tanto per non essere da meno, il 10 luglio 1976 un commando di “Ordine Nuovo” uccise a Milano il giudice Vittorio Occorso, titolare delle indagini sulla strage di piazza Fontana.

La follia omicida estremista miete un numero impressionante di vittime anche tra gli appartenenti alla Polizia, di cui a seguire vengono nominati solo alcuni dei Caduti27. A Biella il 1° settembre 1976 viene ucciso, durante un controllo, il vicequestore Francesco Cusano che aveva individuato e fermato alcune persone sospette. Il 13 dicembre 1976 a Milano in due distinti scontri a fuoco con cellule brigatiste vengono uccisi il vicequestore Vittorio Padovani, il maresciallo Sergio Bazzega e la guardia Prisco Palumbo, quest’ultimo ucciso nel tentativo di difendere un Funzionario di Polizia cui era diretto l’attentato; il 19 febbraio 1977 a Cascine Olona viene assassinato in un conflitto a fuoco con due brigatisti il brigadiere di P.S. della Stradale Lino Ghedini; il 12 e il 22 marzo 1977 a Roma vengono assassinati dai “Nuclei armati proletari” il brigadiere di P.S. Giuseppe Ciotta e la guardia Claudio Graziosi. Il 21 aprile dello stesso anno, durante violenti scontri nei pressi dell’università, caratterizzati dall’uso di bombe a mano e pistole, viene uccisa la guardia allievo sottufficiale Settimio Passamonti e altri 5 militari rimangono feriti da proiettili vaganti esplosi in un vero e proprio agguato teso alla Polizia.

Il 14 maggio, ancora a Milano, tocca al brigadiere Antonio Custra, abbattuto da un colpo d’arma da fuoco sparato dai manifestanti su una colonna del 3° Reparto Celere di Milano che stava sopraggiungendo.

Un’immagine che fece il giro del mondo: fu probabilmente questo il momento in cui venne esploso il colpo di pistola che colpì il brigadiere Antonio Custra uccidendolo

Il 4 gennaio 1978 a Firenze, nel tentativo di fare evadere dal carcere due terroristi, viene ferita la guardia Stefano Dionisi che decederà in ospedale dopo 16 giorni di agonia.

Il 10 marzo 1978 a Torino, mentre esce di casa per andare al lavoro, viene colpito a morte il maresciallo Rosario Berardi della squadra politica della questura. Il 16 marzo dello stesso anno, nel corso del blitz che porta al rapimento di Aldo Moro, viene trucidata tutta la sua scorta: il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, il carabiniere Domenico Ricci e le guardie di P.S. Giulio Rivera, Raffaele Jozzino e il vicebrigadiere di P.S. Francesco Zizzi.

Il 21 giugno 1978 a Genova, mentre si sta recando al lavoro a bordo di un autobus, viene freddato da un commando brigatista il commissario Antonio Esposito. All’alba del 15 dicembre 1978 ancora a Torino, durante un servizio notturno di vigilanza alle carceri “Nuove”, un commando di cinque terroristi assassina le guardie Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu con un assalto a colpi di mitra e fucile a canne mozze.

L’uccisione delle guardie Lanza e Porceddu di fronte al carcere di Torino

Anche il 1979 vede il Corpo delle Guardie di P.S. tributare un elevato numero di vittime: il 3 maggio a Roma viene assassinato il brigadiere Antonio Mea, mentre rimane ferita la guardia Pierino Ollanu, che morirà una settimana più tardi; il 19 settembre a Milano in un agguato viene assassinata la guardia Andrea Campagna, in servizio all’ufficio politico; il 9 novembre a Roma, sempre in un agguato teso da due brigatisti, viene uccisa la guardia Michele Granato mentre il successivo 21 novembre a Genova tocca alla guardia Mario Tosa; il 27 novembre, sempre a Roma, nell’ennesimo agguato cade il maresciallo Domenico Taverna, ucciso mentre si sta recando a prelevare la propria auto in un garage; infine, il 7 dicembre a Roma un commando BR elimina il maresciallo Mariano Romiti mentre si stava recando in tribunale per testimoniare ad un processo28. E sono solo alcuni nomi tra i tanti.

Tutto questo per dire cosa? Che per strada si moriva; che i poliziotti – come del resto tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine – non erano più sicuri nemmeno tra le quattro mura di casa; che anche semplicemente andare al lavoro la mattina era una sorta di roulette russa con il destino.

Il 28 maggio 1974 a Brescia un’altra bomba – stavolta rivendicata dal movimento “Ordine Nero” e collocata in un cestino dei rifiuti in piazza della Loggia – provocò otto morti e più di cento feriti tra i partecipanti ad una manifestazione antifascista indetta dai sindacati. Il 17 giugno 1974 a Padova, un commando armato di brigatisti rossi fece irruzione nella sede locale del MSI in via Zabarella, uccidendo a sangue freddo due impiegati, di cui un Carabiniere in pensione. La notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 una bomba – rivendicata ancora da “Ordine Nero” – esplose a bordo del treno “Italicus” facendo dodici morti e una cinquantina di feriti.

Una bomba di matrice neofascista esplode a bordo del treno “Italicus” provocando una strage (si ringrazia l’archivio Farabola foto)

L’8 giugno 1976 a Genova, un commando brigatista uccise il giudice Francesco Coco26e i due uomini della scorta, tra cui il brigadiere di P.S. Giovanni Saponara. Tanto per non essere da meno, il 10 luglio 1976 un commando di “Ordine Nuovo” uccise a Milano il giudice Vittorio Occorso, titolare delle indagini sulla strage di piazza Fontana.

 

Le Brigate Rosse compaiono anche all’interno di manifestazioni di piazza. Il 9 ottobre 1974 a Torino, durante una manifestazione degli operai della FIAT, cellule brigatiste fanno scoppiare violentissimi scontri con la “Celere”: la città viene messa a ferro e fuoco, con auto incendiate, vetrine di negozi distrutte, saccheggi e violenze di ogni tipo. Iniziano i c.d. “espropri proletari”, con assalti a supermercati e negozi di ogni genere. Milano subisce tre giorni di guerriglia urbana il 16, 17 e 18 aprile 1975 a seguito del decesso di un manifestante antifascista ucciso da un colpo di pistola vagante: reparto “Celere”, questura e ogni altro ufficio di Polizia vede i propri uomini impiegati senza soluzione di continuità per fronteggiare una situazione da guerra civile che provoca un altro morto tra i manifestanti, Giannino Zibecchi, stavolta travolto e ucciso da un camion dei Carabinieri. Le immagini televisive di quei giorni fanno vedere le strade di Milano invase da gas lacrimogeno e gente armata che affronta le Forze dell’Ordine sparando all’impazzata e tirando bombe molotov; sono incendiate le auto della Polizia, sia della “Celere” che delle Volanti, molti poliziotti vengono ricoverati per ustioni e ferite da arma da fuoco. La protesta si estende anche ad altre città italiane e a Firenze il 18 aprile ci scappa un altro morto tra i manifestanti.

 

L’accidentale uccisione di un manifestante travolto da un camion dei Carabinieri scatena tre giorni di autentica guerriglia urbana che sconvolge Milano

Gli scontri di piazza funestarono un po’ tutte le città italiane per gli anni a seguire: ogni occasione era buona per scatenare disordini e cercare lo scontro diretto con la Polizia. Di seguito, solo alcuni esempi tra i tantissimi altri che si potrebbero citare. Bologna, 13 marzo e 11 dicembre 1977

Bologna: gli scontri del marzo e del dicembre 1977 furono così cruenti che il Ministero schierò per le strade perfino i carri armati

Roma, 12 maggio 1977: una manifestazione del partito radicale degenera subito in tafferugli che da piazza Navona e Campo dei Fiori si estendono in tutta la città e che provocheranno la morte della studentessa Giorgiana Masi.

Anche in questi casi, si assiste all’esplosione indiscriminata di colpi d’arma da fuoco all’indirizzo dei blindati della “Celere” del 1° Reparto di Roma, i cui militari sono costretti a rispondere di conseguenza.

Roma, 12 maggio 1977: la capitale è sconvolta da una giornata di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine che videro l’impiego anche di armi da fuoco

Sul piano dell’ordine pubblico e del terrorismo, il 1977 fu l’anno più “caldo”, con le università di mezza Italia occupate dagli studenti che inaugurano la c.d. “autogestione”, con scontri a fuoco tra appartenenti ad estrema destra ed estrema sinistra, con violente contestazioni ai vari rappresentanti dell’apparato di governo durante i loro comizi. A Bologna, l’11 marzo 1977 il centro della città viene sconvolto da una vera guerriglia urbana a seguito di scontri tra appartenenti ad opposte fazioni politiche: muore, colpito dall’ennesima pallottola vagante, Franco Lorusso, aderente a “Lotta Continua” e molto conosciuto in città. Ne seguono ulteriori scontri con assalti agli uffici della Polizia Ferroviaria a cui il Questore risponde schierando per le strade i mezzi cingolati dell’Esercito.

L’insolenza dei brigatisti non si fermava più di fronte a nulla. Il 29 maggio 1978 un commando di tre persone assalì per la seconda volta in due anni l’ufficio di Polizia Ferroviaria di Rogaredo, vicino Milano: la guardia in servizio fu costretta a consegnare manette, pistola e tesserino di riconoscimento e a subire un umiliante “processo del popolo” che solo per miracolo non si concluse con la sua uccisione.

La metà degli Anni ’70 venne ulteriormente funestata dalle scorribande di quella che, dopo le gesta della “banda Cavallero”, fu una delle più spietate e sanguinose bande di criminali: la “banda Vallanzasca”. Di Renato Vallanzasca è stato scritto tanto, forse troppo: di sicuro, spesso a sproposito per un bandito di tale bassezza morale. Proveniente da un quartiere disagiato di Milano, la Comasina, fece già parlare di sé a metà degli Anni ’60; la sua evoluzione criminale, costellata di reati sempre più sordidi che spaziano dalla rapina, all’evasione, all’omicidio, lasciano sull’asfalto un numero impressionante di vittime, tra cui quattro bravi Poliziotti: l’appuntato Bruno Lucchesi a Montecatini il 23 ottobre 1976; il vice brigadiere Giovanni Ripani a Milano il 17 novembre dello stesso anno; il maresciallo Luigi D’Andrea e la guardia Renato Barborini presso lo svincolo autostradale di Dalmine la mattina del 6 febbraio 1977. In quest’ultima occasione i banditi furono talmente feroci da lasciare a terra anche uno di essi, mortalmente ferito dai loro stessi proiettili.

 

Oltre alla situazione esplosiva dell’ordine pubblico, la Polizia dovette fronteggiare agguerrite bande di criminali che mettevano a ferro e fuoco le città con le loro scorribande. Nelle foto qui sopra,  l’eccidio del maresciallo Luigi D’Andrea e dell’appuntato Renato Barborini ad opera della banda Vallanzasca (si ringrazia la signora Grabriella Vitali D’Andrea per il materiale fornito)

Come non bastasse, in questi anni ci si mette anche la natura. Il 6 maggio 1976 un violentissimo terremoto, avvertito in tutta l’Italia settentrionale, distrugge parte del Friuli, con più di mille morti, decine di migliaia senzatetto e interi paesi rasi al suolo. I Reparti Celere di Padova, Bologna e Milano giunsero tra i primi soccorritori sul posto, organizzando assieme all’Esercito i vari ospedali da campo. Un sottufficiale così racconta quei momenti:

“Nel 1976 stavo frequentando il corso di allievo guardia presso la scuola allievi di Duino, vicino Trieste. La sera del 6 maggio, verso le ore 21, avvertimmo una fortissima scossa di terremoto che lesionò alcuni infissi delle camerate. Ci venne dato l’ordine di prepararci e, nel giro di poche ore, giungemmo nella zona di Gemona del Friuli: passai le settimane successive a tirare fuori i morti dalle macerie. Nei giorni seguenti giunsero da tutta Italia le staffette della Polizia Stradale che scortavano senza interruzioni le autocolonne dei soccorsi e per mesi interi tutta la regione colpita fu militarizzata. Non bastasse, nel mese di settembre un’altra scossa di terremoto colpì la zona dove ci trovavamo, facendo altri morti e distruggendo di nuovo quel poco che si era rimesso in piedi. Posso dire di avere concluso il mio corso di formazione facendo soccorso pubblico”29.

La macchina dei soccorsi questa volta funzionò senza intoppi: ciascun reparto di Polizia intervenuto sul posto fu chiamato ad adempiere ai propri compiti senza dispersione di energie o sovrapposizione di mansioni.

I reparti Celere e le questure si occuparono del soccorso pubblico, dell’assistenza dei senzatetto e della vigilanza anti-sciacallaggio degli immobili abbandonati; la Polizia Stradale effettuò le staffette alle colonne dei soccorsi, ripristinò la viabilità gestendola in condizioni strutturali precarie e smistò gli aiuti che provenivano dalle altre regioni. Vi fu la prima collaborazione interforze con la neonata protezione civile gestita dal sottosegretario Giuseppe Zamberletti, nominato commissario del governo per il coordinamento dei soccorsi. Gli ospedali da campo e le tendopoli provvisorie furono gestite dall’Esercito Italiano che si avvalse della collaborazione di enti e associazioni di volontariato che per la prima volta vennero chiamate in prima linea: il decentramento delle competenze sul territorio parve la carta vincente e darà i suoi frutti al momento della ricostruzione dei paesi distrutti.





Il Corpo delle Guardie di P.S. fu attivamente impegnato nell’ambito delle operazioni di soccorso pubblico alle persone colpite dal sisma che nel maggio e nel settembre 1976 sconvolse il Friuli Venezia Giulia

24 Si ringrazia la redazione del sito http://www.cadutipolizia.ite del sito http://www.vittimeterrorismo.it per il materiale fornito.

25 Si ringrazia la redazione del sito internet http://www.cadutipolizia.it per il materiale fornito.

26 Se ne è parlato nei capitoli precedenti a proposito delle perquisizioni ordinate nel 1960 presso il giornale L’Unità che aveva pubblicato la prima lettera di protesta sulle inumane condizioni di lavoro sottoscritta da poliziotti e finanzieri.

27 Per la ricostruzione di tutti gli eventi citati di seguito, si ringraziano le redazioni dei siti http://www.cadutipolizia.it e http://www.vittimeterrorismo.it per il copioso materiale messo a disposizione.

28 Si ringrazia il sito http://www.cadutipolizia.it per il copioso materiale fornito.

29 Sovrintendente Capo della Polizia di Stato N. Ravagnolo – colloquio privato.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...