7 – Gli anni del “boom” economico (1960 – 1965)

GLI ANNI DEL “BOOM” ECONOMICO E DELLA CONTESTAZIONE (1960 – 1965)

                                                                         di Gianmarco Calore

Il periodo che stiamo per esaminare è forse il più ricco in assoluto di innovazioni e cambiamenti per la Polizia italiana. Per alcuni, in tali anni furono gettati i primi semi che, nel decennio successivo, faranno crescere e sviluppare la pianta della smilitarizzazione e sindacalizzazione del 1981.

Gli eventi che videro le Guardie di P.S. impegnate nel decennio in questione fecero acquisire ai poliziotti una progressiva consapevolezza del loro ruolo, passando purtroppo per fasi storiche in cui il Corpo tributò un elevatissimo numero di caduti.

Se da un lato si assiste ad un progressivo diffondersi del benessere in quasi tutto il Paese, dall’altro il fronte dell’ordine pubblico – fedele specchio della situazione politica – rimane ancora tesissimo. Nel 1960 il governo Tambroni, pure tra mille difficoltà, riuscì a restare in carica nonostante l’aperto contrasto con la sinistra. Nel giugno 1960, in un clima politico incandescente, il MSI decise di convocare il proprio congresso nazionale a Genova: una tale scelta scatenò le proteste di tutta la sinistra italiana, cui si allearono le varie associazioni partigiane. Venne contestata vivacemente la presenza del prefetto della città, Emanuele Basile, funzionario apertamente di destra mai rimosso dal ruolo fino ad allora ricoperto e ritenuto da molti responsabile di arresti e torture ai danni degli uomini della Resistenza durante la Repubblica di Salò.

Il Ministero dell’Interno inviò a Genova un dispiegamento di Polizia fino ad allora mai visto: Reparti “Celere” provenienti da tutta Italia; Reparti Mobili con mezzi blindati, addirittura l’Esercito consegnato nelle caserme in stato di allerta. A Genova si respirava aria di vera e propria guerra civile, con i partigiani che picchettarono con i loro presidi i monumenti alla Resistenza eretti in tutta la città. I sindacati, anziché gettare acqua sul fuoco, rinfocolarono le tensioni proclamando che il congresso nazionale del MSI non si sarebbe tenuto, a qualsiasi costo.

Il 30 giugno 1960 Genova vide sfilare una manifestazione di più di centomila persone che subito degenerò in scontri violentissimi con la Polizia: le foto pubblicate testimoniano l’estrema violenza della guerriglia urbana che lasciò a terra più di 80 feriti. Mezzi della Polizia vennero assaliti e dati alle fiamme, alcune guardie furono accerchiate, disarmate e picchiate da una folla inferocita che a fatica viene dispersa dagli idranti e dagli infiniti “caroselli” fatti con i gipponi. Il capitano di P.S. Londei venne quasi annegato nella fontana di piazza De Ferrari e fu salvato esclusivamente grazie all’intervento massiccio dei propri colleghi. Così un appuntato di P.S. in pensione, mostrando una lunga cicatrice alla gola, descrive quei momenti:

“Eravamo giunti a Genova dal Reparto Celere di Padova in circa 200 uomini. Gli scontri si accesero subito il primo giorno, con lanci di pietre da parte di numerosi facinorosi che si erano mescolati alla manifestazione degli antifascisti. All’improvviso, nelle vicinanze di piazza De Ferrari, ci trovammo circondati dai portuali che si identificavano con magliette bianche a righe blu. Questi ci hanno assalito armati delle “refie”, grossi uncini in acciaio usati per scaricare il pesce dalle navi. La cicatrice che porto è il risultato di questi scontri”.1

La notizia degli scontri di Genova scatenò in tutta Italia un’ondata di violenza senza precedenti: Milano, Ravenna, Roma, dove la folla cercò di assalire addirittura il Parlamento. Il Corpo delle Guardie di P.S. ebbe modo in tali frangenti di sperimentare le nuove tecniche e i nuovi mezzi di cui disponeva: si vide l’impiego massiccio della Polizia a cavallo, degli idranti e di sistemi di coercizione che lasciavano l’uso delle armi da fuoco come extrema ratio.

Gli scontri di Genova del 30 giugno 1960. La città fu militarizzata da uno dei più imponenti schieramenti di polizia mai visti fino ad allora. Gli scontri esplosero subito violentissimi ed ebbero il loro epilogo in piazza De Ferrari: nella foto, una squadra del reparto Celere rimasta isolata viene asslita dai manifestanti e salvata dall’arrivo dei colleghi

Ma, ciononostante, il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia avvennero scontri a fuoco talmente violenti che a terra rimasero 5 morti e decine di feriti. Ulteriori quattro morti si contarono il giorno dopo a Palermo, a seguito di altri incidenti tra manifestanti e Polizia. A Roma il 6 luglio 1960, durante violenti scontri scaturiti a seguito dei fatti di Genova, fu letteralmente linciata a calci, pugni e bastonate la guardia Antonio Sarappa, appartenente al 1° Reparto Celere e rimasta isolata dalla squadra di appartenenza2: morirà il successivo 7 settembre all’ospedale militare del Celio al termine di una lunga agonia.

Una delle rare immagini degli scontri di Porta San Paolo a Roma: 6 luglio 1960

 

 

La guardia Antonio Sarappa può considerarsi la prima vittima ufficiale degli scontri di piazza dal dopoguerra

Dopo tali tristissimi eventi, cade il governo Tambroni, sostituito dal governo Fanfani il quale, in un clima di “convergenze parallele” che estromettono il M.S.I., stempera gli animi più intransigenti. La nuova parola d’ordine è “distensione”: la televisione, ormai molto diffusa, trasmette per la prima volta la famosa “Tribuna Politica” in cui i personaggi di governo maggiormente rappresentativi si affrontano sul piano dialettico, moderati dal conduttore del programma.

Aumenta così la coscienza politica degli Italiani. Anche gli appartenenti al Corpo delle Guardie di P.S. sono posti nella condizione di sviluppare una maggiore autocritica del loro operato: iniziano a circolare le prime, timide e – per l’epoca – assolutamente illegali idee di modernizzazione del Corpo, anche se ancora non si sa verso quale direzione muoverle. Il 10 dicembre 1960 la prima pietra virtuale della futura smilitarizzazione viene posata con l’invio al quotidiano “L’Unità” di Genova e di Milano di una lettera aperta, firmata da appartenenti alla Polizia e alla Guardia di Finanza, con la quale si chiedono miglioramenti salariali ed una più corretta applicazione dello Statuto dei Lavoratori. Per il governo è uno shock: la reazione immediata vede perquisizioni3 nelle sedi del quotidiano incriminato al fine di risalire ai firmatari di quello che, a livello centrale, veniva interpretato come un inaudito atto di insubordinazione. Per la prima volta nella storia italiana, viene a galla una palese inquietudine proveniente non dalla popolazione, ma da uomini dello Stato, tanto più pericolosa perché strisciante all’interno di caserme militari e quindi di più difficile individuazione.

In quel periodo, nelle caserme di Polizia (e non solo in quelle) viene intessuta dai vari Comandi una fittissima rete di informatori e delatori che dovevano aggiornare i vertici della scala gerarchica su ogni seppur minimo indizio sulle simpatie politiche dei militari; iniziò a fioccare una miriade di trasferimenti d’ufficio, volti ad allontanare da reparti operativi quei poliziotti sospettati di avere un’ideologia anche lontanamente di sinistra o in ogni caso favorevole alle richieste inoltrate alla stampa.

Le informazioni raccolte su ogni singolo aspirante allievo guardia che faceva domanda di arruolamento venivano vagliate con criteri severissimi; altrettanto severi erano i provvedimenti presi in caso di minimo sospetto su inclinazioni politiche, adesioni a partiti o sindacati, frequentazioni personali.

Il Capo della Polizia Angelo Vicari capì che il Corpo necessitava di un’urgente spinta innovativa nei sistemi di azione che non dovevano essere più solamente repressivi, ma anche e soprattutto preventivi. Nel dicembre 1960 costituì la Divisione di Polizia Criminale, inizialmente con il solo compito di sovrintendere alla formazione di Ufficiali e Funzionari, ma immediatamente utilizzata sul campo a Palermo e a Trapani nella lotta contro la mafia.

La proliferazione degli Uffici di Polizia Criminale portò nel 1964 allo sviluppo dei Centri di  Coordinamento Interprovinciale dei Servizi di Polizia Giudiziaria e, nel 1967, alla nascita del Centro Nazionale di Coordinamento delle Operazioni di Polizia Criminale, con la collaborazione interforze di Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza.

Nel frattempo, il cosiddetto “boom” economico stava portando ad una sempre maggiore fuga dalle campagne verso le grosse città, soprattutto Milano e Torino. Per la Polizia, agli onnipresenti problemi di ordine pubblico, si sommarono quelli di una criminalità sempre più diffusa e senza scrupoli che velocizzò ulteriormente l’adeguamento delle risorse di contrasto da mettere in campo.

Si assistette ad un’espansione fuori da ogni controllo delle città industriali, con quartieri-dormitorio nati sulla spinta di un’edilizia selvaggia. Cominciò a crearsi per la Polizia l’esigenza di un controllo capillare del territorio e delle persone che lo occupavano: si comprese la necessità di passare da una Polizia di controllo delle masse ad una Polizia di osservazione delle singole realtà urbane.

Per le strade si videro molte più guardie in uniforme, in servizio appiedato o in bicicletta, che operavano una sorta di “porta a porta” nei rioni per censire nomi, cognomi, indirizzi, attività, frequentazioni di pregiudicati e ogni altra informazione utile alla gestione della Pubblica Sicurezza. Le questure riorganizzarono i propri uffici in un’ottica di investigazione; i turni di servizio cominciarono a prevedere stabilmente ronde operative in ogni quadrante orario, anche di notte: siamo all’inizio del moderno concetto di controllo del territorio, anche se continuava a mancare uno stabile servizio automontato simile a quello delle “Volanti”4.

La Polizia Stradale, con nuovi automezzi e motociclette, intensificò i controlli sulle reti stradali e sui primi tratti autostradali.

A partire dai primi Anni Sessanta la Polizia ricevette un vistoso incremento dei mezzi e delle dotazioni sia perl’ordine pubblico, sia per i servizi di polizia stradale e di controllo del territorio: dall’alto, il nuovo idrante, i mezzi polivalenti per la Stradale e le nuove moto Gilera “Saturno”

Nel gennaio 1961 – e per i successivi sette anni seguenti – il Corpo delle Guardie di P.S. dovette affrontare una nuova emergenza: in Trentino Alto Adige un movimento terroristico scissionista che sarà poi l’embrione delle Brigate Rosse degli anni ’70 iniziò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’alta tensione, ponti, caserme ed altri obiettivi ritenuti simbolo del potere statale. Si conterà un totale di 245 attentati a fronte dei quali il governo rispose inviando Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza ed Esercito a presidiare ogni singolo obiettivo ritenuto in gergo “sensibile”: le testimonianze dell’epoca ci tramandano la figura delle guardie lasciate spesso da sole giorno e notte a vigilare magari un traliccio in mezzo al bosco o un ponte tra le montagne, con qualsiasi condizione meteorologica, spesso senza ricevere il tanto agognato “cambio” o un semplice piatto di minestra. A tutto questo, una volta in più il Corpo delle Guardie di P.S. rispose con altissimo senso del dovere, versando anche in tali circostanze un elevato tributo di sangue.

Le spinte secessioniste del Trentino Alto Adige si esplicarono attraverso il compimento di attentati dinamitardi che colpirono indiscriminatamente obiettivi civili e militari. Qui siamo a Bolzano nel 1961

Nel maggio del 1961 il governo Fanfani incassò dure critiche sull’operato del ministro dell’Interno, ancora una volta l’onorevole Scelba, per l’uso ritenuto quantomeno spregiudicato che costui faceva della “Celere”, chiamata a soffocare sul nascere qualsiasi manifestazione ritenuta non gradita dal “palazzo”. Una volta in più, le guardie di P.S. iniziarono a porsi domande sulla legittimità di tanta durezza repressiva che veniva loro ordinata. A questo si aggiunga il fatto che, nel mese di ottobre dello stesso anno, fu proiettato nelle sale cinematografiche il film francese “Non uccidere” che per la prima volta sollevava il problema dell’obiezione di coscienza nei giovani chiamati al servizio di leva: alle questure venne ordinato di sequestrare la pellicola; fu punito con l’arresto chiunque la importasse, proiettasse o distribuisse. Tanta drasticità non impedì che venisse squarciato un velo su questo argomento, del quale si iniziò a discutere ovunque, anche nelle caserme di Polizia. Il governo e la magistratura risposero con durissime condanne, spesso sproporzionate rispetto a quello che rimaneva comunque e soltanto un reato d’opinione.

Giro di vite e censura scatenata anche in ambito televisivo: il programma della RAI “Studio Uno” fu attaccato per la presenza ritenuta provocante e turbatrice di due ballerine, le gemelle Kessler, alle quali venne imposto l’uso della calzamaglia; Dario Fo e Franca Rame furono cacciati dalla conduzione del programma “Canzonissima” per i loro modi ritenuti troppo avanzati ed espliciti, quasi sovversivi. Lo Stato, troppo occupato a reprimere ogni accenno di modernismo, non si accorse della silenziosa marea montante fatta di desiderio di libertà, mal sopportazione di atteggiamenti inquisitori e voglia di adeguamento alle mutate condizioni sociali che, di lì a poco, avrebbe portato ai movimenti di contestazione che riguarderanno anche gli appartenenti al Corpo delle Guardie di P.S..

Il 7 luglio 1962 a Torino accadde l’inferno: per proteste sindacali, ben il 92% dei lavoratori scese in piazza in una manifestazione tanto improvvisa quanto non autorizzata ed attaccò la “Celere” non ancora schierata, disselciando tonnellate di “porfidi” dal manto stradale: la Polizia rispose con cariche e “caroselli”, con ben 1141 arresti: ancora un segnale di insofferenza, stavolta tra i cittadini, che il governo non seppe – o non volle – decifrare nonostante l’impressionante numero di persone fermate.

 

Scontri violenti tra manifestanti e Polizia caratterizzano questo scorcio degli Anni ’50

 

Ancora il soccorso pubblico vide impegnato il Corpo delle Guardie di P.S. il 21 agosto 1962, per un disastroso terremoto che colpì l’Irpinia e il Napoletano. Ma mancava ancora il concetto moderno di protezione civile e l’articolazione dei soccorsi fu molto limitata, tuttavia anche in questa circostanza la Polizia si prodigò con tutti i mezzi che aveva a disposizione, meritando un’altra medaglia d’oro alla bandiera.

Reparto Celere di Padova e Polizia Stradale di tutto il Veneto impegnati in soccorso pubblico anche a partire dal 9 ottobre 1963, in occasione del disastro della diga del Vajont, presso Longarone (BL)5.

In tale occasione, oltre ai compiti più strettamente legati ai soccorsi alla popolazione, le guardie di P.S. furono a lungo impiegate in compiti di vigilanza delle case abbandonate e di anti-sciacallaggio per molti mesi a seguire. Partiti nel cuore della notte, senza sapere la reale dimensione del disastro e per quanto tempo sarebbero dovuti restare lassù, i militari del 2° Reparto Celere furono tra i primi ad affacciarsi sulla piana di Longarone all’alba del 10 ottobre. Unitamente ai militari della 5° Brigata Alpina, le guardie di P.S. furono tuttavia in grado di erigere in brevissimo tempo le prime strutture di soccorso, utilizzando per la prima volta sul campo le moderne radio ricetrasmittenti di cui il Reparto era dotato e con le quali furono meglio coordinati gli altri soccorsi provenienti dalle regioni limitrofe.

I primi anni ’60 videro il Corpo delle Guardie di P.S. beneficiare dello sviluppo industriale automobilistico. Furono mandati in pensione gli obsoleti veicoli utilizzati fin dall’immediato dopoguerra, uniformando in tutto il Paese i criteri di attribuzione degli stessi.

Alle questure vennero fornite con costanza le Fiat 1900 blindate di colore nero per i servizi d’istituto e di polizia giudiziaria; ad esse si affiancarono le Alfa Romeo “Giulietta” nella classica livrea grigio-verde per l’attività di controllo del territorio; la Polizia Stradale vide transitare nei suoi garages un’impressionante varietà di modelli di autovetture e furgoni, dalle Fiat 1100 e 1300, anche in versione “giardinetta”, alla Fiat 600, dall’Alfa Romeo 2600 per i servizi autostradali al furgone Fiat 600t da trasporto materiale, passando per la Lancia Flaminia di rappresentanza; le eterogenee motociclette furono tutte sostituite dalla più moderna Gilera “Saturno”, che resterà in glorioso servizio per anni fino all’avvento delle Guzzi.

I Reparti “Celere” ricevettero la sostituzione delle vetuste jeep “Willis” americane con gipponi dell’italiana OM, che in quegli anni allestiva anche camion e furgoni per gli usi più diversi, dalla stazione radio campale all’idrante, dall’ambulanza alle autoblindo; i vecchi carri armati americani T17, usati come VTC (veicoli da trasporto corazzati), furono progressivamente sostituiti dai più moderni FIAT 6640 anfibi e OM a gasolio, più adatti al trasporto di truppa e allo sfondamento di barricate stradali.

 

 

Il servizio per il controllo del territorio e di pronto intervento vede in questo periodo l’adozione di automezzi tra i più eterogenei: nella foto in alto l’Alfa Romeo 1900 Super; in quella in basso la potentissima Alfa Romeo 2500

Un cenno particolare merita la figura del Brigadiere (poi Maresciallo) di P.S. Armando Spatafora, in servizio alla questura di Roma. Pilota di grande esperienza, fu inviato agli stabilimenti Ferrari di Maranello per un corso di specializzazione, al termine del quale gli fu assegnata come auto consegnataria nientemeno che una Ferrari nera – oggi conservata al museo delle auto storiche della Polizia di Roma – con la quale divenne il terrore dei malviventi capitolini: resta consegnato alla storia un suo inseguimento per le vie della capitale di un bandito in fuga con un’auto rubata, conclusosi con una rocambolesca discesa della scalinata di Trinità dei Monti e successiva cattura del malcapitato mariuolo. Si narra che la Ferrari ebbe poi bisogno di qualche “aggiustatina”, ma che poi tornò in servizio senza problemi. Il Ministero e la questura di Roma non hanno tuttavia mai confermato ufficialmente tale inseguimento e ciò contribuisce a mitizzare ulteriormente la figura del sottufficiale.

1 Appuntato di P.S. in quiescenza G. Palumbo – colloquio privato

2 Si ringrazia la redazione del sito internet http://www.cadutipolizia.it per il materiale fornito.

3 Perquisizioni ordinate dal Procuratore di Genova Francesco Coco: lo stesso verrà assassinato l’8 giugno 1976 da un commando delle Brigate Rosse, forse proprio in risposta a tali ordini di perquisizione.

4 L’attività di soccorso pubblico automontato si esplicava unicamente con una pattuglia che partiva in auto dalla questura o dal commissariato di zona a seguito di segnalazione telefonica o verbale di un fatto criminoso. Le pattuglie stanziali dovevano invece contattare telefonicamente il loro ufficio secondo una determinata frequenza per essere messe a conoscenza di eventuali fatti criminosi. Erano altresì attivi i cosiddetti “blocchi volanti” costituiti da pattuglie automontate di quattro – cinque militari e dislocate nei punti nevralgici della città pronte a intervenire in caso di bisogno: il capo pattuglia doveva prendere contatto con il proprio comando ogni mezz’ora per essere aggiornato sulle novità emergenti.

5 Alle 22:39 del 9 ottobre 1963 un intero costone del monte Toc (circa 250 milioni di metri cubi di roccia) si staccò dalla montagna e precipitò nel lago artificiale alle spalle della neonata diga del Vajont. L’onda provocata dalla frana scavalcò la diga (che resse all’impatto) e si abbattè su Longarone e sui paesi limitrofi letteralmente polverizzandoli.

6 Ringrazio la redazione del sito http://www.poliziotti.it per il materiale gentilmente concesso.

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