5 – Gli anni dello sviluppo sociale (1950 – 1955)

GLI ANNI DELLO SVILUPPO SOCIALE (1950 -1955)

                                                                          di Gianmarco Calore

Lentamente l’Italia stava lasciandosi alle spalle i pesanti tributi dovuti alla guerra. Lo Stato italiano varò una politica sociale che, con la ricostruzione e lo sviluppo industriale, doveva portare del benessere per tutti.

Lo stesso Corpo delle Guardie di P.S. si stabilizza: la sua organizzazione logistica in tutta Italia viene consolidata, si guarda ad una preparazione più specifica del personale, vengono introdotti nuovi criteri più selettivi per l’arruolamento, lentamente vengono modernizzati ed uniformati il parco auto, il vestiario, le dotazioni di ogni singolo militare. In un Paese che si sta sviluppando anche a livello di infrastrutture, viene potenziato e meglio articolato sul territorio il servizio di Polizia Stradale: questo particolare settore, che a partire dal 1947 assunse il ruolo di “specialità” della P.S.1 – assieme a Polizia Ferroviaria e di Frontiera2 – mantenne per tutta la vita del Corpo spiccate attitudini militari. Infatti, a differenza delle questure e degli altri uffici di P.S. a carattere territoriale, tutta la catena di comando era composta da Ufficiali di P.S. i quali, una volta assegnati alla Stradale, completavano tutta la carriera all’interno di essa3. Ancora oggi la Polizia Stradale ha mantenuto questa sua origine “militare”: assieme ai Reparti Mobili, il personale che vi opera è particolarmente attento ad aspetti del regolamento di servizio quali la cura dell’uniforme, la cura dell’aspetto esteriore (capelli corti, barba rasata), il rispetto della gerarchia, l’assetto formale. Circa la costituzione della Polizia Stradale come specialità, si può dire che il concorso per assunzione di personale indetto nel 1947 fu probabilmente il primo effettuato con criteri oggettivi sia per i requisiti di idoneità culturale e psico-fisica degli aspiranti, sia per la costituzione della commissione esaminatrice; con esso venne definita una volta per tutte la posizione di tutto il personale ausiliario assunto in via temporanea per esigenze di servizio, dando ad esso la possibilità di presentare la domanda di transito nei ruoli effettivi entro una determinata scadenza, pena il proscioglimento. Si trovò inoltre un canale preferenziale di assunzione per tutti coloro che avessero comprovatamente partecipato alla guerra di liberazione come partigiani o che – civili o militari – fossero stati deportati nei campi di prigionia.

1947: la Polizia Stradale muove i suoi primi passi. Da notare la differenza di foggia dei fregi

sui copricapi

Sul piano dell’ordine pubblico, invece, la situazione rimane estremamente “calda” in tutta Italia: il 9 gennaio 1950 a Modena restano a terra 6 morti e un centinaio di feriti a seguito di una manifestazione sindacale sfociata in guerriglia. L’aspetto repressivo posto in essere dai Reparti Celeri inizia in questi anni ad assumere una connotazione che doveva evitare il più possibile lo scontro fisico tra le guardie e i dimostranti. Iniziano quindi i cosiddetti “caroselli”, cioè le cariche effettuate a bordo dei mezzi, all’epoca ancora jeep “Willis” e gipponi “Dodge” residuati bellici americani. Dal primo marzo, la protesta coinvolge anche il mondo agricolo dei latifondisti e si estende in tutta Italia: la “Celere” viene dotata di mezzi specialistici per l’ordine pubblico, quali l’idrante; vengono utilizzate anche autoblindo, quali il T17 “Staghound” americano.

Mentre in un’Italia austera si forma una coscienza delle varie classi sociali, con una progressiva attività di espansione della figura dei sindacati, nulla cambia per il Corpo delle Guardie di P.S. che, in quanto corpo militare, è svincolato da qualsiasi possibilità di mediazione politica. Ecco come un maresciallo di P.S. in pensione descrive la vita che le guardie conducevano:

“Mi sono arruolato giovanissimo nel Corpo nel 1952: all’epoca, per me come per tanti altri ragazzi che provenivano dal Meridione l’arruolamento era il modo migliore per trovare lavoro […]. Il percorso per diventare guardia era particolarmente duro già al momento in cui facevi domanda: partivano indagini sulla tua famiglia fino a generazioni prima, alla ricerca di pregiudizi penali, politici o psichiatrici; se poi soltanto qualcuno insinuava che avevi simpatie comuniste, non solo non ti prendevano, ma anche venivi “segnato” in particolari liste che ti impedivano di accedere a qualsiasi concorso pubblico. […] Una volta partito per il corso, eri un militare a tutti gli effetti: la vita di caserma era dura, dormivamo in camerate da 40 persone con un bagno per camerata. Diventato guardia, mi hanno assegnato al Secondo Raggruppamento Celere di Padova che ricorderò sempre per lo spirito di corpo che legava tutti i commilitoni. La cosa bella di quei tempi era che ogni collega era per me un fratello per il quale avrei fatto di tutto. Questo era lo spirito che ti permetteva molte volte di portare a casa la pelle. […] La vita di reparto era comunque molto dura: non c’erano orari di servizio, ti spedivano in tutta Italia senza preavviso, dicendoti che saresti stato via 10 giorni, invece stavi via 3 mesi, con 4 paia di mutande, due uniformi e poco più; non ti pagavano gli straordinari e spesso anche mangiare un pasto caldo era un lusso. Senza parlare delle botte che volavano in piazza, dove ho visto colleghi cadere e non alzarsi più.” […]4

 

 

La ferrea disciplina militare caratterizzava ogni momento della giornata del militare: nella foto in alto lo smarcamento nominativo per la libera uscita; qui sopra, il rientro in caserma della guardie sotto l’occhio attento del sottufficiale d’ispezione. Siamo nel 1951

Una vita dura, insomma, fatta di tante rinunce e poche soddisfazioni. Oltre alla sindacalizzazione, non solo non erano ammessi, ma neanche lontanamente concepiti i rapporti diretti tra ufficiali e guardie: tutto doveva avvenire seguendo la scala gerarchica; alle guardie era addirittura preclusa la lettura di determinati quotidiani, ritenuti troppo di parte; le stesse guardie, poi, erano soggette a trasferimenti d’ufficio sia per motivi disciplinari, sia per nebulose “incompatibilità ambientali”, fermo restando che comunque per i primi otto anni dall’assegnazione alla sede di servizio, non si poteva nemmeno presentare la domanda di avvicinamento a casa.

Ancora il maresciallo di cui sopra racconta:

“Capitava anche di trovarsi la fidanzata nella città in cui si lavorava. Ma guai se il Comando ne veniva a conoscenza: stai sicuro che di lì a poco ti sarebbe arrivato il trasferimento ad altra sede!”5

E un appuntato:

“Il trattamento economico era da fame. Il lavoro notturno era pagato addirittura meno deldiurno, il lavoro straordinario non era nemmeno riconosciuto e anche i riposi settimanali venivano scarsamente rispettati. Ti rispondevano: “Il poliziotto è sempre in servizio!” […] Mentre con la Repubblica di Salò i famigerati turni “otto-quattro” venivano retribuiti come se avessi lavorato 12 ore, con il dopoguerra invece no. […] Comunque già allora si parlava di modifiche al Corpo, ma solo come chiacchiere tra colleghi”.6

La disciplina e il rigore militare che caratterizza il Corpo delle Guardie di P.S. in questi anni richiedeva un notevole spirito di sacrificio nei suoi appartenenti: cura dell’assetto formale, estenuanti turni di guardia, obbligo di accasermamento, limitazioni della vita personale erano soltanto alcuni degli aspetti che toccavano ciascun poliziotto. Nella foto (1948, guardia Ferdinando Giobbe) notate la fascia cremisi che circonda l’elmetto e che caratterizzò fino al 1960 gli appartenenti ai Reparti “Celere”

(Foto gentilmente concessa dal Cav.Uff, Giuseppe Giobbe Lgt. EI Riserva e Socio Eff. Assopolizia Napoli. Collezione privata – Ogni diritto riservato)

Ancora morti in piazza il 17 gennaio 1951 a seguito delle manifestazioni di protesta per la visita di Eisenhower in Italia in occasione dell’approvazione della legge sul riarmo: il governo delega ampi poteri repressivi ai reparti di Polizia, le cui “cariche” devono tuttavia essere decise dal Funzionario responsabile dell’ordine pubblico presente in piazza. Si voleva insomma evitare che gli Ufficiali di P.S. comandanti i contingenti schierati prendessero decisioni avventate e spesso dettate dal fatto di essere all’oscuro di eventuali disposizioni giunte dal Ministero. Ai Reparti Celeri vengono affiancati per la prima volta anche reparti di Polizia a cavallo, impiegato per disperdere la folla senza dovere usare le autoblindo.

Questo particolare settore – il più antico del Corpo – merita un cenno storico in quanto tra i meno conosciuti: esso trova la sua origine nel 1860 quando, all’indomani dello sbarco in Sicilia di Garibaldi, venne istituito il “Corpo dei militi a cavallo” destinato alla tutela dell’ordine pubblico e alla repressione del banditismo. L’intera struttura subì, nel tempo, varie trasformazioni di nome e di organico.

Fu solo nel primo dopoguerra che la Polizia a cavallo ebbe una notevole diffusione su tutto il territorio nazionale grazie alla sua specializzazione nella tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica nelle strade e nelle campagne. Dopo la seconda guerra mondiale rimase attivo uno squadrone di Guardie di pubblica sicurezza a cavallo che, nel 1965, venne elevato al rango di Raggruppamento squadroni con la concessione dello stendardo nazionale. Successivamente, in seguito alle vicende storico-politiche del Paese, la Polizia a cavallo ha subito un periodo di crisi che ridusse a meno della metà l’intero organico fino a sfiorare la chiusura definitiva nel 1977. Grazie alla ripresa degli ultimi anni, la Polizia a cavallo è tornata a una nuova vita.

Oggi la Specialità della Polizia di Stato conta, a livello nazionale, 400 cavalieri e circa 200 cavalli.

 Polizia Metropolitana a cavallo: siamo a Roma nel 1934 durante una parata in alta uniforme

Ma proprio mentre l’Italia sta per entrare in quello che verrà definito il “boom” economico, il Corpo delle Guardie di P.S. viene chiamato a prestare la propria opera di soccorso in occasione di numerose alluvioni che sembrano accanirsi in questi primi anni Cinquanta: 14 novembre 1951 in Polesine, novembre 1954 a Salerno, novembre 1955 ancora in Polesine. L’impegno profuso per soccorrere le popolazioni colpite dai disastri fu grande e costellato di sacrifici anche estremi. Per tali gesta, la bandiera del Corpo fu più volte insignita della medaglia d’oro al valore. Ecco la prima chiave per una lettura diversa: la Polizia non era solo la “Celere” che andava nelle piazze coi blindati; erano uomini che lottavano fianco a fianco con i civili per salvare vite e beni materiali minacciati da fenomeni naturali disastrosi. Innumerevoli potrebbero essere le testimonianze di quegli interventi; ne riporto due, una di un civile e una di un brigadiere in pensione:

“Erano molti giorni che la pioggia cadeva sempre più fitta; il Po aveva toccato punte di ingrossamento mai viste: camminavo sull’argine maestro a Taglio di Po e avevo l’acqua una spanna sotto lo scolmo dell’argine. […] Una notte, mentre dormivamo nella stalla, veniamo svegliati dalle bestie che, spaventate, scalciavano e scappavano dappertutto: la stalla era piena d’acqua. […]

Con mio fratello abbiamo portato le mogli e i figli piccoli sul tetto della stalla; i genitori, troppo vecchi per salire, li abbiamo sistemati sul fienile: non si vedeva niente, c’era acqua dappertutto e un buio pesto e questo rumore di acqua corrente dappertutto. […] Abbiamo passato tutto il giorno dopo sul tetto della stalla, dalle case vicine non si vedeva nessuno: verso le tre del pomeriggio vediamo arrivare un uomo con un barchino, era una guardia della “Stradale” di Rovigo. Ci ha portato via da lì caricandoci sul barchino e portandoci fino sull’argine del paese, facendo avanti e indietro tre o quattro volte finchè, sfinito, è crollato e lo hanno dovuto portare via di peso”.7

“Ero assegnato alla Polizia Stradale di Rovigo. Da diversi giorni eravamo in allerta per il pericolo di esondazioni del Po. La notte del 15 novembre 1951, verso le 3, siamo stati svegliati dal comandante che ci ordinava di raggiungere la zona di Occhiobello che era già sotto acqua. Siamo partiti in 5, con una vecchia jeep americana. […] Giunti in località Polesella, la strada non era già più percorribile. Siamo stati subito raggiunti da un giovane che ci chiedeva di aiutare i suoi familiari rimasti intrappolati al piano alto della casa. Senza nessun attrezzo, ci siamo tolti le giubbe e abbiamo raggiunto a nuoto la casa. […] Tenendoci aggrappati ad alcuni rami di un pioppo, siamo riusciti a portare in salvo le sorelle, il fratellino più piccolo e la madre di quel giovane. Del padre non c’era più traccia”.8

Tutta l’Italia affrontò queste emergenze con grande spirito di collaborazione: si videro civili e militari condividere tutto: vestiti, cibo, una branda dove riposarsi… Il Corpo delle Guardie di P.S. mise in campo tutti i suoi mezzi e non furono rari i casi in cui, per fare fronte alle piccole e grandi necessità dei sopravvissuti, le singole guardie pagarono di tasca propria.

 

 

 

Negli Anni ’50 il Corpo delle Guardie di P.S. fu messo a dura prova nell’ambito del soccorso pubblico alle popolazioni colpite dalle alluvioni che flagellarono in più riprese la zona del Polesine. La Polizia schierò i primi mezzi anfibi a sua disposizione, tuttavia, essendo ancora lontani dal moderno concetto di protezione civile, la catena dei soccorsi si basò principalmente sulla buona volontà dei militari e sul loro spirito di abnegazione

A partire dal 1950 e fino a tutto il 1954 riesplose prepotente la “questione di Trieste”, fino ad allora sotto il Governo Militare Alleato: moti di ribellione dettati dal desiderio di italianità dei triestini scoppiano a Trieste (soffocati nel sangue dalla polizia del Governo Militare Alleato) e, di riflesso, nella Venezia – Giulia e in tutta Italia. Il 16 aprile 1951 a Torino venne assassinato un dirigente della FIAT che aveva licenziato alcuni operai i quali avevano partecipato allo sciopero per una Trieste italiana: ogni successiva manifestazione di piazza fu repressa sul nascere dalla “Celere”. Il 29 agosto 1953 si arrivò quasi allo scontro armato con la Jugoslavia, quando Tito chiese l’internazionalizzazione di Trieste e l’annessione alla Jugoslavia del restante territorio: Esercito Italiano e Guardie di P.S. furono schierate a ridosso dei confini, con i Reparti Mobili di P.S. dotati di autoblindo e carri armati. I successivi 4,5 e 6 novembre saranno giorni funesti per i triestini che pagarono un tributo altissimo di vite umane negli scontri con la polizia civile alleata.

 

 

1954: i confini orientali tornano sotto il presidio della Polizia italiana

 

Fortunatamente, il 26 ottobre 1954 la città giuliana tornò definitivamente all’Italia: gli anglo-americani abbandonano il posto, subito sostituiti dalle autorità italiane. In tale occasione, il Corpo delle Guardie di P.S. fu il primo ad entrare a Trieste con una staffetta di Polizia Stradale ed un contingente del 2° Raggruppamento Celere di Padova, accolto con scene di tripudio e gioia tipicamente triestine.

Vennero presidiati dalla Polizia di Frontiera i valichi con la Jugoslavia, l’ordine pubblico fu gestito dalla “Celere” padovana che resterà a Trieste fino alla completa formazione di organi di polizia locali9; i collegamenti con le città confinanti furono assicurati dalla Polizia Stradale che, oltre alla viabilità, vigilò anche sulla sicurezza dei trasporti, garantendo il rientro di tutti quei triestini che, per timore delle foibe e delle truppe jugoslave di Tito che avevano invaso la città a guerra finita, erano fuggiti altrove. Le foto dell’epoca ci consegnano contingenti di Polizia che fanno il loro ordinato ingresso a Trieste e, subito dopo, le stesse guardie accerchiate dalla popolazione in festa che sale sui mezzi e che addirittura preleva i militari, sollevandoli in un gesto di gioia.

 

Le prime squadre di Polizia entrano a Trieste dopo il passaggio di consegne con il Governo Militare Alleato: qui siamo di fronte a piazza Unità d’Italia

Fino ad ora abbiamo parlato solo di riflesso di un altro fondamentale aspetto della Polizia: quello delle questure. Se la “Celere” in quegli anni era l’aspetto più visibile del Corpo, la sicurezza quotidiana di ogni cittadino era assicurata da queste strutture dislocate in ogni capoluogo di provincia. Qui, il personale civile del Ministero dell’Interno agli ordini di un Questore, e composto da Commissari di P.S., gestiva a livello operativo personale militare appartenente al Corpo delle Guardie di P.S., con compiti di Polizia Giudiziaria e Amministrativa.

Per capire a fondo come mai gli Ufficiali del Corpo fossero subordinati ad un’autorità civile quale un Commissario di P.S., bisogna subito mettere in chiaro un aspetto che è rimasto invariato anche ai giorni nostri: in ogni provincia italiana, il Questore è Autorità locale di pubblica sicurezza, responsabile, unitamente al Prefetto, dell’ordine pubblico e pertanto – solo in tale ambito – in grado di impartire ordini e disposizioni non solo alla Polizia di Stato, ma anche a Corpi militari quali l’Arma dei Carabinieri e il Corpo della Guardia di Finanza eventualmente impiegati in compiti di o.p..

All’epoca – per fare un esempio concreto – il commissario di P.S. che intendesse disperdere una manifestazione doveva rivolgersi all’Ufficiale del Corpo comandante il contingente della “Celere” presente in piazza, ordinandogli di approntare a tale scopo gli uomini; sempre su sua disposizione, era poi l’Ufficiale medesimo ad impartire alle guardie l’ordine di carica da effettuarsi nei modi ritenuti più efficaci. Oggi le cose non sono cambiate: tuttavia, il vantaggio derivato dalla smilitarizzazione del Corpo10 ha portato all’unificazione dei ruoli, facendo transitare gli appartenenti all’Amministrazione Civile dell’Interno (commissari di P.S., vice-questori e questori) nel ruolo dei Funzionari, Direttivi e Dirigenti della Polizia di Stato, eliminando quella disarmonia che vedeva un civile impartire ordini ad un militare.

Ma torniamo alle questure di quegli anni. La prima differenza evidente è che all’epoca non esisteva ancora un concetto di “controllo del territorio” così come viene inteso attualmente. Il servizio garantito oggi dalle Volanti – e per il quale bisognerà attendere la fine degli Anni ’60 – non esisteva ancora; la poca Polizia in uniforme che si vedeva per le strade era per lo più la “Celere” o la Polizia Stradale, nonché qualche rara pattuglia appiedata che aveva per lo più compiti di vigilanza e di osservazione che non di reale pronto intervento; i Nuclei Celeri costituiti nel dopoguerra stavano ormai confluendo negli omonimi reparti stanziati nelle principali città italiane.

 

 

Le pattuglie in “servizio di osservazione” (nel gergo dell’epoca) erano costituite prevalentemente

da poliziotti appiedati o in bicicletta. Qui siamo a Salerno nel 1959

Lo stesso sistema investigativo era completamente diverso. Negli Anni ’50 la Polizia delle questure e dei commissariati di zona lavorava molto in abiti civili, usufruendo di informatori e confidenti in tutti gli ambiti del vivere comune, sia in quelli della malavita che in quelli politici.

Nelle questure si formano uffici deputati al contrasto della piccola e grande criminalità (le c.d. “Squadre Mobili”) e uffici il cui compito era quello di seguire l’aspetto più delicato – e particolarmente sentito dal governo – che era quello politico della cittadinanza (la c.d. “polizia politica”, oggi D.I.G.O.S.11): tali uffici, gestiti da personale civile dell’Interno del ruolo Commissari, erano composti sul piano operativo da sottufficiali e guardie del Corpo. In tale periodo si forma la figura del “brigadiere” o “maresciallo” – tramandata da molte pellicole cinematografiche famose – che, anche se a contatto con la gente, doveva mantenere quell’aria austera e severa che incuteva nei privati cittadini il timore dello Stato.

Come già detto, il pattugliamento delle strade era garantito da guardie in uniforme, appiedate o al massimo in bicicletta; non esisteva un sistema capillare di comunicazioni radio e tanto meno esisteva una sala operativa: la pattuglia comunicava con l’ufficio esclusivamente con i telefoni dei locali pubblici e, in un secondo tempo, mediante postazioni telefoniche dedicate e posizionate in punti strategici delle città: molti si ricorderanno ancora delle colonnine verdi con scritto “Polizia” presenti agli angoli delle principali strade, attive ancora negli Anni ’70.

 

Le forme ancestrali di controllo del territorio erano affidate ai c.d. “blocchi volanti” formati da squadre di poliziotti che stazionavano nei punti nevralgici delle città in attesa di intervento

Del resto, negli Anni ’50 quali erano i problemi di criminalità nel Paese? Le testimonianze di ex sottufficiali che ho raccolto riflettono un’Italia spaccata in due: nelle aree agricole, i problemi maggiori di delinquenza derivavano dal furto di bestiame (il c.d. abigeato), fenomeni di brigantaggio, diffusione del mercato nero; la criminalità organizzata vedeva il formarsi di bande specializzate nell’estorsione, sequestro di persona, rapine a mano armata e – nel Meridione – di gruppi afferenti alle organizzazioni mafiose di vario stampo.

Nelle aree industrializzate, con particolare riferimento alle metropoli quali Torino e Milano ove stava evidenziandosi una sempre maggiore immigrazione dal Meridione per trovare lavoro, oltre alla diffusione di fenomeni criminosi legati alla necessità di fare fronte ai bisogni quotidiani (soprattutto furti e rapine), si assisteva alla formazione di veri e propri “clan” malavitosi che si contesero a suon di scontri a fuoco dapprima il controllo del gioco d’azzardo, le rapine di preziosi, in seguito lo sfruttamento della prostituzione ed infine il traffico di stupefacenti.

In tutto il Paese, inoltre, erano abbastanza diffusi anche omicidi di varia natura, in genere passionale, politica, di vendetta. Il diffondersi di un progressivo benessere porterà ben presto ad un salto qualitativo della criminalità che passa da un “banditismo di sopravvivenza” ad un “banditismo voluttuario”: la prima rapina a mano armata avviene nel 1957 a Biella, in pieno giorno. La gente e – sotto certi aspetti – anche la Polizia rimangono sbigottiti; pochi anni dopo, altrettanto scalpore fecero a Milano le imprese banditesche della “banda Cavallero” che, terrorizzando per la loro inaudita ferocia, provocarono moltissimi morti e feriti, anche tra le Forze dell’Ordine. Il 27 febbraio 1958 proprio a Milano in via Osoppo viene assaltato il primo furgone portavalori, con un bottino di 114 milioni di lire e sparatorie da far-west per le strade.

 

 

 

Milano, via Osoppo, 28 febbraio 1958: si è appena consumato il primo assalto ad un furgone

portavalori. Sparatorie, scene da far west e bottino di 114 milioni dell’epoca. La Polizia capisce

che la criminalità organizzata si sta evolvendo in modo pericolosamente rapido (si ringrazia

l’archivio fotografico Farabola)

A tutto questo la Polizia rispose adeguando uomini e mezzi: nel 1955 fece la prima comparsa la famosa Alfa Romeo 1900 blindata, concepita per contrastare una malavita sempre più veloce ed agguerrita, pertanto dotata di vetri blindati, paracolpi alle ruote e tettuccio posteriore apribile per consentire di rispondere al fuoco durante un inseguimento; tale vettura, per il suo colore nero e per la sua aria “aggressiva”, fu soprannominata “Pantera”, dando così il nome e il simbolo a tutte le auto di pronto intervento in servizio fino ai giorni nostri.

Le varie Squadre Mobili si specializzano, creando al loro interno uffici in grado di seguire le indagini su crimini specifici: la sezione omicidi, la “Buoncostume”, la “Catturandi” e, in un momento successivo, l’Antidroga sono solo alcuni esempi. Si adegua anche la tipologia di armi individuali e di reparto: le guardie iniziano a disporre di pistole semiautomatiche “Beretta” mod. 34 calibro 9 corto e, dalla fine degli Anni ’50, delle prime “Beretta” mod. 51 calibro 9 lungo che sono state usate addirittura fino alla fine degli anni ’80; i vecchi moschetti residuati bellici vengono sostituiti dal più moderno ed innovativo mitra M.A.B. della “Beretta”. L’uniforme dell’epoca si è ormai standardizzata sul colore grigio-verde, anche se per alcuni anni ha continuato a convivere ancora la vecchia uniforme di colore nero12; l’uniforme bicolore (giacca blu e pantaloni azzurri) rimane come uniforme di rappresentanza. Vengono eliminati i berretti a “bustina”, sostituiti dal berretto rigido con visiera e, per i soli Reparti Mobili, dal basco. Viene uniformato nelle fogge e nelle dimensioni anche il fregio del Corpo, cioè l’aquila scudata.

 

A partire dalla metà degli Anni Cinquanta l’uniforme grigio-verde con cinturone e spallaccio nerisostituì la precedente uniforme di colore nero

I sistemi di indagine si aggiornano e, in seno alle questure, si sviluppano i “Gabinetti di Polizia Scientifica”, composti da personale altamente specializzato, dapprima nei semplici servizi di repertazione fotografica della scena di un crimine, poi nel fotosegnalamento di persone sospette e successivamente nella raccolta di tutte le prove utili alle indagini. La televisione e il cinema di oggi trasmettono l’immagine della Polizia Scientifica dotata dei mezzi più sofisticati e con il personale dalla preparazione specialistica tra le più moderne; negli Anni ’50 l’operatore in questo settore è invece più che altro un rilevatore e catalogatore di oggetti e di immagini e dispone di mezzi e tecniche empiriche per le quali l’analisi delle impronte digitali o il confronto balistico di atrmi e proiettili era l’estremo confine cui si poteva arrivare. All’interno dei Gabinetti di Polizia Scientifica, si creano settori specifici di indagine: balistica, antropologia, dattiloscopia, chimica. A Roma viene creato un Istituto apposito ove formare i sottufficiali e le guardie e addirittura un’Accademia per la formazione degli Ufficiali che verranno poi destinati a questo settore investigativo. Nel corso degli anni, si creerà un patrimonio di informazioni immenso e unico nel suo genere, cui le varie Forze di Polizia potranno attingere per ogni tipo di indagine. Viene ufficializzata la banca dati centrale per la raccolta delle informazioni tecnico- scientifiche provenienti da tutta Italia.

 

La Polizia Scientifica italiana fu uno dei fiori all’occhiello della Pubblica Sicurezza: forte di una tradizione pluridecennale vantò da sempre metodi di indagine per l’epoca all’avanguardia ottenendo apprezzamenti anche da parallele autorità straniere. La foto ritrae personale impegnato in accertamenti tecnici e repertazione di indizi sul luogo di un delitto. Siamo nel 1956.

La vita delle guardie in servizio nelle questure, pur essendo comunque molto dura, era decisamente migliore di quella condotta da quelle in servizio ai Reparti “Celere”. Al riguardo, un maresciallo in pensione racconta:

“L’approdo di una guardia al servizio in una questura o in un commissariato sezionale era praticamente il punto di arrivo della sua carriera: la maggior parte delle guardie, al termine del corso di formazione, venivano assegnate ai reparti celeri o alla stradale, al cui interno spesso trascorrevano l’intera vita lavorativa. […] Il lavoro in questura aveva il vantaggio di un orario di servizio più regolare, anche se le guardie erano tenute comunque alla reperibilità e, talvolta, alla permanenza in caserma, il tutto non retribuito. […] L’orario di servizio si articolava in turni spesso massacranti, con il famigerato “otto-quattro”, vale a dire quattro ore di lavoro e otto di riposo. Gli stessi riposi settimanali, pure se contemplati, non venivano quasi mai rispettati perché, una volta terminato il lavoro d’ufficio, c’era sempre un’improvvisa esigenza di ordine pubblico cui fare fronte”.13

Gli Anni ’50 avanzano: nel 1953 le questioni politiche in Italia sono più sentite che mai. L’anno si apre con violentissimi scontri tra manifestanti e “Celere” a Roma (14 gennaio) che si concluderanno con 150 arresti, il tutto per protestare contro l’approvazione della nuova legge elettorale, da molti vista come legge – truffa. La protesta si estende a tutta Italia con nuove manifestazioni e scontri che funestano tutto il mese di gennaio e febbraio. In questo periodo, il Corpo delle Guardie di P.S. verserà un tributo altissimo di caduti.

 

Le manifestazioni di piazza di questo periodo vengono represse con forza ricorrendo alle cariche (i c.d. “caroselli”) e all’uso degli idranti: la volontà politica dell’epoca non lasciava spazi di mediazione tra manifestanti e forze dell’ordine. Per alcuni storici fu questo il momento di massimo distacco tra cittadinanza e Polizia. Qui siamo a Firenze nel 1959 durante lo sciopero delle Officine Galileo (si ringrazia l’archivio Farabola per il materiale fornito)

Il 1954 è l’anno in cui in Italia si sente maggiormente il clima da “caccia alle streghe” instaurato in America negli anni precedenti dal senatore Mc Carthy: le squadre politiche della Polizia – su diretta disposizione governativa – setacciano ogni ambiente sociale alla ricerca di simpatizzanti di sinistra.

La stessa televisione, passata a trasmettere in modo stabile, è rigidamente controllata e non offre alcuno spazio a personaggi “scomodi”: la libertà di opinione sancita dalla Costituzione rimane in questi anni un mero principio didascalico, mentre la realtà vede ancora la presenza della censura.

Gli stessi sindacati dei lavoratori vengono combattuti e contrastati a livello politico e i loro aderenti vengono boicottati e addirittura licenziati dai posti di lavoro. All’interno dello stesso Corpo delle Guardie di P.S. vengono allontanati militari di inclinazioni politiche socialiste o comuniste: chi non accettava l’”invito” a prosciogliersi, veniva fatto oggetto di ripetuti trasferimenti di sede e vessazioni di vario genere da parte del comando. La Polizia, purtroppo, assume in questi anni sempre più connotati di impopolarità: a farla completa, il 10 febbraio Mario Scelba forma il proprio governo, rimanendo sempre ministro dell’Interno.

Di conseguenza, l’aspetto repressivo del Corpo delle Guardie di P.S. aumenta ancora di più e, con esso, l’insofferenza della gente. Il 17 febbraio a Catanzaro, nei corso di scontri durissimi con la “Celere”, restano a terra 4 morti e centinaia di feriti sia tra i manifestanti che tra i poliziotti. Scelba rinforza anche l’apparato informativo politico in seno a tutti gli enti pubblici civili e militari, questure comprese. E’ un periodo davvero triste per tutti, in cui le stesse guardie non comprendono a chi si stia dando la caccia: ma sono militari e obbedire è l’unica cosa che possono fare.

L’immagine del Corpo in questo periodo non è delle più chiare, c’è troppa paura di un nemico che non ha volto. Nelle questure si creano liste infinite di delatori e convergono “fiumi” di informazioni di tutti contro tutti, che devono essere vagliate una ad una e che creano una sorta di ingorgo nella burocrazia della pubblica sicurezza: un boomerang che colpirà alla fine proprio quel governo che l’aveva lanciato.

1D. Lgs. 2510/47.

2Fu a partire dal 1952 che le Specialità della Polizia di Stato vennero incardinate a livello centrale nel Servizio di Polizia Stradale, Ferroviaria, di Frontiera e Postale direttamente dipendente dalla Direzione Generale della P.S..

3A tale proposito, si consideri che gli Ufficiali di P.S., secondo il regolamento dell’epoca, potevano essere estinati esclusivamente ai Reparti Celeri, Mobili o alla Polizia Stradale con compiti di inquadramento e addestramento dei militari: agli stessi era precluso l’accesso alla carriera di Questore, di esclusiva pertinenza dell’Amministrazione Civile di P.S..

4 Maresciallo di P.S. Raffaele Todaro – colloquio privato

5 Maresciallo di P.S. Raffaele Todaro – colloquio privato

6 Appuntato di P.S. Agostino Bernardi – colloquio privato

7 R. Baratella, sopravvissuto all’alluvione del Polesine del 14 novembre 1951 – colloquio privato

8 Brigadiere di P.S. in quiescenza F. Strangiu – colloquio privato

9 La stessa attuale Scuola Allievi Agenti ubicata nel quartiere S. Giovanni fu sede per molti anni di un distaccamento del Reparto Celere di Padova, il cui personale veniva aggregato a cadenza quadrimestrale.

10 Legge 121/81.

11 Acronimo di Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali.

12 La Polizia Ferroviaria disponeva invece di una divisa ordinaria estiva con giacca e berretto rigido bianchi su pantaloni grigio-azzurri, mantenendo invece per il periodo invernale la classica grigio-verde.

13 Maresciallo di P.S. R. Todaro – colloquio privato

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2 pensieri su “5 – Gli anni dello sviluppo sociale (1950 – 1955)

  1. Buongiorno sono in possesso del veicolo come da vs. penultima foto (quella dei anni 50 a Trieste detto anche come il furgoncino dei cerini). Mi sa dire la marca e modello.vorrei venderlo ha bisogno di un restauro totale.
    Grazie per la cortese risposta
    Pertot Massimiliano
    Trieste

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    • Buongiorno sig. Pertot, grazie per il suo contatto! Per le informazioni da lei richieste, le consiglio di contattare il nostro Paolo Masotti, esperto di automezzi storici della Polizia. Siamo attivi anche su Facebook come gruppo Polizianellastoria con un database di più di 15mila foto! Resto a sua disposizione, salutandola cordialmente!

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