4 – L’immediato dopoguerra (1945 – 1949)

  L’IMMEDIATO DOPOGUERRA (1945 – 1949)

    di Gianmarco Calore

Il fondamentale problema in tema di Pubblica Sicurezza per il Legislatore dell’epoca fu indubbiamente il bisogno di ricreare un apparato di Polizia che fosse per quei tempi innovativo e che si staccasse per compiti ed interventi da quello previsto durante il Ventennio fascista appena concluso. Nonostante lo strumento della Carta Costituzionale, fino a quel momento al solo stadio enunciativo, garantisse nuovi diritti e altrettanto nuovi doveri agli Italiani, ci si trovava di fronte ad una popolazione pressochè allo sbando, priva degli strumenti fondamentali per gestirsi in modo autosufficiente e che, reduce da un periodo di dittatura, mal digeriva anche i più necessari atti di legittima ingerenza da parte dello Stato. Quest’ultimo, del resto, aveva fretta di colmare le numerose lacune normative ereditate dal passato, non ultime proprio quelle sulla Pubblica Sicurezza.

In un tale concitato periodo, il Legislatore si limitò a recepire l’ultima modifica apportata in materia di ordine e sicurezza pubblica, facendo proprio il Decreto luogotenenziale del 2 novembre 1944 e mantenendo così in essere il Corpo delle Guardie di P.S., senza alcuna modifica o innovazione sostanziale: in quel frangente, con un conflitto mondiale appena concluso, dovendo far fronte ad una massiccia carenza di personale, nella Polizia dell’epoca vennero fatti confluire tutti gli appartenenti alle precedenti istituzioni, compresa la P.A.I. (Polizia dell’Africa Italiana), la Milizia Ferroviaria, Portuale e di Frontiera e la c.d. Milizia della Strada, primo embrione della futura Polizia Stradale.

In altri casi vennero fatti transitare anche elementi appartenenti alla disciolta Polizia Repubblicana mentre per gli appartenenti ai vecchi Battaglioni Italiani di Polizia, Compagnie Ausiliarie e Compagnie autonome di P.S. che erano stati costituiti durante la Repubblica Sociale Italiana da Mussolini per gestire l’ordine pubblico (e che comprendevano elementi della disciolta Guardia Nazionale Repubblicana e della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale “improvvisamente” dissociatisi dal recente passato) l’accesso alla nuova Polizia fu espressamente precluso già nei bandi di arruolamento. A fronte di ciò, venne garantito l’accesso ai ruoli della Pubblica Sicurezza anche a coloro i quali avevano prestato servizio nelle formazioni partigiane legalmente riconosciute, nel Comitato di Liberazione Nazionale e nella Polizia Ausiliaria creata come elemento di aiuto alle truppe alleate all’indomani della Liberazione, soprattutto nel Nord Italia. Inutile nascondere quindi la difficoltà di convivenza tra militari provenienti da precedenti opposti schieramenti politici e trovatisi all’improvviso a vestire la medesima uniforme.

La questura di Milano nel 1945: la prima Lancia “Astura” impiegata in servizio di pronto intervento anche se per eventi legati soprattutto alla guerra

 

La drammaticità di questo periodo si riflette in quella che gli storici hanno definito una vera e propria invasione militare a guerra finita: il 1°maggio 1945, dopo estenuanti combattimenti a ridosso del confine orientale, fanno ingresso a Gorizia e Trieste le truppe del IX°Korpus dell’esercito jugoslavo che occuperà la Venezia Giulia fino al successivo 12 giugno, quando vi fu l’intervento del Governo Militare Alleato che costituì in loco un proprio organo di polizia1. In questi tragici sessanta giorni, nelle città e nei paesi occupati si è assistito alla più becera “pulizia etnica” che colpì indiscriminatamente non solo chi rivestiva funzioni pubbliche (impiegati comunali di qualsiasi tipo, dipendenti pubblici, militari dell’Esercito, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, notai, avvocati, dipendenti del Tribunale), ma anche semplicemente chi era sospettato di sentimenti di “italianità” e, quindi, di avversione al comunismo. Le testimonianze dell’epoca descrivono militari jugoslavi che – già muniti di liste di persone da eliminare – giravano casa per casa prelevando uomini, donne, anziani che furono poi fatti sparire nelle foibe carsiche o internati in campi di prigionia da cui in pochissimi fecero ritorno. La barbarie jugoslava – che si avvalse comunque dell’appoggio di alcuni “partigiani” italiani – si abbattè anche sul Corpo delle Guardie di P.S.: lunghissima è la lista dei militari che sparirono perché catturati e deportati o infoibati.2

Quanto alla selezione del personale, i criteri di arruolamento di quel periodo praticamente erano inesistenti. Lo Stato italiano, impossibilitato a verificare quelli che oggi sono i requisiti oggettivi e soggettivi per entrare a fare parte delle Forze di Polizia, voleva disporre subito di uno strumento di tutela dell’ordine pubblico, prima sua vera preoccupazione.

E’ vero, c’era già l’Arma dei Carabinieri, che però era chiamata ad assolvere una mole di lavoro immensa ed era, per l’epoca, troppo frazionata sul territorio; inoltre, il suo personale aveva patito vistose menomazioni a seguito della guerra appena conclusa. Non era nemmeno pensabile l’idea di indire un concorso pubblico come viene inteso oggi, a causa di problemi logistici, organizzativi e sociali: l’unico criterio adottato come discriminante fu quindi l’assunzione del personale sulla base di decreti prefettizi che si basavano sul possesso di una sana e robusta costituzione e sull’immunità da pregiudizi penali3; per quest’ultimo aspetto, decisivi furono anche due decreti, uno del 22 giugno 1946 con cui il governo provvisorio di De Gasperi concesse un’amnistia per tutti i reati politici compiuti in tempo di guerra, l’altro del 7 febbraio 1948 a firma Andreotti, con il quale si sanciva la chiusura di tutti i procedimenti penali ancora in corso per reati politici fino ad allora commessi. L’assunzione di personale tramite decreti prefettizi, già adottata durante il conflitto, permise di fronteggiare nell’immediatezza le preliminari esigenze di rafforzamento della Polizia italiana, costituendo nel contempo la prima ancestrale forma di precariato del suo personale: infatti, al termine delle esigenze che avevano portato all’assunzione dei militari e in assenza di un regolare concorso che li facesse transitare nei ruoli effettivi, questi sarebbero stati necessariamente prosciolti.

Prima di tali provvedimenti, i tribunali regolari instaurati nell’immediato dopoguerra provvidero ad allontanare dal Corpo (anche mediante incarcerazioni e fucilazioni) tutti quegli elementi irrimediabilmente compromessi con il passato regime. Una tale drasticità di provvedimenti, che vide passare per le armi addirittura questori e funzionari, non deve spaventare se si pensa che molto del personale arruolato nel periodo successivo all’Otto settembre 1943 era in realtà costituito da autentici banditi, assassini e torturatori che vestivano immeritatamente una divisa (vedi supra circa i Reparti Speciali di Polizia).

Nel Corpo furono fatti transitare militari ed ex militari del Regio Esercito Italiano. La paradossale situazione di questo periodo viene così descritta da un Appuntato di P.S. oggi in quiescenza:

 “Mi sono arruolato in Polizia nel 1942, provenendo dall’Esercito. Fui subito assegnato al Ministero dell’Interno come magazziniere. Nonostante ciò, la figura di poliziotto in quel periodo era estremamente labile: infatti, al momento dell’arruolamento, ci era stato consegnato tutto il materiale e l’uniforme che però dovevamo tenere chiuso in armadio e lavorare in borghese come generico “personale del Governo”, non si capiva bene se a ruolo civile o militare. Andò avanti così per quattro anni”.4

L’aspetto del Corpo delle Guardie di P.S. in questi anni, costituito da appartenenti ad organizzazioni statali del passato regime che “convivevano” con aderenti ai movimenti partigiani, rispecchiava dunque la contraddittorietà sociale italiana dove le spinte monarchiche – nonostante il referendum del giugno 1946 – erano ancora molto forti e si scontravano con la neonata repubblica democratica. Ancora l’Appuntato di cui sopra testimonia gli avvenimenti di quel periodo:

“Nel 1945, dopo la caduta della Repubblica Sociale Italiana, il Ministero dette il via ad una serie di ispezioni e controlli che dovevano individuare all’interno della Polizia gli ex repubblichini per una successiva loro epurazione dal Corpo. A fronte di tanti che furono epurati, di molti non si riuscì a trovare alcuna traccia del fascicolo personale, andato perso durante i vari traslochi. Comunque, anche chi fu inizialmente epurato, dopo una serie di ricorsi amministrativi, venne reintegrato negli anni successivi nel Corpo. […] Tuttavia mi ricordo che la convivenza tra ex fascisti ed ex partigiani all’interno dello stesso Corpo era abbastanza buona: al massimo ci si limitava a pungenti e sarcastici scambi di battute e insolenze gli uni verso gli altri”.5

L’organizzazione della Polizia sul territorio nazionale era sempre affidata alle questure, presenti in tutti i capoluoghi di provincia. Queste erano dirette da personale civile del Ministero dell’Interno – organizzato nei vari ruoli da Vice Commissario a Questore – e disponevano di Nuclei Mobili composti da personale militare, organizzato gerarchicamente come Forza Armata, dal grado di guardia a quello di generale di P.S.. Tali Nuclei Mobili, antesignani dei successivi raggruppamenti “Celere”, erano accasermati in tutti i capoluoghi ed erano impiegati dalle questure quasi esclusivamente per compiti di ordine pubblico (manifestazioni di piazza) e di soccorso pubblico (calamità naturali). Ad essi era affiancata la Polizia Stradale6, non ancora organizzata come Specialità e con mansioni spiccatamente di vigilanza stradale, in un contesto storico di caos in quanto privo di un Codice della Strada. Mancava ancora – in questo immediato dopoguerra – un servizio di pronto intervento come viene assicurato oggi dalle Sezioni “Volanti”: non esistevano numeri telefonici di emergenza e il controllo del territorio veniva effettuato in modo sporadico, spesso legato a esigenze di ordine pubblico che non ad uno stabile principio di prevenzione.

 

I Nuclei Mobili di P.S. furono la prima espressione del pronto intervento nell’immediato dopoguerra. Il loro impiego sarà tuttavia limitato quasi esclusivamente a interventi di ordine pubblico

Dando un’occhiata alle foto dell’epoca, è immediatamente percepibile come la Polizia stesse muovendo i primi passi praticamente dal nulla: si nota l’estrema diversità delle uniformi, un’accozzaglia di “scampoli” militari costituiti da tute, giubbotti in pelle, pantaloni e berretti di varie fogge recuperati ovunque; il parco automezzi, poi, era costituito nella migliore delle circostanze dalle mitiche – e per allora all’avanguardia – jeep “Willis” lasciate in Italia dall’Esercito Americano; venivano recuperate anche moto, camionette, blindati, autovetture, furgoni, biciclette e quant’altro potesse servire a spostarsi, il tutto requisito ovunque: bastava la scritta “Polizia” riportata anche a mano libera sul cofano, ed ecco un veicolo in più, pronto al servizio. Anche l’armamento individuale e di reparto annoverava un’estrema eterogeneità di pistole, fucili e mitra italiani, tedeschi ed americani di chiara provenienza bellica. I veicoli in servizio di polizia continuarono a mantenere la colorazione voluta da Mussolini: rosso amaranto per i Nuclei Mobilie per la Polizia Stradale, nero per i soli mezzi della questura (squadre mobili); solo dalla prima metà degli anni ’60 il colore rosso fu sostituito dalla livrea grigio-verde che andò ad imporsi ufficialmente come colore d’Istituto.

 

Milano, giugno 1945: prime pattuglie motorizzate. Si noti l’assenza di uniformi regolamentari e l’uso di un furgone Fiat BUR con le scritte riportate a mano

Roma, aprile 1946: le pattuglie impiegate sul territorio utilizzano come uniformi vecchi scampoli

militari: dalla sahariana ex P.A.I. a vecchi giubbotti in pelle fino a tute da lavoro adattate allo scopo

Sul piano dell’emergenza sociale, il primo dopoguerra vide susseguirsi in Sicilia a ritmo quotidiano rastrellamenti, scontri a fuoco e – purtroppo – numerosi morti e feriti tra le Forze dell’Ordine per la caccia alle bande che appoggiavano il “boss” mafioso Salvatore Giuliano. Le varie Questure, il 13°Reparto Mobile “Sicilia Occidentale”, i Nuclei Mobili di P.S. e la Polizia Stradale, unitamente a Carabinieri ed Esercito, furono impegnati pressoché ininterrottamente su tutto il territorio dell’isola in una delle più vaste operazioni di contrasto alla criminalità organizzata di cui si abbia memoria, tributando un elevatissimo numero di Caduti. Il problema maggiore che emerse proprio da questi rastrellamenti fu la mancanza di coordinamento tra le Forze di Polizia operanti, che mancavano di una preparazione specifica in tema di banditismo e controllo del territorio: gli spostamenti dei militari avvenivano in lenti convogli che troppo spesso divennero facili bersagli di attacchi e imboscate; non si disponeva di un supporto aereo né di una rete di radiocomunicazioni efficace; i sistemi di difesa passiva (blindatura dei mezzi, giubbotti antiproiettile, elmetti) erano praticamente inesistenti.

Le operazioni di rastrellamento in Sicilia si succedono a ritmo incessante ottenendo validi risultati:tuttavia saranno decine i colleghi che tributeranno con la vita il contrasto alla “banda Giuliano”

Un altro problema che risultava particolarmente sentito in quegli anni in tutto il Paese continuò ad essere quello dell’ordine pubblico. Basti pensare che, già alla fine del 1946, si crearono motivi di forte tensione sociale in ambiti apparentemente diversi: nel settembre di quell’anno “scoppia” il problema scissionista del Trentino – Alto Adige: De Gasperi non solo rifiutò la richiesta di annessione di questa regione all’Austria, ma firmò a Parigi un trattato che, mantenendola unita all’Italia, le avrebbe garantito una piena autonomia amministrativa e culturale; ciò non bastava e le tensioni degenerarono in scontri di piazza; ancora di più, la regione venne attirata in una spirale di violenza terroristica di matrice scissionista che culminerà nel 1961 nella “stagione delle bombe” ai tralicci dell’alta tensione e ad altri obiettivi quali ponti, caserme, uffici pubblici.

Il 22 agosto del 1946 in Piemonte, gruppi di ex partigiani rioccuparono mitra alla mano le vecchie postazioni per protestare contro il presunto lassismo del governo che – a detta loro – stava facendo “rientrare dalla porta i vecchi gerarchi fascisti gettati dalla finestra” dopo la caduta di Mussolini: la protesta si estese subito ad altre città italiane e a Roma gli ex partigiani arrivarono ad assaltare addirittura il Viminale, sede del Ministero dell’Interno, con morti e feriti. Nell’ottobre 1946, infine, si scatenarono in tutto il nord Italia violentissimi scontri di piazza, con i dimostranti che protestavano per ottenere miglioramenti salariali e lavorativi.

 

Scontri di piazza e banditismo furono i primi problemi affrontati dal Corpo delle Guardie di P.S. in questa fase storica

Sullo sfondo vi era la questione di Trieste e di tutta la Venezia – Giulia a ridosso dei confini iugoslavi, con il problema delle foibe e con una città amministrata fino al 1954 dal Governo Militare Alleato anglo-americano.

Un tale quadro sociale vide impegnato il Corpo delle Guardie di P.S. in tutto il Paese: gli scontri furono di una violenza inaudita, da un lato con una popolazione che rivendica diritti per troppo tempo negati, dall’altro con una Polizia spesso gettata allo sbaraglio, senza un’organizzazione tattica e logistica adeguata, e che per tale motivo in molte occasioni arriverà addirittura a fare uso delle armi da fuoco sui dimostranti. La stessa situazione logistica e di inquadramento dei militari aveva portato all’insorgere dei primi malumori che così vengono ricordati:

“Nel 1945 fui assegnato al Primo Raggruppamento Celere di Roma che all’epoca era di stanza alla caserma “Panisperna”, a due passi dal Viminale. Mi ricordo che un giorno, per protestare contro alcuni abusi compiuti dagli Ufficiali, effettuammo una specie di “sciopero in bianco”, restando a letto e non presentandoci all’adunata. Il giorno stesso, fummo tutti convocati dal Comandante al quale venne essenzialmente chiesto di definire in modo netto la posizione della truppa, spesso considerata a seconda delle necessità come civile o militare. Il problema era che gli Ufficiali di quel periodo provenivano praticamente tutti dall’Esercito e imponevano quel tipo di mentalità cui non si era abituati”.

E ancora:

“Le guardie dovevano pagare tutto con il loro stipendio, che all’epoca era di 192 lire nette: mensa di servizio, barbiere, contributo per la pulizia delle camerate e per il materiale lettereccio. L’assistenza previdenziale esisteva solo dal grado di vice-brigadiere in su”.7

Il divario di comprensione tra popolazione ed appartenenti al Corpo iniziò proprio in quegli anni: esso era con ogni evidenza alimentato dallo Stato stesso, che si sentiva debole ed impreparato a dare risposte concrete al fiume di richieste avanzate dai vari strati sociali: si preferiva la repressione al dialogo, la paura delle “guardie” alla collaborazione, la figura di uno Stato severo e autoritario a quella di un governo più aperto.

Questo atteggiamento, che verrà mantenuto in modo più o meno costante fino agli Anni Settanta, ha sicuramente contribuito alla diffidenza che ancora oggi – fortunatamente in minima parte – tocca i rapporti tra cittadino e Polizia. A tale proposito, un generale di Pubblica Sicurezza oggi in quiescenza, e che per ragioni personali preferisce rimanere anonimo, ha dichiarato:

“In quegli anni, la Polizia scendeva in piazza senza nemmeno sapere quali fossero le ragioni delle proteste della gente; le guardie si trovavano di fronte a manifestanti che venivano “caricati” solo perché occupavano la sede stradale. […] Molto spesso, la catena di comando si interrompeva all’ufficiale comandante di compagnia che, lasciato privo di disposizioni da parte del Funzionario responsabile del servizio, doveva assumersi la responsabilità di prendere decisioni che esorbitavano dalla sua competenza di militare, agendo secondo tale mentalità”.

 Il governo di quegli anni capì subito l’inadeguatezza di Nuclei Mobili stanziati nei vari capoluoghi di provincia, ma privi di una specifica esperienza in materia di ordine pubblico. Per volontà dell’allora Ministro dell’Interno Giuseppe Romita, a fianco di quelli che vennero denominati “Reparti Mobili” e a cui venne lasciato il compito esclusivo di difesa militare dell’Italia da eventuali agenti invasivi esterni, con possibilità di intervento in caso di gravi problemi di pubblica sicurezza, vennero creati i più famosi “Raggruppamenti Celeri”, che assunsero poi con il tempo il rango di Reparti Celeri: questi ultimi, formati sempre da personale del Corpo delle Guardie di P.S. particolarmente addestrato allo scopo, avevano come unico compito la tutela dell’ordine pubblico e l’intervento in ambito di soccorso pubblico in caso di calamità naturali. Nacquero così nel 1947 in prima battuta il 1°Reparto Celere di Roma, il 2°Reparto Celere di Padova ed il 3°Reparto Celere di Milano8. Negli anni successivi, altri reparti celeri vennero costituiti a Bologna, Torino, Genova, Firenze, Napoli, Reggio Calabria, Bari (con distaccamento a Taranto), Palermo, Catania e Cagliari. In seno ai Reparti Mobili, nel 1949 venne creato il Reparto Speciale Paracadutisti di Cesena, costituito su base volontaria da militari di P.S. e da ex appartenenti alle disciolte brigate “Folgore” e “Nembo” e creato per fronteggiare in brevissimo tempo situazioni

di grave e imprevisto turbamento dell’ordine pubblico. All’interno di tali Reparti vennero creati Battaglioni di soccorso pubblico deputati all’intervento in caso di calamità naturali: furono i primi antesignani della moderna Protezione Civile. Una simile organizzazione fu attentamente studiata anche dalle Polizie degli Stati esteri.

 

La costituzione dei primi reparti “Celere”, nei quali confluirono i primi nuclei mobili, garantì una migliore tutela dell’ordine pubblico sulle piazze italiane. Qui siamo a Roma nel 1948

Ai Reparti Mobili, grazie alla loro peculiare dotazione di mezzi e armamento, vennero lasciati i compiti di difesa del territorio nazionale da eventuali invasioni esterne. Solo dalla fine degli Anni Cinquanta anche i Reparti Mobili confluiranno nei Reparti “Celere”. La foto ritrae un’esercitazione del XI° Reparto Mobile con i mezzi blindati T17 Staghound nei pressi di Cervia nel 1951

Il Reparto Celere fu quindi l’esplicazione più visibile della Polizia di quegli anni: si trattava di uno strumento estremamente flessibile, con cui lo Stato poteva raggiungere ogni punto della penisola in caso di tumulti, manifestazioni di piazza e attività che mettessero comunque a repentaglio l’ordine pubblico, inteso nella sua accezione più allargata. Vennero approntati schemi di addestramento che dovevano privilegiare l’utilizzo di mezzi coercitivi meno estremi delle armi da fuoco, come sfollagente, scudi ed elmetti di protezione, lacrimogeni, idranti: in realtà, tale addestramento rimase sulla carta ancora per molti anni a causa della mancanza di fondi da destinare allo scopo.

La spiccata attitudine militare della Polizia e la necessità di costanti addestramenti fece proliferare la costituzione di campi militari sia estivi che invernali. Qui siamo a Cervia nel 1954

Sotto l’aspetto politico, la situazione di quegli anni non era meno turbolenta: entrata in vigore la Costituzione nel 1948 e quindi scongiurata almeno sulla carta l’ipotesi di rigurgiti fascisti, i maggiori attriti si crearono tra le forze moderate di centro, capitanate dalla Democrazia Cristiana di De Gasperi, e le forze di estrema sinistra, catalizzate dal Partito Comunista di Togliatti, di chiara ispirazione filo-sovietica. Senza entrare nel merito di tali scontri, sicuramente si può dire che il terreno fosse adatto per piantare il seme del sospetto e della diffidenza che porterà la Polizia negli Anni Cinquanta – sulla scorta del “maccartismo” americano9– a sviluppare squadre di investigazione politica per individuare ed isolare coloro che, per le simpatie politiche di sinistra, potessero creare problemi al governo di maggioranza. Sospetto e diffidenza che, nonostante la riconquista delle libertà democratiche, fecero mantenere al Ministero dell’Interno uno strumento di chiara derivazione dittatoriale, il Casellario Politico Centrale (C.P.C.): tale archivio – voluto da Mussolini per schedare tutti quegli Italiani che fossero anche semplicemente sospettati di sentimenti antifascisti – fu rivisitato nella sua struttura ma non nel suo scopo. In esso continuarono a confluire informazioni riservate su anarchici, fascisti e soggetti ritenuti comunque pericolosi per la stabilità della nuova democrazia (i c.d. “violenti politici”).

Già nel 1946, nella sua edizione del 16 aprile, il quotidiano “Umanità Nuova” aveva lanciato un grido di protesta per la sopravvivenza del C.P.C.: nel 1947 il quotidiano “Italia Nuova” torna sull’argomento evidenziando la piena attività del C.P.C.; ne scaturirono interrogazioni parlamentari che costrinsero il Ministro dell’Interno a prendere posizione sull’argomento. In particolare, venne assicurato che l’attuale C.P.C. nulla aveva a che vedere con i criteri di schedatura originari, rifuggendo da qualsiasi intento persecutorio ma basandosi esclusivamente su criteri oggettivi che dovevano esulare dalla semplice adesione ad un determinato partito politico. Ma ciò non bastava: la stampa esacerbò ulteriormente i toni con un articolo apparso sul quotidiano “Il Tempo” del 6 novembre 1946. In esso il giornalista si domandava il reale significato della sigla “S.I.S.” (Servizio Informazioni Speciali, la longa manus informativa presente nelle varie questure), domandandosi se i suoi appartenenti e la metodologia usata non fosse la stessa applicata dall’O.V.R.A. di Mussolini. Il successivo 29 novembre intervenne il Capo della Polizia in persona, dott. Luigi Ferrari, il quale con una piccata risposta al direttore del quotidiano “Il Tempo” assicurò che tale ufficio “…lungi dall’essere il tenebroso e antidemocratico organo dal giornale descritto, non è che l’equivalente centrale degli uffici politici delle questure…”

e che

“…la mia integrità morale mai mi avrebbe consentito di tornare ai sistemi e alle gesta dell’OVRA.”10

I fatti dettero ragione a Ferrari: il S.I.S. venne progressivamente modernizzato estendendo le competenze non solo in ambito politico, ma anche in quello degli illeciti arricchimenti, affarismo e repressione del traffico clandestino di preziosi e valuta, borsa nera, trattazione di reclami diretti a personalità di governo, trattazione degli affari urgenti e riservati. Nel 1948 il S.I.S. confluì nella Divisione Affari Riservati alle dirette dipendenze del Capo della Polizia: al vertice di tale Divisione venne tuttavia incautamente nominato Gesualdo Barletta, già attivo nell’O.V.R.A. e che si circondò di collaboratori provenienti dal medesimo passato. Barletta resterà in carica per ben 10 anni. Una simile contraddittorietà di intenti non lasci stupito il lettore: la Polizia dell’epoca doveva fare i conti con realtà politiche che affondavano inevitabilmente le loro radici nel recente passato Ventennio. Non si poteva – nè si era in grado – di dare un taglio netto riformando oggi per domani nel personale operante un sistema utilizzato per anni: per un simile risultato si dovrà attendere almeno l’inizio degli Anni Sessanta.

Il 27 novembre 1947 a Milano, il ministro Scelba rimosse il prefetto della città Ettore Trailo, ex partigiano e di inclinazioni socialiste: tale atto scatenò le proteste dell’intera città, in cui il prefetto rimosso vantava largo seguito. Il governo schierò i Reparti di Polizia tra mille preoccupazioni: per la prima volta una protesta politica toccava una metropoli e i segnali che ne sarebbero scaturiti avrebbero potuto essere d’esempio per tutto il Paese. In questa occasione, il Corpo delle Guardie di P.S., schierato assieme all’Esercito, diede prova di grande sangue freddo e lungimiranza in un clima di estrema tensione che molti avevano definito “da colpo di Stato”: non fu sparato un solo colpo, non un dimostrante venne caricato. La situazione, anche per l’intervento politico di De Gasperi e Togliatti, rientrò nei ranghi nel giro di qualche giorno.

14 luglio 1948: in un attentato fu ferito con quattro colpi di pistola l’on. Togliatti. In tutta Italia si scatenarono manifestazioni di protesta e rivolta: in alcune di esse si mescolarono presunti ex partigiani che, armi in pugno, occuparono fabbriche e strutture nevralgiche delle città. L’ordine del ministro Scelba fu tassativo: andavano impedite tutte le manifestazioni, di qualunque genere esse siano. Anche in questa circostanza, il Corpo delle Guardie di P.S. fu schierato in tutte le piazze delle città, mentre l’Esercito venne consegnato nelle caserme in stato di allerta: Roma, Napoli, Livorno, Genova, Taranto…. ne scaturirono ovunque violentissimi scontri a fuoco con 14 morti e 204 feriti, molti dei quali tra gli stessi poliziotti. Proprio a Genova, il 15 luglio, i manifestanti ebbero la meglio sulla Polizia che fu addirittura disarmata. Blocchi ferroviari e telefonici divisero il Paese; a Milano, in piazza Duomo, la situazione era diventata incontrollabile. Ma ecco avvenire un fatto che, con il senno del poi, fa sicuramente sorridere: la radio – ormai unico strumento di collegamento del Paese – annunciò la vittoria di Gino Bartali al Tour de France!

Ecco come un ufficiale di P.S. in pensione mi ha descritto la scena:

“All’epoca ero un giovane sottotenente di P.S. in forza al raggruppamento celere “Milano”. Dopo l’annuncio dell’attentato a Togliatti, il comandante del raggruppamento ricevette l’ordine di farci schierare nelle strade del centro, con particolare riguardo alla zona del Duomo. Era un pomeriggio afoso e l’atmosfera che si respirava aveva del surreale: la gente sembrava impazzita, chi piangeva, chi minacciava di scatenare una guerra […] Tutti gli uomini del mio contingente erano armati di pistola, mitra e sfollagente: gli ordini erano di contenere ogni intemperanza della gente, ma come? Eravamo quattro gatti dispersi in un mare di folla inferocita. Ad un tratto, si è diffusa la voce della vittoria di Bartali in Francia: non so come, la gente che ci circondava iniziò a ridere e ad abbracciarsi, coinvolgendo anche le guardie del contingente ai miei comandi. Ci trovammo in balìa festosa di persone che, fino a un momento prima, ci avrebbero volentieri sparato“. […]

Ecco cos’era l’Italia di quegli anni, ecco chi erano i poliziotti chiamati a difenderla: gente semplice dal cuore d’oro, alla quale bastava un niente per superare quel baratro che separava un cittadino da un uomo in divisa.

Il crescendo della violenza nelle manifestazioni di ordine pubblico di questi anni porta alla mobilitazione dei reparti “Celere” che si vedono impiegati senza soluzione di continuità in realtà sociali spesso antitetiche: dagli scioperi  dei braccianti agricoli, alle manifestazioni politiche fino a quelle operaie

Il 12 marzo 1949 la Polizia venne chiamata in causa nuovamente a Roma, Bologna e Milano per sedare le manifestazioni di protesta contro l’adesione del governo italiano al Piano Marshall. Anche in tali eventi, il Corpo delle Guardie di P.S. ha dato prova di fermezza: i Reparti Celeri intervenuti stavano imparando ad affrontare situazioni di tensione senza farsi coinvolgere emotivamente, tanto che gli scontri avvenuti hanno annoverato solo alcuni contusi. Anche nei mesi successivi di agosto e settembre la “Celere” intervenne in Emilia e in tutto il Meridione per sedare le rivolte dei braccianti agricoli: tuttavia, in queste ultime bisogna purtroppo registrare morti e feriti sia tra i poliziotti che tra i manifestanti.

Tale situazione si trascinerà anche nei mesi successivi.

1La Polizia Alleata rimarrà nei territori della Venezia Giulia fino al 1954, quando, a seguito della stabilizzazione dei confini orientali, finalmente anche Trieste ritornò all’Italia in modo definitivo.

2Tuttora il Ministero dell’Interno non è in grado di fornire l’esatto numero di Guardie di P.S. scomparse in quei giorni. Alcuni vengono dati ancora per dispersi, né è possibile risalire ai campi di prigionia in cui furono internati o alle foibe in cui furono gettati in quanto le “cellule” jugoslave operavano quasi senza controllo da parte dei superiori. Cifre ufficiali sulle quali le varie fonti sembrano concordi quantificano in circa sessantamila gli Italiani eliminati in quei sessanta giorni dagli jugoslavi. Si veda l’ottimo lavoro di ricostruzione storica sul sito http://www.cadutipolizia.it.

Sul tema dell’occupazione jugoslava e delle foibe, vastissima è la bibliografia cui si fa rinvio per maggiori approfondimenti.

3Già prima della fine della guerra era stata prevista la figura della “guardia ausiliaria di pubblica sicurezza” che veniva assunta tramite decreti prefettizi sulla base di esigenze contingenti e che, alla cessazione di queste ultime, poteva anche essere prosciolta. Per tali ragioni, i criteri di arruolamento di questo personale erano ancora più labili ed incerti, consentendo quindi ad autentici banditi di vestire anche se per poco l’uniforme di poliziotto.

Nel 1946, per fronteggiare le preminenti esigenze di ordine pubblico, venne indetto l’ultimo arruolamento straordinario di Ufficiali e Guardie Ausiliarie di P.S. che sarebbero entrate in servizio permanente effettivo dopo un anno.

4Appuntato di P.S. Agostino Bernardi – colloquio privato

5Appuntato di P.S. Agostino Bernardi – colloquio privato

6La prima sezione di Polizia Stradale venne creata alla fine del 1945 in seno alla questura di Milano. Solo nel 1947 essa riceverà un’organizzazione più articolata diventando una delle specialità della polizia.

7Appuntato di P.S. Agostino Bernardi – colloquio privato

8La numerazione dei Reparti, attribuita in base all’anno di loro costituzione, intervenne solo in un secondo momento. Fino ai primi Anni ’50 ogni Raggruppamento prendeva il nome della città o della regione in cui aveva la sede.

9A partire dall’immediato dopoguerra, il senatore americano Joseph Mc Carthy fu a capo della Commissione per le attività antiamericane voluta dal Congresso degli Stati Uniti per indagare sull’infiltrazione di elementi comunisti nelle istituzioni statali, incrementando fino ai primi anni ’60 un clima di sospetto definito “caccia alle streghe” che colpì moltissimi cittadini anche di ideologie non comuniste, ma semplicemente progressiste e libertarie. Quando Mc Carthy, in un crescendo di delirio di onnipotenza ormai fuori controllo, venne esautorato dal governo, finì miseramente in preda all’alcolismo.

10 Lettera aperta al quotidiano “Il Tempo” a firma del Capo della Polizia dott. Luigi Ferrari.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...