2 – Dal 1920 al secondo dopoguerra

Parte seconda: dal 1920 al secondo dopoguerra

(di Gianmarco Calore)

L’avvento del Fascismo sancì addirittura lo scioglimento del Corpo degli Agenti Investigativi, con rivolte dei suoi appartenenti nelle varie caserme: a Torino le guardie marciarono addirittura verso il palazzo reale, con scontri contro le milizie fasciste e con la resa ad un battaglione di Alpini. Con il Regio Decreto nー 1680 del 31 dicembre 1922, il neo insediato Mussolini unificò la Pubblica Sicurezza attribuendone in via esclusiva i compiti ai Carabinieri Reali, al cui interno fu creato un apposito ruolo specializzato, caratterizzato dalla classica divisa da Carabiniere con una fiamma granata riportata sulla manica della giubba. Tale ruolo specializzato fu creato appositamente per accogliere tutti gli appartenenti al disciolto Corpo della Guardia Regia. Vennero mantenuti esclusivamente i ruoli dei Funzionari di P.S. e dei Questori, ruoli tuttavia composti da personale civile appartenente al Ministero dell’Interno.

 Alla fine del 1922 viene istituito il Ruolo Specializzato dell’Arma dei Carabinieri a seguito dello scioglimento del Corpo degli Agenti Investigativi: nella foto in alto, uno dei primi corsi per sottufficiali

 

Tutte le Forze di Polizia direttamente dipendenti dal Ministero dell’Interno vennero esautorate e sostituite da una nuova organizzazione di regime gestita in via esclusiva dal Capo del governo, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale1: al suo interno furono create singole specializzazioni in ambito ferroviario, stradale, forestale e di frontiera, antesignane delle future Specialità del Corpo delle Guardie di P.S. prima e della Polizia di Stato poi. Mussolini sostituì l’Ufficio Centrale Investigazioni con una propria personale polizia politica, l’O.V.R.A. (organismo vigilanza repressione antifascismo), irretendo una fitta trama di informatori, spie e delatori presenti in ogni angolo del Paese. Avvennero nuovi feroci scontri tra i militari e le milizie fasciste: da un lato operatori di Pubblica Sicurezza che non sapevano più a quale istituzione appartenevano, dall’altro l’ala dura del regime che soppresse ogni disordine senza che nulla fosse fatto trapelare alla stampa.

1935 – La futura Polizia Ferroviaria

 

Di fatto, più di 20.000 agenti che rifiutarono un nuovo transito da un’Amministrazione all’altra vennero lasciati direttamente a casa senza lavoro. Non solo: per far fronte ad una duplice esigenza – quella di un controllo diretto delle Forze di Polizia da parte del regime e quella di arruolare quanto più personale possibile per fronteggiare l’onnipresente problema dell’ordine pubblico – i criteri di arruolamento erano gli stessi previsti per il Regio Esercito. Questo portò ad arruolare soggetti prevalentemente dalle campagne del Meridione, spesso fisicamente inidonei che – soprattutto nelle parate – apparivano quantomeno caricaturali e abbruttiti da un’uniforme tra le più brutte concepite per un Corpo di Polizia. Una tale disarmonia di prestanza fisica si riflesse inevitabilmente sulla gestione dell’ordine pubblico: guardie del tutto inidonee a sopportare pesanti scontri fisici fecero indiscriminatamente ricorso alle armi da fuoco, iniziando a sparare sui manifestanti. Da qui molti storici ravvisarono la dicotomia che perdurerà a lungo e che vedeva una Polizia tra le meno rispettate sulla piazza, ma tra le più impulsive e violente nella repressione2. Mussolini corse ai ripari, prevedendo una “settentrionalizzazione” del Corpo, con transiti di personale direttamente dalla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Questo portò ad un subitaneo licenziamento di altri 20.000 agenti meridionali che vennero bruscamente rispediti al paesello natio. Anche di questo non fu data alcuna notizia all’opinione pubblica: innumerevoli furono le “visite” notturne alle tipografie da parte dei Commissari di P.S. per accertarsi della stampa dei soli comunicati ufficiali del regime. Fu solo un quotidiano ligure, Il Lavoro di Genova, a riportare un articolo di denuncia e di polemica con tali decisioni governative.

Ai Funzionari di P.S. venne però lasciato il controllo e la gestione del personale impiegato in ordine pubblico. Tutto il personale veniva formato nella Scuola Tecnica di Polizia di Roma che aveva inglobato ogni struttura preesistente, compresa la Scuola delle Guardie di Città.

Tuttavia, nel 1925 anche il Regime avvertì la necessità di un organo di Polizia autonomo e ad ordinamento militare alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno, anche per riguadagnare il consenso ormai grandemente in crisi delle Forze dell’Ordine: venne quindi creato3 il Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza, naturale prosecuzione storica e organizzativa del disciolto Corpo delle Guardie di Città. In esso vennero fatti transitare gli appartenenti al Ruolo Specializzato dell’Arma dei Carabinieri nonché la Scuola Tecnica di Polizia di Roma. Venne per la prima volta sancita la differenza tra Ufficiali di Polizia Giudiziaria e Agenti di Polizia Giudiziaria, comprendendo nei primi tutti gli ufficiali e sottufficiali del Corpo, nei secondi invece tutte le guardie e le guardie scelte. Venne inoltre stabilito un regolamento ferreo circa le qualità fisiche che i candidati all’arruolamento dovevano possedere ed accertate da apposite commissioni mediche. Lo stesso regolamento di disciplina subì un ulteriore “giro di vite”, con limitazioni che toccarono direttamente la vita privata del singolo militare (licenze, matrimonio, trasferimenti). Il Corpo degli Agenti di P.S. venne inquadrato a tutti gli effetti nelle Forze Armate, tanto da essere impiegato per compiti bellici durante la Seconda Guerra Mondiale e per compiti di Polizia nelle colonie dell’Africa: nel 1941 il Corpo vantava una composizione di circa 28400 militari articolati nei vari gradi. Per la gestione dell’ordine pubblico, i militari del Corpo erano sempre alle dipendenze dei Funzionari di P.S. che rimanevano invece ad ordinamento civile.

Uno schieramento della PAI – Polizia dell’Africa Italiana

Il 12 settembre 1926 Arturo Bocchini venne nominato Direttore generale della P.S.: tale nomina sortì l’effetto di una spinta ulteriormente repressiva e di controllo della vita sociale e privata di ciascun italiano tramite un sistema di autorizzazioni, licenze e registrazioni che non lasciava spazio ad alcuna zona d’ombra nel comportamento dei soggetti controllati. Ogni attività commerciale, pubblica e individuale veniva passata al setaccio dagli investigatori ai quali erano lasciati pieni poteri di controllo e di censura. Venne ampliata la capacità repressiva del foglio di via obbligatorio e, per la prima volta, venne introdotto l’obbligo della carta di identità per ogni cittadino italiano maggiorenne. Arturo Bocchini arrivò al suo apice di carriera e di potere nel 1932, venendo da tutti considerato il vice di Mussolini. Nel dicembre 1927 a Milano – ritenuta la città più pericolosa quanto a “rigurgiti” comunisti – venne creata la prima sezione operativa dell’O.V.R.A., definita come Ispettorato speciale di polizia, ma di fatto mimetizzata come associazione vinicola i cui aderenti agivano con nomi di copertura. A partire dal 1936 l’O.V.R.A. agì in accordo con le truppe alleate tedesche agli ordini del capo della Gestapo Himmler adoperandosi per il rintraccio e l’eliminazione di tutti quei personaggi ritenuti “sovversivi”, spesso a seguito di delazioni anche anonime. Venne creato un apposto Casellario Politico Centrale in cui vennero archiviate centinaia di migliaia di cartelle personali contenenti tutti gli sviluppi di indagine sui singoli soggetti controllati.

1940 – Una delle prima pattuglie cicliste in servizio di prevenzione nei territori delle Colonie

 

Gli organismi collaterali genericamente definiti “di Polizia” e afferenti al regime fascista

Una trattazione a parte meritano alcuni organismi genericamente definiti “di Polizia” e più o meno apertamente appoggiati dal regime. Per rigore storico e per maggiore chiarezza va premesso che durante la seconda guerra mondiale, soprattutto in corrispondenza della fase di declino del regime fascista iniziata ben prima dell’Otto settembre 1943, in Italia furono operative svariate strutture con compiti generici di pubblica sicurezza: erano strutture spesso non ufficiali che “nascevano la mattina per venire disciolte la sera”, come fu scritto da alcuni storici. Strutture che – è bene precisarlo – poco o nulla ebbero in comune con il Corpo degli Agenti di P.S. prima e con quello delle Guardie di P.S. poi, né con la Polizia intesa in senso generale. La medesima Polizia Repubblicana si trovò spesso in disaccordo con tali strutture che operavano all’insaputa degli stessi questori e alle dirette dipendenze dei vertici nazifascisti. Ne viene di seguito dato un breve cenno a mero titolo di completezza, rimandando il lettore interessato alla loro storia specifica ad altri scritti riportati in bibliografia.

I Reparti Speciali di Polizia

L’avvertito declino del regime fascista fece sviluppare ulteriormente il fiume già impetuoso dell’antifascismo militante, composto non solo da partigiani ma anche da intellettuali, professionisti, semplici cittadini di tutte le estrazioni sociali che contribuirono ad infittire la rete di attività ritenuta sovversiva dalle autorità ufficiali. Queste ultime risposero con la costituzione di quelli che vennero denominati “Reparti Speciali di Polizia”, strutture articolate gestite da funzionari fascisti ai quali fu perfino attribuita la qualifica di “questori ausiliari” e che si avvalsero della collaborazione di autentici sgherri criminali provenienti non solo da strutture diverse (alcuni fuoriusciti anche dal Corpo degli Agenti di P.S. e dalla Polizia Repubblicana), ma addirittura di veri e propri criminali e perfino degli stessi prigionieri “convertiti” con la tortura al ruolo di spie del regime. Questi Reparti Speciali passarono alla storia principalmente con il nome del loro capo: a Roma e Milano, la banda Koch4; a Firenze prima e Padova poi la banda Carità5; a Trieste la banda Olivares6 e la banda Collotti7; in Piemonte, nel Novarese, la squadra comandata dal questore ausiliario Pasqualy e dal tenente di p.s. Vincenzo Martino, soprannominata “la Squadraccia” per il sadismo dimostrato in svariate occasioni tra le quali l’eccidio di Castelletto di Momo (NO) del 24 ottobre 1944. Tutte queste bande avevano poteri che andavano al di là dei normali confini territoriali di pertinenza, basandosi quasi interamente su una rete di spie e delatori infiltrati a tutti i livelli del tessuto sociale: non era difficile che un “informatore” di Roma facesse una “soffiata” su quanto avveniva ad esempio a Torino piuttosto che a Bologna.

L’attività svolta da queste strutture consisteva nell’attuazione di tutte quelle misure ritenute idonee al contrasto e alla repressione dell’antifascismo in senso lato: in altre parole, i suoi appartenenti avevano letteralmente carta bianca nell’operare come meglio credevano, spesso senza nemmeno dover rendere conto degli arresti e dei fermi all’autorità giudiziaria: una semplice relazione di servizio era spesso ritenuta più che sufficiente per dare un crisma di legalità ad operazioni che altro non erano se non atti di feroce criminalità. Vennero create strutture di prigionia “non ufficiali”: a Roma la banda Koch disponeva delle famigerate pensioni Jaccarino e Oltremare, mentre a Milano di Villa Fossati; a Padova la banda Carità utilizzava un palazzo cinquecentesco di via Loredan, oggi sede di un liceo. Inutile soffermarsi su quanto avveniva al loro interno, tutto facilmente intuibile. Basti dire che, con la caduta di Mussolini e con la Liberazione, gli appartenenti a questi Reparti Speciali vennero processati: molti di loro – tra cui lo stesso Koch – finirono fucilati dopo regolare sentenza dei tribunali speciali; altri ancora vennero condannati a pesanti pene detentive che però subirono vistosi ridimensionamenti a seguito delle amnistie del 1948. Dove non arrivò la giustizia dei tribunali, arrivò quella più spiccia dei partigiani o delle successive vendette personali dei sopravvissuti ai “trattamenti”: tra tutti, il commissario Gaetano Collotti venne catturato nei pressi di Treviso assieme a gran parte del suo Ispettorato di Polizia e alla sua amante mentre tentava una improbabile fuga verso la Svizzera con la cassa del suo ufficio: furono tutti fucilati a Carbonera presso una cava di ghiaia.

La Legione Autonoma “Ettore Muti” e la Legione Arditi di Polizia “Caruso”

A fianco a queste formazioni, ve ne furono altre che ebbero quantomeno il crisma di ufficialità da parte di Mussolini. Si tratta della Legione Autonoma “Ettore Muti” e della Legione Arditi di Polizia “Pietro Caruso”, quest’ultima dipendente direttamente dal questore di Roma da cui prese il nome. Anche in questo caso si trattò di formazioni create e volute al solo scopo del contrasto e della repressione dell’antifascismo.

La Legione “Muti”8 – costituita a Milano il 14 settembre 1943 – venne impiegata prevalentemente in attività di rastrellamento dei partigiani sulle montagne del Nord Italia, collaborazione con altre strutture poliziesche naziste (Sicherheitspolizei e Landshutzpolizei) spesso alle dirette dipendenze degli ufficiali delle SS. Nella “Muti” confluirono le frange più violente e oltranziste della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, delle Brigate Nere e della Guardia Nazionale Repubblicana, ma anche soggetti evasi da carceri e riformatori e arruolati ad hoc per garantire loro l’impunità: il motto riportato sul gagliardetto (“Siam fatti così”) la dice lunga sul loro modus operandi. La struttura fu appoggiata politicamente dallo stesso Roberto Farinacci e dal prefetto di Milano che le garantirono protezione anche in occasione degli eventi più sanguinosi che la videro coinvolta. Nel 1944 la Legione “Muti” era articolata in due battaglioni9 operativi in Lombardia e in Piemonte. A Milano la “Muti” si organizzò sulla falsariga degli altri Reparti Speciali di Polizia, con cinque caserme e una struttura “non ufficiale” in via Rovello, dotata di camere di tortura.

La Legione Arditi di Polizia “Caruso”10 venne creata in onore dell’omonimo questore Pietro Caruso in seno alla questura di Roma ufficialmente per collaborare con le altre forze di polizia per il mantenimento dell’ordine pubblico; in realtà venne messo insieme un manipolo di delinquenti usati per fare il “lavoro sporco” sia dei fascisti che dei nazisti: squadre di picchiatori impiegate ogni qualvolta un’esposizione ufficiale delle strutture di pubblica sicurezza avrebbe potuto creare imbarazzo al regime e alla sua propaganda. La “Caruso” era articolata secondo gradi militari e suddivisa in squadre di azione alle dirette dipendenze dei funzionari fascisti della questura di Roma. Operava avvalendosi dell’ausilio di informatori spesso dall’improbabile attendibilità, consapevole che la sua esistenza sarebbe stata mantenuta fintantochè ci fossero stati risultati da riportare in termini di arresti e soppressione dell’antifascismo militante. Ebbe parte rilevante nell’ausilio alle SS tedesche nei rastrellamenti e nelle deportazioni nei campi di concentramento.

I Reparti Italiani di Polizia

Una struttura militare parallela a quelle finora descritte fu creata all’indomani dell’Otto settembre 1943 allo scopo di meglio contrastare e reprimere sul territorio il proliferare dei nuclei combattenti partigiani, analogamente organizzati sulla falsariga di reparti militari e quindi dotati di una gerarchia e basati su un’ampia articolazione dei loro appartenenti, ciascuno con un ruolo designato. L’Otto settembre 1943 aveva in effetti creato una profonda spaccatura tra gli stessi appartenenti alle Forze di Polizia, alcuni dei quali interpretarono l’armistizio come autentico tradimento dell’alleato germanico a fianco del quale avevano combattuto fino al giorno prima. Le frange più estremiste di una simile ideologia rifiutarono subito di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e mantennero inalterata la loro inclinazione filonazista, affiliandosi all’esercito tedesco come forza di Polizia di Sicurezza (le cosiddette Compagnie “Sicherheits”) alle dirette dipendenze delle SS naziste. Gli appartenenti a tali reparti vennero subito inquadrati in 5 Reparti chiamati appunto “Reparti Italiani di Polizia”: la loro uniforme ricalcava fedelmente quella nazista, con aperto rifiuto di sfoggiare qualsiasi distintivo che legasse i loro appartenenti alle forze armate italiane, considerate traditrici del Fuhrer.

Questi cinque reparti, a loro volta articolati in battaglioni e compagnie, furono operativi in tutto il Nord Italia e vennero impiegati essenzialmente con compiti di ausilio all’esercito tedesco nei rastrellamenti e nella cattura di tutti quegli elementi ritenuti sovversivi. Ben presto, tuttavia, grazie alla spiccata crudeltà e ferocia che lasciarono basiti addirittura gli stessi nazisti, gli appartenenti ai Reparti Italiani di Polizia furono utilizzati per il compimento di tutto quel “lavoro sporco” che anche i tedeschi si rifiutavano di svolgere: stragi di massa, torture, stupri, devastazioni, saccheggi e altri atti di insensata e gratuita violenza di italiani contro altri italiani, spesso semplici e inermi contadini colpevoli soltanto di avere seguito il Duce nel suo cammino di voltagabbana. In una comunicazione tra il capo delle SS di Varese e il suo generale comandante, intercettata da una staffetta partigiana, lo stesso colonnello latore della missiva diceva:

“…Certo, questi italiani lasciano esterrefatti i nostri commilitoni con comportamenti di una tale violenza da far temere di perdere ben presto il controllo su di loro…”

La furia esaltatrice che caratterizzò l’attività di questi individui non fece notare loro come le SS da cui dipendevano si limitarono a sfruttarli finchè questo tornò a loro vantaggio, salvo poi “scaricarli” immediatamente appena gli eventi precipitarono con l’arrivo degli Alleati. Molti storici sono concordi nell’evidenziare il palese disprezzo con cui i tedeschi trattarono i componenti dei Reparti Italiani di Polizia che restarono impressi nel teutonico codice d’onore militare pur sempre come dei traditori.

Con la ritirata dei nazisti verso il confine settentrionale, sempre più incalzati dall’avanzata degli Alleati e dai loro bombardamenti, i Reparti Italiani di Polizia vennero abbandonati a loro stessi: alcuni dei componenti cercarono un mesto riciclaggio in altre Forze di Polizia, altri ancora disertarono sparendo dalla circolazione; tuttavia, i più mantennero la fedeltà al loro giuramento finendo nel migliore dei casi catturati e fucilati dai partigiani: è il caso del 5° Reparto Italiano di Polizia, forse uno dei più attivi e crudeli in tutto il Nord Est, il quale nel febbraio 1945 volle arrendersi alle soverchianti formazioni partigiane sulla base di un salvacondotto che in cambio della resa avrebbe garantito salva la vita ai suoi componenti. Le trattative si protrassero fino al 5 febbraio 1945 quando l’intero reparto si consegnò al capo delle brigate partigiane dell’alto goriziano: tuttavia il salvacondotto non fu altro che una trappola in cui far cadere i militari che tre giorni dopo la loro resa furono tutti sommariamente fucilati a Jamiano – Lippa di Comeno.

Ciò che lascia stupefatti nell’analizzare la breve storia di questi reparti è soprattutto la giovane età di molti dei loro componenti: spesso si trattava di ragazzini di quattordici, quindici anni ai quali tuttavia per tale motivo non vennero riservati trattamenti di favore, venedo passati per le armi al pari degli altri commilitoni.

L’Ispettorato Speciale di Polizia Antipartigiana (I.S.P.A.)

Questa struttura era composta da circa 160 uomini: il loro numero non trova tuttavia conferme ufficiali in quanto suscettibile di variazioni anche sostanziali in relazione alle esigenze rilevate. Tale organo era alle dipendenze dirette della Divisione Politica del Ministero dell’Interno e fu costituita nei primi mesi del 1944 con finalità prettamente “di intelligence” nella lotta contro le formazioni partigiane. Alcune fonti storiche più attendibili stabiliscono il suo Comando Generale a Brescia, con strutture di appoggio sia a Milano che a Torino; altre fonti storiche – che chi scrive ritiene in realtà meno affidabili – segnalano ulteriori basi a Genova, Padova e Trieste: in questi ultimi casi si pensa però a una sovrapposizione a strutture fasciste parallele quali i Reparti Speciali di Polizia di cui si è detto sopra e le cui basi corrispondono perfettamente a quelle attribuite all’I.S.P.A.. Quest’ultimo era formato da personale sceltissimo la cui fedeltà a Mussolini e alla R.S.I. doveva essere fuori da ogni dubbio. Le sue unità operative furono essenzialmente due, definite Nuclei Mobili d’Assalto: una di queste era sicuramente di stanza a Milano; della seconda si trovano flebili tracce a Torino. Essendo incardinato nelle unità combattenti ufficiali della RSI, l’Ispettorato fu dotato di apposita uniforme e di distintivi di qualifica in uso ai soli agenti, non anche agli Ufficiali e ai Funzionari che operavano in abiti civili: in questo senso sono stati recuperati alcuni fregi con la dicitura “U.P.A.M.” e riferiti a una Unità di Polizia Antipartigiana Milano (o forse Monza, per quanto si vedrà qui di seguito). Ai primi mesi del 1945 la struttura denominata I.S.P.A. viene ufficialmente sciolta e i suoi membri vengono fatti confluire piuttosto precipitosamente nella Sezione Polizia Politica delle SS Italiane “Oberitalen  West” ubicata a Monza.

L’I.S.P.A. non va tuttavia confuso con la più ampia struttura denominata O.V.R.A. (Organismo di Vigilanza e Repressione Antifascismo), i cui appartenenti (funzionari e personale civili) si trovavano all’interno delle questure con compiti più generici di tutela del Regime.

Altre strutture di pseudo – Polizia: la Polizia ausiliaria del Comitato di Liberazione Nazionale

Altre strutture che possiamo definire di pseudo – Polizia furono operative anche all’indomani del 25 aprile 1945. In quella settimana gli eventi precipitarono: la fine ufficiale della guerra, la cattura e l’uccisione di Mussolini, la cacciata dei resti dell’esercito tedesco e la concentrazione del potere esecutivo nelle mani del C.L.N. Con la messa fuorilegge di tutte le strutture poliziesche afferenti al decaduto regime gettarono il nord Italia in una condizione di pericolosa deregulation: infatti, mentre nel resto del Paese restò in piedi il Corpo delle Guardie di P.S. così come restaurato da Badoglio, l’intero Settentrione si trovò improvvisamente privo di una forza di Polizia, essendo la Polizia Repubblicana decaduta dai suoi poteri. Il C.L.N. Si avvalse quindi della cosiddetta Polizia Ausiliaria i cui componenti erano quegli stessi partigiani che contribuirono alla liberazione. Tale struttura, creata per decreto, attribuì poteri molto ampi ai suoi componenti i quali dal canto loro potevano contare su un pressochè inesistente controllo da parte dei vertici. Nelle questure furono nominati questori di inclinazioni politiche antifasciste, funzionari che fino al giorno prima erano stati costretti a mantenere un profilo basso se non addirittura a disertare per aggregarsi alle formazioni partigiane in montagna. I compiti principali di questa polizia furono quelli di effettuare rastrellamenti per la cattura dei nazifascisti ancora in circolazione, il controllo e la vigilanza sui prigionieri, la gestione delle carceri (spesso ricavate in strutture deputate ad altri scopi, quali caserme, conventi, scuole) e solo in minima parte l’assicurazione della sicurezza pubblica in senso esteso. Sarebbe ingrato e fondamentalmente sbagliato intendere tutta questa polizia come una manica di repressi che trovò il loro naturale sfogo dopo il 25 aprile: molti dei suoi appartenenti operarono con profondo senso di giustizia e attenendosi scrupolosamente alle direttive impartite dal C.L.N.. Tuttavia al suo interno operarono individui che quanto a crudeltà e bestialità furono l’esatto contraltare dei Reparti Speciali di Polizia e delle SS Polizei: anche in questo caso furono innumerevoli i casi di tortura e di esecuzioni sommarie a cui fu dato corso spesso in mancanza di regolare processo o sulla base di processi meramente indiziari, non tenendo conto di un dispaccio alleato datato 30 aprile 1945 con il quale si vietavano nel modo più assoluto proprio le torture e le esecuzioni sommarie di prigionieri politici. Molti degli appartenenti alla polizia ausiliaria confluirono in tempi successivi nel Corpo delle Guardie di P.S. proseguendone la carriera al suo interno.

Va ribadito come le strutture finora descritte debbano considerarsi solo ed esclusivamente come strutture che nulla ebbero a condividere con il concetto di Pubblica Sicurezza e di Polizia così come inteso nella normalità degli eventi.

 

La Polizia nel periodo coloniale.

La Polizia dell’Africa Italiana e le campagne d’Albania e Jugoslavia

 

Chiusa questa triste ma doverosa parentesi, torniamo a quella che era la vera e propria Polizia. E ricominciamo il racconto ancora lontani dagli eventi bellici, diciamo pure dal 1935.

Di nuovo11, il governo tentò la via di un’organizzazione particolare della polizia capitolina, creando in seno al Corpo degli Agenti di P.S. una sezione con compiti di polizia urbana e di viabilità; stessa cosa venne prevista per le città di Napoli12 e Palermo con l’istituzione di un Corpo di Polizia Metropolitana13: tali divisioni di Polizia Metropolitana verranno soppresse nell’immediato dopoguerra per la ricostituzione dei vari Corpi di Polizia Municipale. Inoltre, ancora una volta i Carabinieri furono demandati alla gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica nella periferia della città, in accordo con il Ministero dell’Interno.

Il 4 luglio 1936, nel quadro delle iniziative rivolte ad attribuire un assetto organico alle colonie italiane, il governo deliberò la formazione della Polizia dell’Africa Italiana (P.A.I.), alle dirette dipendenze del Ministero delle Colonie. Il personale di cui si componeva proveniva su base volontaria sia dal Corpo degli Agenti di P.S., sia dall’Arma dei Carabinieri, veniva formato presso la Scuola di Polizia di Tivoli (Roma)14 ed era affidato alle questure coloniali presenti a Tripoli, Harar, Asmara, Addis Abeba: il suoi compiti erano prevalentemente di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, ma ben presto vennero aggiunti anche impieghi più spiccatamente bellici, con numerosi combattimenti contro gli Inglesi. In terra d’Africa, i militi italiani erano affiancati ai c.d. “Ascari di Polizia”, personale indigeno che doveva aiutare quello italiano nella conoscenza del territorio, nell’apprendimento della lingua e in tutte le necessità che si presentavano di volta in volta. Questo particolare settore della Polizia fu l’autentico fiore all’occhiello del Regime: dotato di armamento individuale e di reparto tra i più moderni (pistola Beretta mod. 34; mitra M.A.B. con baionetta pieghevole, uniformi tattiche), lo stesso potè usufruire anche di mezzi motorizzati all’avanguardia (autocarri, autoblindo, carri armati, autovetture e motociclette); era inoltre stato previsto addirittura un servizio di pattugliamento aereo tramite elicotteri. Gli appartenenti alla P.A.I. che rientrarono in Italia affiancarono i militari del Corpo degli Agenti di P.S. nella difesa di Roma del 1943 e nei relativi combattimenti contro l’esercito tedesco successivi all’Otto settembre. La P.A.I. venne disciolta l’11 febbraio 1945: i suoi componenti che rimasero ancora nella sola Eritrea – circa 150 uomini – confluirono nel Gruppo Autonomo delle Guardie di P.S. per aiutare la popolazione locale contro il diffusissimo fenomeno del brigantaggio. Solo il 15 settembre 1952 anche questo settore della Polizia venne disciolto e i militari, rientrati in Italia, vennero fatti confluire a tutti gli effetti nel Corpo delle Guardie di P.S..

La Pai e gli Ascari di Polizia: siamo ad Addis Abeba nel 1939

Dalla fine degli Anni ’30 al Corpo venne impressa un’ulteriore spinta militaristica per farlo meglio aderire alle caratteristiche delle Forze Armate. Grazie alla presenza di personale proveniente anche da altri Corpi dell’Esercito, la Polizia dell’epoca fu attivamente impiegata con compiti bellici nella zona dei Balcani durante la Campagna d’Albania e Jugoslavia: vennero allo scopo approntati un Battaglione di Agenti Motociclisti e un Battaglione Mobilitato “Fiume” i cui componenti con il loro valore fecero conferire due medaglie d’oro alla Bandiera del Corpo, versando spesso un elevato tributo in vite umane.

 

Durante il periodo bellico il Corpo degli Agenti di P.S. fu organizzato in battaglioni con il compito di difesa del territorio nazionale: furono gli antesignani dei futuri Reparti Mobili del dopoguerra. Nella foto, un battaglione agenti motomitraglieri nel 1937

Le vicende belliche che toccarono il nostro Paese con la Seconda Guerra Mondiale videro il Corpo degli Agenti di P.S. tributare un elevato numero di Caduti sia sul fronte più schiettamente combattentistico, sia su quello oltremodo “caldo” della lotta alla delinquenza che, nelle varie realtà locali, stava riproponendosi in tutta la sua violenza. Sul fronte bellico, il Corpo fu impiegato massicciamente in operazioni in territorio straniero sia in Africa che in Jugoslavia che in Albania, mediante l’impiego di battaglioni mobili dislocati nei vari avamposti. Su quello interno, nelle grandi metropoli la criminalità organizzata legata al mercato nero preoccupava tanto quanto le “schegge impazzite” dei movimenti anarchici. A questo si aggiunse il periodo di guerra civile che l’Italia si trovò a combattere dopo l’Otto settembre 1943 e la successiva frammentazione del territorio con i tedeschi allo sbando e gli alleati che risalivano la Penisola.

1941 – Battaglione di Motociclisti in Albania

La Polizia Repubblicana nella R.S.I.

 

1943 – Brigadieri della Polizia Repubblicana. Si noti la diversità dell’Uniforme rispetto a quella dell’omologo Corpo degli Agenti di P.S.: gli alamari (costituiti dal logo del gladio su sfondo cremisi al posto delle stellette a cinque punte); il fregio sul berretto (costituito dall’aquila con il fascio littorio); le mostrine sulla giubba. Tale diversità era voluta proprio per sancire la totale indipendenza di questo organo di polizia da qualsiasi autorità extra-repubblichina

Il 25 luglio 1943 Mussolini venne destituito: con lui cadde il Partito Nazionale Fascista e ogni organo ad esso legato; tutti i poteri passarono nelle mani del generale Badoglio, il quale percepì la necessità di un urgente riassetto delle Forze di Polizia. Egli ribadì l’appartenenza del Corpo degli Agenti di P.S. alle Forze Armate anche sotto l’aspetto visivo, mediante il ripristino della stelletta a 5 punte che sostituiva il fascio littorio appuntato al colletto delle uniformi. Ma con l’Otto settembre Mussolini, nel frattempo riparato nel Nord Italia, nella più assoluta vacanza di poteri monarchici fondò la Repubblica Sociale di Salò, ripristinando nella Polizia Repubblicana le precedenti istituzioni di pubblica sicurezza: in quest’ultima confluirono indiscriminatamente come in un gigantesco calderone tutti quegli appartenenti alla milizia fascista, alle “brigate nere” (peraltro in minima parte), al Corpo degli Agenti di P.S., all’Arma dei Carabinieri, al Corpo della Guardia di Finanza e alla P.A.I. che decisero di rimanere fedeli al Regime. Fu forse questo il periodo in cui la Polizia italiana perse gran parte della sua identità di Corpo con valenza nazionale: l’Italia stessa era frammentata in almeno due grosse realtà, quella della Repubblica di Salò e quella della rimanente Penisola. L’assenza di un referente politico stabile contribuì inoltre ad aumentare la confusione istituzionale e il pericolo di rischiose contaminazioni nelle strutture di Polizia a causa dell’infiltrarsi di individui provenienti dalle più disparate realtà socio-politiche. In essa, come si è già visto per altri reparti di Polizia, vennero arruolati soggetti poco più che ragazzini, sicuramente minorenni, che però servivano per innalzare nel bene o nel male il numero di poliziotti operativi in una forsennata quanto inutile ricerca di stabilità di una repubblica – fantoccio ormai ai suoi capitoli finali.

La Polizia Repubblicana continuò ad operare fino alla fine del conflitto mondiale, coesistendo dapprima con il Corpo degli Agenti di P.S. e poi con il Corpo delle Guardie di P.S. operativo nel resto della Penisola. All’indomani dell’8 settembre 1943, il Ministero degli Interni fu trasferito in fretta e furia a Valdagno (VI) presso lo stabilimento industriale della “Marzotto”: in una simile occasione vennero create compagnie ausiliarie di Polizia in opposizione alle milizie non regolamentari che si andavano formando per contrastare la ritirata dell’esercito tedesco. Così viene ricordato quel periodo da un Appuntato di P.S. oggi in pensione:

“Nel 1943 lavoravo a Roma come guardia di P.S. magazziniere al Ministero dell’Interno. Subito dopo l’8 settembre, una notte ricevetti l’ordine di organizzare un’autocolonna di camion per trasferire tutto l’apparato logistico del ministero nel nord Italia: stamperie, uniformi, armamenti, nonché tutto l’archivio vennero caricati in fretta e furia su alcuni camion che requisimmo dove capitava. Subito dopo muovemmo alla volta di Valdagno (VI) ove il Ministero venne riorganizzato provvisoriamente all’interno di alcuni stabilimenti industriali”.15

Ci si può facilmente immaginare la confusione istituzionale di quel periodo, con la presenza di Forze di Polizia tra loro in aperto contrasto: quella di Badoglio in ottica antinazista mentre quella di Mussolini in ottica di restaurazione del passato regime. Badoglio capì immediatamente che l’Italia aveva bisogno di un segnale forte: avviò subito una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso la Polizia post-regime e nel 194416 fondò il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, i cui appartenenti si adoperarono subito per soccorrere le popolazioni stremate dalla guerra mediante opere di difesa e di soccorso, guadagnando in tal modo da subito ampi consensi. Questa nuova istituzione differiva in pochissimo dal precedente Corpo degli Agenti di P.S.: era sempre un Corpo militare, appartenente alle Forze Armate, dipendeva sempre dal Ministero dell’Interno; tuttavia, con la sua ridenominazione Badoglio volle dare un segnale di stacco con il passato regime, istituendo una Polizia che doveva ispirarsi agli ideali liberali di Carlo Alberto, con assoluta fedeltà al governo legittimo17.

1Regio Decreto nー 31 del 14 gennaio 1923.

2Si vedano come esempi gli scontri con elementi nazionalisti e dalmati a Roma in via Nazionale e gli scontri con la milizia fascista a Parma.

3Regi Decreti nー 382 e 383 del 2 aprile 1925.

4Pietro Koch, figura controversa del regime, descritto da vari storici come un arrivista dedito al consumo di cocaina e a pratiche sessuali dissolute, arrivò a ricoprire la figura di Questore Ausiliario di Roma, qualifica attribuitagli al solo scopo di giustificare la sua posizione di comando del Reparto e i relativi atti di polizia giudiziaria da esso compiuti. In realtà egli proveniva da una famiglia della media borghesia: ufficiale dei Granatieri da cui si prosciolse, grazie all’allora ministro dell’Interno Buffarini Guidi che garantì le sue spiccate doti di fascista di fronte al Duce, ne divenne un protetto e fu messo a capo del Reparto Speciale di Polizia la cui operatività continuò ininterrottamente dal 1943 alla fine del 1944. Venne fucilato a Forte Bravetta nel giugno del 1945 a seguito di regolare sentenza del tribunale speciale.

5Mario Carità, altro riprovevole figuro del Ventennio, approda all’Ufficio Investigativo della 92ー Legione della Guardia Nazionale Repubblicana di Firenze dopo un turbolento passato di squadrista di provata fede fin dal 1920. Aveva alternato numerosi lavori saltuari, spesso persi per il suo vizio del furto. Un rapporto di Polizia della questura di Firenze dei primi anni Trenta lo indica come organizzatore di incontri “galanti” nel retrobottega di un negozio di radioriparazioni. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, Carità incrementa i suoi guadagni praticamente senza far nulla: semplicemente facendo la spia sugli antifascisti veri o presunti che grazie alle sue delazioni vennero arrestati e deportati. Dopo l’Otto settembre passa al soldo dei tedeschi che lo mettono a capo di una formazione di SS italiane. A Firenze mette in piedi un reparto speciale di polizia analogo a quello di Koch nel quale confluiscono tutta una schiera di sadici torturatori, criminali e teppa della peggior specie proveniente da svariati contesti sociali, tutti organizzati in squadre dai nomi più incredibili: “squadra della labbrata”, “squadra degli assassini”, “i quattro santi”. Ai primi di luglio del 1944, con gli Alleati che stanno risalendo la Penisola, Carità scappa a Padova dove continua per qualche tempo la sua attività di delatore e torturatore. Nel maggio 1945 gli Alleati irrompono in una camera d’albergo dell’Alpe di Siusi sorprendendolo a letto con l’amante: ne scaturisce un conflitto a fuoco dove Carità viene ucciso.

6 Banda capitanata da Sigfrido Mazzuccato, un funzionario di polizia alle dipendenze di Collotti (vedi infra): tale banda costituì una costola della più articolata “banda Collotti”. Testimonianze vogliono il Mazzuccato deceduto nel novembre 1944 in un campo di concentramento in Germania.

7 Gaetano Collotti è un giovane e dinamico commissario di Pubblica Sicurezza di provata fede fascista. Si mette in luce con ardite imprese che portano alla movimentata cattura di fuorilegge e dissidenti: da solo affrontò in un conflitto a fuoco un gruppo di partigiani jugoslavi uccidendone uno, ferendone e catturandone altri due; in un’altra occasione, non esitò a lanciarsi in soccorso di una guardia rimasta ferita in un conflitto a fuoco, traendola in salvo. Viene messo a capo dell’Ispettorato Speciale di Polizia di Trieste con compiti ri repressione dell’antifascismo e di polizia politica in un’area vastissima che – oltre alla Venezia Giulia – comprendeva Istria e Dalmazia. Ben presto la sua attività deraglia dai binari della pubblica sicurezza e sfocia in gesta degne del più becero repertorio criminale: torture, omicidi, stupri, deportazioni. Nell’aprile del 1945, con gli Alleati in arrivo da sud e con le truppe jugoslave prossime ad invadere la Venezia Giulia, assieme ai suoi sgherri tenta di mettersi in salvo riparando in Svizzera e portando con sé i soldi della cassa dell’Ispettorato. Sulla strada alle porte di Treviso viene fermato da un commando partigiano al quale esibisce documenti falsi; viene tuttavia riconosciuto e immediatamente fucilato assieme a quanti erano con lui.

8 La Legione fu comandata dall’autoproclamatosi “colonnello” Francesco Colombo che viene descritto dagli storici come l’ennesimo arrivista, fallito bancarottiere e figura caricaturale del regime. La sua indiscussa fede negli ideali fascisti lo mise ben presto in luce come la persona più indicata per gestire e organizzare i compiti di repressione attuati dai suoi uomini.La Legione fu ufficialmente sciolta il 28 aprile 1945, ma già nei mesi precedenti molti dei suoi appartenenti avevano disertato per tentare di mettersi in salvo.

9 Si trattò del 1ー Battaglione “Aldo Resega” dislocato a Milano e del 2ー Battaglione “De Angeli” in servizio nel Piemontese. Il Battaglione “Resega” non va confuso con l’omonima Brigata Nera.

10 Pietro Caruso venne nominato questore di Roma il 3 febbraio 1944. Il 22 settembre dello stesso anno venne fucilato a Forte Bravetta dopo un regolare processo. Nei pochi mesi in cui resse la questura capitolina si rese corresponsabile della strage delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944 collaborando fattivamente con le autorità tedesche nella redazione delle liste dei soggetti da fucilare a titolo di rappresaglia dopo l’attentato dinamitardo partigiano di via Rasella ai danni di una colonna di militari tedeschi. Basta questo per qualificarlo.

11Regio Decreto nー 1846 del 18 ottobre 1925.

12Regio Decreto nー 472 del 9 marzo 1936.

13Regio Decreto nー 326 del 20 febbraio 1939.

14La Scuola di Tivoli offrì sempre un’elevata qualità formativa apprezzata anche dai Comandi tedeschi per i quali ospitò appositi corsi di orientamento coloniale.

15Appuntato di P.S. Agostino Bernardi – colloquio privato

16Decreto legislativo nー 365 del 2 novembre 1944.

17“La riorganizzazione dei servizi di P.S. e il risanamento morale dei singoli dovranno dare nuovo prestigio e più elevata dignità alle Forze di Polizia, le quali nella loro opera debbono, dopo un ventennio di sviamento, riguadagnare il numeroso consenso dei cittadini onesti e desiderosi della rinascita del Paese”. Così parlava il Capo della Polizia Luigi Ferrari ai nuovi Poliziotti nel suo discorso di fondazione.

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