Verso il cielo

 VERSO IL CIELO

(il Tenente Colonnello Franco Basso, 1965)

di Fabrizio Gregorutti

Courmayeur, Val d’Aosta 9 Luglio 1965

I testimoni vedono l’elicottero Agusta Bell 47 dell’Aeronautica Militare perdere quota all’improvviso mentre cerca di virare. Comprendono che il pilota sta cercando disperatamente di recuperare l’altitudine. Il pilota è in gamba. Mantiene il controllo del velivolo, riuscendo a non schiantarsi sulle pendici del Monte Bianco, pericolosamente vicine e riesce a recuperare quota.

“Ce la fa! Ce la fa!” grida qualcuno poi all’improvviso i presenti vedono che l’Agusta Bell, nel suo disperato tentativo, si avvicina troppo ad una teleferica sul versante della montagna.

“OH, MADONNA, NO!!!”

I testimoni vedono un’esplosione di scintille quando il rotore dell’elicottero sbatte contro il cavo della teleferica e poi un lampo argenteo quando una delle pale si spezza e roteando finisce a terra.

Non ci sono più urla. Il velivolo è ormai senza controllo e si schianta contro la montagna con un terrificante boato che riecheggia nella valle.

Poi, il silenzio.

Dopo un primo istante di orrore i testimoni, tra i quali vi sono equipaggi di ambulanze e vigili del fuoco, accorrono verso il relitto, ma appena vi giungono capiscono che per i tre uomini a bordo non c’è più nulla da fare.

——

E’ la conclusione di un viaggio iniziato venticinque anni prima, sulla banchina del porto di Massaua, in Eritrea.

Il giovanissimo sottotenente dei Bersaglieri sbarca dalla passerella della nave mercantile in un giorno abbagliante di sole della primavera del 1940. L’uniforme sahariana che indossa è impeccabile e il ragazzo porta calcata in testa la bustina con il fregio del suo reggimento, mentre gli stivali d’ordinanza sono talmente lucidi da sembrare uno specchio.

Si guarda attorno, nel porto brulicante di vita e quando individua una pattuglia dei Bersaglieri, con un ufficiale e un paio di sergenti si avvicina loro, quindi scatta sull’attenti eseguendo un impeccabile saluto militare quindi, con una voce talmente squillante da farsi sentire in tutta Massaua si presenta “Sottotenente Basso Franco, comandate, signor capitano!”

Franco Basso si è arruolato volontario nel Regio Esercito ad appena diciott’anni. Non è stato certo il fascismo a insegnargli l’amore per la Patria ed il senso del Dovere che accompagnerà tutta la sua vita. E’ cresciuto nella sua Parma, ascoltando affascinato i racconti dei suoi familiari che hanno combattuto nella Grande Guerra e leggendo a scuola delle gesta degli Eroi risorgimentali. Ad appena 13 anni, tra il 1935 ed il 1936, ha letto sui giornali ed ascoltato alla radio le gesta dei soldati italiani che combattevano in Etiopia ed ha gioito come tutti gli italiani quando l’Uomo del Balcone ha proclamato il ritorno dell’Impero sui Colli Fatali dell’Urbe. E’ in quegli anni che decide che servirà la Patria come militare. Si arruola nel Regio Esercito non appena compie diciott’anni, autorizzato dai genitori poiché, secondo la legge del tempo, Franco è ancora minorenne.

Il 10 Giugno 1940 l’Italia entra in guerra e le Forze Armate scendono in campo, anche nell’Impero. Il sottotenente dei Bersaglieri Franco Basso serve valorosamente nella propria unità, combattendo prima i britannici in piccoli scontri alla frontiera con il Sudan anglo – egiziano poi, a partire dal gennaio del 1941, sullo stesso suolo eritreo. I suoi superiori ed i suoi colleghi, che forse avevano sottovalutato quel ragazzino, rimangono impressionati dal suo coraggio sul campo di battaglia e i suoi stessi bersaglieri sono orgogliosi di lui e fieri di combattere ai suoi ordini. E’ un Comandante nato, coraggioso ed eroico, che vive e combatte insieme ai propri bersaglieri. Non teme di rischiare la propria vita e fa un uso parsimonioso di quelle dei propri uomini…qualità apprezzate nei propri superiori dai Soldati di ogni tempo.

Il sottotenente Basso combatte durante la durissima campagna eritrea, sino a quando viene gravemente ferito in battaglia contro i britannici. Viene trasportato in un ospedale da campo dove i medici militari sono costretti ad amputargli il braccio sinistro, devastato dai proiettili nemici. Ha appena 19 anni.

Quando il Duca Amedeo d’Aosta, Vicerè d’Etiopia e comandante delle truppe italiane nell’Impero, si arrende agli inglesi che lo hanno circondato con le sue truppe all’Amba Alagi, anche il tenente Franco Basso viene fatto prigioniero nell’ospedale militare dove è ricoverato. Per il suo eroismo è stato decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, ma è una magra consolazione per un ragazzo mutilato di 19 anni, prigioniero del nemico a migliaia di chilometri da casa. Altri, anche più adulti di lui, si abbandonerebbero al limbo del campo di prigionia, ad una vita sospesa, in attesa della fine della guerra. In fin dei conti, cosa ci sarebbe di male?

Franco invece no, non si arrende.

Una notte quel ragazzo senza un braccio fugge dal campo di prigionia facendosi beffe degli inglesi e si unisce alla Resistenza italiana in Eritrea.

Tra il 1941 ed il 1943 in Africa Orientale, molti Soldati italiani fuggiti all’accerchiamento britannico ed alla prigionia, continuarono a combattere, costituendo un’ autentica spina nel fianco delle truppe anglo-francesi, in attesa dell’arrivo delle truppe dell’Afrika Korps di Rommel, che stanno combattendo in Nordafrica. Un’epopea quasi sconosciuta in Italia, di cui furono protagonisti uomini come il capitano Francesco De Martini in Eritrea, il tenente dei Lancieri Amedeo Guillet in Eritrea ed Etiopia Settentrionale (forse il più famoso di tutti) ed altri ufficiali delle Forze Armate, tra i quali il sottotenente Franco Basso.

Quel ragazzino combatte insieme ad altri soldati italiani ed eritrei sfuggiti alla cattura, una guerriglia fatta di attacchi agli accampamenti ed alle installazioni nemiche, di scontri a fuoco con gli inglesi e gli etiopi, di fughe precipitose per sfuggire all’accerchiamento del nemico, di dure marce notturne per sfuggire ai ricognitori inglesi, di soste diurne in qualche villaggio amico o in qualche grotta, nel caldo soffocante e perseguitati dalle mosche, di amici e compagni d’armi caduti sul campo di battaglia e sepolti di notte su un’amba deserta così lontana dall’Italia, quella Patria sempre presente nei loro pensieri e nei loro cuori, di pause tra un combattimento e l’altro in cui si scrivono lettere a casa che non potranno mai inviate e si ricordano le cose più belle della vita che si sono lasciati dietro le spalle, come il sorriso della donna amata o l’abbraccio della madre.

E’ una vicenda di eroismo e di sacrificio sconosciuta nel nostro Paese e che cessa con la sconfitta di El Alamein e l’armistizio dell’8 Settembre 1943, quando finiscono tutte le speranze di vittoria.

Anche il sottotenente Franco Basso è costretto a consegnarsi ai britannici, con la morte nel cuore.

“E’ finita. Abbiamo perso. Quanto sangue. Quanto dolore. Tutto per niente”.

Poi arriva il giorno in cui viene rimpatriato.

Quando sbarca a Napoli trova un Paese completamente diverso da quello che ha lasciato da giovane sottotenente.

E’ una Nazione distrutta da due opposti eserciti invasori e da una terrificante guerra civile, demoralizzata e amareggiata, squassata da movimenti secessionisti da Aosta alla Sicilia e da una feroce criminalità.

Il tenente Basso decide che, nonostante la sua mutilazione, potrà servire ancora il suo Paese.

In Africa è divenuto un militare di professione ma, non riconoscendosi più nell’Esercito Italiano amareggiato e deluso dell’immediato Dopoguerra, nell’aprile del 1946 si arruola nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, che ha un bisogno disperato di giovani ufficiali per inquadrare l’eterogeneo gruppo di ex agenti di P.S. dell’epoca prebellica, i poliziotti partigiani e gli ex membri della Polizia Repubblicana che formano la nuova Polizia italiana. Il tenente Basso fa il suo lavoro dannatamente bene, addestrando quel branco di rissosi demotivati e delusi affidati alle sue cure e trasformandoli in Poliziotti al servizio del Paese.

Franco Basso presta servizio in tutta Italia, in quei primi caotici anni del Dopoguerra. Parma, La Spezia, Udine. Dietro sua richiesta è destinato anche in Sicilia, all’Ispettorato per la lotta al banditismo, impegnato nella caccia al bandito Giuliano e qui la sua esperienza di guerriglia è preziosa per addestrare i suoi agenti nella lotta contro il feroce bandito.

Dal 1954 è alla Stradale, una nuova specialità della Polizia, dove opera con i consueti entusiasmo ed abnegazione. E’ l’età della grande motorizzazione italiana, quando un Paese essenzialmente agricolo entra all’improvviso nell’età moderna. Vengono costruiti in pochi anni migliaia di chilometri di strade ed autostrade percorse ogni giorno da centinaia di migliaia di vetture e protette dagli agenti della Polizia Stradale che, in cambio di una paga non certo esaltante e di orari non proprio comodi, sacrificano le loro vite in difesa degli Altri. Il posto giusto per il Comandante Franco Basso, che non è certo un ufficiale da scrivania e per il quale servire degnamente il proprio Paese significa farlo nel luogo più difficile ed insieme ai propri uomini, vivendo con loro e comandandoli non con la forza del proprio grado, ma con il rispetto guadagnato attraverso l’esempio dato.

Le pattuglie dei Distaccamenti da lui comandati se lo vedono spesso arrivare sul luogo di incidenti o di interventi “rognosi” e non certo per “ca**iarli” per una barba mal fatta o per uno stivale non lucido, ma per coordinare le operazioni di soccorso, assumendosi sul posto responsabilità e decisioni difficili, ma a volte arriva anche soltanto per salutare i “suoi” poliziotti durante il servizio. E’ nel corso di uno di questi interventi in supporto ai propri uomini che salva un uomo, precipitato in un torrente in piena ed ora in procinto di annegare. L’ormai maggiore Franco Basso si getta in acqua, nonostante la propria gravissima infermità, lotta rabbiosamente contro la violentissima corrente e riesce ad afferrare la vittima trascinandola a riva, salvandole la vita. Il Comandante Basso riceve una seconda decorazione, questa volta una Medaglia d’Argento al Valor Civile.

In quegli anni si sposa con la donna amata, che lo rende padre di una bambina. E’ il periodo più bello della sua vita, con l’amore di una splendida famiglia, il rispetto dei propri uomini ed una carriera che lo porterà certo ai massimi livelli del Corpo.

Nel luglio 1965 è tenente colonnello e comandante del Compartimento della Polizia Stradale del Piemonte e della Valle d’Aosta, il più giovane ufficiale della Polizia italiana a rivestire un simile incarico, soprattutto in una delle regioni italiane più industrializzate e posizionata al confine con la Francia. Anche qui ferve la costruzione di strade, autostrade ed infrastrutture per modernizzare l’Italia e collegarla definitivamente all’Europa. Sotto il Monte Bianco italiani e francesi da otto anni scavano il traforo, capolavoro dell’ingegneria dell’epoca, che unirà i due Paesi e che il 16 Luglio dovrà essere inaugurato dai Presidenti italiano e francese.

L’attenzione di tutto il mondo è focalizzata su quelle bellissime montagne e ovviamente l’Italia sa che dovrà fare del proprio meglio, per ben figurare di fronte agli alleati europei.

I diplomatici, nelle stanze ovattate del Potere, preparano il calendario della giornata di lavoro e degli incontri tra i Presidenti Saragat e De Gaulle ed i vari ministri, gli ingegneri esaminano gli ultimi tratti del tunnel, i tecnici dell’ANAS e della Società per il Traforo controllano accuratamente gli ultimi chilometri che da Courmayeur portano alla galleria, mentre Questura e Comando di Aosta si mobilitano per la protezione dei Capi di Stato e dei Ministri. Si pensa, com’è ovvio, alla sicurezza delle vie di comunicazioni. E qui scatta l’intervento della Polizia Stradale, con centinaia di uomini a terra che percorrono ininterrottamente, quasi metro per metro, il lungo nastro di asfalto che porta verso la montagna più alta d’Europa che viene controllato dal cielo da aerei ed elicotteri.

Il tenente colonnello Franco Basso viene incaricato dal Ministero di effettuare i controlli finali, recandosi a Courmayeur  il 9 luglio, per prendere gli ultimi accordi con Prefettura e Questura e per eseguire gli ultimi controlli dall’alto.

In quegli anni Polizia e Carabinieri non possiedono Servizi Aerei propri, che nasceranno soltanto negli anni ’70, e le Forze di Polizia sono costrette ad appoggiarsi all’Aeronautica Militare ed ai suoi velivoli per qualsiasi cosa, dalla caccia ai ricercati alla sicurezza stradale, anche se i piloti militari vengono affiancati da ufficiali di Polizia e Carabinieri, chiamati “osservatori”, come il capitano di P.S. Lorenzo Giacobbe, comandante della Sezione Elicotteri della Polizia Stradale di Milano che quel 9 Luglio affiancherà il Comandante Basso, sull’Agusta Bell 47 pilotato dal maresciallo dell’Aviazione Dario De Rossi.

La mattina del 9 Luglio 1965 il sole è abbagliante sulla pista dell’aeroporto di Caselle, a Torino, come quel giorno di tanti anni prima a Massaua. Quando l’elicottero inizia ad atterrare, il tenente colonnello Basso, si volta verso il proprio autista che lo ha accompagnato sin lì e lo saluta militarmente. “Ci rivediamo qui verso le otto di stasera. Nel frattempo ha la giornata libera. Arrivederla, appuntato”

L’appuntato sorride grato, rispondendo al saluto “Grazie, comandante! Buona giornata anche a lei!”.

Il colonnello Basso annuisce poi si gira verso l’elicottero che si è appena posato sulla pista e inizia a correre a testa china verso il velivolo, premendo la mano destra sul cappello per evitare che voli via, quindi sale a bordo. Prima che si chiuda il portellone l’autista lo vede salutare il capitano Giacobbe e il pilota poi il portello si chiude e l’elicottero decolla, verso Courmayeur, verso il Monte Bianco, verso una teleferica non segnata nelle carte aeronautiche.

Verso il Cielo.

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