Gli scontri alle officine Galileo (Firenze, 27 gennaio 1959)

Riportiamo la testimonianza di Livio Ghelli, pubblicata sul blog Pensalibero.it e riguardante gli scontri molto pesanti tra le Forze di Polizia e gli operai delle officine “Galileo” avvenuti a Firenze il 27 gennaio 1959.
Sono scontri sui quali si sa molto poco, grazie a Dio non ci furono morti, ma le cui circostanze costituiscono un ulteriore tassello nel grande puzzle dell’ordine pubblico di quel periodo tormentatissimo.

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Avevo otto anni, eravamo in gennaio
di Livio Ghelli

Oggi, 27 gennaio, non soltanto è la Giornata della Memoria. Per la nostra città è anche la ricorrenza di una giornata di lotta -il 27 gennaio 1959- in cui Firenze visse lo scontro di piazza più violento dal dopoguerra ad oggi, tra gli operai della Galileo, scesi in piazza per il diritto al lavoro, dopo 980 lettere di licenziamento inviate dalla direzione, e le forze di polizia. Uomini assai diversi come  Fabiani, La Pira, il cardinale Dalla Costa si dimostrarono allora nettamente solidali con gli operai e le loro famiglie, la città intera decise da che parte stare, di stare dalla parte della sua fabbrica.

A Firenze viale Spartaco  Lavagnini venne chiamato così  dopo la guerra, ma negli anni ’50 molte persone lo conoscevano ancora come viale Principessa Margherita. Abitavamo al numero 44, secondo piano, adesso la casa non esiste più. A quel tempo avevo otto anni e mi domandavo chi fosse stata questa principessa Margherita, immaginavo una donna bellissima e un po’ misteriosa, ma preferivo che il viale di casa mia si chiamasse Spartaco Lavagnini, mi sembrava una cosa più seria. Nostri vicini di casa erano i signori R., che avevano qualche anno di più dei miei genitori, venivano dall’Alta Italia e non avevano figli. La signora R. aveva le spalle strette, il collo allungato, la pelle chiara, gli occhi sporgenti e i capelli fini raccolti in una crocchia. Si affacciava in vestaglia alla porta di casa per salutare il marito che andava al lavoro, lo salutava con una voce che sembrava piena di U e poi scambiava due parole con noi (le rispettive porte  si aprivano all’unisono perché a quell’ora anche io uscivo per andare a scuola). Il marito, nei Carabinieri,  con i baffi alla Clark Gable e le stellette d’oro di capitano faceva una certa figura, anche se in quella casa di bello davvero c’era solo Freccia, una canina setter dal pelo marrone e gli occhi buoni; mi  dispiaceva che i suoi padroni non le dessero marito, con i cuccioli sarebbe stata una mamma meravigliosa. Poi magari, se glielo avessi chiesto, il capitano avrebbe anche potuto regalarmi un cucciolo…

In terza elementare il maestro ci aveva abituato a tenere un diario di quello che pensavamo, a volte erano poche frasi, altre volte scrivevo di più, sentendomi libero perché, ortografia a parte,  in merito ai nostri diari  il maestro evitava di proposito di fare commenti:

Oggi, 27 gennaio 1959, martedì, il cielo è grigiolino. Questa mattina è strana, verso le 10 lungo il viale si sono sentite tantissime sirene, mi sono affacciato, c’erano  macchine della Polizia, della Misericordia, dei Carabinieri e dei Pompieri che si rincorrevano alla disperata. Le camionette sfrecciavano tutte verso Piazza della Libertà, solo un’ambulanza andava nell’altra direzione, verso la Fortezza. Ieri il Maestro ci ha parlato del MEC, ciascuno di noi ha una cartina fisico-politica dell’Europa, per casa dobbiamo guardarla, riconoscere i Paesi del Mec e spiegare il significato di questa sigla. È un compito facilissimo ma in tutta la mattina non riesco a compicciare niente. A scuola c’è il turno di pomeriggio, entriamo alle una e mezzo e usciamo alle cinque, ma abbiamo trovato il portone chiuso con un cartello che diceva: “Per l’interruzione del trasporto pubblico e a motivo delle manifestazioni in atto oggi pomeriggio la scuola rimarrà chiusa”.

Il capitano R. passa da casa sua al volo, per correre di nuovo via. “Siamo tutti mobilitati, in centro è battaglia, è battaglia!” dice –a tutti e a nessuno- mentre la moglie non ce la fa a trattenere Freccia che, preoccupatissima, irrompe nell’ingresso scudisciando la coda e zigzagando frenetica attraverso lo stanzone. “Sono i gas lacrimogeni, lei li sente fin qui dal Centro, e le danno molto noia le sirene… È un animale sensibilissimo”. Freccia viene riacchiappata, anch’io rientro.

“C’è battaglia in Centro, ci sono morti e feriti!” –gridano dalla strada. Mi affaccio infischiandomene del freddo. “Di morti non se ne sa nulla, ci sono decine e decine di feriti, alcuni gravi, e parecchi arrestati” – diceva un’altra voce, più contenuta.

Tanto tempo prima, una sera d’inverno, quando ero piccolo, avrò avuto un anno e mezzo, mio babbo era sbucato in bicicletta in piazza Duomo pedalando in mezzo a una pioggerellina fine fine, e si era inaspettatamente trovato nel pieno di una battaglia tra celerini e manifestanti  con feriti, fumo, eccetera.  Fu arrestato (insieme alla bicicletta, issata anche lei su un gippone)  mentre tentava  di portare al sicuro un dimostrante svenuto, disteso a terra in mezzo ai caroselli delle jeep, e fino alla mattina lo tennero in guardina, poi lo liberarono. La mamma aveva atteso tutta la notte senza notizie.

Questo episodio faceva parte della storia familiare, era stato raccontato tante volte e io vi avevo partecipato con la fantasia. Per questo il giorno dopo, quando lessi sul giornale comprato dalla mamma la cronaca degli avvenimenti, mi accorsi che molte cose le sapevo già perché le avevo sentite o immaginate da solo il giorno prima, quando gridavano dalla strada.

La Galileo, nel quartiere di Rifredi, era una industria storica, molto specializzata, produceva lenti ottiche e apparati di precisione, lo sapevano anche i ragazzi.   La direzione della fabbrica –stando al giornale- si apprestava a licenziare 980 persone, quasi un terzo dell’intera manodopera. Gli operai avevano reagito occupando lo stabilimento. Alle 4 di mattina del 27 gennaio la polizia circonda la fabbrica, gli occupanti sono obbligati a uscire e schedati. La notizia si diffonde molto rapidamente,  Firenze scende in piazza in difesa della “sua” fabbrica. È una delle più impressionanti manifestazioni popolari avvenute in Italia dal dopoguerra, scioperano per solidarietà postini, lavoratori del gas, netturbini, ceramisti, studenti, cortei spontanei si formano nei vari quartieri, accanto agli operai si vedono madri di famiglia,  anziani, ragazzi,  due o tre signore col cappellino, un gruppo di universitari cattolici… Affluiscono in Piazza del Duomo. Scandiscono: LA-VO-RO… LA-VO-RO…!

Ululare di sirene, prima in lontananza, poi sempre più vicino.

Un esercito di agenti e carabinieri con decine di jeep e autocarri, le maschere antigas  a tracolla, circonda il centro. Gli idranti prendono posizione. Qualcuno vorrebbe discutere con i poliziotti: Non siamo delinquenti! VOGLIAMO LAVORARE. Arrestate chi ci ha messo in questa situazione! Immensi getti d’acqua piombano sulla folla, scattano i celerini, biciclette schiacciate dalle jeep, volano sassi, i manganelli colpiscono teste e schiene, l’aria è satura di gas, la folla si disperde, si ricompone in nuovi cortei, è di nuovo lì, ancora sassi, poliziotti che perdono sangue, una camionetta brucia. Senza tregua. Caroselli di camionette. Sparano in aria.

Ad un tratto si apre la porta dell’Arcivescovato, esce monsignor Florit, Vescovo coadiutore, che vuole parlare col Vicequestore per chiedere una tregua delle cariche della polizia. La ottiene, ma per poco. La battaglia finisce solo a tarda sera con moltissimi arrestati e feriti. Ma la città, quel giorno, aveva scelto da che parte stare. Pochi giorni dopo, a Roma, ci fu l’accordo: un nuovo piano industriale che imponeva la riassunzione di 550 lavoratori licenziati e concordava le dimissioni agevolate di 366. I licenziati furono 64. Qualche tempo dopo gli scontri il Capitano R. ebbe un avanzamento di carriera e fu promosso Maggiore, poi cambiarono casa. Freccia, a quanto ne so, rimase sempre bella e senza marito e non vi fu nessuna cucciolata.

 

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