Francesco Londei, ufficiale di P.S.

PREMESSA

di Gianmarco Calore

E’ con estremo piacere che la Redazione di Polizianellastoria pubblica una testimonianza
importantissima sulla figura di Francesco Londei, un grande Ufficiale del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, resa da suo figlio Giampiero.
Oltre a tracciare un profilo umano e professionale di elevatissimo spessore, per la prima volta viene fatta luce su moltissimi aspetti di una delle più gravi vicende che coinvolsero la Polizia italiana e – direttamente – lo stesso Ufficiale: gli scontri di Genova del 30 giugno 1960 nel corso dei quali Francesco Londei fu picchiato e quasi annegato nella fontana di piazza De Ferrari. In particolar modo, con questa testimonianza si vuole evidenziare una volta per tutte l’enorme professionalità dimostrata dalla Polizia, rappresentata quel giorno dagli Uomini del 2° Reparto Celere di Padova: nonostante essi disponessero delle armi di ordinanza perfettamente cariche, nessuno di loro disattese gli ordini ricevuti che avevano imposto di non ricorrere al loro utilizzo in alcun caso, nemmeno per legittima difesa. Con tale testimonianza si vuole quindi smentire categoricamente le varie versioni fornite già all’indomani degli scontri, secondo le quali i Poliziotti furono mandati in piazza con le armi preventivamente fatte scaricare: versione da ritenersi artefatta e voluta al solo scopo di sminuire il valore della Polizia offrendo il destro alla pubblica opinione per considerare questo Corpo una semplice accozzaglia di “manganellatori” senza scrupoli.

Si ringrazia il sig. Giampiero Londei per il materiale testimoniale, fotografico e documentale messo a disposizione.
La Redazione di Polizianellastoria

“Uomo” d’altri tempi ?

di Giampiero Londei

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Come ricordare quello che si ritiene essere stato un vero, grande UOMO, senza correre il rischio di sembrare retorici?

Francesco è nato da una famiglia di contadini a Orsaiola di Urbania, in provincia di Pesaro. E’ stato preso dalle vicende belliche della seconda Guerra Mondiale ed è stato inviato come Ufficiale di Artiglieria in Grecia/Albania e Russia. Si è salvato dall’affondamento della nave che lo trasportava in Albania; è sopravvissuto alla ritirata di Russia ed ha meritato la medaglia di Bronzo al Valor Militare. Ha partecipato come Patriota alla lotta Partigiana nel Veneto ed alla liberazione di Padova. Subito dopo è entrato in Polizia ed ha conosciuto le terribili stagioni del Polesine, di Marghera e di Genova come Ufficiale del II° Reparto Celere di Padova e quella degli attentati alle linee ferroviarie in Trentino A.A, come comandante della Polfer di Verona…I frequenti trasferimenti, ..i sacrifici sopportati e le ristrettezze economiche per mantenere la famiglia in tempi duri ed essere fedele al giuramento di fedeltà allo Stato Italiano..la Laurea in Giurisprudenza conseguita rubando le ore di studio al sonno notturno ..la moglie Dina ..i cinque figli ..gli adorati nipoti ..i parenti e gli amici da amare,aiutare  proteggere! ..Nettuno ..Mestre ..Alessandria ..Macerata ..Venezia ..Agrigento ..Ancona ..Verona..Padova .. Quanti ricordi ancora rievoca la memoria!..

Ha avuto onori ed onorificenze dallo Stato, ma ha sempre conservato un atteggiamento schivo e modesto. Ha vissuto a lungo, circondato dalla venerazione e dall’affetto di tutta la famiglia, dei parenti e degli amici. E’ stato con le parole e con l’esempio, Maestro e Pedagogo per i figli ed i nipoti.. La devozione e la carità cristiana..Le tribolazioni di tanti anni di malattie.. Infine la liberazione dalle sofferenze ed il ritorno alla luce!

Ha sempre amato la sua terra d’origine: le Marche, dalle quali ha ereditato le principali caratteristiche del carattere: la determinazione e la tenacia. E’ stato un Uomo leale. Affettuoso, dolce e comprensivo con tutti quelli che avevano bisogno di un incoraggiamento, un consiglio, un aiuto. Giusto e paziente con tutti. Prudente, cavalleresco e generoso anche coi nemici. Forse è stato un “Uomo di altri tempi” perché ha creduto in Dio, nella Patria, nella Famiglia e nei valori dell’Onestà e della Rettitudine che ha sempre avuto come punti di riferimento assoluti!..

Il più bel regalo ricevuto nella mia vita è stato il biglietto inviatomi da un mio amico, in cui era scritto: ” Non ho mai conosciuto personalmente tuo Papà ma ricordo benissimo che un giorno mentre eri con me a Jesolo, abbiamo incontrato un ex Collaboratore di tuo Padre. La felicità che tu gli hai donato con la tua presenza, ricordandogli tuo padre, era simile a ciò che prova ogni uomo quando ritrova una parte di sé che ha cercato a lungo. Per questo credo che tuo padre sia stato un grande Leader, che ha saputo conquistare con i fatti la fiducia e la stima altrui. Sii fiero di aver avuto un Padre così perché il tuo modo di essere è sicuramente in buona parte frutto del suo esempio”.

Gp.L

 

 

Francesco Londei

Ufficiale del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza

(N. α Urbania 18 maggio 1915 – Ω Padova 16 aprile 2004 )

 

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Un giovanissimo Francesco Londei in uniforme da ufficiale di Artiglieria

 

“… Riaffermando pertanto una decisa intransigenza verso chiunque volesse violare la Legge, o contro il velleitarismo di chiunque volesse ingiustamente la Legge dalla propria parte, esprimo l’augurio che ognuno di noi, ispirandosi ai concetti di Libertà e Giustizia, sappia esaltarsi con un’opera quotidiana di sacrificio e di dedizione alla Patria comune, sempre memore di operare nello Stato di Diritto che è fonte della Legge, tutore della Legge e suddito della Legge, per la costruzione di uno Stato forte e di uno Stato giusto e sia sempre geloso custode dell’inconcusso principio Sub Lege Libertas, perché la vera Libertà fiorisce soltanto nel rispetto della Legge da parte di tutti i Cittadini. ” ( Francesco Londei )

…Prima del 1960

Sono ormai trascorsi più di cinquant’ anni da quell’estate. Non ci pensavo più da chissà quanto tempo… forse una parte di me aveva rimosso i ricordi tristi e con questi aveva fatto sopire anche quelli belli! Poi però qualcosa mi ha fatto tornare alla mente buona parte del film che avevo registrato dentro di me ed ho rivisto con commozione facce e figure di allora; ho rivissuto le atmosfere, le sensazioni, e provato le emozioni di allora!..del periodo di Mestre fino a quel “30 giugno del 1960”..

Prima di allora in famiglia avevamo fatto l’esperienza di una vita molto movimentata a causa dei frequenti trasferimenti di mio padre ( Nettuno, Vicenza, Venezia, Padova, Macerata, Alessandria, etc.) ed avevamo affrontato con gioia le normali (..per allora ! ..) difficoltà che ci venivano imposte da qualche ristrettezza economica ( lo stipendio di un Capitano di Pubblica Sicurezza con a carico moglie e cinque figli non era certamente esaltante e tale da consentire a mamma di arrivare sempre alla fine del mese!).

Cominciavamo a percepire intorno a noi i segni tangibili del benessere economico che si diffondeva, anche se noi ne eravamo in buona parte esclusi. Papà continuava a sognare il giorno in cui si sarebbe potuto comperare la “macchina”; mamma con poco cambiava di umore e per tornare ad essere allegra le era sufficiente qualche piccola attenzione di papà, andare al cinema o fare qualche gita con lui; i miei fratelli ed io eravamo invece, come dire (?)…piuttosto vivaci e alla fine, la vera preoccupazione di mamma era sempre che stessimo tutti bene!

Eravamo ormai a Mestre da circa quattro anni e “avevamo una stanza fissa in ospedale..”, come papà raccontava a tutti, negli anni successivi, quando parlava scherzando di quel periodo. In quegli anni, gli inverni erano lunghi e freddi, ci si riscaldava (si fa per dire) con un’unica stufa a carbone situata nel corridoio dell’appartamento di servizio, nella caserma “Caposile” di Viale Garibaldi. Solo nell’anno 1959 era stato installato il termosifone a carbone, cosicché potevamo finalmente godere di un ragionevole tepore in tutti gli ambienti!

Mamma usava ancora la bombola del gas per cucinare ed il pollo era il “piatto” della festa! Ancora non avevamo la televisione e per vederla, dovevamo andare in casa di amici o nella “sala ritrovo” della caserma dove abitavamo. Tutto sommato ci bastava e ci accontentavamo: avevamo imparato a far “di necessità virtù”.

Provvedeva a movimentare le giornate della nostra adoscenza-infanzia (mie, di mia sorella e dei miei fratelli) il mitico Jack ( il terribile cane “boxer” tigrato che riconosceva ed amava le divise dei “Celerini”..mentre si infuriava quando incontrava i Carabinieri! ), che ringhiava spesso per difendere la sua ciotola dalle petulanti incursioni del mio fratellino Maurizio o si installava sulla poltrona dell’ufficio di papà di dove non consentiva più a nessuno di avvicinarsi…

C’era poi il maresciallo Menegazzo che sovrintendeva all’addestramento delle reclute nel cortile…, e c’era l’infermeria – che d’inverno era ben riscaldata e dove mi piaceva moltissimo andare a dormire quando potevo -… con la rassicurante presenza di Zaninelli, l’infermiere, che provvedeva, quand’era il caso, a medicarci le ferite più leggere o ad accompagnarci in ospedale quando invece stavamo male sul serio!… e poi c’erano i materassi stesi per terra o i letti dove si dormiva “uno a capo e l’altro ai piedi” quando proprio non potevamo fare e/o offrire qualcosa di più e/o di meglio per ospitare tutti i parenti che venivano a trovarci…… e il via vai, delle Guardie e dei collaboratori di papà, degli amici e dei conoscenti che immancabilmente sempre, se passavano per casa nostra quando stavamo per metterci a tavola, erano costretti a trattenersi con noi, perché papà li obbligava a dividere con noi “quel che c’era”, perlopiù incurante delle occhiate imploranti ( o fulminanti? ) di mamma, che non sapeva più come fare a dividere “quel che c’era” anche con gli ospiti inattesi, per quanto graditi…

Qualche volta papà ci raccontava della sua infanzia nella vecchia casa di Orsaiola; di quanto fosse stimato da tutti suo padre Pietro; del suo grande amore per la mamma Giambattista Talozzi e di come lei lo “coccolasse” quand’era piccolo e facesse finta di non accorgersi quando la seguiva nello stanzino dei formaggi..; degli zii Don Giuseppe e Don Nicola e di come lo avessero assistito moralmente e materialmente; dei suoi primi studi in seminario; del collegio di Città di Castello; di Fano; di Pesaro; della Scuola Allievi Ufficiali e di quante volte era stato punito con la privazione della libera uscita perché non riusciva mai a sistemare bene la coperta sotto la sella del cavallo ( lui era piuttosto basso ed il cavallo altissimo!..); della Guerra; dell’Albania; dell’affondamento della nave che lo trasportava nel porto di Valona; del fratello Giuseppe, Brigadiere dei Carabinieri ucciso in un imboscata dei partigiani Yugoslavi in Istria; del padre morto sotto il bombardamento di Urbania da parte degli “Alleati”; del fratello Vincenzo, sergente dell’Esercito, fucilato dai fascisti a Urbino; di quand’era stato Portaordini Divisionale e delle volte che in motocicletta era riuscito a superare indenne le imboscate tesegli dai partigiani russi..; del freddo..; dei topi nei ricoveri sotterranei..; di quando era stato rilevato da un osservatorio avanzato di artiglieria, giusto in tempo per salvarsi la vita, perché appena allontanatosi di qualche metro, questo venne centrato da un colpo di mortaio..; o quando ancora la sua batteria era stata accerchiata in Russia e si erano dovuti difendere sparando ad “alzo zero” coi “105/28” contro i famigerati carri armati sovietici “Stalin”..; della ritirata dal Don..; della meravigliosa e generosa gente russa che lo aveva prima salvato dal congelamento e poi nascosto, sfamato e aiutato lungo tutta la faticosa strada del rientro..; dell’incontro con quella che sarebbe diventata mia madre..; degli spostamenti in bicicletta tra Padova e Scorzè, quando per sfuggire ai mitragliamenti di “Pippo” dovevano gettarsi nei fossi lungo la strada..; della gente salvata a Padova dai fascisti prima e dai partigiani poi…

Non ci rendevamo conto della realtà e dell’enormità dei tanti fatti che ci raccontava: lo ascoltavamo rapiti, come se si trattasse della trama di un film o di un romanzo d’avventure! Non gli prestavamo forse – ora me ne rendo conto e me ne rammarico moltissimo – tutta la dovuta attenzione per saperne di più di anni ormai così lontani e conoscere meglio l’Uomo che era mio padre…

Era poi entrato in Polizia in tempi difficilissimi per l’Italia, nell’immediato dopoguerra, quando era ancora tutto da ricostruire, compresi i rapporti tra gli italiani. Era convinto che l’Onestà, l’Intelligenza e la Buona Volontà di tutti avrebbero consegnato alle generazioni future un Paese migliore, più giusto e più sicuro, nel quale poter vivere tutti, finalmente in pace.

Ci raccontava anche, con una nota di compiaciuta ironia, che finita la guerra aveva ritenuto di servire la Repubblica arruolandosi in Polizia ed era toccato proprio a Lui, che non era poi così alto (solo m. 1,67 !), di essere inviato al II° Reparto Celere di Padova, dove tutti dovevano essere invece particolarmente alti, atletici e fisicamente prestanti.. ( ma non così tanto da offuscare, sovrastandolo, la figura del maggiore Genco, allora Comandante del Reparto! ).

Ascoltavamo estasiati quando ci diceva di quello che aveva fatto coi “suoi” uomini per portare soccorso alle popolazioni alluvionate del Polesine o durante i gelidi inverni di allora a quelle rimaste isolate dalla neve nelle montagne del nord-est o degli Appennini.. Ci diceva anche che la professionalità, la saldezza dei suoi uomini ed il buon senso avevano sempre evitato che in Servizio d’ordine Pubblico il II° Reparto Celere dovesse ricorrere alle armi, nonostante l’asprezza di certe situazioni, forse anche perché i suoi uomini venivano formati ad una “scuola” dove si insegnavano i valori della dignità delle persone e della vita umana!

Eravamo fieri di nostro padre, perché lui andava fiero del proprio lavoro. Tanto fiero, che quando dovette decidere – dopo aver concluso il tirocinio – se intraprendere la carriera di Notaio, vi rinunciò contro il parere di mamma che a quel punto finalmente intravedeva la possibilità di una vita agiata e tranquilla, perché, per guadagnare di più, papà diceva di non sentirsela di venire meno ai suoi principi !

Sosteneva che non sarebbe stato “dignitoso” lasciare il Servizio solo per poter avere una vita più tranquilla e per guadagnare di più. Diceva che così sarebbe stato come tradire lo Stato ed i “suoi” uomini del II° Celere.

Dal 30 giugno 1960 in poi, mia mamma, mia sorella Graziella ed io (gli altri tre fratelli erano ancora troppo piccoli per capire gli avvenimenti di allora), provammo però cosa significa avere paura del futuro: per la possibilità che una volta o l’altra avremmo anche potuto non vederlo più ritornare!

Credo che a papà di quel giorno sia rimasta invece la delusione per l’odio che aveva visto esplodere e forse il dubbio di essere stato tradito dai giochi della politica! Proprio a Lui che si era sempre considerato un umile servitore dello Stato e che aveva sempre anteposto gli Ideali dell’Onestà, della Lealtà, del Dovere, dell’Etica nel “potere” e nel “comando”, della Giustizia e dell’assoluto “Rispetto della Legge” a qualsiasi altro interesse!

 

La “Pubblica Sicurezza” negli anni “Sessanta”

Proteggere lo Stato ed i Cittadini dai pericoli e dalle aggressioni interne ed esterne, far rispettare la Legge, difendere, ristabilire e mantenere l’ordine pubblico erano i compiti fondamentali dei Reparti di Pubblica Sicurezza, sopratutto dei reparti “Celere” e “Mobile”.

Erano quindi frequenti i loro interventi in soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali, e quelli di “Ordine Pubblico”. Fortunatamente non ci fu invece mai la necessità di utilizzare i Reparti Mobili e Celeri, nell’ altro compito fondamentale che era stato loro affidato e per il quale erano stati armati ed addestrati: quello di intervenire in caso di conflitto, come reparti “controguerriglia” ed “antisabotaggio” e di primo impiego anti-sbarco aereo o navale, per consentire all’Esercito di mobilitarsi e dispiegarsi.

Allora si temeva un’aggressione da Est, dalla parte dell’ex-Jugoslavia ed infatti la maggior parte delle nostre truppe (fanterie d’arresto e reparti corazzati) era schierata a difesa del Fruli V.G. e del Veneto.

Vale la pena di ricordare che dal 1943 fino alla “riforma” del 1981, la Polizia Italiana aveva una strana, complicata struttura.

Per semplificare si può dire che esistevano due figure di Poliziotti: quelli “in divisa” ( posti alle dipendenze del Ministero degli Interni e del Ministero della Difesa), che portavano le “stellette”, erano “militarizzati” a tutti gli effetti ed erano inquadrati da propri Ufficiali e Sottufficiali.

Di questi, quelli che venivano “distaccati” presso le Questure ed i Commissariati, potevano svolgere i loro servizi anche in abito borghese.

I cosiddetti “questurini” erano dunque costituiti dalle consistenti aliquote di Agenti con le “stellette”, distaccati presso le Questure ed i Commissariati, a disposizione dei Questori e dei loro Funzionari (vice-questori, commissari, vice-commissari, etc.) che riportavano invece al solo Ministero degli Interni.

Per semplicità si può dire che a decidere i servizi, l’entità e la qualità degli interventi di Ordine Pubblico erano di fatto i Questori o i loro funzionari, mentre la successiva responsabilità operativa veniva rilevata per “competenza” dagli ufficiali e sottufficiali in divisa che subentravano nella conduzione “tecnica” degli Agenti fatti intervenire . Si potrà anche dire che le Questure avevano la responsabilità politica degli interventi dei Reparti, mentre gli ufficiali ed i sottufficiali quella tecnico/operativa per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalle Questure.

 

Il “Reparto Celere”

 

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Al centro, il Capitano Londei

 

I “celerini” avevano dunque gradi militari ( come i loro colleghi dei reparti “Mobile” ), ed oltre a strumenti ed addestramento specifici per i compiti di polizia, disponevano di equipaggiamento ed armamento come i migliori reparti leggeri dell’Esercito, sul modello dei quali si strutturavano in sezioni, squadre, plotoni, compagnie, battaglioni, etc. e coi quali spesso si esercitavano.

Erano quindi dotati di compagnie “blindate” ( prevalentemente su “Staghound” ) ed oltre alle armi individuali disponevano anche di armi da “guerra”, come mortai, fucili mitragliatori, mitragliatrici pesanti. La Compagnia del II° Reparto Celere di Padova, distaccata a Mestre, era stata dotata di mitragliere da 20 mm. , installate sui gipponi, chiaramente in funzione di difesa antiaerea e anti-sbarco aereo e navale.

Alle dirette dipendenze del Capo della Polizia, i Reparti Celere inizialmente erano tre: a Roma, Padova e Milano.

Nei primi anni della ricostruzione si muovevano per lo più a bordo di jeep, campagnole ed autocarri leggeri. Celebri le Willys Jeep, le Fiat AR e gli OM CL 52 divenuti il simbolo delle “cariche” durante gli scontri di piazza nei primi anni del dopoguerra , fino al 1968.

Utilizzavano in servizio, i classici sfollagente in gomma, i “candelotti lacrimogeni” e le “catenelle” ( o manette, usate per bloccare e mettere gli arrestati in condizione di non nuocere ).

Per la difesa individuale erano dotati di elmetto, di pistola Beretta 7,65 e di mitra, mentre per la difesa di gruppo si affidavano alla sola protezione degli “idranti” (autobotti con torrette dotate di idrogetti) , alla sincronizzazione dei movimenti dei singoli ed al sapiente, efficiente coordinamento del gioco di squadra…

L’armamento pesante, tipico dell’Esercito, usciva dalle caserme solo per le esercitazioni militari e di tiro e da dopo i primi anni del ’50, non venne mai usato per i servizi di Ordine Pubblico.

 

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Papà alle esercitazioni di tiro

 

Trovandosi perlopiù ad essere impiegati in un rapporto numerico decisamente sfavorevole rispetto ai dimostranti, potevano contare solo sulla disciplina, sulla “decisione” e la rapidità del loro intervento.

Mancavano assolutamente di scudi, di elmetti a protezione totale (con visiera, mentoniera, paranuca), di tute imbottite e rinforzate, di guanti rinforzati, di corpetti antiproiettile e di qualsiasi altro tipo di “protezione” individuale, fatta eccezione per gli occhiali antilacrimogeni.

Le comunicazioni ( allora non si sapeva nemmeno cosa potessero essere i telefoni cellulari o gli apparecchi satellitari! ) erano affidate a sporadici apparecchi ricetrasmittenti individuali e ad ingombranti apparati montati su qualche automezzo, la cui tecnologia era approssimativamente ancora quella della seconda guerra mondiale.

Le “Campagnole” ed i “Gipponi” erano i mezzi prevalentemente utilizzati dal Reparto Celere per i servizi d’ordine pubblico, ma ne esistevano anche diversi altri, per il trasporto e la logistica ( furgoni, camion, motociclette, etc. ), oltre agli equipaggiamenti per soccorrere con efficacia le popolazioni colpite da calamità naturali (cucine da campo, tende, etc.).

Alla fine degli anni “sessanta” la Celere venne organizzata, fino al 1976, in quattro raggruppamenti, nati dalla trasformazione dei tre reparti originari (di Roma, Padova e Milano) con l’aggiunta di quello di Napoli.

Successivamente anche i Reparti Mobili furono riorganizzati in Reparti Celere, ma nel 1985 assumeranno di nuovo la vecchia denominazione.

I “celerini” sono diventati, con le loro divise, un’icona degli anni duri delle contestazioni, ma anche una presenza costante nel soccorso alla gente in difficoltà. A Padova era dislocato il II° Reparto Celere, comandato dal maggiore Gaetano Genco.

 

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Papà e il maggiore Gaetano Genco

 

Questi era un Ufficiale dotato di grande carisma e di una “leadership” naturale, con uno straordinario senso della giustizia e della dignità umana e professionale. Non accettava dai suoi uomini metodi brutali e scorretti in Servizio d’Ordine Pubblico. (.. Basti l’esempio di quando a Genova, il 30 giugno 1960, rimproverò aspramente un suo Agente, (Palumbo, da me intervistato ormai anni fa – che ancora ricordava commosso l’episodio -),che appena colpito da una pietra, l’aveva raccolta e stava per rilanciarla contro chi gliela aveva scagliata contro!.. Palumbo ricordava le parole del suo Comandante: ”Vergognati!..il II° Celere non usa sistemi da teppisti!”..).

Pretendeva che gli autisti fossero abili ed attenti a non produrre alcun danno o quanto meno a produrre il minor danno possibile alle cose ed alle persone, quando gli automezzi venivano lanciati nei “caroselli”.

I criteri di ammissione al II° Reparto Celere erano molto restrittivi: oltre a caratteristiche fisiche atletiche (famose le Fiamme Oro di Padova!) e di resistenza alla fatica, venivano ritenuti idonei solo coloro che dimostravano di possedere carattere saldo ed equilibrato, onestà e lealtà verso lo Stato e le sue Istituzioni.

La condivisione dei pericoli e delle fatiche, la necessità di fidarsi dei colleghi ai quali veniva affidata in una sorta di reciproco impegno, la propria sicurezza, e la consapevolezza di svolgere un lavoro per lo “Stato”, aveva sviluppato uno straordinario senso di appartenenza ed un elevatissimo spirito di “Corpo”.

 

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Papà, il brig. Civello, il ten. Milani e ..?..

 

L’addestramento era severo e particolarmente curato, in aula e sul “campo”. La disciplina era “ferrea” in servizio. Fuori servizio i rapporti gerarchici erano invece meno convenzionali e formali, al punto che molti consideravano il “reparto” come la loro grande “famiglia”.

 

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Il brig. Civello, il mar.llo ..?, Papà, Piemonte, il mar.llo Menegazzo, il brig. Bonomo e …

 

Il Reparto era divenuto un modello di efficienza e di efficacia. Aveva anche saputo darsi un gruppo sportivo “Fiamme Oro” di prim’ordine, in grado di esprimere atleti di livello internazionale, ed una squadra di Rugby ai massimi livelli italiani, per molti anni..

Forse proprio l’efficienza e l’efficacia in Ordine Pubblico lo avevano reso impopolare presso i manifestanti che lo avevano fronteggiato, quando era stato schierato ed impiegato in servizio di O.P.-

L’efficienza, l’efficacia e l’umanità dei suoi uomini lo resero però caro in particolare alle popolazioni del Polesine quando si mobilitò ( diverse volte ) per portare loro soccorso a causa delle ricorrenti esondazioni del Po. Altrettanto validi ed apprezzati erano gli interventi in ogni altro tipo di calamità naturale (ad es. agli abitanti di frazioni alpine o appenniniche rimaste isolate dalla neve).

Il Comando del II° Reparto Celere era a Padova, dove era anche dislocato il maggior numero di uomini ed i servizi.

Il capitano Francesco Londei ( mio padre ), vi aveva ricoperto vari incarichi, come ad esempio quello di Responsabile degli Automezzi. Cosa non da poco, nonostante il gravoso impegno dei Servizi e la famiglia composta da moglie e tre figli, era anche riuscito a completare gli studi di Legge ed a laurearsi in Giurisprudenza a Urbino!.. finché nel 1956 non fu inviato a comandare la Compagnia distaccata a Mestre ( VE ) .

 

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Natale 1956 a Mestre: Papà, Giorgio, il ten. Milani e Signora, Zia Ada C., Giampiero,Nonna Maddalena Dal Martello C. e Nonno Salvatore Cocco, Mamma Dina, il mar.llo Callegaris e Signora, Graziella .

 

Nacquero a Mestre i miei fratelli Maurizio e Salvatore ( rispettivamente nel ’57 e nel ’58 ) e si arrivò al fatidico giugno del 1960…

Papà aveva allora quarantacinque anni e Mamma quaranta, mia sorella Graziella ne aveva undici e mio fratello Giorgio sette.

Mio padre in quei giorni si trovava a Roma, a frequentare il corso per diventare Ufficiale Superiore ( Maggiore ), quando gli giunse l’ordine di ricongiungersi a Genova con la sua Compagnia di Mestre e con buona parte dell’intero Reparto di Padova, che erano già sul posto: obbedì, anche questa volta, senza sospettare neanche lontanamente che gli sarebbe toccato di rischiare la vita, come in Guerra, ma peggio: la sua vita sarebbe stata messa in pericolo da cittadini italiani e non da nemici esterni!

 

1960

La Situazione Socio-economica

L’Italia ha 50.045.00 abitanti; di questi lavorano 19.367.000 (38,7 %), mentre i non attivi sono 30.678.000 ( 61,3 %). Il 38,7%, corrispondente alla popolazione attiva, è così ripartito: in Agricoltura il 29,1%, nell’Industria il 40,6%, nei Servizi il 30,3 % .

Per la prima volta l’industria e i servizi superano l’agricoltura.

Lo stipendio di un operaio è di circa £. 50.000 ( di £. 30.000 quello di un contadino, meno di £. 15.000 quello di una mondina).

Il costo di un Quotidiano (giornale) è di £. 30. Il biglietto del Tram costa £. 35, una tazzina di caffè £. 50, il pane £. 140 al kg., il latte £. 90 al litro, il vino £. 130 al litro, la pasta £. 200 al kg., il riso £. 175 al kg., la carne di manzo £. 1.400, lo zucchero £. 245 al kg., la benzina £. 120 al litro, 1 grammo di Oro costa £. 835 e un giorno di pensione –tutto compreso- a Rimini costa lire 600 (da Annuario Enit).

Un agente di Pubblica Sicurezza percepisce uno stipendio inferiore a £. 50.000 al mese. Un sottufficiale di Pubblica Sicurezza con moglie e tre figli a carico, arriva a circa £. 80.000 mensili. Un capitano di Pubblica Sicurezza con quindici anni di anzianità e con moglie e cinque figli a carico, guadagna circa £. 120.000 mensili.

E’ l’anno del “Miracolo Economico”. Gli addetti all’industria hanno già superato da un paio di anni gli addetti all’agricoltura, che continuano a diminuire.

E’ anche l’anno del PIL più alto della storia d’Italia. Nel 1958 era già cresciuto del + 5,3; nel 1959 era arrivato al + 6,6; quest’anno si accinge a raggiungere il + 8,3.

Siamo al culmine del “miracolo economico”.

Il fenomeno della migrazione interna è al massimo e provoca nel Sud squilibri demografici epocali. Ormai sono milioni le persone che si sono spostate, prevalentemente in “età da lavoro”, com’è ovvio. Si depauperano così le zone da cui provengono, di grandi risorse umane: le moltitudini di persone in età “da lavoro” che sono emigrate, hanno abbandonato le campagne ai vecchi ed hanno spopolato paesi, per raggiungere il triangolo industriale del Nord o la capitale, o anche il centro e il nord Europa.

La scolarità aumenta, molti ambiscono all’impiego fisso. Il posto da “statale” è considerato un privilegio, per ottenere il quale si accetta ben volentieri la bassa retribuzione. Molti giovani del Sud si arruolano nelle Forze di Polizia e nei Carabinieri.

La seconda guerra mondiale è finita da circa quindici anni, ma i ricordi delle ingiustizie, delle offese e delle sofferenze patiti sono ancora brucianti in gran parte della popolazione ed il rancore non si è affatto spento.

Molti stanno acquisendo un benessere mai conosciuto prima: cominciano i “consumi”, si diffondono i frigoriferi , i televisori e le automobili. Aumentano le tensioni sociali e sindacali per la rincorsa a sempre maggiori conquiste economiche e normative a tutela dei lavoratori. Gli esclusi dal benessere che comincia a dilagare, sono però ancora troppi e quindi aumentano le tensioni sociali…

Si sono formati due blocchi mondiali contrapposti: l’ “Occidente” con gli U.S.A. da una parte, la “Cortina di Ferro” ed il “blocco” dei paesi comunisti dell’Est, con l’U.R.S.S., dall’altra.

Il P.C.I. ancora non si è affrancato dall’egemonia politica e culturale dell’Unione Sovietica.

Alle nostre frontiere orientali, abbiamo Tito, figura piuttosto inquietante, che nel ’47 ha ottenuto di poter estendere i confini della Jugoslavia fino a far correre la linea di frontiera all’interno della città di Gorizia e privato Trieste di tutti i territori circostanti. I Comunisti italiani definiscono “fascisti” i profughi giuliano-dalmati e non vogliono che si parli delle Foibe…

“Glasnost” e “Perestrojka” sono ancora lontane, i “gulag” e la Siberia sono tristemente noti, anche se Solgenitsin non è ancora diventato famoso!..

Siamo in piena “Guerra Fredda”. In Italia il P.C.I. è un partito che teorizza la “Dittatura del proletariato” e legittima l’ideologia della rivoluzione armata della presa del potere da parte delle masse operaie e proletarie.

Nell’immediato dopo guerra, in occasione dell’attentato a Togliatti, ha già dato prova di possedere una solida organizzazione paramilitare e militare, non ancora smantellata.

Il M.S.I. non si rifà apertamente all’ideologia fascista ( perché non avrebbe potuto in tal caso essere legittimato come Partito, in quanto la Costituzione Italiana vieta la riorganizzazione e ricostituzione del partito fascista), ma è anche restio a rinnegarla del tutto e molti dei suoi iscritti non nascondono le loro simpatie…

Va inoltre rlevato che nel “1960” non esisteva una radicata cultura del dialogo democratico e della ricerca della convivenza pacifica con gli avversari politici, come oggi. Le ideologie contrapposte potevano facilmente sfociare in scontri, non sempre verbali… il pacifismo era poi un concetto astruso, ignoto alla maggior parte delle Nazioni. La tendenza, senza che nessuno se ne meravigliasse, era quella di risolvere le questioni interne ed internazionali, facendo perlopiù ricorso alla forza.

In questo contesto le Forze dell’Ordine, avevano l’obbligo di essere fedeli allo Stato ed alle sue Istituzioni. Troppo spesso sono state però pretestuosamente accusate dall’opposizione di “complicità” ed “asservimento” alle forze politiche della maggioranza, che formavano il Governo, e perciò odiate e contrastate come fossero le milizie occupanti di uno Stato straniero.

Finché il PCI e le forze di sinistra in genere non entreranno nella formazione dei Governi, la Polizia ed i Carabinieri verranno accusati di ogni iniquità e fatti oggetto delle accuse e delle offese più feroci e volgari.

Nel 1960 molti di questi fattori concorrono a determinare i fatti di Genova.
Il PCI mobilita per l’occasione tutta la propria disciplinatissima organizzazione ed il proprio apparato militare, la cui spina dorsale è ancora costituita dagli ancora relativamente giovani ( la II^ Guerra mondiale è terminata da appena quindici anni! ) ex-partigiani combattenti dell’ANPI ancora in possesso di tutte le tecniche organizzative della guerriglia e del combattimento. .

Nella massa dei dimostranti confluiscono però anche i soliti teppisti ed incontrollabili violenti.

A tuttociò si aggiungano poi i comizi oceanici durante i quali noti uomini politici e della Resistenza infiammarono gli animi con parole di fuoco e ci si può rendere conto dell’atmosfera di quei giorni. Gli incidenti e gli scontri furono forse cercati come pretesto per conseguire qualcosa di ben più grave e furono sul punto di riuscirci. Chissà se come si è detto da parte di qualcuno, il II° Celere venne veramente dato in pasto alla folla, mentre i Carabinieri furono volutamente tenuti fuori della mischia. Sta di fatto che a quanto pare, a giudicare dai fatti, il Reparto venne inspiegabilmente lasciato massacrare. La sua saldezza morale e la sua tenuta fecero in modo che obbedisse agli ordini ricevuti, fino alle estreme conseguenze. Si sacrificò infatti senza senza mai usare le armi, vanificando forse le speranze di chi si aspettava una reazione tale da giustificare l’insurrezione armata e la Rivoluzione.

..o quanto meno servì a disinnescare il detonatore e diede la possibilità ai “politici” di discutere nuovi, significativi e più soddisfacenti accordi.

Lo Stato aveva fatto confluire per presidiare la città e mantenere l’ordine, ingenti forze di Polizia, Carabinieri , Guardie di Finanza e aveva anche allertato e consegnato nelle caserme, l’Esercito. Gli scontri, furono però in buona parte sostenuti dal solo II° Reparto Celere di Padova, descritto dai manifestanti come il reparto d’ “elite” della Polizia, o definito anche, in maniera spregiativa, il reparto dei “manganellatori”, con evidente riferimento al fatto che nei servizi di ordine pubblico i suoi agenti usavano lo sfollagente di gomma di cui erano dotati. La definizione di “manganellatori” pareva coniata apposta per porre immediatamente in risalto, per associazione mentale, l’analogia con i “manganelli” usati dagli squadristi fascisti e rendere facile ed immediata l’identificazione, nell’immaginario collettivo, dei “celerini” coi “ fascisti ” e giustificare l’odio nei loro confronti: gli insulti più frequenti e sprezzanti , gridati agli agenti di polizia erano infatti: “fascisti” e “venduti”.

Chiaramente non si voleva riconoscere che in questo Reparto, come nell’intera Società, c’erano padri di famiglia e ragazzi (in buona parte provenienti dal sud), che non prestavano affatto servizio per “ideologia” politica, ma solo per guadagnarsi lo stipendio (esiguo) con un lavoro duro e rischioso, fieri semmai solo di essere al servizio della collettività e dello Stato Italiano, che forse in quella circostanza non li difese sufficientemente, o arrivò addirittura a trattarli come merce di scambio o “carne da macello”.

 

La situazione Politica

Il partito comunista e quello socialista sono stati sempre esclusi dal Governo del Paese ed hanno sempre attuato una dura politica di contestazione ed opposizione.

Da parte della corrente di sinistra della DC ( Fanfani e Moro ), cominciano a prospettarsi timide “aperture” che potrebbero lasciar intendere come possibile in un prossimo futuro, la formazione di un governo di centro-sinistra.

Il 1960 è l’anno in cui iniziano le grandi proteste per chiedere aumenti salariali e sussidi per la disoccupazione e nonostante il “miracolo economico” e la guerra ormai finita da circa quindici anni, rispuntano nelle piazze gli estremismi di destra e di sinistra, segno evidente di cupi malesseri e di odi profondi, ancora non superati .

Nei due anni precedenti in Italia hanno governato: Fanfani (1.07.1958 – 26.01.1959); Coalizione politica: DC, PSDI; Durata (giorni): 209; Giorni di crisi: 20 e Segni (15.02.1959 – 24.02.1960); Coalizione politica: monocolore DC; Durata (giorni): 374; Giorni di crisi: 30.-

 

Fatti di Cronaca del 1960

07 GENNAIO – L’Osservatore romano disapprova il dialogo dei democristiani con i socialisti

che il cardinale OTTAVIANI definisce “novelli anticristi”.

29 GENNAIO – I Comunisti si riuniscono a congresso: ENRICO BERLINGUER sostituisce GIORGIO AMENDOLA ed offre il proprio appoggio ad una nuova possibile maggioranza. I punti essenziali del programma sono: libertà sindacali, riforma

della scuola, sostegno dell’occupazione, nazionalizzazione dell’energia elettrica.

05 FEBBRAIO – Sconcerto negli ambienti ecclesiastici e nella stessa DC per il viaggio di GRONCHI in Russia. Il presidente della Repubblica è un sostenitore della distensione internazionale e della coesistenza pacifica. Sostiene che “nessun progresso è possibile senza la partecipazione delle masse lavoratrici e dei ceti medi”.

Proprio per queste idee, alla sua elezione c’è stata qualche opposizione nella segreteria del suo stesso partito, ma alla fine viene eletto con l’apporto decisivo dei voti della sinistra.

Il viaggio è organizzato e preparato con cura da ENRICO MATTEI che in Russia cerca spregiudicatamente di ottenere contratti a prezzi più bassi per il fabbisogno petrolifero e metanifero dell’Italia, scavalcando le compagnie petrolifere americane.

10 FEBBRAIO – La censura si abbatte sul film che FEDERICO FELLINI ha presentato a Roma: La dolce vita. L’Osservatore romano invita la magistratura a intervenire contro questo film che propaganda il vizio e che infanga e oltraggia Roma, la città della cristianità.

24 FEBRAIO – Dopo un attacco al governo di cui fa parte, MALAGODI (PLI), si rivolge alla maggioranza e polemizza per gli approcci che la DC sta facendo a sinistra. Polemicamente esce dal governo mettendolo in crisi.

06 MARZO – Grave crisi anche in casa PRI. Vince la linea di UGO LA MALFA che vorrebbe un governo tripartito DC, PRI, PSDI con un eventuale appoggio del PSI. Non è d’accordo PACCIARDI, che minaccia una scissione dentro il partito se si chiede l’appoggio dei socialisti.

25 MARZO – Si dimettono tre ministri: PASTORE, BO e SULLO…ed è crisi di Governo.

26 MARZO – Viene dato a Segni l’incarico di formare il nuovo Governo, ma le consultazioni falliscono.

08 APRILE – E’ la volta di Tambroni che ne presenta uno, monocolore, ed ottiene la fiducia con 300 sì, contro 293 voti contrari .

Scoppia la polemica: per consentire la formazione del Governo, ai voti della DC, si sono aggiunti quelli del MSI. Pare prendere corpo il sospetto che la DC abbia preferito allearsi con la destra esponendosi così al rischio di dover legittimare l’ MSI e dare al Paese una deriva “fascista”. Prende corpo anche l’ipotesi che la Chiesa si sia schierata con la destra.

Nel nuovo governo Tambroni, troviamo ANGELINI, BO, ANDREOTTI, GONELLA, TAVIANI, MEDICI, RUMOR, SULLO, COLOMBO, ZACCAGNINI, AGGRADI, TUPINI, PASTORE, etc. .-

Sorgono le prime polemiche in casa DC; qualcuno ( tra quelli messi da parte e senza incarichi) afferma essere questo governo “in contrasto con le intenzioni e le finalità politiche della DC”.

Le polemiche sono così roventi che Tambroni appare subito sfiduciato e rimette il mandato al Capo dello Stato, ma Gronchi le respinge.

Tambroni otterrà la fiducia anche in Senato il 29 aprile con 128 si’ (sempre con il solo appoggio della destra) e 110 no.

8 MAGGIO – Si verifica a Bari un significativo episodio di intolleranza politica. L’Arcivescovo vieta di partecipare alle celebrazioni del Patrono della città “San Nicola”, sia al sindaco che all’intera giunta di sinistra, appellandosi per l’occasione al decreto di scomunica del sant’Uffizio del 1 luglio del 1949. La protesta ora non si leva solo dalla sinistra ma anche da alcuni cattolici vicini alla sinistra.

18 MAGGIO – L’Osservatore Romano, scende in campo e richiama all’ordine i politici cattolici. Il richiamo è duro e forte. La nota del giornale vaticano porta il titolo “Punti fermi”, ed esprime l’opposizione della Chiesa a una collaborazione fra DC e PSI.

20 MAGGIO – Al Festival cinematografico di Cannes “La dolce vita” di Federico Fellini vince la “palma d’oro”.

21 MAGGIO – In questo nuovo clima politico, a Bologna, un altro episodio significativo. Giancarlo Paietta viene interrotto da un commissario di PS che vuol far sciogliere il comizio, mentre dal palco degli oratori critica il governo. Si accendono dure proteste, poi tumulti, scontri, cariche della polizia. Terminati gli scontri, si contano dieci arrestati che vengono subito processati per direttissima e condannati a un anno di carcere.

22 MAGGIO – La DC, nonostante tante polemiche, decide di mantenere in carica il governo TAMBRONI fino alle elezioni amministrative fissate in ottobre.

15 GIUGNO – Viene resa pubblica una lettera del ministro dello spettacolo TUPINI (DC), con la quale il ministro avverte che la censura sarà drastica con tutti i film “a soggetti scandalosi e morbosi, negativi per la formazione della coscienza civile degli italiani”.

Il ministro cita come esempio di indegnità il film di Fellini “che sta buttando un’ombra calunniosa sulla popolazione romana e sulla dignità della stessa capitale d’Italia e del cattolicesimo”.

A Milano viene negato a LUCHINO VISCONTI di girare all’Idroscalo alcune scene all’aperto del suo film Rocco e i suoi fratelli.

A Genova la camera del lavoro chiede di vietare il congresso nazionale del MSI, in programma per il 2 Luglio. Si mobilitano le organizzazioni di partito, quelle Sindacali e le associazioni partigiane.

25 GIUGNO – Si sostiene che con lo spostamento a destra del governo, gli ex-fascisti potranno ricompattarsi e tornare ad essere protagonisti della vita politica.

Ad aggravare i timori e la rabbia, si diffonde anche la notizia che al prefetto di Genova, Emanuele Basile – mai rimosso dalla sua carica in quindici anni, pur essendo stato prefetto della città durante il periodo della Repubblica Sociale, e secondo alcune voci, responsabile di arresti e torture di uomini della Resistenza – sia stata offerta la presidenza onoraria del congresso nazionale che il MSI ha chiesto alle autorità di poter tenere a Genova il 2 di luglio.

Nella città di Genova si organizza la rivolta: vengono indette manifestazioni di protesta contro il preannunciato congresso, dichiarato “una provocazione”, da parte dei partigiani dell’ANPI e delle organizzazioni politiche di sinistra.

Il PCI, il PSI, il PSDI, il PRI ora compattati, si organizzano per le manifestazioni di protesta in piazza.

28 GIUGNO – A Genova si svolge una manifestazione di protesta contro il Prefetto, accusato di aver dato il consenso allo svolgimento del Congresso del MSI ed attuato così quello che viene ritenuto lo “scempio di una democrazia che ha lottato contro il fascismo”.

Sandro Pertini, in un Comizio, infiamma gli animi, invocando il rispetto della norma costituzionale che vieta la ricostituzione del partito fascista.

Dopo che i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale , ex-capi partigiani formano drappelli per presidiare i monumenti dei loro compagni caduti nella liberazione. E tutto si svolge in un clima da guerra civile, che può scoppiare da un momento all’altro, tanto è alta la tensione.

30 GIUGNO – La camera del lavoro ha proclamato lo sciopero generale contro il congresso MSI di Genova. Alla manifestazione organizzata partecipano anche altri ex partigiani giunti da varie parti del Piemonte. Si dice che i manifestanti siano 100.000.

Le manifestazioni si sono concluse ed i cortei stanno sciogliendosi, quando un folto gruppo di manifestanti si attarda però in Piazza De Ferrari, lanciando invettive e minacciando le forze dell’ordine che vi stazionano.

Queste cercano di disimpegnarsi prima di essere completamente circondate e sopraffatte: viene ordinata la “carica” al reparto di Polizia.

I dimostranti reagiscono immediatamente mentre la polizia cerca di disperderli con i “caroselli” di camionette, facendo uso di sfollagente e lacrimogeni. Aggrediscono gli agenti con ogni tipo di armi improprie (pali, sassi, “uncini da portuale”, etc.) e bottiglie “Molotov”.

Rimangono feriti più di cento Agenti. Tra i dimostranti si conta un numero di feriti decisamente inferiore.

Comincia a diffondersi la paura di un’evoluzione drammatica dei tumulti, con

la possibilità che si possa far uso delle armi e venga fatto intervenire l’Esercito.

Il governo invita l’ MSI a spostare il programmato comizio del 2 luglio, dal Teatro Margherita di Genova ( che fra l’altro sorge a pochi metri dal sacrario dei partigiani caduti) a Nervi.

La Ragione sta riprendendo il sopravvento: il MSI rinuncia al Congresso; a Genova gli scontri cessano!…

Tambroni perde l’appoggio della DC e si dimette: gli succede il Governo Fanfani ( 26.07.1960 – 02.02.1962) .-

 

Genova

pomeriggio del 30 giugno 1960

 

op 1960 30 giugno genova 7

Concentramento delle forze di Polizia nei pressi di piazza De Ferrari

 

Le notizie dei tumulti sono molto frammentarie e parziali. Nella grande confusione di quel pomeriggio, gli stessi episodi, vissuti o visti da diverse persone, anche vicine, si configurano come eventi diversi e vengono interpretati in modi diversi. Vengono raccontati con grande enfasi e ricordati coralmente dalle Sinistre come una grande vittoria delle forze del bene, contro la restaurazione del male, ma a parte questo, le testimonianze individuali sono alquanto imprecise e spesso sono anzi contradditorie e poco attendibili.

Le persone presenti e coinvolte nei tanti episodi di guerriglia urbana, non possono infatti avere una chiara veduta d’insieme, per la segmentazione dei fatti in tanti piccoli episodi la cui interpretazione e narrazione viene distorta anche se spesso in buona fede ( ? ), col tempo e passando di bocca in bocca…

La fantasia, la voglia di protagonismo, la militanza politica hanno certamente contribuito a far assumere connotazioni epiche ed eroiche a quanto è accaduto e a distorcere ancor più la realtà dei fatti.. Facendo il bilancio conclusivo di quel pomeriggio, pare però essersi trattato più di una vera e propria preordinata “mattanza” di celerini , piuttosto che di una “spontanea” ed “improvvisata reazione popolare” .

In piazza De Ferrari, i “celerini” erano infatti drammaticamente svantaggiati per numero (infatti meno di trecento Agenti – tra quelli già sul posto e quelli sopraggiunti di rinforzo – dovettero sostenere l’urto di diverse migliaia di dimostranti ) .

A ciò si aggiunga che non avevano alcuna conoscenza dei luoghi ( in quanto erano stati mandati in servizio a Genova, da Mestre e da Padova ) e della particolare “struttura” urbanistica del “teatro operativo”, sul quale fu dunque inappropriatamente ed inopportunamente disposto dalla Questura di Genova il loro intervento.

Il “protocollo” d’impiego del II° Reparto Celere prevedeva infatti l’utilizzo degli uomini, non appiedati, ma “automontati” e con l’assoluta necessità quindi, di disporre di spazi adeguati per dispiegarsi e poter manovrare.

I “carrugi” (le stradine intorno a piazza De Ferrari) nei quali trovavano rifugio e si organizzavano i dimostranti erano invece decisamente angusti e rappresentavano delle vere e proprie “trappole” per le “campagnole” della Polizia che vi rimanevano imbottigliate.

Un intero battaglione di Carabinieri, appiedato ed adeguatamente dispiegato ai bordi della Piazza era in grado di intervenire tempestivamente e con assoluta efficacia, ma venne lasciato immobile ad assistere alla mattanza di Piazza De Ferrari.

Fu dunque relativamente facile per i dimostranti arpionare coi ganci, o disarcionare dalle “Campagnole” a sassate o coi bastoni, i “celerini”.

Fu anche un vero miracolo se però nessun “celerino” disobbedì agli ordini ricevuti ed usò le armi individuali di cui disponeva ( con la normale dotazione di proiettili nei caricatori e nei “tascapane”! ), se non ci furono morti tra le forze dell’ordine, se non ce ne furono tra i dimostranti e non si innescò quindi una spirale perversa di azioni e controreazioni.. e se non avvenne quindi l’irreparabile!

Resta il fatto che la Compagnia di Mestre, la più colpita, fu praticamente decimata: fuori uso per settimane o mesi ( ma qualcuno anche costretto alla pensione per invalidità) la gran parte degli uomini ed inservibili perché bruciati, il maggior numero di automezzi!…

Alla luce di quanto sopra, rimangono inquietanti interrogativi circa le ragioni (di Stato?) per le quali gli uomini del II° Reparto Celere erano stati (volutamente ?) “sacrificati”..

 

Testimonianze

Vale la pena di sentire chi c’era e vedere come i giornali hanno presentato i fatti, per poter rilevare le contraddizioni e farsi un’idea, mediando tra le varie opinioni, di cosa è accaduto…

Nelle interviste raccolte da Lucia Compagnino nei primi mesi del 2002 ( pubblicate su “ 30 giugno 1960 – nelle parole di chi c’era ” Ed. F.lli Frizzi ), i manifestanti così si sono espressi :

Giordano Bruschi – ex partigiano, segretario sindacale e componente della Commissione esecutiva della CGIL.

Pag. 38 : …Posso testimoniare che non è vero che ci fu un’aggressione dei manifestanti nei confronti dei poliziotti, c’erano semplicemente degli slogan cantati e urlati, e al massimo un lancio di monetine.

Pag. 39 :…Il livello dello scontro era diventato tale che alcune camionette vennero incendiate e l’episodio più grave accadde proprio vicino alla vasca: la camionetta del capitano della celere di Padova fu bloccata, lui venne preso, un gruppo di manifestanti lo trascinò di peso e tenendolo per il collo lo immerse nella vasca. Arrivarono subito altri compagni che li fermarono e lui ebbe salva la vita.

Pag. 42 : “il Secolo XIX” mise in evidenza la grandezza della manifestazione, ma riportò anche dichiarazioni molto gravi che bollavano la rivolta come “canaglia comunista che ha impedito un congresso democratico”.

Wjlma Badalini – ex partigiana.

Pag. 50 …A quel punto arrivò un commissario di Pubblica Sicurezza e mi disse che dovevo allontanarmi, era in borghese, in divisa c’erano soltanto i poliziotti, quelli che noi chiamavamo celerini.

Renato Drovandi – ex partigiano, membro del comitato federale del PCI.

Pag. 55: …io ero tra quelli che sostenevano la necessità di una linea più dura, per opporci…

Pag. 56: …C’era un forte schieramento di polizia ed era venuto a Genova anche un reparto della celere di Padova, tristemente famoso per essere composto da manganellatori.

…Noi ci trovavamo vicini alla fontana ed abbiamo notato come i poliziotti iniziassero a muoversi e fossero sempre più agitati. Si vedeva che avevano voglia di menare le mani. Allora abbiamo pensato di avvicinarci a loro e parlare con il poliziotto in borghese, che evidentemente li comandava, chiedendo di lasciar passare i manifestanti. Però appena ci siamo accostati – il mio amico era davanti ed io mi trovavo a due tre passi dietro di lui – quello gli ha dato uno spintone ed immediatamente ha dato l’ordine di mettere in moto le camionette.

Pag. 57: …C’erano gli operai delle fabbriche genovesi ed anche molti portuali. Si è parlato spesso dei ganci dei portuali, il loro strumento di lavoro, che serviva per spostare le merci dalle navi, e che loro si erano portati dietro perché erano arrivati direttamente dal porto. Non perché avessero intenzioni bellicose.

.. Per inciso, quel poliziotto che aveva comandato la carica sui manifestanti è poi finito a bagno nella vasca, come anche molte altre persone appartenenti ad entrambi gli schieramenti.

Fulvio Cerofolini – Sindaco di Genova dal 1975 al 1985, oggi presidente provinciale ANPI.

Pag. 62: … C’è stata quindi questa grande rivolta, iniziata molto prima, il 2 giugno 1960 al raduno che l’ANPI…: parlò Umberto Terracini e da par suo inquadrò la cosa ed infiammò gli animi, dando un contributo a far crescere la mobilitazione.

Paride Parini – ventiseienne nel 1960.

Pag. 68: …C’era la famosa celere di Padova, che era considerato una specie di corpo speciale ed era composta di picchiatori, e il loro capitano all’improvviso ha suonato la tromba e sono partiti i primi caroselli.

…gli ex partigiani dell’ANPI davano le direttive strategiche e noi eseguivamo, finché la polizia si è trovata bloccata.

Pag. 69: … allora quando parlava l’ANPI era un’autorità, non so se oggi si può capire… eravamo disciplinati…

Francesca Busso -nata nel 1926, laureata in Sociologia.

Pag. 77: …Il 30 giugno del ’60, per fortuna non ci sono stati morti, anche se nei giorni seguenti e nella altre città invece è andata ben peggio, soprattutto a Reggio Emilia.

Pag. 78: …Poi ci furono quei famosi episodi, con il poliziotto nella vasca, molti hanno preso delle botte, i lacrimogeni… ma per fortuna, senza gravi conseguenze.

Nunzio Lops – portuale ed ex pugile.

Pag. 84: … Ci siamo seduti sul marciapiede ed abbiamo iniziato ad intonare canzoni partigiane. Per un po’ ci hanno lasciato cantare senza fare nulla, poi il commissario si è messo la fascia ed ha ordinato la carica…

Eraldo Olivari – ex partigiano, segretario dell’ANPI.

Pag. 90: …molti manifestanti rimasero in prigione …Il processo d’appello si tenne a Roma e non ci fu niente da fare, i carcerati rimasero in carcere. Sono stati il prezzo che abbiamo pagato, non ci furono morti a Genova, ma gli arrestati furono addirittura una novantina.

Giusy Giani – nel 1960 ventunenne studentessa universitaria.

Pag: 95 … L’anno scorso (G8, 2001) è andata molto peggio, e non solo perché un ragazzo ci ha rimesso la vita. Quello che mi ha sconvolto nell’atteggiamento delle forze dell’ordine durante il G8 è stato quel loro comportarsi come se i manifestanti fossero il nemico.

Ermanno Baffico – nel 1960 portuale della Compagnia Unica. Vicepresidente ANPI.

Pag. 98: … se la manifestazione non degenerò ulteriormente fu merito del presidente dell’ANPI Giorgio Gimelli e del commissario Angelo Costa, capo della Squadra Mobile di Genova… Entrambi cercavano di scoraggiare le azioni di forza in tutti e due gli schieramenti e le violenze qui (a Genova), non degenerarono come altrove.

Giovanni Agati – ex deportato a Mathausen.

Pag. 105: …La storia del gancio è questa: alcuni potevano anche averlo, perché venivano direttamente dal lavoro, non certo perché volevano usarlo come arma.

Pag. 108: …In piazza De Ferrari c’erano le autoblindo della Polizia, era venuto anche un battaglione da Padova, tipo quello che oggi è la polizia antisommossa, ed erano un po’ gasati. Non so com’è che il loro comandante è volato nella vasca, pare che ce l’avesse buttato un portuale e che poi i due siano anche diventati amici, ora sono morti entrambi.

…I giovani si erano subito gettati nella battaglia, erano più scalmanati degli anziani ed alla fine sono finiti all’ospedale molti più poliziotti che manifestanti.

Enrica Basevi – giornalista, animatrice della Società di Cultura, nel 1960

Pag. 116: …e anche se un poliziotto finì a bagno nella fontana, non vi furono al momento violenze più gravi.

… per fortuna a Genova non vi furono morti, come avvenne invece qualche giorno dopo a Reggio Emilia, quando le forze dell’ordine spararono sui dimostranti.

 

op 1960 30 giugno genova 6

Mattina del 30 giugno: campagnole del 2° Celere schierate nel centro di Genova

 

… chi invece era sulle “Campagnole” del II° Reparto Celere, mi ha raccontato personalmente, quanto segue, di quel giorno:

F. Campisi Brigadiere del II° Reparto Celere, al comando di un “Gippone” in P.za De Ferrari, a Genova, il 30 giugno 1960.

“..Eravamo praticamente circondati da un folla minacciosa. Molti avevano con se’ dei “tascapane”

contenenti cubetti di porfido e ci incalzavano urlando: “Fascisti !”, “Andate via!”.

Cercarono poi di bloccarci le vie di fuga con ostacoli vari. Ci presero a sassate: un cubetto di porfido mi colpì l’elmetto (per fortuna senza ferirmi). I sei uomini dietro di me cominciavano a dare segni di nervosismo e a chiedermi con sempre maggiore insistenza cosa fare. Io continuavo a ripetergli non perdere la calma. In un primo momento avevo estratto la pistola per allontanare la folla, ma poi pensai a quel che sarebbe potuto accadere se avessimo fatto uso delle armi: i sei uomini della mia squadra erano tutti armati di mitra, con caricatori da quaranta colpi, oltre alle pistole! Fortunatamente riuscimmo a sottrarci alla stretta della folla inferocita, solo con qualche contusione, grazie anche all’unico idrante che continuava a girare nella piazza, intervenendo dove più era necessario.”

Vincenzo Palumbo: Agente del II° Reparto Celere in servizio in piazza De Ferrari, Genova, il 30 giugno 1960 .

Faceva parte del reparto impiegato in servizio di Ordine Pubblico, in piazza De Ferrari. Erano schierati presso i portici del Palazzo della Navigazione Italia, al comando del tenente Minervini. I dimostranti cominciavano ad avvicinarsi e ad accerchiare il reparto. Molti tra costoro avevano con sé spranghe, mazze, uncini. Alcuni cercavano di “allungare” i bastoni, allo scopo evidente di poter colpire meglio, da più lontano. Prima di essere circondati del tutto e “stretti” troppo da vicino senza possibilità di scampo (sarebbero stati massacrati!..), V. Palumbo ed i suoi colleghi ebbero l’ordine dal tenente Minervini di mettere in moto le “Campagnole”. Cominciarono il “carosello”: piovve lo-ro addosso di tutto, biglie d’acciaio, sassi e pietre, anche dalle finestre. Si difendevano coi candelot-ti lacrimogeni. Quando finirono i candelotti lacrimogeni, il maresciallo Menegazzo usò il conteni- tore come uno scudo, per ripararsi dalle pietre. V. Palumbo ed i suoi colleghi avevano le armi cari- che, ma nessuno ne fece uso. Avevano paura delle Molotov che venivano lanciate loro addosso, anche perché avrebbero potuto far esplodere le munizioni che avevano nelle “Campagnole”.

Il capitano F. Londei arrivò successivamente, quando gli scontri erano già in corso da circa mezz’ora. Fu il tenente C. Lo Spinoso a salvarlo dalla fontana.

Emanuele Rimmaudo Agente del II° reparto Celere, in servizio a Genova il 30 giugno 1960.

“…a loro parere tutta la responsabilità di quello che è successo è stata nostra, perché secondo loro siamo stati noi a provocarli, insultarli e bastonarli. Loro invece dimostravano pacificamente. …, ma basta vedere le fotografie ed il numero dei feriti che ci sono stati da parte nostra e da parte loro, per capire come sono andate veramente le cose…”

Arrivò in piazza, in soccorso dei colleghi, sulla “Campagnola” condotta dall’appuntato Kolmann, in testa alla colonna comandata dal capitano Londei. Appena entrati in piazza, si trovarono isolati, perché il resto della colonna si era sbandata e dispersa a causa di una manovra ordinata dal funzionario della Questura che stava sulla “Campagnola” immediatamente dietro la loro. A causa di tale manovra, il reparto che seguiva rimase disorientato e confuso. Kolmann ricevette una violenta sassata in faccia ( gli costò la frattura della mandibola e tutti i denti anteriori ) e perse quindi il controllo del mezzo…si trovarono così in balìa dei dimostranti.

Si gettò barcollante e stordito fuori del mezzo incendiato. Venne ripetutamente colpito alla testa e non ricorda più nulla di ciò che avvenne dopo, perché perse i sensi..

Francesco Londei Capitano di Pubblica Sicurezza, allora Comandante della Compagnia del II° Reparto Celere di Mestre VE.

Non ricordava di aver conosciuto tanto odio e tanta cattiveria, nemmeno in guerra… eppure ne aveva viste di tutti i colori! Erano cominciati gli scontri in p.za De Ferrari ed era stato inviato di rinforzo alla Compagnia del II° Celere di Padova, che si trovava in grosse difficoltà. Fino a quel punto erano stati “guidati” per le strade di Genova (che non avevano mai percorso prima) da un motociclista della Questura. Sulla Campagnola dietro la sua, che stava in testa alla colonna, aveva preso posto il Funzionario della Questura che aveva la responsabilità di decidere se intervenire e che ad un certo punto aveva dato il “via libera” per entrare in azione.

Assunto quindi il comando tattico, il capitano Londei segnalò alla colonna di seguirlo nella piazza e partì convinto che tutti gli altri fossero con lui. Purtroppo non si rese conto che subito dopo l’inizio dell’azione, il Funzionario aveva invece cambiato idea, creando il caos.

Questi aveva infatti ordinato all’autista della seconda campagnola, ( quella sulla quale si trovava ) di svoltare e di non entrare più nella piazza…facendo così confondere gli autisti ed i capi-equipaggio delle campagnole successive. Chi stava dietro venne colto alla sprovvista, non capì cosa stesse succedendo, cosa ci si aspettasse da lui e quale delle due auto di testa dovesse essere seguita ( quella del loro comandante o quella funzionario della Questura ).

Nella concitata confusione che ne derivò, in pochi attimi il resto della colonna si sbandò: alcuni seguirono l’automezzo che aveva svoltato, altri cercarono invece di raggiungere quello del capitano Londei che per qualche momento rimase isolato, altri ancora si fermarono in attesa di nuovi ordini. Tanto bastò: l’aggressione fu istantanea, violenta e brutale. Kolmann, colpito per primo in faccia da una pietra, perse il controllo dell’auto. Una Molotov colpì una fiancata della campagnola, costringendoli, per difendersi dalle fiamme e dal fumo, a saltare giù dalla macchina. Rimmaudo venne assalito con lunghe spranghe. Semicosciente, mio padre cercò di raggiungerlo, forse per aiutarlo, ma senza riuscirci, perché venne immediatamente aggredito e sopraffatto..

Svenne, raccomandando l’anima a Dio mentre cercavano di annegarlo nella fontana. Poi non capì, non seppe e non si accorse più di nulla, fino a quando non si risvegliò in ospedale. Mi ha raccontato di non aver mai “provocato” alcuna reazione (né avrebbe potuto) dei dimostranti, semplicemente perché era entrato in quella piazza, solo quando i disordini e gli scontri erano già violenti e già si faceva la conta dei feriti!..

Era lì, perché aveva ricevuto l’ordine dai suoi superiori, di accorrere in soccorso di altri Agenti già duramente impegnati. Era stato allora bersagliato con tuttociò di cui i pacifici “dimostranti” disponevano. Avevano cercato di bruciarlo nella campagnola, coi suoi uomini; lo avevano poi selvaggiamente bastonato e avevano cercato di linciarlo, annegandolo!

Non erano certamente pacifici dimostranti quelli che lo avevano accolto, ma veri esperti in guerri-glia urbana, inquadrati in squadre ben coordinate che rispondevano militarmente ad ordini precisi di capi non improvvisati. Dovevano per forza aver predisposto dei piani, perché l’organizzazione era perfetta.

Se gli uomini della Celere avessero fatto uso delle armi chissà cosa sarebbe successo poi e quanti morti ci sarebbero stati! Se i Celerini, tutti o in parte, avessero perso la calma e avessero reagito con le armi alle sopraffazioni, per sottrarsi al supplizio degli sputi, delle umiliazioni, dei colpi di spranga, di arpione, delle “Molotov”, delle lapidazioni e dei tentativi di linciaggio (vedasi il prezzo pagato con l’enorme numero di feriti tra le Forze dell’Ordine – alcuni dei quali gravissimi ed in imminente pericolo di vita- contro quello assolutamente esiguo dei dimostranti), quanti sarebbero stati i morti ed i feriti tra i dimostranti?!

 

op 1960 30 giugno genova assalto campagnola londei 4

Il momento dell’assalto alla campagnola del Capitano Londei

 

E poi!?…

Per fortuna però gli uomini del II° Reparto Celere erano dei seri professionisti, ben addestrati ed abituati a rispettare gli ordini dei loro superiori: così eroicamente rimasero saldi e senza assolutamente reagire con l’uso delle armi di cui erano dotati.. e tutto si potè concludere senza conseguenze ben più gravi per lo Stato!

“…Non abbiamo usato nemmeno le pistole e non le abbiamo neanche estratte dalle fondine per legittima difesa – diceva mio padre – non abbiamo mai sparato un solo colpo: neanche in aria! I colpi d’arma da fuoco che si sentivano a Genova, erano solo quelli delle munizioni che esplodevano sugli automezzi incendiati. Mi hanno preso anche l’orologio, oltre alla pistola. Non credevo possibile che dopo la Guerra, Italiani potessero arrivare a tanto, contro altri Italiani!.. ”

Fu così che il giorno successivo, le Autorità, temendo forse di non poter più contare su un tale esemplare comportamento dei “celerini” che avevano scongiurato a costo del proprio sacrificio personale, ben più drammatiche conseguenze, ordinarono alla Pubblica Sicurezza di recarsi in servizio senza le armi a “canna lunga” (i mitra !) che dovettero essere lasciate in caserma.

Nel frattempo la città era stata “blindata” con l’intervento dell’Esercito ed i paracadutisti erano stati allertati! ..

Francesco Londei non aveva più bisogno di fornire ulteriori prove per dimostrare di essere Uomo, Comandante rispettato ed amato, Soldato coraggioso, Poliziotto coscienzioso, ligio al dovere e fedele allo Stato. Era stato infatti ricoverato in ospedale per un lungo periodo di cure e di convalescenza e non sarebbe più stato in grado di rientrare al comando di un reparto Mobile o Celere!..

 

Rassegna Stampa

Corriere della Sera 1/7/60

…Che l’azione fosse preordinata – ha detto il questore – lo dimostra il fatto che i dimostranti hanno lanciato contro i tutori dell’ordine bottiglie e barattoli di benzina e che la maggior parte di loro era munita di corpi contundenti.

… Gli accordi con la questura erano precisi: non sarebbero stati tenuti discorsi e dopo l’omaggio ai martiri, l’assembramento si sarebbe sciolto.

… La via XX Settembre era gremita, si trattava, per lo più, di operai arrivati dalla banlieu industriale di Cornigliano, di Voltri, di Sestri Ponente.

… I più, tra i dimostranti, erano calmi: ma era facile distinguere, fra di essi, i volti di coloro che non volevano chiudere la manifestazione senza menare un po’ le mani. Erano di solito i più giovani: e, passando davanti ai picchetti di polizia, urlavano: “Venduti!”.

… Uno dei dirigenti della Camera del Lavoro pronunciò poche parole per invitare la folla a disperdersi. Non fu ascoltato.

… I più assennati se ne andavano: ma gli altri si riscaldavano sempre più, cedevano – ma in molti di essi sembrava di ravvisare un proposito determinato, non la tentazione stolta del momento – al desiderio di misurarsi con la polizia.

… In piazza De Ferrari sostavano cinque camionette della “Celere” . Furono presto circondate da una schiera di persone vocianti … e insultavano gli agenti. La massa degli esagitati cominciò a stringersi attorno alle camionette, serrandole sempre più da presso.

… Caddero i primi lacrimogeni, la piazza fu ben presto avvolta in una caligine che attossicava i polmoni e arrossava gli occhi.

… I tavolini, le sedie, i vasi da fiori del bar della Borsa furono buttati in mezzo alla via a formare un embrione di barricata: giovanotti muscolosi si applicarono a divellere da terra cassette di immondizia, a staccare dalle pareti di un portico dei riquadri con i programmi dei cinematografi, a spaccare i cavalletti che recingevano un piccolo cantiere in Piazza De Ferrari. Nelle mani dei manifestanti comparvero, stranamente, bombe lacrimogene. La piazza era un campo di battaglia, nella nube dei gas si intravedevano le camionette, gli idranti e l’onda attaccante e poi precipitosamente fuggente dei “rivoluzionari”.

…La sassaiola contro la polizia era incessante. Un agente fu buttato nella fontana di Piazza De Ferrari, altri vennero colpiti in pieno viso dalle pietre, andarono sanguinanti a medicarsi; alcuni dimostranti, catturati, venivano issati rudemente, fra una gragnola di ceffoni, sulle jeeps. Una camionetta travolse un giovane che fu trascinato via malconcio.

… Si verificò uno scontro di jeeps e una di esse, accerchiata, finì sotto un portico, dovette essere abbandonata dall’equipaggio, prese fuoco e a lungo bruciò. Due altre camionette subirono la stessa sorte; alla fine rimanevano di esse, solo le carcasse fumanti.

… I violenti avevano i loro fortilizi nei “Carrugi” …. In quel dedalo la polizia non poteva penetrare: scacciava i facinorosi nei loro rifugi con delle salve di bombe lacrimogene, ma subito dopo li vedeva rispuntare dagli scuri budelli, affacciarsi impugnando spranghe e sassi, riprendere l’offensiva. Ma gli assalitori volevano avere a tutti i costi, la loro barricata. Quattro o cinque malcapitate vetture furono spinte a braccia a sbarrare una delle strade che sboccava in Piazza De Ferrari.


…Una automobile verdolina attraversò la Piazza, recava a bordo degli esponenti dell’Associazione Nazionale Partigiani arrivati per incitare alla calma. La missione pacificatrice non era agevole, …. Qualche volenteroso arrestava, con vigorose manate, gli slanci dei teppisti più pericolosi cui rincresceva di smettere la gazzarra.

… Lentamente anche la schiera degli irriducibili si sgretolò, la piazza divenne quasi deserta. … Arrivò il prefetto Pianese. “Quali sono le sue previsioni?” – gli chiesi. “L’ordine – rispose- è stato ristabilito …”

ABC – 3 luglio 1960

80 feriti tra gli agenti, tra cui il capitano, 9 tra i dimostranti, in Ospedale. Le forze dell’ordine guidate da un elicottero. 50 giovani arrestati. Azione della polizia concepita ed attuata a freddo, come una rappresaglia.

…Acuni parlamentari genovesi si erano adoperati per far cessare gli scontri, chiedendo ripetutamente alle autorità di richiamare in caserma le truppe, le quali, innervosite e spaventate avrebbero potuto cedere da un momento all’altro alla tentazione di aprire il fuoco, trasformando gli scontri in un massacro.

Il Messaggero; 1-7-1960

109 feriti della Polizia, di cui una trentina ricoverati in ospedale; 6

civili ricoverati in ospedale; 66 arrestati. 3 automezzi della Polizia dati alle fiamme, 15 anneggiati,

vetrine di negozi infrante; un’edicola di giornali incendiata.

…Un istante dopo si vedeva un agente percosso selvaggiamente dalla folla. Il capitano accorso in suo aiuto faceva la stessa fine e per di più veniva trascinato fino alla vasca dove gli si immergeva la testa nell’acqua fino ai primi sintomi di asfissia. Dalla piazza e dalle maggiori strade adiacenti si diramavano innumerevoli vicoli: “i carrugi”, che richiederebbero un numero sterminato di agenti per poter essere sbarrati o presidiati. Di questa particolarità hanno approfittato i dimostranti che con una tattica abile, se non addirittura studiata in anticipo, hanno evitato di affrontare in massa gli idranti ed i caroselli degli automezzi, etc. …qua e là inseguendo a piedi qualche ritardatario, ma senza accanimento. E’ successo anche a chi scrive di sentirsi abbrancare all’improvviso da un giovanotto in maglia a righe bianche e turchine, che per ripararsi da un paio di agenti ormai giunti a portata di sfollagente, aveva scelto quel riparo. L’espediente è stato efficace, perché gli inseguitori si sono fermati per evitare di colpire senza discriminazione.

…Il tumulto aveva preso l’andamento di una corrida, in cui i dimostranti si comportavano come “banderilleros” punzecchiando la forza pubblica che restava sulla difensiva, a parte le piccole sortite di cui si è detto. …Il lavoro più pesante e più ingrato è toccato alla Celere, rimasta per due ore sotto una pioggia di sassi.

Il Reporter, 12-7-’60

…P.za De Ferrari era diventata “terra di nessuno”. Agenti e dimostranti se ne disputavano il possesso. I primi – senza mai fare uso delle armi – s’erano a poco a

poco raggruppati all’imbocco di via XX settembre…

L’Europeo, 10-7-’60

…Su tutto un lato di piazza De Ferrari, lungo la sede della Società di Navigazione Italia erano schierate camionette della Celere, un reparto scelto, venuto da Padova.

Subito tra poliziotti e dimostranti si erano scambiate occhiate non benevole. …Gli animi si scaldavano, ma non si paventava ancora nulla di grave. Uno dei manifestanti si avvicinò alla camionetta di un ufficiale e avviò una specie di trattativa:” Se Lei fa ritirare i suoi uomini, non solo rimuove la causa prima della tensione, ma sblocca nuovi passaggi ai dimostranti”. L’ufficiale stava obiettando qualcosa, quando l’agente al volante, forse per errore, forse per nervosismo, innestò la marcia e partì a tale velocità che il suo superiore, in piedi sulla vettura, perse l’equilibrio e ruzzolò sui cuscini. Avviato da questa brusca partenza od ordinato da qualche altro ufficiale timoroso di vedere gli automezzi della polizia imprigionati dalla folla che si avvicinava sempre più compatta, il primo carosello ebbe inizio.

Lo Specchio, 10-7-’60

“ Il PCI a Genova – un partito a delinquere” …a Genova è stata messa in atto una sedizione armata contro l’ordine costituito. Qualche cosa di più di una sommossa: addirittura una esperimento insurrezionale, condotto sulla falsariga di una “tecnica” che risale all’eretica genialità di Leone Trotzky, e che la scuola sovietica ha provveduto in un quarantennio a codificare..C’era un solo modo, elementare, spiccio, immediato, per ristabilire l’ordine a Genova: fare fuoco. Le forze di polizia, agli ordini del governo, non l’hanno fatto. Agenti e carabinieri si sono difesi come hanno potuto dalle mazze di ferro, dai micidiali colpi di uncino, dalla furia scatenata degli attivisti. Ma con le armi al piede…L’ordine era di non sparare.

…Dopo un’ora di violenti scontri, tre di quelle auto bruciavano ed altre tre erano inservibili. I dimostranti si gettavano sugli agenti colpendoli con pietre, con bastoni, con paletti di ferro strappati alle insegne pubblicitarie, e con i terribili ganci dei portuali. Si deve al sangue freddo della polizia, che nemmeno quando si trovò in una criticissima situazione usò le armi, se fu evitato un massacro.

L’Unità, 1-7-’60

“Decisa risposta ad un grave attacco poliziesco”

A manifestazione conclusa i poliziotti attaccano proditoriamente: violentissimi scontri in Piazza De Ferrari, decine di agenti e cittadini feriti, lancio di bombe e camionette incendiate.

… La situazione ad un certo punto è diventata ancora più drammatica per il fatto che le fiamme avevano raggiunto un camion della celere sul quale si trovavano alcune casse di candelotti lacrimogeni. Questi sono esplosi all’angolo di via Dante riempiendo di fumo tutta la piazza e la zona circostante.

Secolo XIX, 1-7-’05

…numerosi agenti, dopo essere stati disarmati, vengono percossi. …tre camionette sono state intrappolate dalla folla e gli agenti di polizia hanno subito un vero e proprio linciaggio.

Telesera , 2-7-’60

Dopo i violenti scontri di ieri, trattative in corso per spostare il congresso nei dintorni di Genova: La proposta di trasferimento avanzata dal missino Almirante. Colloqui del prefetto con i capi partigiani. Cavalli di frisia al centro della città. Il bilancio degli incidenti: 200 feriti tra agenti e dimostranti, 63 arresti. Gli agenti colpiti sono 150, quasi tutti vittima della infernale sassaiola che si è scatenata ieri tra i portici di via Dante tra le ore 17 e le 19. I civili medicati in ospedale sono 11, ma si calcola che un’altra cinquantina di persone si sia fatta curare privatamente. Nelle guardine della questura si trovano 63 fermati: la maggior parte di essi sono stati trattenuti in stato di arresto per violenza, resistenza ed oltraggio alla forza pubblica. Fra i feriti della polizia il più grave è il capitano della Celere Mario Landoi (errata corrige: Francesco Londei) che ieri sera fu tratto dalla camionetta, malmenato, gettato nella vasca di piazza De Ferrari e poi colpito con una tavola di legno. L’ufficiale ha riportato la lussazione della mandibola ed altre contusioni, per cui è stato giudicato guaribile in una trentina di giorni..

…Siamo dunque di fronte ad un evento che il passare degli anni e la propaganda hanno poco a poco trasformato in un mito basato su tre assiomi che si riscontrano puntualmente a ogni rievocazione di quei fatti: LA SPONTANEITA’ della rivolta, La partecipazione di cittadini di ogni classe sociale, IL NUMERO delle persone che il 30 giugno 1960 sopraffecero le forze di polizia e che, secondo la tradizione, erano centomila.

… Le fonti cui si rifanno gli storici sono essenzialmente i giornali dell’epoca, fatalmente viziati dal loro contenuto ideologico ed emozionale…. Quando si apriranno gli archivi per quanto riguarda gli avvenimenti del 1960, vi saranno certamente molte sorprese, sia sulla genesi dei fatti di Genova, sia sui retroscena politici della caduta del Governo.

…rapporti contrassegnati speciale riservato,.. indirizzati al comando generale dell’Arma.. smentiscono in maniera clamorosa il carattere spontaneo dei fatti di Genova.. la battaglia, ben lungi dall’essere provocata dalla Polizia (come sarà possibile leggere l’indomani su gran parte della stampa), trova la sua scintilla verso le ore 16, allorché terminato il corteo ufficiale, i manifestanti, in numero di circa ottomila, risalgono la via XX settembre, in direzione di piazza De Ferrari, occupando il centro della strada.

Il corteo non è autorizzato, ma il questore Lutri decide di non intervenire per non fornire pretesti. Giunto in piazza De Ferrari, presidiata da una decina di camionette della Celere, dalla testa del corteo partono atroci insulti e sputi, all’indirizzo dei poliziotti, che tuttavia non reagiscono. Scatta allora la provocazione a freddo, a lungo studiata nei giorni precedenti.

Sull’angolo tra la via XX Settembre e piazza De Ferrari, il caffè Borsa allinea i suoi tavolini, le sedie e gli ombrelloni lungo il marciapiede. I manifestanti iniziano a lanciare invettive contro il padrone del caffè: Sporco Fascista, Brigata Nera, abbassa le saracinesche! Iniziano quindi a rovesciare sedie, tavolini e piante gettandoli in mezzo alla strada.

A questo punto, scesi da una camionetta, intervengono un ufficiale e quattro agenti della Celere, invitando con calma a smettere. L’aggressione è immediata e violentissima. L’ufficiale e gli agenti vengono abbattuti a sediate ed a colpi di tavolini in testa,

Cadono a terra sanguinanti. Inizia il carosello e la battaglia si scatena, rivelandosi subito impari per le forze di polizia, malgrado sopraggiunga dalla questura l’intero reparto celere di Padova, forte di 50 camionette e due idranti. La polizia è presto sopraffatta. Le jeep vengono rovesciate ed incendiate. Gli agenti inseguiti e sottoposti ad autentici linciaggi..

Il capitano Francesco Londei è gettato nella vasca della fontana e dieci, venti mani si protendono per annegarlo, forzandogli la testa sott’acqua, finché i suoi uomini riescono con un furibondo corpo a corpo, a salvargli la vita.

Gli aggressori dispongono di occhiali antilacrimogeni, guanti per afferrare i candelotti e lanciarli addosso ai poliziotti. (molti dei quali rimarranno sfigurati), terribili ganci da portuale con la punta ricurva lunga 40 cm. (a sera, negli ospedali, si conteranno venti agenti con le spalle ed il volto squarciati).

Nei vicoli sono all’opera picchettini per divellere il selciato e preparare munizioni: pezzi di granito del peso di un chilo, che unitamente alle molotov, aprono vuoti paurosi tra i poliziotti. Compaiono Vespe e Lambrette con cassette di pronto Soccorso, mentre i feriti più gravi vengono trasportati a braccia nel dedalo dei vicoli, dove sono stati organizzati per tempo i posti di medicazione, Venti mitra presi alla polizia.

L’intero II° battaglione mobile dei Carabinieri, schierato sotto i portici della Società Italia assisterà immobile, per tutto il pomeriggio, al massacro della Celere, indisturbato dai rivoltosi, i quali sanno perfettamente che le armi dei carabinieri, a differenza di quelle dei poliziotti, sono ben cariche . I carabinieri apriranno il fuoco soltanto verso le ore 18, sparando in aria raffiche di mitra in piazza Eros Lanfranco per impedire l’assalto alla Prefettura.

 

Riepilogo e considerazioni finali

Il 26 marzo 1960 Tambroni forma il governo monocolore DC con l’appoggio esterno del MSI. Dopo un mese il Governo è costretto a chiedere la fiducia. L’ MSI appoggia il Governo e la fiducia viene confermata. L’ MSI chiede di poter svolgere il 2 luglio 1960, a Genova, città storica dell’antifascismo, il suo congresso nazionale, ed ottiene il permesso dalle autorità.

Il fatto di per sé è già considerato provocatorio, ma contribuisce ancor più ad esacerbare gli animi, la voce che la presidenza onoraria del congresso sia stata offerta dal MSI all’ex prefetto Basile.

La collera monta anche per effetto di discorsi “di fuoco” di leader politici di primo piano. Si organizzano manifestazioni di protesta appoggiate oltre che da PCI e PSI, anche dai partiti esclusi dal patto DC-MSI, quali il PRI ed il PSDI.

I giornali dell’epoca parlano di un clima da guerra civile, la tensione è molto alta.

La Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale il 30 giugno 1960; si organizzano grandi manifestazioni di piazza, non tutte autorizzate dalla Questura.

Si dice che a Genova, il 30 giugno 1960 abbiano manifestato “centomila persone”, confluendo anche dalle regioni limitrofe.

La Polizia non ha reagito con le armi, cedendo alle provocazioni, come qualcuno forse sperava, ed ha consentito così al buonsenso di riprendere il sopravvento! …o forse i dimostranti si sono resi conto di essere andati troppo oltre e di essere giunti al punto limite, oltre il quale non c’è più ritorno: di correre – e far correre a tutti gli italiani – un brutto rischio. Fatto sta che è prevalsa la ragione e che i disordini a Genova sono cessati!

Alla fine è forse meglio non voler fare a tutti i costi la dietrologia degli avvenimenti, alla esasperata ricerca di chissà quali zone grigie e verità celate, tuttavia alcuni fatti, restano incontestabili e sono stati allora concordemente rilevati dai giornali e da buona parte dalle testimonianze raccolte:

  1. La Polizia ha avuto molti più contusi e feriti gravi, di quanti non se ne siano avuti tra i dimostranti.
  2. Gli scontri sono stati durissimi .
  3. La Polizia ha subìto l’azione dei dimostranti che si sono dimostrati perfettamente organizzati ed a conoscenza delle tecniche di guerriglia urbana.
  4. La Polizia non ha fatto alcun uso delle armi (pistole) che aveva con sé, cariche: neanche per legittima difesa!
  5. I Carabinieri non sono intervenuti in soccorso della Polizia.
  6. La Magistratura non ha riscontrato comportamenti scorretti o illeciti da parte di alcun uomo delle Forze dell’Ordine.
  7. La Magistratura per contro ha convalidato la maggior parte degli arresti effettuati dalla Polizia ed i manifestanti processati sono stati in buona parte condannati a pene severe.

Qualcuno di questi fatti non è stato ancora sufficientemente chiarito e continua a porre interrogativi inquietanti.

Se da una parte pare quasi che gli uomini del II° Reparto Celere di Padova siano stati volutamente esposti a subire insulti e violenze fisiche come fossero vittime predestinate, da immolare alla “ragion di Stato”, dall’altra emerge invece la tenuta morale di questo reparto che si è lasciato massacrare col suo Comandante, senza far alcun uso delle armi individuali, nemmeno per legittima difesa o a scopo intimidatorio.

Così “i Celerini” , da “uomini” coraggiosi, si sono sacrificati senza discutere gli ordini ricevuti e da veri “soldati” disciplinati, chiamati a difendere la Patria , per il bene di tutti i propri concittadini, hanno rispettato fino in fondo le consegne ricevute !

Per il comportamento tenuto in quella circostanza, i “Celerini” avrebbero meritato almeno il pubblico rispetto, se non l’apprezzamento ed il grato ricordo di tutti, anche di quelli che allora, spinti dall’ira, li avevano invece considerati solo come dei nemici da combattere con odio.

Uomini del II° Reparto Celere hanno ancora sul corpo le cicatrici delle ferite riportate e nella mente il ricordo lacerante degli insulti e delle umiliazioni subite…, ma il tempo passa e sono sempre meno quelli che ricordano come allora siano andate effettivamente le cose.

Per quanto riguarda mio padre, ricordo le ore di angoscia per la sua sorte ed il nostro sollievo e la gioia quando ce lo riportarono a casa ancora malconcio e bendato come una mummia, ma vivo.

Ci accorgemmo poi che era stato ferito anche dentro: si lamentava di essere stato mandato inutilmente allo sbaraglio con i suoi uomini e di non aver potuto fare nulla per impedirlo e per toglierli da quella situazione.

Quando si riprese fu trasferito ad Agrigento, poi in Ancona, a Venezia ed infine a Verona, con responsabilità sempre maggiori, ma non rientrò più in un reparto Celere o Mobile. [a tale riguardo, il sig. Giampiero Londei ha esternato alla Redazione la sua ancora viva indignazione per un simile trattamento reputato vessatorio e punitivo nei confronti di suo padre, ritenuto per certi aspetti una figura scomoda per il Ministero dal momento che il suo nome campeggiava assunto al rango di eroe sui principali quotidiani dell’epoca. Il capitano Londei venne infatti trasferito ad Agrigento con subitanea immediatezza non appena rientrato in servizio dopo la convalescenza, con conseguente sradicamento della sua famiglia. All’ufficiale non venne mai data una formale spiegazione di questo fatto. Il sig. Londei paventa a tutt’oggi essersi trattato di una manovra politica, n.d.r.]

La sua salute, già minata dai tempi della Guerra, aveva ricevuto a Genova un ulteriore, fiero colpo.

Gli fu conferito il distintivo d’onore concesso ai “feriti in servizio e per cause di servizio”, ma quel che era successo contribuì anche a determinare le condizioni che lo portarono poi al ricovero nel 1972, presso la Divisione Pneumologica dell’Ospedale di Padova, e poco dopo ad un ulteriore ricovero, per un infarto.., ma questa è un’altra storia e siamo nel decennio successivo.

Nel 1972 terminava il suo servizio attivo, ma non il suo impegno umano e professionale e la sua carriera.

 

Attività parlamentare postuma al 30 giugno 1960

Atti Parlamentari

15431 —

Camera dei Deputati

 

III LEGISLATURA — DISCUSSIONI — SEDUTA DEL 1° LUGLIO I960

 

PRESIDENTE. L’onorevole ministro del­l’interno ha informato la Presidenza cho desi­dera rispondere subito alle seguenti inter­rogazioni, a lui diretto, delle quali il Governo riconosce l’urgenza:

Degli Occhi, « al fine di conoscere quali notizie gli constino e quali conseguenze in­tenda trarre dalla incursione e dai danneggia-menti nella sede del partito radicale di Mi­lano e dai fatti di Genova, dove compren­sibili manifestazioni di disagio e di dissenso ostentano il proposito inammissibile di impe­dire il legittimo svolgimento del congresso dì un partito politico, creando, comunque, un clima di intimidazione » (1875);

Natta, Minella Molinari Angiola, Barontini o Adamoli, «per conoscere se rispondano al vero le notizie testé pervenute circa le pravissime provocazioni messe in atto dalle forze di polizia contro la popolazione genovese clifs unitariamente manifestava, come da più giorni accade, la sua vigorosa protesta o con­danna dell’autorizzazione a tenere a Genova, ditta medaglia d’oro della Resistenza, il con­gresso del Movimento sociale italiano » (2877);

Pertini, «per sapere che cosa intendano fare di fronte all’unanime protesta del po­polo genovese che non vuole che nella suo città, medaglia d’oro della Resistenza, si svolga il congresso del Movimento sociale italiano » (2878);

Lucifredi e Guerrieri Filippo, « al fine di conoscere notizie esatto in merito ai gravi tatti accaduti ieri a Genova (2881).

L’onorevole ministro dell’interno ha fa­coltà di rispondere.

SPATARO, Ministro dell’interno. Per pro­testa contro il sesto congresso del Movimento sociale italiano, che l’ultima volta si è svolto a Milano, ieri alle 14, a Genova, è stato effet­tuato uno sciopero indetto dalla camera del lavoro e al quale non avevano aderito la C. I. S. L. e la U. I. L.

Verso le ore 15,30, in piazza Nunziata, si riunivano circa settemila persone, divenute poi circa diecimila (Rumori a sinistra)…

PRESIDENTE. Avverto fin da ora gli onorevoli colleghi che, pur lasciando la più larga libertà di parola, sempre nei limiti fìs­sati dal regolamento per lo svolgimento di interrogazioni, non consentirò che questa seduta non abbia, come tutte le altre, uno svolgimento sereno ed austero.

AMENDOLA GIORGIO. Erano varie de­cine di migliaia ! L’aritmetica non è un’opi­nione !

SPATARO, Ministro dell’interno. Alla te­sta del corteo vi erano alcuni gonfaloni di città decorate di medaglia d’oro della Resi­stenza. La manifestazione terminava senza alcun incidente.

A Genova erano ieri confluiti da vario province numerosi attivisti del partito comu­nista italiano. (Proteste a sinistra). Alcune centinaia di persone raggiungevano alla spic­ciolata piazza De Ferrari, ove sostavano agenti di polizia, contro i quali lanciarono insulti di ogni genere. Le forze di polizia non raccoglievano le provocazioni; ma improvvi­samente veniva iniziata una violenta sassaiola che colpiva per primo il commissario di pub­blica sicurezza dottor Curti ed alcune guardie.

Onorevoli colleglli, non qui sono da richia­marsi intemerati passati, perché gli inte­merati passati potrebbero dar luogo, oltre che a espressioni di fierezza, ad ostentazione di vanità. Ma, quello che veramente mi con­turba, in questo momento, è, aver appreso lo svolgimento di vicende che hanno provocato deplorevoli atti di violenza disposti contro i fascisti e concretatisi soprattutto contro le forze destinate a presidiare l’ordine pubblico. L’espressione, molto più che adeguata, ac­corata muove dal profondo: perché, allor­quando, ancor prima delia Resistenza, nelle prime ore dell’antifascismo, contribuivano a difendere la libertà, non intendavamo difen­dere quelle che pensavamo essere le diverse concezioni della verità ma le ragioni della libertà, che differisce da giustizia e da verità, la libertà essendo giustizia e verità di spe­ranza civile.

Quando si vuole usare opera intimidatrice nei confronti del Governo o di un partito, si di­mentica che la libertà offesa negli altri è sprov­veduta garanzia per la propria libertà. La libertà soprattutto vince se vince in libertà.

Onorevoli colleglli, non mi verrete od affermare che manifestazioni che possono es­sere suscettibili di dissenso sono manifesta­zioni che autorizzano l’assalto alla forza pub­blica o alle camionette della polizia. (Proteste a sinistra).

Mi è amaro sopportare questa intolleranza. Non per questo per altro cesserò di essere quello che sono sempre stato, e sono, e sarò. Ma debbo dire che, dalle manifestazioni e dall’epilogo (perché mi auguro cho si tratti di epilogo) di Genova, è veramente da richia­marsi il princìpio, che del resto è stato con parola garbata, oserei dire cauta, affermato dall’onorevole ministro: badate che le reazioni passibili dei sentimenti, spesso instintivi nella iinmediatezza potrebbero danneggiare le pro­fonde aspirazioni di libertà servite nel sa­crificio.

Non giova a nessuno l’atteggiamento di intimidazione. Né si dica che Genova aveva diritto di insorgere ricordando i patiti sangui­nosi dolori, Se così fosse si darebbe modo di affermare che la intolleranza fascista, la vio­lenza fascista, non si sono esercitato nelte ci ttà dove si riunirono indisturbati i congressi del M. S. I. ! Voi ridurreste una esperienza nazionale che io non ho cessato di condannare un momento solo della mia giovinezza e della mia vita.

Il mio appello è profondamente sincero. Forse un cardiogramma, il mio, vi potrebbe preoccupare, ma il cardiogramma del mio amore alla libertà in questo momento rag­giunge le vette.

ALBARELLO. Eichmann sta bene in galera. Niente libertà per i delinquenti !

DEGLI OCCHI. Onorevole Albarello, la galera che voi avete sofferto è una galera che aveva aspirazioni dì libertà. Credete: costringere, qualora anche lo meritassero, nelle galere coloro che lottano per le loro iden è oltraggiare la libertà. (Applausi al centro e a destra). La libertà è apostolica, e l’apostolato si fa in partim infidelium. Proprio nel mo­mento in cui potreste dire che qui il Movi­mento sociale italiano coi suoi deputati ha rinnegato l’oltraggio all’aula sorda e grigia, proprio in questo momento in cui potreste vantarvi di avere almeno apparentemente acquisito delle forze ideali alla democrazia, voi volete respingere queste forze. (Proteste a sinistra). Questo è il vosto errore politico e questo è l’errore morale. Di questo errore morale io non voglio contaminarmi. Ringrazio l’onorevole ministro dell’interno. (Applausi al centro e a destra — Commenti a sinistra).

ALBARELLO. Legga il Secolo di questa mattina, dove c’è l’apologia del reato.

DEGLI OCCHI. Non vorrei che il lin­guaggio del Secolo diventasse quello del secolo.

PRESIDENTE. L’onorevole Pertini ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto.

PERTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, della risposta che ci ha dato il mini­stro dell’interno non sono naturalmente soddisfatto. L’onorevole Spataro ci ha dato lettura, in ultima analisi, di un rapporto della questura di Genova. Veda, onorevole Spa­taro, io nella mia vita ho fatto quasi sempre la parte dell’imputato, ma sono stato anche avvocato e ricordo che la magistratura ha sempre accolto i rapporti della polizia con benefìcio di inventario. Noi abbiamo tra le mani la relazione dei fatti di Genova dataci da gior­nali non di nostra parte, quotidiani di Torino e di Milano, ad opera di giornalisti che erano presenti ai fatti stessi.

Come sono avvenuti questi fatti, onorevole Spataro ? Lasci stare le 6 mila persone. Legga la Stampa per cortesia e il Corriere della sera. A Genova erano scese in piazza ieri circa 60-70 mila persone: questa è la verità. (Ap­plausi a sinistra).

Prescindiamo dal numero, che non è questo che conta. Scrivono questi giornalisti che il corteo si o svolto in perfetto ordine. In testa ad esso stavano i gonfaloni di Torino, di Biella, di Novara, di Cuneo, di Parma, di Reggio Emilia. Il gonfalone di Torino è stato inviato a Genova dal democristiano sindaco Peyron, (Applausi a sinistra).

Il corteo, onorevole ministro, si è recato al sacrario dei caduti partigiani a deporre corone. Tenga presente che il corteo è sfilato tra Io schieramento dei carabinieri e delie guardie di finanza, e finché si è trovato a contatto con i carabinieri e le guardie di finanza nessun incidente si è verificato. Quando sono avvenuti gli incidenti ? Quando i dimo­stranti, cantando inni della patria, inni par­tigiani, si sono trovati a contatto con la poli­zia, che era in piazza De Ferrari. È cominciato allora il carosello della polizia, sono state lan­ciate bombe lacrimogene, sono avvenuti al­lora gli incidenti. (Commenti al centro — Rumori a sinistra}.

Onorevole ministro, io ho partecipato ad una grande manifestazione nella mia Genova mercoledì scorso. A detta dei vostri giornali, non soltanto dei nostri osservatori, piazza della Vittoria era colma di popolo: si calcola vi fossero 30 mila persone. Abbiamo sfilato, dopo il comizio, da piazza della Vittoria al sacrario dei caduti partigiani: nessun inci­dente si è verifìcato. Perché questo ? Perché nessun poliziotto si è fatto vedere sulla nostra strada. Questa è la verità: a provocare gli incidenti non sono stati i carabinieri, non le guardie di finanza: è stata la polizia! (Vivi applausi a sinistra}.

Valga per tutti un esempio: mentre par­lavo in piazza della Vittoria, due agenti di pubblica sicurezza avvicinarono un partigiano: stava per nascere un grave incidente. Si è allora avvicinato immediatamente un mare­sciallo dei carabinieri, il quale ha ordinato ai due agenti di allontanarsi e di non farsi vedere e l’incidente è stato evitato.

SPADAZZI. Parli di combattenti, non di partigiani.

PERTINI. Lasci stare!

La verità è che la questura ha tenuto sem­pre nei confronti delle manifestazioni, che si sono svolte in questi giorni a Genova, un atteggiamento di parzialità e di faziosità.

Ma, onorevole ministro, ella qui ha voluto raccogliere una voce infondata, che torna però a vantaggio di quel gruppo politico (Indica testrema sinistra), cioè la voce fatta circolare che le manifestazioni si devono agli attivisti comunisti.

Una voce dal settore socialista. È un com­plimento che voi (Indica il centro) fate al par­tito comunista !

PERTINI, Onorevole ministro, di re­cente ebbi occasione di leggere le sferzanti ed ironiche parole usate da Lippman contro co­loro che avevano affermato che le manifesta­zioni popolari del Giappone erano opera del partito comunista. Voi, che siete ammalati di anticomunismo, attribuite sempre ai comuni­sti tutto ciò che si fa per la libertà, per l’indi­pendenza della nostra patria. E voi, così, arrecate un grande vantaggio al partito co­munista. La realtà è ben altra. Bisognava essere a Genova mercoledì per costatare come tutto il popolo genovese fosse sceso in piazza.

Onorevole Spataro, in piazza della Vittoria vi erano portuali che avevano salvato le attrez­zature ed il porto di Genova minato dai fa­scisti che volevano farlo saltare, mentre il tedesco si ritirava; vi erano gli operai della zona industriale, che avevano salvato gli sta­bilimenti di Genova; vi erano giovani studenti e giovani operai ed in testa ai giovani stu­denti erano i loro professori. Questa è la ve­rità, onorevole Spataro ! (Vivi applausi a sinistra).

Ella, onorevole ministro, riceverà, se non l’ha già ricevuta, una protesta di cento giu­risti di Genova; avrà ricevuto o riceverà un’altra protesta dei professori dell’università di Genova. Leggo l’ultima parte della stessa: « II nostro atteggiamento non è una scelta politica, ma è il prodotto della convinzione profonda che indagine culturale e ricerca scientifica sono possibili soltanto se il singolo e la collettività sono liberi. Per questo, ap­punto, riteniamo giusto e doveroso far sentire la nostra voce ogni qua! volta si profili, da qualsiasi parte, una minaccia alla libertà. La convocazione a Genova di questo congresso ci ha convinti che anche per gli uomini di studio è giunto il momento di agire. È pur vero che tutti siamo forse vissuti finora rin­chiusi nelle nostre ricerche, ma ritenevamo che certe aberrazioni fossero ormai da tutti condannate e non potessero più risorgere. Convinti, oggi più che mai, che l’essere inse­gnanti esige da parte nostra un impegno edu­cativo continuo, richiamiamo al ricordo dei genovesi gli ideali della lotta di Resistenza, quella vigile volontà di difesa delia libertà, quell’anelito di giustizia, che hanno reso pos­sibile, dal 1945 in poi, il lento risorgere del nostro paese e il suo reinserimento nel novero delle nazioni civili. Con questi ideali nell’ani­mo, chiediamo, pertanto, che questa offesa ai morti della Genova resistente non venga consentita, impegnandoci ad operare affinchè si renda impossibile qualsiasi tentativo di riaf­fermazione del fascismo ».

Ebbene, questa protesta è stata sotto­scritta da 48 professori ordinari dell’univer­sità di Genova…

NAPOLITANO GIORGIO. Attivisti ! Che ne dice, onorevole Taviani ?

PERTINI. …è stata sottoscritta, onore­vole ministro, da 91 liberi docenti, assistenti e ricercatori delie diverse società.

Tutti comunisti costoro ? Comunista forse il presidente dell’animi nitrazione provinciale (.li Genova, il democristiano Maggio, che ha inviato la sua solidarietà? Comunisti sono forse il professore De Bernardis che ha aderito alla protesta dei resistenti genovesi ed il senatore Bo, che ha inviato, con una nobile lettera, la sua solidarietà a queste manife­stazioni ? (Vivi applausi a sinistra).

È tutto il popolo di Genova che è sceso in piazza, e non poteva essere diversamente ! Genova brucia ancora, come brucia ancora Cuneo. Genova ha sofferto molto per opera del fascismo. Se vi è un popolo pacifico, in­tento al suo lavoro, questo è il popolo ge­novese, ma quando lo si tocca nei suoi senti­menti profondi, questo popolo sa reagire como ha reagito nel passato e come reagisce oggi.

La realtà è ben diversa da quella che ci ha detto lei, onorevole ministro. Quando ella dice, rivolti» proprio a me: « Noi siamo per la libertà e la vogliamo difendere nei con­fronti di tutti », io posso consentire con lei su questo. Ma quando qualcuno viola la legge e il codice, che cosa deve fare lei contro il vio­latore se non applicare la legge ? Ed ecco, o signori, io vorrei che vi prendeste la briga di leggere un po’ la stampa neofascista, anche il giornale di stamane del neofascismo. Vi è sempre l’apologià del fascismo, si vilipendono sempre lo forze della Resistenza. Apologià flvl fascismo vuoi dire apologià di reato; o, quindi, costoro dovrebbero essere severamente puniti in nome di una legge che è stata votala qui, nel libero Parlamento itaiano. (Applausi a sinistra}.

Ma la cosa che più mi preme di mettere in evidenza dinanzi a lei e alla Camera è che vi è slata da parte dei neofascisti una premeditata provocazione nei confronti di Genova; e la provocazione sta iu questo: è stato annunciato proprio dai neofascisti che a Genova, per il loro congresso, dovrebbero convenire tutti i comandanti delle ex brigate nero, cioè coloro che hanno inviato centinaia e centinaia di cittadini genovesi a morire nei campi dì concentramento di Germania; do­vrebbero Convenire oggi a Genova i tortura­tori della casa dello studente; dovrebbero convenire a Genova coloro che hanno fucilato patrioti e part.igiani al Turchino, all’Olivella, a Crevasco, alla Benedicta. E i genovesi avreb­bero dovuto rimanere indifferenti di fronte a questa provocazione ?

Ma vi è anche un’altra provocazione cho le devo ricordare anche perché ella è stato un sincero antifascista, onorevole ministro, e lo dò atto che ella si è battuto con noi nel 1943-44 qui a Roma. Ed è appunto a questa sua coscienza di antifascista che faccio ap­pello perché possa intendere U sacrosanto o giusto sdegno del popolo genovese contro il fascismo e contro coloro che ne fanno ancor oggi l’apologià. Ebbene, signori, gli antifa­scisti come l’onorevole Spataro dovrebbero ricordare un criminale di guerra che si chiama Basile. Si ponga questa domanda, onorevole ministro: come mai Basile, che non aveva mai più osato mettere piede a Genova, vi ritorna adesso ? Vi ritorna, perché sa di essere protetto dalle autorità di polizia. Que­sta è una vergogna ! Basile è stato un crimi­nale fascista.

Onorevole Migliori, l’ho ascoltata ieri con molta deferenza, non solo per l’amicizia che a lei mi lega, ma pei1 quello che ella ha detto sul suo figliolo. Mi consenta di ricordarle, onore­vole Migliori, che questo boia di Basile ha mandato mio fratello a morire in un campo di annientamento in Germania. E dovrebbe domani presiedere il congresso neofascista ! (Vivissime proteste a sinistra}.

Onorevole Migliori, noi dobbiamo rispet­tare e far rispettare il ricordo dei nostri mar­tiri. Noi dobbiamo fare in modo che neppure un’ombra scenda per colpa nostra su questo ricordo. Onorevole Migliori, io sono rimasto molto commosso quando ella ha pianto per il suo figliolo, ma poi sono rimasto stupito quando ella, sia pure indirettamente, na dato, con i suoi amici di partito, la solidarietà al­l’estrema destra. (Commenti}.

PRESIDENTE. La votazione di ieri ave­va un altro contenuto, cioè se sospendere o meno la seduta. Siccome anche io presi posi­zione contro la sospensione della seduta, sìa chiaro che tale posizione non aveva un valore politico, ma solamente tecnico.

PERTINI. Ecco uno dei bandi emanati da quel Basile che domani presiederà il con­gresso del partito neo-fascista. È uno dei tanti bandi che egli lanciò nella nostra Ge­nova: « i° marzo 1944. Lavoratori, vi è un vecchio proverbio che dice: uomo avvisato è mezzo salvato. Vi avverto che qualora cre­diate che uno sciopero bianco possa essere preso dall’autorità come qualcosa di perdonabile, vi sbagliate questa volta. Sia che in­crociate ìe braccia per poche ore, sia che di­sertiate il lavoro, in tutti e due i casi un certo numero di voi, grazie a sorteggio, verrà imme­diatamente inviato nei campi di Germania». (Interruzioni a sinistra]. Costoro che minac­ciavano di mandare i nostri operai in Ger­mania, e ve ne hanno mandati a migliaia, co­storo pretendevano, e pretendono anche oggi, di avere il monopolio dell’amor di patria ! Essi sono stati e sono i negatori della patria.

Contenendo il giusto sdegno, io mi sono chiesto in questi giorni e mi chiedo oggi come mai il Governo non interviene. Perché, ono­revole ministro, ella mi deve dare atto di questo: se domani una qualsia» manifesta­zione politica urtasse il sentimento di tutta una cittadinanza ella interverrebbe, impe­dendo la manifestazione per ragioni di ordine pubblico. Devo ricordare, a questo proposito, che un Presidente del Consiglio, per ragioni di ordine pubblico, vietò a Bari il congresso del Movimento sociale italiano. Perché dunque ella non ha ritenuto di adottare un analogo provvedimento ? Non mi stupisce che non abbia sentito questo dovere l’onorevole Tam-broni. Egli è ormai ritornato ai suoi antichi amori (Commenti], barattando, colleglli de­mocristiani, il sacrifìcio di don Morosini, di don Minzioni, di don Bobbio, dei fratelli Di Dio per ventiquattro miserabili voti dei neofa­scisti ! (Vivi applausi a sinistra — Proteste al centro}.

Se oggi il presidente Tambroni non avesse bisogno dei 24 voti dei fascisti e si reggesse su altre forze, probabilmente – dico pro­babilmente, perché stiamo diventando sospet­tosi – i democristiani della Resistenza sareb­bero sorti a sollecitare con noi che il congresso del neofascismo non avesse luogo per ragioni di ordine pubblico.

Mi appello ancora una volta a lei, onorevole ministro; né i miei compagni di partito si stupiscano di questo mio invito, che è rivolto ad un uomo che è stato antifascista e che con noi si è battuto qui a Roma contro i nazisti. Onorevole Spataro, mi dica sinceramente: come può non trovarsi a disagio essendo in un Governo alleato con i neofascisti ? Non vale rivendicare la tradizione antifascista della democrazia cristiana come è stato fatto al congresso dì Firenze, se poi rinnegate queste tradizioni, alleandosi con l’estrema destra e con il neofascismo !

Abbiamo ragione di essere amareggiati e preoccupati se ci ripieghiamo su noi stessi e se pensiamo che, a distanza di quindici anni dal­la liberazione, il fascismo ha nuovamente alzato la testa e adesso è diventato un partito governativo per volontà dell’onorevole Tam­broni. Tutto ciò profondamente ci amareggia ed anche ci disgusta, come italiani e come partigiani. Possiamo essere preoccupati per l’involuzione che si va determinando nella situazione politica italiana. Non sono però d’accordo con coloro che trovano che l’attuale situazione è simile a quella del 1921 e del 1922. Per fortuna nostra e del popolo italiano, le due situazioni sono profondamente di­verse. Nello schieramento politico italiano sono oggi presenti due forze, di cui una, allora, non aveva il peso che ha oggi e l’altra non esi­steva. Attraverso venti anni dì lotta contro il fascismo e due anni di lotta contro i tedeschi, il movimento operaio si è temprato e non cede­rà le sue posizioni. Vi sono poi le forze della Resistenza.

Chi, come me, ha assistito alle celebrazioni unitarie del 25 aprile e alla manifestazione unitaria svoltasi a Genova mercoledì, sa quali siano oggi la volontà e la compattezza delle forze della Resistenza. Se dovesse prospet­tarsi dinanzi al popolo italiano il peggio, non sarà certo il Governo Tambroni a scongiu­rarlo ed a evitarlo. Giustamente un oratore democristiano ha affermato, al congresso di Firenze, che non si può difendere la democra­zia, essendo alleati con le forze della reazione. Non sarà, dunque, il Governo Tambroni che potrà difendere la democrazia nel nostro paese.

Per nostra fortuna vi sono le forze della Resistenza. Ed anche voi democristiani do­vreste essere orgogliosi di avere anche nelle vostre lile uomini della Resistenza che si sono battuti con noi contro il fascismo e contro i nazisti.

Una voce al centro. Contro tutti i totali­tarismi.

PERTINI. Vi rispondo, so a chi volete al­ludere. La realta è che questi miei colleglli io li ho incontrati in galera, al confino, nella guerra di liberazione, si sono battuti con noi contro i nemici della libertà; oggi, invece, voi siete alleati con i nemici della libertà. Ecco la differenza ! (Commenti al centro],

II peggio potrà essere evitato dalle forze della Resistenza, e per nostra fortuna si è ristabilita ì’unità di queste forze. Noi uomini della Resistenza ancora una volta affermiamo che siamo pronti e decisi a batterci come ci battemmo durante la guerra di Liberazione, perché trionfino i valori che hanno animato quella nostra lotta e per far sì che essi costi­tuiscano la base della Repubblica democratica italiana.

Oggi si comincia a dire che non si cono­scevano queste cose. Ma è mai possibile pensare che le vostre autorità a Genova siano così poco a conoscenza della topono­mastica della città ? Comunque i « missini » genovesi queste cose le conoscevano e le cono­scono anche i dirigenti democristiani.

È tutta una regione, unita ad una città, che ha sofferto ed ha dato centinaia dei suoi figli migliori per la libertà e la democrazia, una città che nella lotta ha sconfìtto ed ha vinto i tedeschi ed i fascisti e di questo dovete tenere conto: per questo i genovesi non vogliono che oggi i fascisti ritornino a spadroneggiare nella loro città, non vogliono che i fascisti abbiano la possibiltà di ritessere le fila di una politica che è stata sconfìtta, che si riallaccia all’infausto passato, alla politica cioè del ventennio che ha dato al nostro paese rovine, distruzioni e morte. È una città con la sua gente migliore, coi suoi operai, coi suoi professori, coi suoi studenti, coi suoi artigiani; è tutto un popolo che oggi lotta per difendere l’onore e il sacrifìcio dei suoi caduti.

Questa, però, è anche una lotta che essi conducono contro di voi e contro la vostra politica di alleanza coi fascisti, perché non vi è dubbio alcuno che, se voi non foste alleati coi fascisti, se la vostra possibilità di vita come Governo non fosse condizionata dai 24 voti fascisti, il congresso del Movimento sociale non si sarebbe tenuto a Genova, non si sarebbe data la possibilità ai neo-fascisti di inaugurare il loro congresso in quella città medaglia d’oro della Resistenza con la parte­cipazione del boia Basile, che ha commesso gli atti che sono stati denunciati poco fa dal­l’onorevole Pertini. È questa politica che ha permesso ai fascisti dì poter indire il loro congresso in quella città ed è questa politica che voi oggi state difendendo attraverso la mobilitazione dei battaglioni della « celere » di tutta l’Italia del nord scagliandola, senza vergognarvi, contro quegli stessi lavoratori, contro quegli stessi partigiani che con alcuni di voi avevano partecipato alla lotta contro gli Anfuso, gli Ammirante, i Basile e gli Spiotta.

Ella, onorevole Taviani, ha dimenticato con troppa facilità il passato. Noi la ricor­diamo quando era nel comitato di liberazione nazionale di Genova, ricordiamo le circolari che arrivavano da quel comitato ai nostri distaccamenti ed alle nostre organizzazioni partigiane e nelle quali ci si incitava giusta­mente a condurre la lotta con fermezza contro i fascisti. Noi sapevamo che ella era uno dei componenti del C. L. N. più decisi in questa direzione. Oggi ella è lì al posto di ministro, ministro del Governo Tambroni che vive e vegeta mercé i 24 voti di coloro che ieri sono sfuggiti alla nostra azione, perché, se li aves­simo presi, anche in seguito ai suoi ordini, onorevole Taviani, essi avrebbero subito la sorte che le circostanze di quel tempo im­ponevano. (Applausi a sinistra). Come è pos­sibile un simile trasformismo ?

Su di voi ricadono quindi le responsabilità di quanto è accaduto e di quanto potrà acca­dere a Genova.

Non si possono fare questi voltafaccia, queste capriole politiche, senza subirne – mi rivolgo a voi, onorevoli colleglli della demo­crazia cristiana, che avete partecipato in un modo o nell’altro alla Resistenza – tutte le con­seguenze politiche che da simili posizioni deri­vano.

Voi, signori del Governo, avete dato il permesso al Movimento sociale italiano, ai fascisti, di iniziare il congresso a Genova: voi dovete impedire che il congresso del Movi­mento sociale italiano domani cominci i suoi lavori. Perché o lo impedite voi o lo impedi­ranno i cittadini di quella città. (Vivi applausi a sinistra).

GRILLI GIOVANNI. …i cittadini di tutti i partiti !

BARONTINI. Non si può sfuggire a questo dilemma. Non è possibile, onorevole Spataro, che ella se la cavi con il concetto della difesa della libertà, perché tutto ciò non ha senso: questa è la difesa della provocazione, non della libertà, ma contro la libertà ! Ed a questa provocazione, a questo errore fatale che avete commesso dovete porre riparo. Con la posizione che ella ha sostenuto, ono­revole ministro, caratterizza questo Governo ancora di più di fronte all’opinione pubblica, di fronte ai cittadini, di fronte alla gente democratica del nostro paese, e ancora più chiaramente ella fa comprendere quale sia la vostra politica e quali siano tutti i vostri orientamenti futuri.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, certo di interpretare il sentimento dei parlamentari democratici e partigiani del Parlamento della Repubblica italiana, invio un caldo e fra­terno saluto di solidarietà ai genovesi in lotta. (Si grida a sinistra: «Viva la Resistenza! Morte ai fascisti! » – I deputati della sinistrasi levano in piedi e applaudono lungamente}.

Nello stesso tempo invio loro anche un sen­tito ringraziamento, perché attraverso questa loro azione hanno dato al paese la possibilità di vedere come profondo, come esteso e vivo sia il sentimento antifascista a Genova e nelle altre città d’Italia, perché attraverso la loro combattività e la loro unità hanno dimo­strato che è possibile fermare la marcia dei fascisti. Da Genova, città medaglia d’oro della guerra di liberazione, attraverso la lotta che i suoi cittadini conducono, viene una indicazione per tutto il paese, per tutti gli uomini sinceramente democratici: che è pos­sibile, cioè stroncare le idee velleitarie dei nostalgici e dei loro protettori, e far sì che la democrazia vada avanti, si affermi su basi solide e crei condizioni nuove per dare al popolo italiano un avvenire di progresso, di pace e di libertà. (Applausi a. sinistra -Con­gratulazioni).

PRESIDENTE. L’onorevole Filippo Guer­rieri, cofirmatario dell’interrogazioni Luci-fredi, ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto,

GUERRIERI FILIPPO. È strano che chi prende la parola da questi banchi (ieri è toccato all’onorevole Migliori) venga subito tacciato di fascista. Io parlo in perfetta sere­nità e tranquillità di coscienza, perché, al pari di lei, onorevole ministro, e dell’onorevole Migliori, non ho proprio nulla da rimprove­rarmi del mio passato, anzi direi che perfino il mio avvenire è tutto nel mio passato.

Una voce a sinistra. Ed il presente ?

GUERRIERI FILIPPO. Anche il pre­sente, onorevole collega.

Qui non facciamo la difesa del fascismo, sia ben chiaro e preciso e non si deformi la realtà. Noi non siamo alleati neppure in questo caso con il fascismo. È strano che lei, onorevole ministro, ed io abbiamo, tu;tto ad un tratto, abbandonato le nostre posizioni ideali. È possibile che si distrugga così, che si passi cosi con tanta semplicità e colpevole indifferenza sopra quanto fu sofferto in venti anni ? Possibile che sì dimentichino perfino i propri figli, tu il tuo ed io i miei? È possibile che si rinneghi il proprio sangue e la propria carne proprio qui ? (Applausi al centro). Appunto per questo noi iion ci alleiamo nean­che oggi al fascismo ! Noi non siamo con Ba­sile, onorevole Pertìni; ne rimaniamo molto distanti come lei e quanto lei. (Applausi al centro). Non diventiamo filofascisti o fascisti per 24 voti di occasione o di opportunità. Noi rimaniamo antifascisti per i nostri prin­cipi ideali di libertà. (Applausi al centro).

Sia ben chiaro che siamo molto lontani anche dal criticare la Resistenza o dal volerne diminuire il valore. Diminuendo il valore della Resistenza, diminuiremmo noi stessi, perché la Resistenza non è patrimonio di un partito, non è solo patrimonio vostro, colleghi della sinistra, ma è il patrimonio di tutti i partiti democratici e, quindi, anche nostro. (Applausi al centro). E come voi siete ledeli alla Resi­stenza, lo siamo anche noi, anche oggi, in questo momento. La Resistenza a Genova, l’onorevole Pertini non può negarlo, non vuoi dire soltanto Taviani, vuoi dire anche (perché vogliamo ricordare) cardinale Boetto, vuoi dire anche cardinale Siri, vuoi dire anche i
dieci preti di La Spezia imprigionati e portati alla « casa dello studente » ! (Applausi al centro).

Potremmo rinunziare per 24 voti a tutto questo nostro eroico patrimonio spirituale ? (Commenti a sinistra).

La realtà è una e sola: che dall’antifa­scismo è nata la Resistenza e dalla Resistenza (anche la vostra parte lo ha sempre asserito), in verità, è nata la nostra Costituzione demo­cratica, che garantisce la libertà per tutti i cittadini italiani e per tutti i partiti. (Applausi al centro — Commenti a sinistra). Voi dite: per tutti si, quindi anche per voi democra­tici cristiani (grazie !), ma per il Movi­mento sociale no ! Ebbene, se ritenete che la attività di questo partito sia contraria alle leggi ed alle istituzioni dernocratìche dello Stato, la Costituzione indica la strada da se­guire; ma quella strada voi non la battete. Sono dieci anni che esiste il M. S. I., che ha la sua rappresentanza anche in Parlamento, sono dieci anni che questo partito tiene i suoi congressi e non avete mai detto niente !

CASTAGNO. Abbiamo sempre protestato. Siete voi che valorizzate il M. S. I.

GUERRIERI FILIPPO. È da mesi che l’ M. S. I. ha chiesto di tenere il suo congresso a Genova, ma solo oggi reagite violentemente contro di esso, congresso che noi democri­stiani abbiamo detto tutelato dalla Costitu­zione, ma che (come abbiamo gridato forte e scritto nei manifesti) abbiamo pure ritenuto ed ancora riteniamo inopportuno.

Qui però si tratta soltanto di rispettare la Costituzione, oggi nei confronti del M. S. I. domani nei nostri e, vivaddio, nei vostri confronti ! Non dobbiamo per nessun motivo rinunciarvi, perché se vi rinunciassimo, rinun­ceremmo alla base fondamentale della nostra rinnovata vita democratica, e cioè alla Costi­tuzione stessa, frutto di tante lotte e tormenti.

Circa la manifestazione di ieri indetta per onorare i caduti, v’è qualcosa da osservare ? Avevano ragione quei poveri martiri di via XX Settembre di essere ricordati, ave­vano ragione di avere la loro corona, avevano ragione di avere il pensiero di tutti i genovesi, avevano ragione, per i credenti, di avere la loro preghiera.

 

 

Fonti

  • Cristina Arnini e il Centro Documentazione Mondadori
  • Guido Sommavilla e il Centro Documentazione dell’Esercito Italiano
  • Due volte Genova Luglio 1960 – Luglio 2001: fatti, misfatti, verità nascoste (A. Baldoni, Ed. Vallecchi)
  • 30 giugno 1960 La rivolta di Genova nelle parole di chi c’era (A. Benna – L. Compagnino, Ed. Fratelli Frilli)
  • Francesco Londei: Racconti.
  • Francesco Campisi, Bologna
  • Vincenzo Palumbo, Padova
  • Emanuele Rimmaudo, Roma
  • operai Contro ( operai@net )
  • Quotidiani :
    • Il Messaggero ( 01-07-60 )
    • il Secolo XIX ( 01-07-60 )
    • L’Unità ( 01-07-60 )
  • Periodici:
    • ABC ( 03-07-60)
    • Il Reporter ( 12-07-60 )
    • L’Europeo ( 10-07-60; )
    • Lo Specchio ( 10-07-60 )
    • Storia Illustrata ( dic 85 e feb 86 )
    • Telesera ( 02-07-60 )

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Qualche parola sulla Divisione di Fanteria “Cosseria”

Brevi cenni storici sulla Divisione in cui il generale Francesco Londei prestò servizio prima di transitare nel ruolo Ufficiali del Corpo delle Guardie di P.S.

a cura di Giampiero Londei

 

La Divisione di fanteria Cosseria era così composta:

COMANDO: Comandante Gen. Enrico Gazzale Capo di S.M Col. Giuseppe Stefanelli (dal 2/11/42 T.Col. Giuseppe Massaioli)

QUARTIER GENERALE: 13^ e 14^ sezione mista e motorizzata Carabinieri , 5° drappello automobilistico , 42° Ufficio Posta Militare.

FANTERIA : 89° e 90° Rgt. su 3 btg. ciascuno

ARTIGLIERIA: 108° Rgt. Motorizzato – C.te Col. Ernesto Drommi – su :

C.do e reparto C.do di Rgt. – Reparto Munizioni e Viveri Reg.le (per i gruppi da 75/18),

IV Gruppo da 105/28 ( su 3 batterie e Reparto Munizioni e Viveri )

I e II Gruppo obici da 75/18 ciascuno su 3 batterie

87^ e 305^ batteria cannoni c.c. da 20mm – 72^ c.c. da 75/39 (su sei pezzi)

GENIO (Comp. Artieri, telegrafisti/marconisti, fotoelettricisti )

SERVIZI (Sanità , Sussistenza, Trasporti).

Fu inquadrata nel II Corpo d’ Armata (con le Divisioni Sforzesca e Ravenna) che, col XXXV Corpo d’ Armata (già CSIR) ed il Corpo d’ Armata Alpino costituirono l’ 8^ Armata destinata ad operare in Russia.

Il movimento del II C.A. avvenne tra il 28 giugno ed 6 luglio 1942, mentre la Div. Cosseria giunse alla stazione ferroviaria di Gorlovka ( sul Donez nelle vicinanze di Stalino) solo il 15/7 in quanto trattenuta a disposizione c/o il Comando d’Armata .

Il 31 luglio effettuò il passaggio del fiume Donez ed proseguì verso il Don attraverso territorio ancora caldo dai recenti combattimenti e non del tutto rastrellato.

Il 13 agosto si attestò sulla linea della riva destra del medio Don, in sostituzione della 62 Div. Germanica, nel settore Novaja – Kalitva-Zapkovo-Dubovikof a nord dell’intero schieramento dell’8^ Armata; alla sua destra, (versante Sud) era la Div. Ravenna ; a sinistra, (versante nord) era la 294^ Div. Tedesca.

Il fronte che doveva presidiare e difendere si estendeva per 34 km!

Il 20 agosto i Russi attaccarono lo schieramento italiano presidiato dal XXXV corpo (Div. Pasubio, Sforzesca, Torino e Celere) ; del II Corpo d’ Armata fu coinvolta la sola Div. Ravenna. L’offensiva terminò solo il seguente 1 settembre con la completa ritirata degli attaccanti dalla riva destra del fiume. (prima battaglia difensiva del Don)

Ci riprovarono i giorni 11 e 12 settembre investendo la zona di Deresovka e Quota 158, presidiate dal 90° Rgt., ala destra della Divisione Cosseria.

I russi, dopo intenso fuoco di preparazione e col favore della nebbia, passarono il Don ed attaccarono il caposaldo; il fuoco delle armi della fanteria e quello delle artiglierie della difesa era reso impreciso dalla stessa nebbia che ne impediva l’osservazione.

Così il caposaldo cedette, e le fanterie nemiche occuparono Q. 158.

Era così minacciata la zona di schieramento delle batterie più avanzate della destra divisionale.

In conseguenza fu subito disposto un contrattacco da parte del 90° Rgt. che riportò la Quota in nostre mani ed i tentativi della 127^ Divisione fucilieri di riconquistarla furono tutti frustrati grazie al fuoco dell’artiglieria del IV Gruppo da 105/28 del 108° Rgt.

All’alba del 12/9 i russi effettuavano un ultimo tentativo nella zona di Deresovka ma il fuoco delle artiglierie ed i contrassalti del II Btg. del 90°Rgt. ristabilivano le posizioni raggiungendo la sponda del Don.

Anche i tentativi d’infiltrazione nei pressi di Krasno Orekovo, sulla linea di giuntura fra la Cosseria e la Ravenna, furono respinti grazie al fuoco concentrato delle due Divisioni.

Al 10 dicembre, vigilia dell’inizio di quella che sarà chiamata la “seconda battaglia difensiva del Don” , che terminerà con la disfatta della nostra Armata, lo schieramento della Cosseria era rimasto pressoché immutato mentre, alla sua sinistra, la Divisione tedesca era stata sostituita dalla Div. Cuneense del Corpo d’Armata Alpino attestatosi sulla linea difensiva tra la fine di agosto ed i primi di settembre.

In rinforzo allo schieramento della Cosseria erano posti tre Btg. del 318° Rgt. granatieri tedesco (di scarsa efficienza in quanto ricostituiti con reparti d’istruzione) ed il III gruppo cannoni da 75/32 del comando del 201° reggimento artiglieria motorizzato.

L’ 11 dicembre i russi intrapresero azioni di logoramento per saggiare le difese italiane nei settori prescelti all’azione di sfondamento ed in particolare contro le Divisioni Ravenna e Cosseria; alle ore 6,15 del giorno 12, quattro battaglioni di fucilieri investirono le difese della Cosseria nei settori fra Nova Kalitva-Koschiarni e Samodurovka-Deresovka, ma sempre respinti.

La notte del 13 nuovo attacco a Novo Kalitva contrastato dalle artiglierie della Divisione cui si aggiunsero quelle della contigua Divisione alpina Cuneense; furono 36 ore di aspra lotta con alterne vicende, alcune postazioni perdute furono alla fine riconquistate con l’efficace concorso di tutte le artiglierie della Cosseria.

Alle ore 8 del 14 dicembre, sostenuti dal gruppo mobile Leonessa II, (riserva tattica della Divisione) i battaglioni della Cosseria intrapresero un contrattacco sulla Quota 192 – perduta il giorno precedente – riconquistandola nel pomeriggio ed infliggendo ai russi gravissime perdite (pari ad almeno 2 battaglioni nella sola zona dell’altura di Q.192 ). In totale contro la ns. Divisione furono almeno 10 i battaglioni delle Divisioni 127, 172, e 350 impiegati dal nemico. (per le gravi perdite, dovettero addirittura sciogliere la 127^).

In questi 4 giorni i sovietici non intesero soltanto “ammorbidire le difese”, dovevano anche raccogliere utili informazioni sui tratti della fronte italiana più sensibili della Cosseria e Ravenna; le offensive contro altre unità dello schieramento (Div. Pasubio) ebbero scopi diversivi.

All’alba del giorno 15, truppe avversarie, ammassatesi nella notte, alle pendici nord di Q. 192 e nei canaloni adiacenti scattarono all’assalto. Sotto il fuoco delle artiglierie, lanciarazzi e spezzonamenti aerei, i nostri si ritirarono e le alture furono perdute.

Un rinnovato contrattacco della Cosseria sulla quota incontrò fortissima resistenza e fu respinto.

Alla fine della giornata comunque la spinta offensiva nemica era stata contenuta e le nostre posizioni sostanzialmente mantenute.

Il 16, giorno della rottura del fronte, era stata prevista la sostituzione della Cosseria , troppo logorata, con la 385^ Div. Tedesca che dal 12 dicembre ne aveva sostenuto le azioni, il ritiro dalla 1^ linea non doveva però riguardare le artiglierie divisionali che sarebbero rimaste nelle loro postazioni.

Quel giorno, dopo preparazione di artiglieria, i russi attaccarono decisamente sul fronte della Cosseria e Ravenna penetrando per quasi 5 km. e portando lo scontro ravvicinato sulle postazioni delle ns. artiglierie i cui serventi, con i resti delle unità di fanteria ne contennero l’avanzata.

Il successivo giorno 17 vide il rapido progresso dell’ offensiva nemica che, superando una disperata resistenza, travolse ed accerchiò interi reparti.

Il 90° Rgt. della Cosseria riuscì a ripiegare sulla postazione della batteria di accompagnamento

(rimasta con un solo pezzo) e proseguì fino a quella tenuta dalla 3^ batteria del I gruppo del 108° Reggimento.

I carri russi investirono lo schieramento delle artiglierie divisionali e di rinforzo che reagirono con proprio fuoco, la 2^ batteria del CXXIII di Corpo d’ Armata resistette fino a sera prima di essere sopraffatta; stessa sorte subirono la 1^ e 2^ batteria da 75/18 del I/108° e la 1^ 105/28 del IV/108°.

Le batterie 2^ e 3^ da 105/28 del IV/108° riuscirono a lasciare, combattendo, la zona di schieramento ma abbandonando (dopo averli sabotati) sulla pista da Zapkova a Ivanovka, causa esaurimento del carburante, 4 pezzi.

L’alba del giorno 18 vedeva ancora puntate di mezzi corazzati sovietici sulle posizioni di caposaldo italiane e tedesche di Taly (alcuni km. a sud di Ivanovka) al momento presidiata da forze eterogenee retrocesse dalla linea del Don, fra cui una batteria da 75/18 della Cosseria.

Sul Don ancora resistevano alcuni isolati caposaldi fra i quali quello di Nova Kalitva tenuto dal I° e II° battaglione dell’ 89° Rgt. Cosseria.

Il 19, dal comando “Gruppo Armate B” venne diramato l’ordine di ripiegamento di tutte le unità tranne per quelle del Corpo d’Armata Alpino, posizionato a nord di quello che era lo schieramento del II° Corpo d’Armata Italiano.

Il pomeriggio dello stesso giorno vedeva ancora resistere a Nova Kalitva quel che rimaneva dell’ 89° Cosseria sostenuti dal Reggimento Saluzzo della Cuneense intervenuto in soccorso.

Il 90° era riuscito a defluire a Kantermirowka e quindi a Pelageievka, dove, raggiunti anche dai superstiti del 90° si riordinarono.

Il giorno 20, sempre respingendo le puntate offensive nemiche, assieme ai resti della 385^ tedesca, proseguirono la ritirata fino a Lisinovka ad ovest della linea ferroviaria Rossosc- Millerovo.

Quel che rimaneva dei reggimenti della Cosseria, compreso il 108° Artiglieria, (meno un gruppo) vi giunse il 23 dicembre e qui sostarono fino al 31 del mese.

Tra il 1° ed il 5 gennaio 1943, la Divisione, riorganizzata alla meglio, fu spostata nella zona di Rovenki-Beloluzkaja ,(località a circa 50 km. a sud di Rossosc ) a protezione del fianco destro del Corpo d’Armata Alpino ancora schierato sull’alto Don.

Con l’aggravamento della situazione anche sul fronte del XXIV° Corpo d’Armata tedesco ( e ungherese ) la Divisione fu fatta ritirare, a piedi con temperature che toccavano 40° sotto zero, in direzione sud-ovest, attraverso Karkov fino a Novo Beliza (zona di Gomel nella Russia Bianca) sulla sponda ovest del Donez dove, nel frattempo si era costituita la nuova linea difensiva.

Da qui, a scaglioni, fu fatta rientrare in Patria.

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2 pensieri su “Francesco Londei, ufficiale di P.S.

  1. http://www.sindacato-sou.webnode.it
    sindacatosou@tiscali.it
    soudifesa@libero.it
    °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
    SOTTO ACCUSA E’ LA POLITICA ISTITUZIONALE PUBBLICA NAZIONALE DI ALLORA(Esecutivo),DECISAMENTE ANTICOMUNISTA E CONSERVATORA SENZA ETICA.MA ANCHE LA BUROCRAZIA ISTITUZIONALE PUBBLICA DI ALLORA, HA LE SUE COLPE. LA SN DI ALLORA, SVOLSE DOVUTAMENTE UNA SECONDA LIBERAZIONE DELL’ITALIA DA FORZE REAZIONARI / IRRISPETTOSE DELL’ISTITUTO DELLA SOVRANITA’ POPOLARE.
    (“ Fate che il volto di questa Repubblica, sia un volto umano…”
    (Giuseppe Saragat,1° Presidente Costituente 26 giugno1946. Discorso inaugurale Costituente)
    05.11.2016

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