Vajont, 9 ottobre 1963

9 OTTOBRE 1963
di Gianmarco Calore

Quando decidi di costruirti casa, inizi sempre a consultare il numero più alto possibile di esperti del settore: geometri, ingegneri e – talvolta – geologi, se la zona interessata è particolarmente impervia. Ognuno di loro ti fornisce una marea di dati su cui ragionare e le soluzioni migliori per ovviare ai piccoli e grandi inconvenienti che si presentano regolarmente dal momento in cui la ruspa inizierà a scavare le fondamenta. Tu analizzi tutto il materiale, lo confronti, vai a sentire ancora un altro esperto, giusto per dormire sonni tranquilli. Ottieni tutte le autorizzazioni previste dalla legge, spesso dopo esserti “sbattuto” per lunghe e interminabili ore tra un ufficio e l’altro, bestemmiando contro l’onnipresente incompetenza dell’impiegato di turno e contro i “muri di gomma” sollevati da ciascuno di essi. Carte, progetti, marche da bollo… l’inevitabile sorpresina della squadra edilizia della Municipale che ti viene a fare visita un giorno sì e uno anche, attenta che ogni operaio indossi caschetti, giubbetti, imbragature, scarponi anti infortunistica… controlli con il telemetro laser per vedere se per caso tu non abbia ampliato di 3 millimetri il progetto originale… paura di non avere adempiuto a tutti gli oneri derivanti dal desiderio di farti casa….

Tutto questo per un’abitazione.

C’è un paesino, poco distante da Cortina, di nome Longarone: qui alla fine degli anni ’50 un gruppo di sciamannati ingegneri civili si fece proditoriamente un baffo delle leggi italiane – a dire il vero poche, all’epoca – e del comune buon senso che dovrebbe essere proprio di ogni essere umano raziocinante. E il tutto non per una casetta, ma per una diga.
E neanche una diga normale: una a doppio arco alta 202 metri nel progetto originario e in grado di portare alle sue spalle un lago artificiale di 58 milioni di metri cubi di acqua, tanti quanti la somma degli altri sette laghi artificiali presenti all’epoca nelle Dolomiti. Una diga come mai se ne erano viste fino ad allora.
Ma dato che ci sono, i prodi ingegneri decidono da soli di apportare una cosiddetta “variante in corso d’opera”, aumentando di altri 59,6 metri l’altezza totale del “mostro”. Il lago diventa quindi di 158 milioni di metri cubi d’acqua, contenuto da una diga alta 261,60 metri.

La diga più grande del mondo.

 

  

La diga del Vajont a lavori ultimati: siamo alla vigilia della tragedia, l’acqua del lago sta salendo alla quota di collaudo: non ci arriverà mai. L’intero costone che si vede sul lato destro (250 milioni di metri cubi di roccia) franerà nel lago sottostante causandone l’esondazione. 

Non entro nel merito delle porcate fatte da quella che risultò essere un’autentica lobby di ingegneri e costruttori, in grado di controllare, modificare, gestire e – quando diventavano scomodi – fare rimuovere con una semplice telefonata gli stessi controllori; non entro nelle connivenze politiche che portarono un ministro della Repubblica – Benigno Zaccagnini – a dire che la Società proprietaria dell’impianto (e committente dei lavori) era “uno Stato nello Stato” usando una frase divenuta storica ben 6 anni prima del suo debutto ufficiale: la strage di Piazza Fontana. Dico solo che quando le tardive perizie diventavano d’impiccio, venivano fatte sparire e al Ministero dei Lavori Pubblici venivano spedite relazioni geologiche di trent’anni prima in cui si diceva in sostanza una sola cosa: “State tranquilli, è tutto in regola”….
Per tutto questo c’è stato un processo. Ci sono state delle condanne. Qualcuno dei responsabili nel frattempo si è pure messo la canna di una pistola in bocca, coniglietto fino alla fine.

Il 9 ottobre del 1963, alle ore 22:39 dopo roboanti e inascoltati “preavvisi” dati dalla montagna per mesi interi, una gigantesca frana stimata sull’ordine dei 250 milioni di metri cubi di roccia si stacca dal monte Toc, piomba nel lago e crea uno tsunami che cancella dalla faccia della terra Longarone, Castellavazzo, Faè, Rivalta, Codissago, e danneggia altre frazioni lungo tutta la valle del Piave.
Più di 2000 i morti accertati; un numero imprecisato di dispersi.

Padova, 9 ottobre 1963. Ore 22:39, caserma “Pietro Ilardi” sede del 2° Reparto Celere Guardie di P.S. Centrali.
E’ una sonnacchiosa serata di inizio autunno. In caserma c’è il solito viavai di militari, molti dei quali stanno rientrando dalla libera uscita. Un gelato in compagnia dei Colleghi o una scappata a trovare la morosetta. Molti stanno guardando la televisione nella sala adiacente lo spaccio: c’è la partita, Ranger Glasgow contro Real Madrid. Al corpo di guardia gli agenti in servizio tendono l’orecchio alla sala TV dove è stata aperta apposta una finestra per fare quantomeno sentire anche a loro la telecronaca dell’incontro. La pattuglia appiedata che fa vigilanza interna ed esterna alla caserma, con la scusa di togliersi dalla schiena la pesante radio spalleggiabile, indugia spesso nei pressi dello stadio improvvisato, subito allontanata dall’occhiataccia severa del Sottufficiale d’Ispezione.

Ore 00:15: la sonnacchiosa serata di inizio autunno presso la caserma “Ilardi” viene squarciata dal suono della sirena d’allarme. All’incredulità iniziale subentra subito la professionalità dei militari. Ognuno sa quello che deve fare. Nel giro di 20 minuti le squadre di pronto impiego sono già inquadrate in cortile, pronte a ricevere ordini; gli Ufficiali vengono riuniti in Sala Comando. Scendono dai loro uomini con uno sguardo incredulo dipinto sul volto: “Tosi, xe cascà ‘na diga!” in stretto dialetto tra militari la cui gran parte sono veneti e friulani.
Moschetti e manganelli vengono rapidamente sostituiti da stivaloni, guanti da lavoro, tende da campo, fotoelettriche, radio ricetrasmittenti, pale, picconi e tanta buona volontà. Il Battaglione di Soccorso Pubblico voluto con ostinazione all’indomani dell’alluvione del Polesine di 12 anni prima dal Comandante del Reparto, Tenente Colonnello Gaetano Genco, è pronto nel giro di pochissimo. Al suo comando, un Ufficiale che aveva già avuto modo di farsi apprezzare e benvolere: il Capitano Carlo Lospinoso.
Alle 01:10 è già pronta una prima autocolonna di 4 camion, 7 gipponi OM-CL e 8 Campagnole. A bordo, sulle panche di legno dei Fiat 624N, militari e materiale in una scomoda commistione di uomini e mezzi. Ore 01:45: si parte. Nessuno sa niente, non si sa cosa si troverà salendo verso Longarone. Padova cede subito il passo alla campagna veneziana, trevigiana e bellunese. A Susegana, valicando il ponte sul Piave, con orrore ci si accorge che un fiume in piena di acqua nera sta lambendo le arcate trascinando giù di tutto. E’ un flash: i mezzi attraversano rapidamente il ponte senza fermarsi.
A Ponte della Priula il traffico veicolare, già scarso, diventa inesistente.
Il silenzio, rotto solo dalle “scalate” delle marce dei camion, ti si appiccica addosso come melassa. Si inizia la salita del Fadalto e lungo la “Cavallera” l’aria sembra addirittura più umida. Al bivio del lago di Santa Croce la “Celere” incontra un mezzo della “Stradale” che ha costituito un posto di blocco. Nessuno sale, nessuno scende.
“Brigadiè, che succede?”
“Comandi, signor capitano! Non sappiamo nulla, pare si sia rotta una condotta della diga del Vajont ma a Longarone i telefoni sono fuori uso”.
L’autocolonna prosegue lungo strade sempre più strette. Al buio. Solo adesso ci si accorge che l’illuminazione pubblica è spenta. Gli autisti dei mezzi devono improvvisamente azionare le spazzole dei tergicristalli.
“Ma piove?”
“Boh, chi ci capisce qualcosa? In cielo si vedono le stelle…”
Poco dopo il convoglio incappa in un’altra autocolonna. Sono pochi mezzi di colore rosso: Vigili del Fuoco di Belluno. Non si passa. La strada – già stretta e tortuosa – è invasa da oggetti di qualsiasi tipo: comodini, sedie, una Lancia Aurelia capovolta, sassi grandi come lavatrici….
“Compagnia, scendere dai mezzi!”
La voce stentorea del capitano risuona metallica e stridente in un silenzio che fa paura.
Gli uomini vengono disciplinatamente incolonnati per due, ciascuno con la sua dose di materiale sulle spalle. Le lampade Jodolux illuminano i primi passi dei Poliziotti tra macerie e detriti. Ad un certo momento la strada improvvisamente finisce, come mangiata da un avido Golem di fango: bisogna procedere salendo lungo i binari del treno, dentro gallerie dove il buio è addiritura soffocante. All’uscita dell’ultima galleria i binari da paralleli sono stati sollevati verso il cielo e contorti dalla forza di mille fabbri, la fucina del demonio. Giù dal dirupo, dove prima sorgeva Longarone, le fotoelettriche illuminano un paesaggio lunare: un torbido “caffelatte” di fango ha abbattuto, spianato, livellato e cancellato ogni forma di vita.
La fotoelettrica fruga l’inferno fino a dove riesce. Poi il primo grido: “AIUTO!!!”. E’ il grido di una donna in cui ogni guardia riconosce la voce della propria moglie, della propria madre, della propria figlia. Basta a rompere l’imbambolamento che aveva avvolto i militari. A rotta di collo scendono in quel girone infernale.

Tutto il resto è storia.

 
Il 2° Reparto Celere Guardie di P.S. di Padova fu il primo a giungere sul posto, subito raggiunto dalla 5° Brigata Alpina di Belluno. Non è con vanagloria che lo scrivo: non ci può essere vanto o senso del primato di fronte ad una tragedia di simili proporzioni. C’è però la convinzione che, in un’epoca in cui il moderno concetto di Protezione Civile era ancora lontano dall’essere concepito, i nostri Poliziotti si mossero con un professionismo da Corpo d’Elite.
Umilmente, fianco a fianco ad altri civili e militari, affondarono le loro braccia nel fango, ricomposero pietosamente corpi irriconoscibili, installarono il primo ospedale da campo e la prima rete ricetrasmittente. Molti vennero mandati verso il Trevigiano, lungo il Piave, armati di rampini e pertiche con cui recuperare i cadaveri che venivano trascinati verso il mare dall’impeto della corrente. Nei giorni successivi, un contingente denominato “Volpe 1” sovrintese alla vigilanza delle case ancora integre, ma ormai abbandonate, contro fenomeni di sordido sciacallaggio.

Nessuno di loro chiese il cambio. I giorni diventarono settimane, le settimane mesi. Ma nessuno volle abbandonare quella terra martoriata. Come pochi anni prima per il Polesine, i Poliziotti diventarono un tutt’uno con i superstiti. Si donarono senza riserve, con le medesime lacrime che solcavano i volti rugosi dei sopravvissuti e quelli sporchi di terra dei militari. Lo stesso Comandante Genco rimase fin dalla prima ora a fianco dei suoi Uomini, partecipando in prima persona alle operazioni di soccorso. Dal canto loro, i sopravvissuti che avevano ancora una casa la misero a disposizione dei soccorritori: un bagno caldo, una tazza di minestra, il calore di una famiglia.

Arrivò il Natale in quella brulla spianata. Il 2° Celere allestì un piccolo presepio attorno al quale venne celebrata la messa di mezzanotte. Ognuno ci mise del proprio: chi sapeva intagliare il legno, chi sapeva lavorare la creta, chi sapeva modellare il fango. Dio tornò nei cuori della gente grazie anche a questo piccolo gesto che molti ricordano ancora. I cuochi della mensa da campo prepararono dosi massicce di vin brulè che riscaldarono gli animi, rinsaldando neonati vincoli di amicizia e gratitudine che crebbero e si svilupparono negli anni successivi.

E quando la Celere tornò a casa, molti di quei ragazzi in uniforme lasciarono un pezzetto del loro cuore tra quelle montagne violentate dall’ingordigia dell’uomo. Voglio pensare che fu anche questo a fare rinascere Longarone, in una dimostrazione di amore che valicava i ruoli dei singoli uomini.

All’indomani della tragedia il Ministero fece coniare una medaglia di bronzo che fu consegnata a tutti i militari impegnati in quell’operazione di soccorso. Su di essa fu riportata la frase:

 

“Vi chiamò il Dovere

Trovaste l’orrore

Vi sostenne l’Amore”

 

Mai verità fu più grande.

Grazie, ragazzi.

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Un pensiero su “Vajont, 9 ottobre 1963

  1. Un commosso ricordo verso le Vittime e i loro Familiari… Un abbraccio ai sopravvissuti, in questo 53° anniversario della peggiore strage addebitabile alla stupidità umana.

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