Storia di Anna

STORIA DI ANNA

(un breve spaccato sulla prostituzione in Italia anni’ 50-’60)

di Fabrizio Gregorutti
Avvertenza: è una storia vera, solo i nomi dei protagonisti sono stati cambiati.
 
Di Anna rimangono due foto formato tessera in un fascicolo dalla copertina rosa, gettata alla rinfusa tra il materiale destinato al macero di un polveroso archivio di una questura del Nord Est. Nella prima Anna è molto giovane, ha forse 16 o 17 anni e indossa una camicetta bianca di buon taglio e quello che si intuisce essere un giacchino scuro.

 

Anna è a disagio di fronte all’obiettivo, si intuisce che è molto timida. Fissa con gli occhi un po’ spauriti da cerbiatto la macchina fotografica come se, più che lo scatto, si aspettasse un ceffone. E’ una bella ragazza, un po’ magra, dai capelli biondo cenere, come li descriveranno le carte che la inseguiranno per tutto il decennio successivo e gli occhi chiari (“cerulei”, scriverà un verbale appena un paio d’anni dopo) nei quali oltre alla timidezza sembra di leggere una grande tristezza. Viene da un paese delle montagne, un posto che oggi, nonostante la crisi, può essere considerato come uno dei simboli del successo del Nord Est rampante ma che in quel 1956 è un buco poverissimo, senza elettricità né acqua corrente, che a volte rimane isolato dalla neve, dove appena undici anni prima partigiani, tedeschi e fascisti si ammazzavano allegramente e dal quale nell ’anno del Signore 1956, gli abitanti cercano di fuggire per la disperazione emigrando nel resto d’Italia oppure Oltralpe. E’ uno di quei villaggi dove, come dicono sogghignando gli abitanti della pianura, l’unica cosa da fare in inverno per passare il tempo è ammazzarsi dal bere in osteria o provarci con la donna più vicina a te, estranea o no.
Anche Anna se ne è andata da quel buco in mezzo alle montagne, ma non è stata una sua scelta.
Sua madre è morta e lei ora ha un figlio da crescere. Lo ha avuto ad appena 16 anni… una bambina che ha messo al mondo un bambino. Rifiuterà sempre, caparbiamente, di dire chi sia il padre. Mi piacerebbe pensare che fosse un ragazzo come lei, un romantico “sbaglio” in un fienile durante una calda sera d’estate, ma a leggere bene il fascicolo si intuisce qualcosa di peggio, di innominabile, sembra di vedere una bambina inseguita dall’Orco all’interno della propria casa e infine stretta in un angolo in attesa dell’orrore, mentre i fratellini si proteggono le orecchie con le mani e si nascondono sotto le coperte ed i vicini di casa fingono per l’ennesima volta di non sentire.Anna comunque non si è spostata di molto, è infatti andata a lavorare come domestica in un paese giù sulla pedemontana. Non è nulla di eccezionale quella cittadina, poco più di un paesone cresciuto intorno alle caserme dell’esercito italiano e di quello americano, rimasto in quella cittadina dopo il 1945 per difendere l’Italia dallo zar rosso, ma che per Anna, cresciuta tra le montagne, è una metropoli piena di vita e che per di più ha il pregio di essere vicina a suo figlio, che è stata costretta ad affidare a suo padre, lì in quel paesetto perso tra le montagne. Ma la famiglia è poverissima e per quanto onesto, il lavoro di domestica non permette ad Anna di mantenere suo figlio. Suo padre non la gradisce a casa, però gradisce molto il denaro che Anna gli versa perché si occupi del bambino. Ad un certo punto alla giovanissima madre non rimane scelta. I soldati americani i soldi ce li hanno e sono così lontani da casa, come pure hanno i soldi i ragazzi ricchi della cittadina che non hanno l’età per recarsi al c***no….è così che ci ricasca una seconda volta.

Nell’autunno del 1956 rimane nuovamente incinta. Un rapporto della Tenenza dei Carabinieri dell’8 dicembre riporta in oggetto

“ricovero in ospedale di civile affetta da avvelenamento”.
E’ Anna. La sera prima è stata ricoverata in prognosi riservata
”siccome riscontrata affetta da avvelenamento acuto di natura da determinarsi”. Medesima ore I questa notte abortiva da gravidanza risalente at 3° mese. Predetta da circa tre mesi trovasi questa città siccome scacciata da familiari per sua condotta amorale”. Il secondo rapporto di pochi giorni dopo è ancora più chiaro
“Dalle ulteriori indagini esperite dall’Arma…” si è scoperto che l’aborto “è stato dovuto pratiche illecite su di lei praticate…” da una anziana donna della cittadina, la quale le ha fatto bere chissà quale intruglio che le ha interrotto la gravidanza. I carabinieri accertano nel loro rapporto che Anna “ha lasciato molto a desiderare per la sua condotta morale” e che al comune di nascita sanno da tempo che lei esercita il “mestiere”, infine la denunciano ai sensi dell’articolo 546 del codice penale, che punisce l’aborto illegale. Non c’entra che sia sopravvissuta per miracolo, che decine, forse centinaia di donne siano morte e moriranno ancora durante gli aborti illegali, avvelenate da qualche pozione come quella che ha quasi ucciso Anna oppure squartate su un tavolo di cucina, mentre una mammana armata di ferro da calza cerca di estrarre il feto. L’articolo 546 parla chiaro: Anna è colpevole.

Anna è costretta ad andarsene un’altra volta, non solo dalla cittadina ma dalla sua stessa terra. La maschera della “domestica” è caduta definitivamente. Non può più vivere nel buco tra le montagne ma non può portare con sé il suo bambino. Lo deve lasciare al proprio padre, in cambio della promessa di denaro per mantenerlo. E, purtroppo per lei, il denaro se lo può procurare in un solo modo.
Lo dice anche il foglio di via obbligatorio della questura di Milano che allontana Anna dal capoluogo lombardo, il 24 gennaio 1958
 “La nominata in oggetto, fermata in questa città, perché dedita alla prostituzione clandestina….” Lo conferma la successiva informativa dei Carabinieri del paesino “E’ di cattiva moralità, dedita alla prostituzione clandestina…” meno male che il commento era preceduto dalla essenziale frase “Politicamente disinteressata…. Hai visto mai che fosse interessata oppure (orrore!) comunista…

Anna ritorna a Milano, dopotutto lì i clienti sono pieni di soldi e lei è bella, davvero bella, e la gente fa la fila per una mezz’ora di fugace passione. Non è difficile immaginarsela mentre batte sui vialoni della Circonvallazione in “abiti discinti” e borsetta d’ordinanza e contratta con clienti che vanno dal cummenda generoso, al travet che ha deciso di prendere in cambio di qualche banconota da dieci ciò che la moglie ormai gli rifiuta, allo studente timidissimo ed imbranato. Ha anche qualche cliente fisso, quasi dei “fidanzati” che si sono innamorati di lei, come Pietro, il giovane muratore lucano che lavora nei cantieri che stanno edificando la nuova faccia della “capitale morale” italiana e che attende con pazienza il proprio turno prima di potere trascorrere qualche minuto insieme a quella bellissima donna dagli occhi chiari come l’acqua.
Il 6 giugno 1958 nel capoluogo lombardo, da
 “Agenti dipendenti da quest’Ufficio Polizia dei Costumi è stata sorpresa mentre si aggirava in viale Majno all’evidente scopo di prostituirsi”Stavolta l’arrestano, per la violazione del foglio di via obbligatorio. Finisce a San Vittore.

In teoria la galera dovrebbe spaventarla e costringerla a ritornare a casa, ma il 26 luglio la Buoncostume l’arresta un’altra volta e poi ancora il 9 ottobre, il 15 novembre….niente di che, si becca condanne che vanno dai 20 ai 30 giorni di arresto. Nulla di irreparabile, soprattutto per chi come lei ha avuto una vita durissima, sin dall’inizio e che ha bisogno di quei soldi per far crescere suo figlio e portarlo via dal paese. Chi se ne frega se finisce in galera un’altra dozzina di volte tra il 1959 ed il 1962. Chi se ne frega se deve dare parte dell’incasso al suo pappone….beh, certo… Anna ha un protettore, Carmine. Come pensate riesca altrimenti a sopravvivere per anni sulla strada, tra clienti maniaci, papponi che vorrebbero trascinarla nella loro scuderia e “colleghe” inca**ate perché Anna, bella com’è, porta loro via i clienti? Senza Carmine, che ha iniziato la carriera a Napoli durante la guerra procurando ragazze ai militari tedeschi prima ed a quelli angloamericani poi rischierebbe di trovarsi sfregiata, oppure violentata e gettata in un fosso con la gola tagliata. Non sarebbe la prima ragazza a finire così in quegli anni ’60, l’epoca “eroica” della prostituzione, prima della droga e dell’arrivo delle ragazze straniere. Pazienza se Carmine ogni tanto la picchia perché non porta abbastanza denaro e pazienza se più di qualche volta, oltre al denaro, si prende qualche “bonus” in natura e pazienza se Carmine gira con quella spaventosa rivoltella alla cintura, casomai avesse intenzione di mollarlo senza un “indennizzo”.
La ragazzina dagli occhi di cerbiatto spaventato non esiste più. L’ha sostituita la donna della circonvallazione, dallo sguardo duro come pietra che sembra bruciare la seconda foto tessera del fascicolo, uno sguardo che si addolcisce solo quando incontra Pietro.

No, non è un’esagerazione romantica né un volo di fantasia. Nelle relazioni di servizio della Buoncostume di Milano Pietro viene citato quasi sempre tra i clienti che non hanno paura di essere identificati dagli agenti. E’ sempre lì, che attende Anna che, insieme a lui, diventa la ragazza innamorata che non è mai stata prima.In uno dei rapporti, mancante della prima pagina e della data ma probabilmente risalente al 1962, l’estensore in un modo bonariamente ironico lo definisce “giovane di onesti costumi, grande lavoratore eppure innamorato di…” di Anna, appunto, che lo ricambia nonostante il fatto che lei entri ed esca dalla galera, l’ultima volta nel 1962 per avere rifilato due sberloni all’appuntato della Buoncostume che l’ha bloccata dopo un breve inseguimento a piedi a Porta Venezia.

Termina come una “Pretty Woman” de noantri o, ancora meglio, come “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” con Alberto Sordi e Claudia Cardinale nella parte della prostituta dal cuore d’oro.
Pietro la toglie dalla strada, probabilmente pagando a Carmine il “prezzo” per della “merce” di valore come Anna. Dà il proprio nome al bambino di lei e pochi anni dopo arriva il primo dei suoi fratellini. L’ultima volta che la questura di Milano si occupa di Anna è quando un rapporto della II Divisione della questura del settembre 1967 la definisce
 “di buona condotta”E’ l’anno in cui Pietro e Anna e i loro figli lasciano l’Italia per un Paese dell’Europa del Nord dove cominciano una nuova vita.

Dal fascicolo manca la terza foto, non più formato tessera ma quella di una donna ormai anziana nella cucina di una bella villetta alla periferia, circondata dal marito e da una nidiata di figli e nipoti.

D’accordo, forse non è andata così per Anna e Pietro e dopotutto la foto di una famiglia felice non dovrebbe trovare posto in un fascicolo della questura.

Ma perché impedirci di immaginare un lieto fine?

 

 

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