Sor delegato mio, nun so’ un bojaccia!

Sor delegato mio, nun so’ un bojaccia!

Di Massimo Gay

Roma, 10 agosto 1912. Sono le otto passate da poco, è una bella giornata di sole, fa  già caldo e tutte le attività umane vanno a rilento, si spera di effettuarle nel pomeriggio quando il “ponentino”, giungendo finalmente, porterà refrigerio e consentirà di smettere di sudare.
Dalla finestra della sala d’attesa dove si trova, Francesco Ripandelli, Commissario di 2^ classe di Pubblica Sicurezza, guarda in strada sperando che il traffico lo distragga, alleggerisca la preoccupazione e l’ansia di conoscere perché è stato convocato dal Questore di Roma. Il traffico però, complice l’afa mattutina, è scarso. L’unico carretto col suo conducente, lentamente si allontana su via del Plebiscito verso piazza Venezia.  Per quale motivo è lì? A breve la porta si aprirà e il mistero verrà svelato.
L’uscio si apre ed accade tutto in pochi minuti, forse in maniera volutamente affrettata.

Viene fatto accomodare e senza preamboli il Questore rivolgendosi a lui: “Caro Ripandelli, voi siete tra i migliori investigatori della Questura, si è verificato un delitto a Castelnuovo di Porto, andate ad indagare e riferitemi!” Dopo i convenevoli finali è accompagnato alla porta: “Non vi trattengo oltre, andate Commissario, andate pure.”
Ha inizio così la nostra storia, storia di un uomo perbene, un poliziotto d’altri tempi, anzi di un’istituzione del quartiere di Roma maggiormente conosciuto, forse più nel male che nel bene: Trastevere. Colui che per trent’anni ha retto le sorti del Commissariato di quel Rione o “l’Urione” come lo chiamavano i suoi abitanti.
Francesco Ripandelli, nato il 14 maggio 1863,  proveniva da S. Angelo dei Lombardi, dopo aver conseguito il diploma, rendendo oltremodo felice il papà abile fonditore di campane, tentò il concorso in Polizia classificandosi, nel dicembre 1886, 22° con punti 60. Dopo aver frequentato il corso quale Alunno di 2^ categoria, venne destinato, nel settembre 1887, a Firenze come Delegato di Pubblica Sicurezza di 4^ classe . Dopo una breve permanenza fu, nel giugno 1888, trasferito a Roma presso la Delegazione di Trastevere. Qui nella Capitale del neonato Stato Liberale, sede degli apparati governativi, oltre a tenere testa alla delinquenza, doveva vigilare affinché non avvenissero turbative di alcun genere. Compito questo certamente gravoso, in quel fine secolo caratterizzato da problemi sociali conseguenti all’unificazione da poco raggiunta, oltre ad una crisi economica acuita dalle spese di guerra sostenute dal Regno. Tutto ciò avrebbe dato luogo a breve, complice lo sviluppo industriale, al fenomeno delle migrazioni interne ed esterne ed avrebbe condotto, inoltre, alle giuste rivendicazioni delle masse, nel frattempo organizzatesi politicamente, con tutte le connesse conseguenze per l’ordine pubblico.

A quei tempi essere poliziotti non era facile, le paghe erano basse più che quelle dei Carabinieri, inoltre, l’istituzione non godeva la stima della popolazione. Ancora la parola “polizia” evocava il ricordo di un passato in cui l’Autorità precedente, per mezzo dello Stato di Polizia, affermando con l’arbitrio la propria sovranità in danno dei cittadini,  ne aveva limitato fortemente le libertà personali e commesso anche numerosi soprusi. Per questo la nuova denominazione “Pubblica Sicurezza”, oltre a vari tentativi di rinnovamento formale e sostanziale, tra cui le modalità di arruolamento, non venne scelta casualmente, ma con  precisa volontà di cesura con il passato.

Ciò nonostante, egli era ben determinato a far rispettare la legge, ed il suo lavoro iniziò a svolgerlo egregiamente, come testimoniano i cinque encomi ed una gratificazione ottenuti soltanto nel primo anno di permanenza in quella sede.
Studioso della lingua italiana aveva realizzato un dizionarietto, costantemente aggiornato, con termini e parolacce in romanesco al fine di comprendere, e farsi comprendere dai propri interlocutori. Scrisse, oramai in quiescenza, anche su “Il Piccolo” di Roma, una rubrica “Vecchio Trastevere, le memorie del commissario Ripandelli”.
Prodigo di buone azioni ai più meritevoli e dalla parlantina, un misto tra campano e romanesco, loquace e persuasiva era simpatico a tutti, un po’ meno a quelli che “impacchettava”, e seppure non era benvoluto, era sicuramente rispettato.
La cronaca che segue, tratta da un periodico del 1909, rende l’idea della veridicità di quanto precede e di come egli fosse temuto.
– Una sera una squadra in borghese del commissariato di Trastevere, composta da tre guardie e un brigadiere di P.S., in servizio di perlustrazione per la repressione dei reati, giunti in via Luciano Manara si imbattevano in un pregiudicato, tale Ludovico Dionisi da Formia abitante in quella strada al civico 48. Riconosciutoli per poliziotti questi, avendo già alle spalle ben trentacinque condanne, compreso il domicilio coatto, iniziò ad apostrofarli con parole ingiuriose e oltraggiose avventandosi contro di loro. Nacque una furiosa colluttazione tra questi ed i poliziotti in cui rimase ferita una guardia. Sopraggiunse il commissario Ripandelli (che abitava nei pressi) e il Dionisi calmatosi all’istante cambiò subito tono, si gettò ai suoi piedi volgendosi nel tentativo di baciargli la mano. Ripandelli con parole paterne, e poggiandogli una mano sulla spalla gli disse: “Sii bono, vieni con me in ufficio”.
Giunti al commissariato, il funzionario sedette al suo tavolo, e mentre lo interrogava sui motivi del suo gesto redigeva, standogli di fronte, il relativo verbale d’interrogatorio. Ad un certo punto il pregiudicato si alzò di scatto avventandosi contro il Commissario ed afferrandolo per la gola. La rapida reazione di quest’ultimo gli consentì di liberarsi dalla stretta e di afferrare il criminale per i capelli (all’epoca portati fluenti soprattutto dai popolani), riducendolo all’impotenza, subito chiamando a sé le guardie che lo immobilizzarono e lo rinchiusero nella camera di sicurezza, congratulandosi con il funzionario per lo scampato pericolo. –

Trastevere, a quel tempo, era un grosso insediamento posto sull’ansa destra del Tevere, la posizione suburbana e l’ostacolo del fiume ne favorivano, da sempre, l’isolamento rispetto all’altra parte della città. Unici collegamenti le barche e i ponti sul fiume utilizzati raramente per motivi di lavoro, o in occasione di importanti festività. Gli abitanti, seppur di origine plebea, provavano sentimenti di superiorità nei confronti del resto della popolazione, convinti di appartenere alla “stirpe d’Enea” (il transfugo di T**** da alcuni ritenuto fondatore della città),  quindi discendenti degli antichi romani. L’antico antagonismo con gli altri Rioni (Monti, Ponte, Borgo e Regola) continuava a dare luogo a dispute, spesso violente, che terminavano con “l’ammazzamento” finale. Si ammazzava per gli occhi dolci di qualche procace popolana, per gelosia, per disonore, per il titolo de “Er Più” del Rione, per vendetta, per una “passatella” all’osteria  (un gioco antichissimo basato sulle bevute di vino) dove qualcuno aveva “preso d’aceto”, per le dispute sorte nelle gite fuori porta o per decidere chi dovesse portare la statua della Madonna in processione. L’arma utilizzata era sempre “la molletta”, un coltello a scatto di circa venticinque centimetri. I trasteverini, gente sgherra e rissosa, erano considerati “di mano pronta” ma anche molto devoti. D’altronde, citando un noto poeta dialettale:

“L’esse cristiano è ppuro cosa bbona;
pe’ questo hai da portà sempre in saccoccia
er cortello arrotato e la corona”*

* Il rosario.                                                                                               G.G. Belli

Contro l’abitudine del porto del coltello e l’aumento dei reati di sangue connessi, dal 1898, nella Capitale del Regno, l’Autorità locale di P.S. organizzò i cosiddetti pattuglioni: ad orari prestabiliti, solitamente in ora notturna, un contingente di guardie, con alla testa talvolta anche il nostro Delegato Ripandelli, ripuliva le strade o, improvvisamente, irrompeva nelle osterie dove si perquisivano gli avventori alla ricerca di armi. Il più delle volte le mollette si trovavano infisse, precedentemente, sotto i tavoli.

A Roma l’adozione della tecnologia, finalizzata alla commissione di omicidi, avvenne tardivamente. Il primo morto ucciso con armi da fuoco fu Achille Ballori primario dell’ospedale Santo Spirito, Gran Maestro della Massoneria ed assessore comunale alla sanità, ucciso da un folle nell’ottobre del 1917.

Trastevere ai tempi del nostro “sor delegato” Ripandelli contava, rispetto agli altri quartieri di Roma, il maggior numero di pregiudicati, vigilati speciali e ammoniti. Il furto era il reato più praticato, da “ladracchioli” per bisogno alimentare o ladri professionali. Tra questi ultimi: borsaioli, tagliaborse, ladri con destrezza, scassinatori e ladri con perforazione di pavimenti e di pareti, tutti amanti desiderosi della roba altrui. Abituale loro ritrovo l’osteria malfamata dove, alla fioca luce di una lampadina, si beveva o si pianificava qualche “sgobbo” (colpo) o si faceva la passatella, si giocava alla morra o garaghè. Tutti i frequentatori erano clienti abituali del “Coeli”, dove era periodica la rimpatriata. I loro obiettivi erano sempre gli stessi, “burini” in visita dalla provincia che, cotti dall’alzataccia, si addormentavano sui mezzi di trasporto o turisti estasiati dalle bellezze di Roma, intontiti dalla stanchezza. Facili bottini oppure prede occasionali: signori benvestiti che appena si distraevano….
Sull’omnibus o sul tram la caccia era sempre aperta, tra sobbalzi e scossoni, stretti assembrati sulle piattaforme oppure nelle processioni o durante  le festività popolari. Specializzato nel furto sulle linee tramviarie era Menelik, delizioso e benvestito ragazzino di circa dieci anni, che a vederlo, così paffutello e dall’incarnato roseo, chiedere permesso con voce di bimbo faceva tenerezza. Compiva invece le sue gesta e forse aveva già fregato un portafogli. E se un sussulto di troppo o un palpeggio ingeneravano un dubbio, questo veniva subito fugato nell’osservare quel bel bambino vestito, com’era usanza all’epoca, alla marinara. Crescendo, l’abituccio bello divenne sempre più stretto, l’incapacità a saper fare altro e l’età non più verde, indussero Menelik a trovarsi un’occupazione onesta.
Ma l’idea era buona, tanto che “er Tinta”, ladruncolo poveraccio e anzianotto, mise su una scuola di borseggio. Gli affidavano bambini che, anche se non dotati delle angeliche fattezze di Menelik, in tenuta da beneducati erano sguinzagliati al lavoro in città. Egli provvedeva a renderli tecnicamente abili nella materia da lui insegnata, ma il Cavalier Ripandelli li arrestava, di volta in volta, per poi riaffidarli  alle mamme sopraggiunte prontamente.
Altro esponente di tal genìa, peraltro molto attivo, era “er Moncone”. Fingendosi mutilato faceva penzolare una manica vuota del soprabito, avendo la destrezza di far lavorare, solitamente con successo, la mano ladresca sull’impietosito di turno. Ma Cerasani Ambleto, così si chiamava, era furbo ma molto meno fortunato. Un giorno all’uscita dal carcere in via della Lungara, avendo scontato la sua pena, moriva schiacciato da un autocarro in manovra.

Moriva invece, il 4 aprile 1910 dopo due giorni di agonia, accoltellato da Bastiano “er Sartoretto” un sarto mingherlino e sghembo, Romeo Ottaviani detto “er Tinea” più conosciuto come “er Più de Trastevere”. Bullo e pregiudicato dal fisico prestante, fu protagonista di un episodio che gli valse il titolo onorifico: difese una ragazza dalle percosse inflittegli da “er Malandrinone”, un “magnaccia” di donne di malaffare. Er Tinea lo prese a “sganassoni” (sberle), imponendogli le scuse e la promessa di non farle più del male. La stampa popolare rese noto l’accaduto, esaltando le virtù eroiche del giovane e da allora, grazie alla sua fama, incuteva paura e rispetto in qualsiasi violento o prepotente. Da ciò trasse ulteriore vantaggio in quanto fu assoldato, con l’intercessione del nostro Commissario che l’aveva preso in simpatia, come buttafuori e sorvegliante nei teatrini popolari di quartiere dove, per “Lire una”, prendeva posto in galleria la gente greve e caciarona della Trastevere plebea, uomini e donne con spuntini al seguito, sempre pronti alla rissa o allo sberleffo. Er Tinea era un omaccione capace di ogni sorta di azione, buona o cattiva, allo stesso tempo prepotente e difensore di chi non si poteva difendere,  per di più “cojonatore di ominicchi”. Proprio uno di questi, stanco delle angherie subite, lo accoltellò da tergo alla gola, rifugiandosi poi a casa sotto il letto. Lì lo trovò piagnucolante Ripandelli che arrestatolo lo condusse a Regina Coeli.

“Regina Coeli” molti la conoscono come preghiera alla Madonna recitata in latino nel periodo pasquale, certi altri sanno che è il reclusorio cittadino di Roma, in pochi sono al corrente che fu un monastero delle Carmelitane Scalze, edificato verso la metà del 1600, che i Savoia nel 1881 trasformarono in carcere giudiziario. Nel gergo della malavita era il “Coeli”, “Gabbio”, “Bujosa” o “Silenziosa”. Qui di pregiudicati ce ne mandava molti Ripandelli, ma essi lungi dall’essere sconsolati ritrovavano “amichi” e contendenti, una rimpatriata allegra con il vitto e l’alloggio gratis, dove temporaneamente si sospendevano le rivalità. Ognuno vi trovava occupazione tra le numerose attività disponibili. Fiore all’occhiello la tipografia, che vantava invidiabile precisione, produzione superiore ed aveva per supervisore Cerroni il falsario. Il suo vanto era la stampa e la diffusione della “Domenica del Carcerato”, settimanale stampato a colori sulle cui colonne si trovavano poesia, umorismo, sport, recensioni, l’immancabile cronaca nera e, addirittura, la pubblicità. Articoli dal titolo: “Il colpo del secolo”, dove si descriveva il furto nella cassaforte del notaio Liuti avvenuto in via del Re, ed il conseguente arresto degli autori “Corazziere”, “Trottapiano”, “Battello”, “Spallettone” ed il nano “Bighimeo” (pigmeo), tutti catturati dal Commissario Ripandelli, che ne riconobbe il “modus operandi”, ed affidati alle guardie carcerarie del Coeli. C’era poi l’edizione straordinaria: “La Pecora di Affile”, pagina supplementare al settimanale dove venivano riportate le ultimissime da Affile e dalla Ciociaria, pubblicata in occasione del  ritorno al Gabbio di Peppe “er Pecoraro”.

 

(Fine prima parte)

 

Massimo Gay Sovrintendente della Polizia di Stato –  Ufficio Storico

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