Radio e telecomunicazioni in Polizia

RADIO E TELECOMUNICAZIONI NELLA POLIZIA

di Gianmarco Calore

 

E’ un argomento incredibilmente affascinante, quello delle comunicazioni radio in Polizia. Non mi riferisco solo all’evoluzione degli ultimi dieci anni, ma anche e soprattutto ai tempi pionieristici che videro l’applicazione alla Pubblica Sicurezza delle scoperte di Guglielmo Marconi. Andando a ritroso nel tempo, scartabellando fascicoli e faldoni impolverati, diventa sempre più difficile trovare un filo conduttore univoco: l’aspetto radiantistico della Polizia italiana emerge sempre quasi per caso e la stessa ricostruzione delle dotazioni diventa sempre più difficile da ottenere. Ci abbiamo provato, consci dell’impresa improba che abbiamo intrapreso: per questo lasciamo volentieri la porta aperta a chiunque abbia da aggiungere sull’argomento qualche altro tassello rimasto finora sconosciuto.

Parlare di radio in Polizia fa venire subito in mente un nome: Westinghouse, i grossi e ingombranti apparati valvolari in onde corte lasciati in Italia dagli alleati anglo-americani. In realtà, la storia delle telecomunicazioni inizia quantomeno nei primi anni Trenta quando il regime fascista decise di velocizzare i tempi di interscambio di informazioni tra il Ministero e le autorità provinciali. Nacque così il primo servizio di comunicazioni in telegrafia con le Prefetture, fortemente implementato negli anni successivi ad opera del Capo della Polizia di allora, Arturo Bocchini. L’etere cominciò a essere tempestato sempre più incessantemente dei cosiddetti “marconigrammi”, comunicazioni riservate trasmesse agli uffici periferici: si sviluppò la figura professionale del telegrafista che accompagnerà la storia della Polizia fino a tempi molto recenti, addirittura gli anni Ottanta. A tale proposito va precisato che il telegrafista ancora oggi non è completamente scomparso: le telecomunicazioni in onde corte sono ancora previste come extrema ratio in caso di black out di ogni altra forma di collegamento, compresa quella telefonica.

 

 

   

A sinistra: un esempio della sezione valvolare di un apparato Westinghouse; a destra: una stazione radioricevente della stessa marca

 

Sui tetti di ministero e prefetture cominciarono così a comparire le prime antenne costituite inizialmente da lunghe campate di filo chiamate “dipoli”. In quegli anni non esisteva ancora un piano di ripartizione delle frequenze radio (per esso si dovranno attendere gli anni Cinquanta), quindi vennero effettuate numerose prove di collegamento che localizzarono la lunghezza d’onda ideale nei cosiddetti “ottanta metri”, vale a dire in una frequenza compresa tra i 3 e i 5 Megahertz. Il sistema di comunicazione prescelto (vale a dire la telegrafia), proprio grazie alla sua peculiarità in fatto di propagazione garantì una buona qualità nei collegamenti, oltre naturalmente a una buona dose di riservatezza. Man mano che la sperimentazione radiantistica si evolveva, cambiarono anche i tipi di antenna: alla fine della guerra i dipoli vennero sostituiti da antenne metalliche di tipo “filare” e dalle prime, gigantesche direttive. Questo per quanto riguarda l’aspetto organizzativo centrale. Ma la Polizia nei suoi servizi operativi di cosa disponeva per comunicare? In una parola, di niente.

Un esempio di antenna tipo dipolo: furono le prime ad essere usate nei radiocollegamenti di Polizia

 

Bisognerà attendere la collaborazione alleata nell’immediato dopoguerra per poter assistere alle prime forme di collegamenti radio operativi tra le Forze di Polizia. Già a Milano a fine agosto del 1945 si installò in questura l’embrione della futura centrale operativa: nel settembre di quell’anno esordì la prima “volante” adibita a servizio di pronto intervento e costituita da una gloriosa Lancia Astura che in alcune foto d’epoca si vede uscire da via Fatebenefratelli colma di uomini spesso in borghese e armati fino ai denti. In una stanzetta al secondo piano venne ricavata una piccola centrale radiotelefonica costituita da due postazioni munite di telefono e da una gigantesca radio ricetrasmittente in onde corte, ovviamente a valvole. Di essa non è dato sapere la marca, non esistendo né fotografie né carteggi da cui emerga un simile dettaglio. E’ tuttavia quasi certo che la radio fosse un residuato bellico anglo-americano, probabilmente proprio una Westinghouse: se così fosse, Milano avrebbe avuto titolo di fregiarsi prima di Roma della sigla radio “Doppiavela”, il simbolo “W” della Westinghouse. Non esistono al riguardo nemmeno giudizi di valutazione sulla qualità della modulazione (che in questo caso avveniva in fonia e non in telegrafia) né sull’ampiezza di copertura territoriale. L’unica certezza è che la Lancia Astura non era dotata di alcun apparato radio veicolare, cosa del resto impensabile all’epoca viste le dimensioni degli apparati: resta presumibile che l’impianto funzionasse per collegare la questura con i Battaglioni Mobili, le vere unità organiche dotate di carro-radio.

Questura di Milano, immediato dopoguerra: una rara immagine della prima Lancia Astura in servizio di Volante. Si noti l’assenza di apparecchiature radio di bordo

 

Arriviamo quindi al 1945. La radicale ristrutturazione della Polizia grazie alla collaborazione anglo-americana riguardò anche il collegamento organico attraverso le comunicazioni radio. Milano fu subito imitata dalle principali città italiane, Roma in testa: per quest’ultima il carteggio è più preciso, anche se manca l’aspetto più “ghiotto”: quello fotografico. Per la prima volta in un documento “Riservato” è descritta la stazione radio impiantata in questura: una radio valvolare Westinghouse modello WH-21 in onde corte (la frequenza non è indicata, ma dalla tipologia delle antenne veicolari sui mezzi negli anni Cinquanta è verosimile che sia stata mantenuta quella originaria degli ottanta metri) con possibilità di emissione sia in fonia che in telegrafia. Nel primo caso, non esistendo ancora VFO (Variable Frequency Oscillator) continuo, le frequenze erano canalizzate mediante l’impiego di quarzi risonanti e si cambiavano attraverso una grossa manopola centrale che funzionava anche da sintonia canale. Le unità operative sul territorio che furono attrezzate per prime (in conseguenza delle preminenti esigenze di ordine pubblico) furono i Reparti Mobili. Essi furono dotati di un carro-radio costituito inizialmente da un camion Dodge WC54 di cui abbiamo contezza fotografica; esistono tuttavia anche altri automezzi pesanti adibiti al medesimo scopo e certificati, quali il GMC-CCKW 353, l’Opel Blitz e lo Scammel Pioneer SV25, tutti rigorosamente residuati bellici. I mezzi mobili avevano bisogno inoltre di adeguati accumulatori per alimentare le radio di bordo: ecco allora la dotazione di un rimorchio che costituiva un gigantesco “pacco batterie” sulla cui durata non abbiamo certificazioni. All’epoca non esistevano ancora (o quantomeno non sono state documentate) radio portatili o spalleggiabili.

  

Il primo esempio di carro – radio con annesso rimorchio per gli alimentatori: Reparto Mobile di Roma, primi anni Cinquanta

 

Di conseguenza, anche all’interno dei singoli Reparti si sviluppò la figura dell’operatore radiotrasmittente che operava sia dalla sede fissa che da quelle mobili: si trattava di un Poliziotto particolarmente esperto nell’uso dei vari apparati e con una conoscenza perfetta dell’alfabeto Morse. Proprio a tal proposito, inizialmente furono fatti transitare nel Corpo delle Guardie di P.S. anche marconisti della Marina e dell’Esercito di comprovata esperienza. E’ inoltre utile sapere che, con la diffusione di apparati ricetrasmittenti in ambito civile (in specie nell’attività radioamatoriale), il Ministero creò un Centro Ascolto Radio proprio al Viminale: tale servizio aveva il compito di monitorare i contenuti delle comunicazioni radioamatoriali non solo per verificare il rispetto del relativo regolamento, ma anche per impedire un uso indebito (magari a fini spionistici) delle radio medesime. Di questo aspetto abbiamo già parlato nell’articolo “Il controllo dell’etere” cui rinviamo per maggiori dettagli.

  

Reparto Mobile di Roma, fine anni Quaranta: le prime dotazioni ricetrasmittenti sulle jeeps Willis e sui T17 Staghound: si notino le dimensioni delle antenne

 

La fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta servono essenzialmente per perfezionare la qualità delle comunicazioni. Con il rilancio economico del Paese, si fanno avanti anche ditte “concorrenti” quali la Siemens, la Telefunken e la Philips. Dalla Svizzera si fece sentire un ingegnere che farà a lungo parlare di sé: Sommerkamp. Quest’ultimo inserì sul mercato radio ricetrasmittenti “made in Japan” che però erano state fatte transitare per Lugano a seguito del contingentamento europeo di tutta la produzione nipponica. Queste radio avevano il pregio di fornire la stessa qualità di modulazione in dimensioni ben più ridotte rispetto a quelle già presenti in Italia. In questo panorama, la Polizia si trovò a sperimentare vari tipi di marche: in questa fase troviamo una varietà di modelli tra i più eterogenei che consentirono l’installazione degli apparati veicolari su gran parte dei mezzi di servizio. Anche qui la parte del leone la fecero ancora una volta i Reparti Mobili: a metà degli anni Cinquanta gran parte delle jeeps Willis e delle nuove Campagnole era dotata di apparato radio alloggiato nelle panche posteriori; le antenne erano lunghissime verticali di circa due metri di lunghezza. Iniziarono a essere diffuse anche le prime radio portatili, gigantesche “valigie” spalleggiabili il cui impiego fu limitato proprio a causa dell’eccessivo ingombro: fu proprio la Sommerkamp (futura Yaesu Musen, i radioamatori sanno di cosa parlo…) a proporre uno dei modelli più diffusi, dotato di microfono a cornetta e di accumulatori al piombo.

Un esempio delle prime radio spalleggiabili: anni Sessanta

 

Sotto l’aspetto strettamente tecnico, la metà degli anni Cinquanta vide la Philips (subito imitata dalle dirette concorrenti) introdurre sul mercato le rivoluzionarie radio a transistor che andarono a soppiantare le più vetuste radio a valvole: oltre che un dimezzamento degli ingombri, questo nuovo tipo di componentistica permise di adottare un VFO a sintonia continua che mandò in pensione i quarzi-canale e che ampliò a dismisura la possibilità di canalizzazione della frequenza radio adottata. Si aprirono quindi orizzonti insperati sul fronte della modernizzazione delle telecomunicazioni.

L’impiego della radio nei servizi di polizia aprì la porta a un progresso incredibile nel settore del controllo del territorio. Il Ministero avvertì subito l’esigenza di dotarsi di un piano di telecomunicazioni organico e che rendesse uniforme su tutta la Nazione il sistema di collegamento tra i vari reparti. E’ del 1955 il primo studio di fattibilità di una rete radio fatta da “nodi” di connessione tra loro agganciati in una sorta di “dorsale” che attraversasse lo Stivale e a cui ciascun reparto potesse collegarsi. Il primo problema fu quello di individuare una frequenza radio più versatile rispetto a quella in onde corte utilizzata fino a quel momento: grazie appunto alla fruizione delle prime radio a transistor si decise di abbandonare le frequenze HF (High Frequency) ritenute ormai superate e di affacciarsi sul mondo delle VHF (Very High Frequency). Il Ministero delle Poste e delle Comunicazioni aveva adottato il primo piano di ripartizione delle frequenze proprio per fronteggiare e disciplinare la sempre maggiore richiesta di nuovo spazio nell’etere da parte delle varie utenze sia pubbliche che private. Al Ministero dell’Interno – Dipartimento della P.S. venne assegnata la lunghezza d’onda dei 4 metri, vale a dire i 70 Megahertz, in uso ancora oggi e condivisa con il Corpo dei Vigili del Fuoco. Le sperimentazioni effettuate fornirono subito risultati sorprendenti grazie anche al nuovo modo di emissione in FM (modulazione di frequenza) che soppiantò il precedente AM (modulazione di ampiezza) e a maggior ragione quello in banda laterale SSB, entrambi troppo sensibili alla variazione della propagazione ionosferica che influiva sulla qualità dei collegamenti. Il Settore Telecomunicazioni del Ministero avviò quindi i lavori di strutturazione della prima dorsale che, a lavori finiti, avrebbe dovuto collegare tutto il Paese. Tali lavori si divisero in tre tronconi a causa dell’estrema variabilità orografica dell’Italia: il primo troncone collegò le regioni Valle d’Aosta – Piemonte – Lombardia – Liguria; il secondo collegò le regioni Lazio – Umbria – Campania; il terzo collegò Calabria – Sicilia. L’utilizzo di una dorsale costituita da ponti radio interconnessi offriva inoltre l’indubbio vantaggio di utilizzare quelle frequenze anche per la trasmissione dei primi telex, cablogrammi e messaggi cifrati: il vecchio marconigramma fu progressivamente abbandonato.

La tecnologia avanza: ecco il nuovo carro-radio montato su OM-CL51, siamo negli anni Sessanta

 

Le sperimentazioni proseguirono incessantemente, anche perché sulla poltrona di Capo della Polizia era nel frattempo approdato il prefetto Angelo Vicari, un pioniere delle innovazioni a 360 gradi. Erano già stati presi contatti con le varie società private che gestivano la telefonia per individuare un numero di emergenza unico per tutta Italia, il futuro 113; non si poteva dunque lasciare inadeguata anche la connessione radio tra i vari uffici periferici. La dorsale principale di ponti ripetitori (detti “nodi”) fu completata e collaudata all’inizio degli anni Sessanta: essa attraversava longitudinalmente il Nord Italia dal confine italo-francese a quello italo-iugoslavo; dal “nodo” di Bologna partiva invece latitudinalmente la dorsale appenninica che arrivava a Reggio Calabria; da quest’ultima, attraverso il posizionamento di cavi marini, si connetteva anche la Sicilia mentre la Sardegna era collegata in modo analogo con il “nodo” di Roma. Ma la semplice dorsale, per quanto avveniristica, non bastava a garantire i collegamenti con le periferie più remote della Penisola che continuavano a restare radiantisticamente isolate: uffici ubicati a Oppido Mamertina piuttosto che sottosezioni di Polizia Stradale dislocate a Afragola piuttosto che a Prato allo Stelvio o a Chamonix dovevano continuare ad appoggiarsi al vecchio sistema radio HF. Il progetto venne completato attraverso la previsione di ponti radio secondari interconnessi e a loro volta collegati alla dorsale, un po’ come gangli nervosi uniti alla colonna vertebrale di un uomo. Il progetto era praticamente completato a metà degli anni Sessanta, anche se occorsero anni per perfezionarlo.

La radio diventa anche materia di studio negli istituti d’istruzione: qui siamo all’Accademia Ufficiali del Corpo delle Guardie di P.S. (fonte: Polizia Moderna)

 

Nel 1965 tutte le pattuglie automontate e motomontate erano fornite di apparato ricetrasmittente: furono progressivamente smantellati i vari posti telefonici di Polizia ubicati soprattutto nelle grandi città e cui dovevano fare riferimento a cadenza periodica le varie pattuglie per conoscere gli aggiornamenti della situazione forniti dall’ufficio di appartenenza. Il Ministero attribuì ai vari uffici e reparti i canali di lavoro sia in singolo che in ripetuto, vale a dure sia in trasmissione diretta, sia attraverso ponte ripetitore. Ciascuna unità operativa periferica fu dotata di nominativo radio certificato, mentre per le singole pattuglie furono date solo indicazioni di massima, lasciando ai questori della provincia libertà di adozione dei nominativi che meglio si adattavano alla singola realtà. La vecchia rete HF non fu comunque interamente smantellata, mantenendo la sua residuale operatività anche al giorno d’oggi con mera funzione di emergenza.

Anche le pattuglie appiedate e le singole squadre dei Reparti Mobili e Celeri beneficiarono dell’uso di radio portatili dalle dimensioni più accettabili che garantirono la sicurezza dei collegamenti anche nelle situazioni più impegnative (un esempio su tutti, l’operazione antibanditismo in Trentino Alto Adige e quella analoga in Sardegna): le radio impiegate furono essenzialmente della Siemens e della Telefunken, ma non mancarono modelli estemporanei quali quelli forniti dalla Marelli sia in versione spalleggiabile che in versione totalmente portatile. Solo negli anni Settanta il Ministero, in un’ottica di trasparenza contrattuale e per unificare i vari modelli di radio facilitandone l’utilizzo da parte di tutti gli operatori, individuò in ditte quali la Prod-El e la OTE i due più diretti interlocutori nella fornitura dei singoli apparati. Soprattutto per i servizi di controllo del territorio da parte delle Volanti entrambe le ditte fornirono nel tempo modelli sempre più accurati e dedicati alla tipologia di servizio; dopo l’esperienza tragica del terrorismo eversivo, con il rintraccio nei vari “covi” di scanners sintonizzati sulle frequenze di Polizia e Carabinieri, il Ministero pretese l’adozione di un sistema di “scrambleraggio” delle comunicazioni: le radio furono dotate di una scheda aggiuntiva (oggi chiamata Krypto) che rese decifrabili le trasmissioni solo tra apparecchiature dotate della medesima scheda.

Una radio che ha fatto storia: la ProdEl (fonte: www.radioindivisa.it)

 

L’evoluzione della tecnologia e la progressiva miniaturizzazione delle apparecchiature ci fa arrivare ai giorni nostri. Radio digitali, sistema di scrambleraggio a logaritmo variabile, applicazione del sistema GPRS ai singoli mezzi, nonché la stessa tecnologia telefonica che sta diventando un tutt’uno con la radio ha portato alla costituzione di centrali operative all’avanguardia ove nulla è mai lasciato al caso e in cui l’elettronica consente agli operatori accertamenti e indagini in tempo reale per fornire il massimo patrimonio informativo alle pattuglie in strada. Si sta ora sperimentando il sistema Tetra che garantirà una qualità ancora migliore nelle telecomunicazioni non solo della Polizia, ma anche interforze, quando ciò si dovesse rendere necessario.

Un bel progresso da quelle primitive, gigantesche radio a valvole!!

 

Per la redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

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