L’ispettore generale di P.S. Sabatino Galli

L’ISPETTORE GENERALE DI P.S. CESARE SABATINO GALLI

di Gianmarco Calore

 

 

 

Si tratta indubbiamente di una delle figure-chiave della Polizia dell’immediato dopoguerra. Ma anche di una tra le più discusse.

Il suo nome emerge in innumerevoli carteggi successivi al 1946, anno in cui fu chiamato dal Governo di Liberazione a ricreare una Polizia praticamente dal nulla: si pensi infatti che la sua nomina ufficiale ai più alti vertici istituzionali avvenne il 19 settembre 1946 quando l’Italia stava attraversando il periodo di transizione più tormentato della sua storia. Il generale Galli mantenne le redini del Corpo fino al suo collocamento in pensione avvenuto il 5 maggio 1963. Tutti i libri di storia sono concordi nell’attribuirgli il merito principale di avere non solo ricostituito il Corpo delle Guardie di P.S. sfrondandolo da tanta inutile ramaglia, ma anche di averlo reso granitico e coeso in tutte le sue articolazioni. A suffragio di tali affermazioni è sufficiente il raffronto delle fotografie scattate nelle varie epoche del suo comando: da un’accozzaglia di guardie e sottufficiali malamente armati e peggio ancora vestiti a un insieme omogeneo e uniforme di militari il cui assetto formale (oltre che quello sostanziale) riscosse il plauso istituzionale e degli organi collaterali stranieri.

 

 

 

Le due foto si discostano di pochi anni ma dicono tutto sullo stato in cui versava la Polizia: nella prima (1946), una delle forme ancestrali di controllo del territorio in cui in concetto di uniforme era quantomeno aleatorio. Ben diversa la “musica” nella seconda foto: uniformi perfette!

 

Ma cosa sappiamo di lui PRIMA del suo approdo alla Polizia democratica del dopoguerra? Chi era stato e quale fu il suo ruolo nella tormentatissima fase della guerra civile scatenatasi in Italia dopo l’Otto Settembre? Non sono considerazioni peregrine, queste: il suo retroterra ebbe un’importanza fondamentale anche per la Polizia, quando in essa si trovarono a convivere ex partigiani, ex fascisti, ex repubblichini e – perché no – anche tanti spurghi di galera. 

Va detto che la figura professionale di questo grande Ufficiale si interseca in modo ineluttabile con quella di un suo subalterno, il capitano Giuseppe Dal Sasso. Di lui parleremo in seguito; qui è sufficiente farvi solo un breve cenno. Il minimo comune denominatore tra i due, oltre alla provenienza dalle esperienze dell’Esercito, è anche un altro: l’adesione con ruolo di primo piano ai movimenti di Resistenza del Veneto afferenti al CLNAI e al CLNRV (rispettivamente Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e Comitato Nazionale di Liberazione Regione Veneto, così indicati anche in seguito).

La formazione professionale di questo personaggio, già impegnato nella Grande Guerra come Ufficiale del Regio Esercito, trae le sue origini nella Polizia dell’Africa Italiana che al riguardo si dimostrò ancora una volta la migliore fucina di grandissimi Poliziotti e che tanto darà al Corpo proprio nella fase di Liberazione. Egli si fece da subito portatore sul teatro operativo coloniale di tutto quel sistema valoriale che doveva rendere il Corpo di Polizia un solido monolite, un esempio di abnegazione e quanto di meglio il panorama militare poteva offrire in quella tormentatissima epoca. Ricordiamo infatti che la Scuola P.A.I. di Tivoli divenne un modello di efficienza tanto all’avanguardia da essere copiato e ammirato anche da organi collaterali stranieri.

La sua fama e il suo particolare carattere lo portarono da subito sui più impegnativi scenari bellici in terra africana. Qui dovette combattere non solo contro il nemico naturale costituito dagli inglesi, ma anche contro la diffidenza mai sopita degli stessi alleati germanici. Fu uno dei principali fautori della riorganizzazione della Pubblica Sicurezza nelle colonie: si fece portatore di un piano di nuova organizzazione operativa che prevedeva il controllo assoluto del settore accentrato nelle mani della sola P.A.I. dalla quale vennero a dipendere non solo i servizi di prevenzione e repressione dei reati, ma anche i vari servizi di Polizia Stradale che erano alla base dell’operatività di tutta la Polizia in considerazione della peculiarità del territorio da controllare.

All’indomani dell’Otto Settembre i rapporti con l’alleato germanico (mai stati idilliaci, peraltro), si trasformarono in una guerra aperta che andò sotto il nome di “secondo fronte”. Le forze di Polizia agli ordini di Galli si trovarono insomma tra l’incudine degli inglesi e il martello dei nazisti in una continua gara per la sopravvivenza. Negli episodi sempre più frequenti di scontro fisico tra la P.A.I. e i tedeschi, il colonnello Galli fu in prima linea a fianco dei suoi uomini così come in prima linea rimase nei ben più subdoli scontri istituzionali con gli omologhi vertici nazisti. 

Fu forse in questo periodo che il colonnello Galli iniziò a sviluppare sentimenti realmente democratici? Sappiamo solo che la storia ci fa trovare questo Ufficiale sulle barricate degli scontri che porteranno Roma a essere considerata “città aperta”. E qui non è mai stato dipanato un dubbio che affiora spesso nelle letture che riguardano quest’uomo: il ruolo che egli rivestì come emissario dei Servizi Segreti angloamericani. Non c’è nulla di evidente, ma guarda caso tra le sue numerose onorificenze troviamo anche la Presidential Medal of Freedom concessa per i suoi meriti resistenziali.

Un altro aspetto deve indurre a più di una riflessione: il colonnello Galli fu uno dei pochi Ufficiali di regime che non solo sopravvisse, ma anche percorse fino alla fine tutta la carriera nonostante le epurazioni scelbine attuate dai primi anni Cinquanta in poi. Non è cosa di poco conto, questa, se pensiamo a quante “teste” caddero sotto quella mannaia a tutti i livelli, dalle semplici guardie aggiunte ad altri Ufficiali costretti dalla sera alla mattina a fare le valigie. 

Arriviamo quindi all’analisi proprio di quel delicatissimo periodo di transizione che va sotto il nome di “guerra civile”, vale a dire dall’Otto Settembre 1943 al 25 aprile 1945 (anche se questa data dovrebbe essere spostata almeno al 6 giugno dello stesso anno, giorno in cui fu intimata ufficialmente la deposizione delle armi a tutte le formazioni partigiane e quindi data a partire dalla quale possiamo far davvero cessare le ostilità). La figura del colonnello Galli è infatti quella di uno dei più importanti capi partigiani del Nord Italia: egli era il famoso “comandante Pizzoni” che, il 10 marzo 1945, dopo una riunione segretissima tra i rappresentanti politici del CNLRV svoltasi nella canonica della chiesa di San Nicola dei Tolentini a Venezia, fu nominato comandante unico del Corpo dei Volontari della Libertà (in seguito, CVL). Da quel giorno diventano fittissimi i contatti tra “Pizzoni” e personaggi del calibro di Allen Dulles e John Mc Cafferly. Di Dulles basterà dire che in seguito sarà uno dei più longevi direttori della CIA americana. E sempre da quel giorno il CLNAI iniziò a ricevere a ritmi sempre più frequenti non solo forniture logistiche paracadutate nelle retrovie alle spalle della linea Gotica, ma anche importantissimi aiuti economici. Va detto che l’inerzia alleata nell’aiutare le formazioni partigiane era stata fino ad allora evidente: gli americani non volevano una guerra di liberazione scatenata (e magari vinta) proprio da formazioni partigiane filo-comuniste; volevano essere invece loro i fautori della cacciata nazifascista, lasciando ai partigiani un’area di impiego marginale limitata ad atti di sabotaggio e di sfiancamento del nemico in ritirata. Vedremo invece che non sarà così: soprattutto il CLNAI organizzò veri e propri attacchi di guerriglia che portarono il ruolo del partigianato di Liberazione in primo piano, a tal punto da costringere gli Alleati a fare buon viso a cattivo gioco.

Lo stesso Galli è alla testa della divisione partigiana “Monte Grappa” già attiva a febbraio 1945 proprio su quel massiccio: si deve anche alla sua attività di comando se il rastrellamento del Grappa (il più grande e più grave quanto a strage) compiuto dai nazifascisti non portò a un numero ancora maggiore di vittime. Galli fu infatti l’unico a capire che il monte Grappa, per la sua particolare orogenesi, non si prestava a una guerra di posizione tanto sostenuta dagli altri capi, ma alla ben più collaudata tecnica partigiana dello sganciamento. La sua divisione fu l’unica ad attuarla, salvandosi in gran parte.

Il resto è storia. Galli sopravvive alla guerra civile, nonostante fosse diventato da subito uno dei più grandi ricercati. E’ attivo anche come comandante della Polizia Ausiliaria del Veneto nella fase di transizione post-bellica del 1946 finchè, il 19 settembre di quell’anno, disciolte le formazioni partigiane attive con compiti di Polizia, viene nominato Ispettore Generale del Corpo delle Guardie di P.S.. E’ una nomina importante perché da lui dipende l’organizzazione del neonato Corpo di Polizia: egli insomma fu chiamato a raccogliere i cocci di una Polizia inesistente, priva di una pianta organica stabile, male armata e ancora peggio vestita, ridotta a un’accozzaglia di uomini provenienti dalle più disparate realtà politiche e sociali, demotivati, spesso in aperto contrasto tra loro.

Iniziò quindi la sua opera continuando quella lotta antifascista che aveva caratterizzato la sua attività partigiana. Pretese l’estromissione di tutti i militari provenienti dalle esperienze del PNF e del PFR: fuori tutte le Guardie Nazionali Repubblicane riciclatesi in Polizia e tutti gli appartenenti alla Polizia Repubblicana palesemente compromessi con i nazisti; corsia preferenziale per tutti gli ex partigiani la cui attività di Liberazione fosse comprovata in modo oggettivo, ad evitare il permanere dei cosiddetti “partigiani del 25 aprile”, coloro che salirono sul carro dei vincitori a giochi fatti. Sua, la firma in calce al bando di arruolamento delle prime guardie aggiunte da destinarsi alla Polizia Ferroviaria (1947) e alla Polizia Stradale (1946): in esso si vietava espressamente la presentazione della domanda proprio agli ex fascisti mentre per la prima volta costituivano titoli preferenziali le varie attestazioni di meriti resistenziali.

La sua longa manus nel Veneto la troviamo dunque in un giovane capitano di P.S., Giuseppe Dal Sasso. Egli era stato nominato comandante del 5° Reparto Mobile di P.S. di stanza a Vicenza, con una Compagnia Celere distaccata nella strategicamente importantissima Padova. Dal Sasso fu anche lui attivo come comandante partigiano: fu lui – nome di battaglia “Cervo” – a ricostituire sul monte Kaberlaba (Altopiano dei Sette Comuni Vicentini) la brigata “Mazzini” accorpandola con altre formazioni sotto il nome di “battaglione Sette Comuni”. Fu lui a farsi portatore dell’operazione “Fluvius” intesa alla bonifica e messa in sicurezza dei principali corsi d’acqua in previsione di un aviosbarco alleato proprio sull’Altopiano; fu lui a ottenere dopo aspri combattimenti la resa della LAM Muti della zona di Camporovere e Lusiana. La sua attività come comandante partigiano – questo per rigore storico – non è tuttavia priva di ombre: in una diatriba tra Giulio Vescovi (presidente regionale AVL e vicepresidente dell’ISTREVI) e il figlio dell’Ufficiale, Maurizio Dal Sasso, il primo sosteneva addirittura l’avvenuta diserzione del comandante dai ranghi partigiani a causa dell’avvenuta cattura da parte dei nazifascisti della moglie e della figlia; Dal Sasso si sarebbe dapprima reso irreperibile sulle alture asiaghesi, fino a raggiungere i ben più sicuri abitati di Gazzo Padovano e San Pietro in Gù da dove avrebbe riallacciato i contatti con i suoi subalterni sulle montagne, guardandosi però bene dal partecipare a qualsiasi attività armata e facendosi rivedere in giro soltanto il 29 aprile 1945, a liberazione di Vicenza avvenuta. A partire da quella data egli si offerse di riorganizzare la Polizia Ausiliaria, offerta che venne accettata dal CLN.

 

Una rarissima immagine del tenente colonnello Dal Sasso (il primo in alto a sinistra), comandante del 5° Reparto Mobile di Vicenza e immortalato sulla piana di Longarone in occasione dei soccorsi per il disastro della diga del Vajont, ottobre 1963

 

Se sul carattere di Galli possiamo solo farci un’idea, molto di più abbiamo proprio su Dal Sasso. Persona brusca, a tratti burbera, portava ben visibile sull’Uniforme della Polizia il distintivo del CVL quasi a fomentare le reazioni degli appartenenti a quella tanto invisa “controparte” che erano riusciti a ben mascherarsi nelle fila della Pubblica Sicurezza sfuggendo alle varie epurazioni. Si narra di una guardia ex appartenente alle Brigate Nere, già “puntata” dall’Ufficiale il quale un giorno gli rinfacciò davanti ai suoi commilitoni il suo triste passato; la guardia, per nulla intimorita, rispose intimando all’Ufficiale di togliersi dall’Uniforme proprio quel distintivo partigiano altrimenti avrebbero regolato la faccenda a colpi di mitra. Inutile dire che la guardia dovette prosciogliersi (così in A. Leggiero, Per Amor di Patria, pag. 46). Un altro gustoso aneddoto ci arriva da Lorenzo Manigrasso e dal suo fotolibro “2° Celere”: si narra di una visita di Dal Sasso a quel Reparto, siamo ormai negli anni Cinquanta avanzati. Le compagnie sono schierate e l’Ufficiale nel suo discorso alla truppa si lancia nella rievocazione delle sue gesta di partigiano, “comandante Cervo”; d’improvviso dalle fila serrate si leva un’esclamazione, in stretto dialetto veneziano, di chi evidentemente non condivideva la sua compagine politica: “E mì te sbòro sui corni!”. 

Si crea quindi un interessante terreno di discussione basato proprio sulla figura del generale Galli e sul suo ruolo resistenziale appoggiato direttamente o indirettamente dagli alleati. Un personaggio di primo piano, posto nei ruoli-chiave del Corpo delle Guardie di P.S. nonostante i suoi trascorsi partigiani sopravvisse addirittura a Mario Scelba in una fase storica in cui la Pubblica Amministrazione – parliamo degli anni Cinquanta – aveva effettuato una nuova repentina inversione di marcia, stavolta cacciando dalle sue fila senza mezze misure proprio i partigiani…troppa la paura del “gigante rosso” d’oltre cortina! Di più: vogliamo legare questi avvenimenti di sottile politica internazionale a un altro avvenimento di cronaca, stavolta molto più pratico: Salvatore Giuliano e il suo ruolo in Sicilia (si rimanda all’articolo già postato in questo sito nella sezione “Recensioni”).

 

Il generale Galli in una delle sue ultime apparizioni pubbliche: la Festa del Corpo delle Guardie di P.S. del 18 ottobre 1960

 

 

Cesare Sabatino Galli esce di scena il 5 maggio 1963, in piena fase di “distensione”. Meritata pensione, da bravo Ufficiale sparisce dalle luci della ribalta con grande dignità e senza clamore.

Di seguito riportiamo le onorificenze attribuite al generale Galli:

 

1° FILA

– Ordine Militare di Savoia, Cavaliere

– Croce al Valor Militare

– Medaglia al Valore Civile

– USA, Presidential Medal of Freedom (type pre-1963)

2° FILA

– 4 Croci al Merito di Guerra

3° FILA

– Croce al Merito di Guerra

– Ordine Coloniale della Stella d’Italia, Grande Ufficiale

– Croce Anzianità di Servizio (d’oro per Ufficiali, 40 anni)

– Medaglia della Guerra Italo-Austriaca (1915 – 1918) + 2 barrette

4° FILA

– Medaglia delle Operazioni Militari in Africa Orientale 1935-1936 + Gladio (combattente)

– Medaglia Mauriziana

– Ordine Corona d’Italia, Ufficiale o Commendatore

– Medaglia Unità d’Italia (1848-1918)

5° FILA

– Medaglia Volontari in Africa Orientale (1935-1936)

– Medaglia Interalleata della Vittoria

– Croce Anzianità di Servizio PAI

– Ordine al Merito della Repubblica Italiana, Grande Ufficiale

6° FILA

– Medaglia commemorativa della Guerra 1940-1943 + 4 fascette ciascuna per ogni anno

– Distintivo d’Onore per Patrioti “Volontari per la Libertà” 1943-1945

– Medaglia commemorativa della Guerra di Liberazione 1943-1945 + 2 fascette ciascuna per ogni anno

– SMOM, Cavaliere Magistrale

 

 

 

Fonti consultate:

– Pietro Galletto, La Resistenza in Italia e nel Veneto, G. Battagin editor, 1996

– Lorenzo Manigrasso, 2° Celere, 1986

– Edoardo Pittalis, Il sangue di tutti – 1943/1945 in Triveneto, ed. Biblioteca dell’Immagine, 2006

– Antonio Leggiero, Per amor di Patria – Storie della RSI, ed. MA.RO., 2007

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