Leggende metropolitane

LEGGENDE METROPOLITANE

Saga semiseria di come una storia possa cambiare nel tempo

di Gianmarco Calore

Questa storia si svolge in una città affascinante e misteriosa del nord Italia: Torino.

Città affascinante, dicevo, perchè ricca di storia e cultura. Dotata di una viabilità tra le più particolari, tra viali e controviali, anche l’orgoglio eno-gastronomico nel Nord Ovest del nostro Paese.

Città misteriosa soprattutto per il fatto di non avere mai smentito quella sorta di aura magica che, assieme a Praga e a Lione, la pone al crocevia di uno dei pentacoli esoterici riportati in testi di massoneria e magia nera. Si narra di chilometri e chilometri di cunicoli sotterranei in realtà mai esplorati: cunicoli che costituivano una intricata via di fuga per i monarchi quando Torino era la capitale del Regno d’Italia. Cunicoli che celerebbero alcuni tra i più inconfessati segreti della città. Si dice anche che all’interno del vecchio tribunale vi fossero alcune statue in pietra che di notte misteriosamente… si muovevano! A testimonianza di ciò – ma qui la vox populi è la sola a confermarlo – i segni dei proiettili esplosi da alcune guardie notturne all’interno.

Questi ingredienti concorrono in maniera molto rilevante a completare la storia che vi sto per raccontare.

 


Torino, sera qualunque dei primi anni Novanta.

La sala operativa della questura invia una volante sul Monte dei Cappuccini. La segnalazione riguarda strani movimenti notati da un cittadino all’interno di una casa che risulta attualmente abbandonata: si tratta di una di quelle vecchie case sulle quali gravano da decenni le eterne beghe legali derivanti da eredità contese. Case così in Italia ce ne sono a migliaia e l’unica soluzione possibile da parte dei proprietari è sempre quella di chiuderle e mandarle al macero con tutto ciò che contengono piuttosto che vederle spartite o assegnate ad altri. 

L’Alfa 33 con a bordo i tre agenti arriva sul posto. Mentre l’autista rimane a fare la guardia al mezzo, il capo pattuglia e il gregario effettuano il sopralluogo all’interno di questo vetusto maniero controllando stanza dopo stanza che tutto sia in ordine. I due poliziotti si muovono tra mobili impolverati, sedie impilate le une sulle altre, tappeti arrotolati; sussultano a ogni scricchiolio puntando la lampada jodolux nell’una o nell’altra direzione; le fondine di tipo chiuso sono già state aperte e spesso la tentazione di impugnare l’arma diventa un’impellenza. Mentre fuori in strada l’autista rimane in ascolto radio, i due perlustrano tutti i piani, dalla cantina al solaio.

Nessuno sa cosa trovano all’interno i due agenti. Sta di fatto che, quando escono, risalgono in macchina:

Rientriamo in questura” ordina il capo pattuglia.

L’autista obbedisce diligentemente, anche se mancano più di tre ore alla fine del turno. In macchina nessuno parla e l’autista, percependo l’improvvisa tensione che ha sostituito la cameratesca atmosfera di poco prima, non si azzarda a chiedere nulla.

Una volta rientrati in questura, il capo pattuglia redige una corposa relazione di servizio che poi stranamente imbusta e sigilla scrivendo sull’involucro le parole “Riservata al sig. Dirigente”.  Dopodichè dichiara chiusa la pattuglia e avvisa il coordinatore che per quel giorno sarebbero andati a casa prima del solito.

Il capo pattuglia è un vecchio assistente capo: a Torino tiene famiglia e viene descritto da tutti come uno con la testa sulle spalle. Rientra a casa, si intrattiene con i suoi cari, discute del più e del meno e poi, anzichè andare a letto, prende la Beretta d’ordinanza, stermina la famiglia e si piazza una calibro 9 nel cranio.

Quasi contemporaneamente il gregario, un giovane poliziotto proveniente dal Meridione e da poco destinato alla Città della Mole, rientra al suo alloggio presso il Reparto Mobile e, prima di andare a letto, si spara in bocca.

Si narra che l’autista, subito convocato dall’alta dirigenza della Questura, abbia per sempre mantenuto la bocca cucita su quei fatti, al pari del dirigente destinatario della riservata. Riservata che poi negli anni è andata misteriosamente perduta.

Questa è una storia noir che chi lavora a Torino di sicuro conosce. O che ha sentito almeno una volta, magari con tutti i rimaneggiamenti che ognuno ci mette di suo: c’è chi dice che sia avvenuta a Superga, chi sul Monte dei Cappuccini; c’è chi giura di avere parlato con l’autista il quale siè “sbottonato” confidandogli la verità e facendolo giurare di stare zitto. C’è chi ambienta questa storia alla fine degli anni Settanta, chi a metà degli anni Ottanta, chi dopo ancora. C’è chi si vanta di dire “io c’ero” quando quella riservata è stata redatta; c’è ancora chi dice di essere riuscito a leggerla… 

 

Quando nella ricerca di alcune notizie su certi Caduti del Torinese mi sono imbattuto in questa storia, dapprima l’ho reputata una delle tante voci che Radio Scarpa mette in giro. Quando però la stessa mi è stata narrata da più persone che tra loro manco si conoscono, magari con l’aggiunta di particolari che però non toccavano la struttura fondamentale dei fatti, ho cercato di saperne di più. E allora, giù a consumare diottrie sui quotidiani di più di 20 anni della storia cittadina di Torino! Risultato: zero spaccato. Ho parlato con alcuni dei “vecchi” di quella città: molti la storia la conoscono e giurano e spergiurano che è assolutamente vera. Ma i giuramenti non sono fonti attendibili.

Fino al giorno in cui la storia è stata svelata in tutta la sua verità. E semplicità. Eccola a voi così come ricostruita grazie anche proprio a quella famosa “riservata” (che poi tanto riservata non era…).

Torino, sera qualunque dei primi anni Novanta.

La sala operativa della questura invia una volante sul Monte dei Cappuccini. La segnalazione riguarda strani movimenti notati da un cittadino all’interno di una casa che risulta attualmente abbandonata: si tratta di una di quelle vecchie case sulle quali gravano da decenni le eterne beghe legali derivanti da eredità contese. Case così in Italia ce ne sono a migliaia e l’unica soluzione possibile da parte dei proprietari è sempre quella di chiuderle e mandarle al macero con tutto ciche contengono piuttosto che vederle spartite o assegnate ad altri. 

L’Alfa 33 con a bordo i tre agenti arriva sul posto. Mentre l’autista rimane a fare la guardia al mezzo, il capo pattuglia e il gregario effettuano il sopralluogo all’interno di questo vetusto maniero controllando stanza dopo stanza che tutto sia in ordine. I due poliziotti si muovono tra mobili impolverati, sedie impilate le une sulle altre, tappeti arrotolati; sussultano a ogni scricchiolio puntando la lampada jodolux nell’una o nell’altra direzione; le fondine di tipo chiuso sono già state aperte e spesso la tentazione di impugnare l’arma diventa un’impellenza. Mentre fuori in strada l’autista rimane in ascolto radio, i due perlustrano tutti i piani, dalla cantina al solaio.

Nessuno sa cosa trovano all’interno i due agenti. Sta di fatto che, quando escono, risalgono in macchina:

Rientriamo in questura” ordina il capo pattuglia.

L’autista obbedisce diligentemente, anche se mancano più di tre ore alla fine del turno. In macchina nessuno parla e l’autista, percependo l’improvvisa tensione che ha sostituito la cameratesca atmosfera di poco prima, non si azzarda a chiedere nulla.

Una volta rientrati in questura, il capo pattuglia redige una corposa relazione di servizio che poi stranamente imbusta e sigilla scrivendo sull’involucro le parole “R iservata al sig. Dirigente”. Dopodichè dichiara chiusa la pattuglia e avvisa il coordinatore che per quel giorno sarebbero andati a casa prima del solito.

Il capo pattuglia è un vecchio assistente capo: a Torino tiene famiglia e viene descritto da tutti come uno con la testa sulle spalle. Rientra a casa, si intrattiene con i suoi cari, discute del più e del meno e poi…. va nanna bello come il sole, mettendosi a russare fragorosamente, pronto per tornare al lavoro e imbarcarsi in altre fantastiche avventure!!!

Per quanto è dato sapere, oggi quell’assistente capo si sta godendo la meritata pensione con i gradi di Sovrintendente!

Stessa cosa per il gregario, che oggi è tornato a prestare servizio al paesello d’origine!!

Ma cosa c’era scritto di così sconvolgente in quella relazione?

Udite, udite: i due poliziotti hanno regolarmente terminato il controllo all’interno della casa. Tra polvere e mobili accatastati hanno rinvenuto in una stanza una sorta di piccolo altarino coperto da un drappo nero, alcune candele usate e tutto il necessaire per una messa nera o per qualche rito esoterico. Questo ha potuto creare sì un leggero turbamento negli operatori. Tuttavia, il rientro in questura fu dovuto al fatto che la relazione che venne redatta fu estremamente corposa e indirizzata al dirigente la Squadra Mobile per l’attivazione degli opportuni servizi di controllo.

 

Tutto qui.

 

Ecco come da una normale vicenda di servizio la fantasia di alcuni, attraverso voli pindarici, abbia fatto scaturire una trama stile Stephen King: ci mancava Jack Nicholson con la mannaia in mano, pronto a sfondare una porta chiamando “Wendy!!!!”.

Ed ecco come l’emittente “Radio Scarpa” sia sempre perennemente in funzione, pronta a stupire, meravigliare, sconvolgere e adattare le cose alle esigenze del momento: fare colpo su una ragazza, accentrare su di sè l’attenzione della compagnia, mettersi in mostra con i colleghi o più semplicemente ingrassare ad arte le saghe infinite che concorrono a integrare la storia anche semi-seria della nostra Polizia.

In questo caso possiamo fare una cosa sola: riderci sopra! 

 

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