L’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena (9 gennaio 1950)

MODENA, 9 GENNAIO 1950: L’ECCIDIO DELLE FONDERIE RIUNITE

di Gianmarco Calore 

 

 

 

 

 

E’ sempre difficile raccontare una brutta storia, soprattutto quando la posizione del narratore si fa scomoda. Avevamo appena terminato di sviscerare nei suoi aspetti più intimi la strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 (in cui perirono 5 manifestanti) ed ecco un’atra storiaccia che riemerge dal passato.

E’ ancora più difficile districarsi in questo labirinto di avvenimenti, soprattutto perchè (a differenza dei fatti di Reggio Emilia) in questo caso non disponiamo di materiale “super partes”, di carteggi processuali, di fonti istituzionali. Abbiamo solo le testimonianze di chi quel giorno a Modena c’è stato. Sono testimonianze veraci, sanguigne, probabilmente anche esasperate dalla passione politica. Ma sono le prime fonti che Polizianellastoria ha sempre privilegiato. L’unico incrocio di dati possibile è quello fatto con le cronache del tempo: ma su di esse preferisco non soffermarmi poiché troppo è il livore con cui si scagliano non solo contro la Polizia (certo, colpevole di una gestione errata dell’ordine pubblico, di QUELL’ordine pubblico…), ma anche contro l’intero apparato di governo dell’epoca secondo cui l’ordine pubblico era lo strumento da utilizzare, non il fine da raggiungere e garantire.

La stessa documentazione fotografica è abbastanza esigua: ciò non deve stupire se si pensa che in quell’epoca gli inviati delle redazioni erano giornalisti di primo pelo ai quali ben di rado veniva affiancato un fotografo. Il materiale che siamo riusciti a reperire è stato immortalato da più persone e solo in seguito riunito in un’unica sequenza.

Il tentativo di ricostruzione di quei tragici avvenimenti muove quindi passi molto incerti: confidiamo dunque nell’intervento di chiunque voglia apportare il proprio contributo.

IL CONTESTO POLITICO E SOCIALE

Il 1950 è un anno che molti storici hanno definito “il primo vero spartiacque sociale”; per quello economico bisognerà attendere ancora almeno un decennio. Ci troviamo nel 5° governo De Gasperi e al vertice del Ministero dell’Interno troviamo il ben conosciuto Mario Scelba. Quest’ultimo sta raggiungendo il culmine della sua parabola politica, cui arriverà nel 1954 ricoprendo il ruolo congiunto sia di ministro dell’Interno che di capo di Governo.

La debolezza istituzionale di quel periodo è molto forte. Ciò si evince solo a volersi soffermare sulla brevità della durata dei governi, la cui vita media non arriva a superare l’anno. E’ una democrazia ancora debole, troppo grande il terrore della “spirale rossa” che incombe al di là del confine orientale. Debole di struttura, ma anche debole nei contenuti, con molti politici che hanno ancora pronti in armadio il manganello e l’olio di ricino da una parte, il mitra dall’altra.

In mezzo, una società ancora in pezzi. Le condizioni socio-economiche del Paese sono tra le peggiori nell’Europa post-bellica: poche le industrie rimaste in piedi, la sopravvivenza è spesso affidata all’agricoltura e al mercato nero. Le abitazioni sono nel migliore dei casi costituite da tuguri inabitabili ove le famiglie si ammassano le une sulle altre, in cui le condizioni igieniche sono inesistenti e dove un unico cesso deve servire a decine di uomini, donne, vecchi, bambini. Il tasso di mortalità è elevatissimo: gli uomini a stento superano i 50 anni, le donne arrivano anche a meno, complici soprattutto le gravidanze gestite male e i cosiddetti “mal di parto”. Tra i bambini le cose vanno ancora peggio, ne sopravvive poco più della metà entro il primo anno.

Il lavoro è poco, chi ha la fortuna di averne uno se lo tiene stretto con le unghie e con i denti. E magari anche con una schioppettata. Sono ancora frequentissimi omicidi e regolamenti di conti per vendetta: rancori politici mai sopiti, rabbia incontrollata, gelosie e passioni tra le più eterogenee mandano in cronaca eventi di “nera” tra i più truci e abbietti.

La società è dunque come un bimbo di pochi mesi che ha appena mosso i primi passi: destinato perciò spesso a grossolani ruzzoloni.

La risposta del governo è di quelle che dà una mamma isterica al proprio figlio capriccioso. Non dialogo, ma imposizione. Non confronto sociale, ma divieti su divieti. Controlli, ovunque: la stampa, gli organi di informazione, i primi sindacati di fabbrica, la scuola…. dappertutto ci sono informatori, delatori, spioni e lecchini. Il solito “esercito” di arrivisti e servili figuri di un triste recente passato, in questo la nuova democrazia non è poi così diversa. Gli scioperi sono mal visti, le assemblee mal digerite, le opposizioni sociali un cancro da stroncare. Il governo vorrebbe una società docile, muta, asservita: una continua bonaccia che lasci il mare dei consociati in una sempiterna calma piatta; non capisce, proprio non vuole affrontare i primi fermenti di una società in piena tempesta ormonale. Come un genitore bigotto, predilige una sorda repressione di ogni deragliamento dei propri pargoli.

LA POLIZIA DI QUEGLI ANNI

 

Ecco come veniva fronteggiato l’ordine pubblico alla fine degli anni Quaranta: blindati e armamento pesante (foto di repertorio)

Le sommarie linee tracciate sopra toccano anche l’apparato repressivo di governo, soprattutto la Polizia. Il Corpo delle Guardie di P.S. è uno strumento che Scelba ha plasmato fin da subito come un rullo compressore del quale si serve turandosi il naso per mantenere a qualsiasi costo qualle calma piatta ormai pia illusione. Con la Polizia si tura il naso poiché ne considera i suoi componenti come utili idioti sacrificabili per la propria causa, se è vero che in un’intervista arrivò a dichiarare che con 100 lire avrebbe arruolato quanti poliziotti voleva. Li arruola però stando bene attento a respingere tuti coloro che in qualsiasi modo siano stati collusi con il partigianato italiano, con la guerra di resistenza, con il Partito Comunista; per quelli di loro che sono già in servizio, è pronto il suo personalissimo mobbing fatto di continui trasferimenti, vessazioni e trattamenti “speciali” così gravi da rendere insopportabile la già dura vita di un militare della Pubblica Sicurezza.

La formazione degli allievi predilige il manganello e il mitra al codice penale e al diritto costituzionale: del resto, perchè investire su una massa di analfabeti da sfruttare come carne da cannone facendo leva sulla loro fame di lavoro certo? Ecco che l’ordine pubblico di quegli anni vede schierati in ogni contesto i nostri militari armati di mitra e con le autoblindo. E non certo per coreografia. Scelba stesso dichiarò la legittimità dell’uso delle armi da fuoco in ordine pubblico: la pace sociale poteva tranquillamente sorvolare sul sangue versato da pochi.

MODENA, QUEL GIORNO…..

Arriviamo al 9 gennaio 1950. I Reparti “Celere” sono impegnati con continuità in tutta Italia, ogni manifestazione va mantenuta entro binari strettissimi, i questori hanno ordini tassativi di vietare qualunque manifestazione non in linea con i programmi di governo. Ci sono regioni italiane particolarmente attenzionate: tra esse, Liguria ed Emilia Romagna, il “cuore rosso” della Penisola. Modena era già rientrata nel famigerato “triangolo rosso della morte”, con un manipolo di giustizieri che stava continuando a mandare al Creatore presunti ex fascisti, loro simpatizzanti, preti e varia umanità….

E’ però una città in cui gli Emiliani non avevano perso quella loro innata capacità di rimboccarsi le maniche per rimettersi in piedi da soli. La città è per l’epoca un grosso paesone immerso nelle campagne: la gente è tranquilla, non vuole problemi né tantomeno ne crea. Il lavoro è l’unica cosa che i modenesi chiedono. E quando i “padroni” di una delle più grosse fabbriche della città, le “Fonderie Riunite”, decidono per una ristrutturazione che avrebbe lasciato a casa 120 dei loro operai, ciò viene visto come un vergognoso sopruso. Il “braccio di ferro” con le maestranze aveva caratterizzato già buona parte dell’anno precedente ed era sfociato nella decisione del cav. Orsi (proprietario delle Fonderie) di chiudere la fabbrica fino a una risoluzione della vertenza, cosa che non era avvenuta ma che aveva costretto i “padroni” a riprendere comunque la produzione per non sforare il bilancio già in parte compromesso. La nuova apertura dei cancelli era stata fissata proprio per quel 9 gennaio.

Non avendo ottenuto alcuna garanzia sul mantenimento dell’impiego, gli operai decidono quindi per l’unica forma di protesta costituzionalmente garantita: lo sciopero.

I lavoratori vengono sapientemente istruiti dai rappresentanti sindacali di fabbrica: dimostrazione pacifica, attenersi alle disposizioni autorizzative, niente dissenso violento. Coi “padroni” ci avrebbero parlato loro.

Dopo una serie di tentennamenti, l’autorizzazione alla manifestazione viene negata da Questore e Prefetto. Il sangue agli occhi comincia a montare, tanto che già dal giorno prima vengono spediti in città i reparti di Cesena (XX° Mobile), di Bologna (VI° Mobile), di Piacenza (III° Mobile), di Ferrara (distaccamento VI° Mobile). E vengono mandati in grande stile, con camion, autoblindo T17 e armamento pesante.

Modena, 9 gennaio 1950: la Polizia arriva in città. Ecco la colonna del Reparto Mobile di Bologna con le autoblindo

Modena, 9 gennaio 1950: la Polizia occupa gli stabilimenti delle “Fonderie Riunite”

 Modena, 9 gennaio 1950. Le autoblindo della Polizia lungo le strade della città.

 

Modena, 9 gennaio 1950: le Forze di Polizia circondano lo stabilimento.

Ogni forma di dialogo con le Istituzioni si interrompe, i modenesi quello sciopero lo faranno comunque: si tratta di lottare per un lavoro, per la stessa sopravvivenza di molte famiglie il cui unico reddito è quello dell’operaio.

La mattina del 9 gennaio fa freddo anche se c’è un bel sole: di buon’ora i reparti di Polizia vengono schierati sia dentro che fuori la fabbrica. Il cav. Orsi non è in città e il Prefetto non se la sente di fare promesse o concessioni non concordate preventivamente con la direzione. Sul comportamento della Polizia ci sono versioni eterogenee e contrastanti, ma in tutte emerge un dato comune: sui tetti della fabbrica spuntano minacciose le mitragliatrici.

Le “Fonderie Riunite” avevano i propri cancelli di ingresso a poche decine di metri da una linea ferroviaria che, tagliando in due la città, le separava dalla strada principale e dal centro cittadino: quella linea ferroviaria viene adottata come confine da non oltrepassare. Di qua la Polizia, di là i manifestanti. Che sono tanti. Anzi, tantissimi: se si confrontano le cronache dell’epoca, sembra addirittura ci fossero diecimila persone arrivate anche da fuori, Parma, Reggio…. Polizia e Carabinieri vengono dislocati anche lungo le strade di campagna con l’ordine di impedire l’accesso in città ai manifestanti “foresti”. La tensione cresce.

I manifestanti sfilano numerosi al di qua dei binari. Stazionano davanti ai cancelli, sorvegliati dalla Polizia. Tra la gente, anche molte donne.

Modena, 9 gennaio 1950: i manifestanti nei pressi dello stabilimento.

A quello che accade verso le 10 non c’è spiegazione né causa apparente. Sembra che un gruppetto di scioperanti definito dalle cronache e dai testimoni “non numeroso” abbia oltrepassato i binari avvicinandosi ai cancelli della fabbrica. Non si parla di squilli di tromba né di inviti a disperdersi. Viene descritta solo una pericolosa vicinanza fisica tra Forze dell’Ordine e civili. Cosa si dissero (semmai si parlarono), cosa fecero (semmai qualcosa fu fatto) nessuno lo sa. La cosa certa è che d’improvviso da una delle terrazze della palazzina direzionale di fabbrica partirono i primi colpi di fucile. Ma sul punto non regna univocità di vedute. Alcuni testimoni parlano di una prima carica fatta con alcuni “caroselli” di jeep, addirittura con il lancio di bombe lacrimogene, il tutto PRIMA dell’esplosione delle fucilate mortali. Altri di loro collocano invece queste cariche nei momenti successivi alle fucilate, come risposta al comportamento scomposto della massa dei manifestanti.

Modena, 9 gennaio 1950. Questa è l’ultima foto scattata subito prima dell’esplosione dei primi colpi d’arma da fuoco. Un gruppo di manifestanti ha oltrepassato i binari della ferrovia e ha raggiunto il primo blocco della Polizia nei pressi del cancello di ingresso. Tra pochi attimi dalla grande terrazza della prima palazzina gli agenti inizieranno a sparare.

Modena, 9 gennaio 1950. Questa immagine molto sfocata è stata scattata in prossimità del blocco principale di Polizia. Si nota il militare senza elmetto con un’espressione abbastanza interlocutoria: cosa sta succedendo?

E’ per noi difficile offrire una ricostruzione precisa dei fatti. Se si seguono le testimonianze “a caldo” vengono descritti comportamenti criminali da parte delle Forze dell’Ordine: si parla di caccia all’uomo, di linciaggio, di massacro pianificato. A fronte di questo, le comunicazioni ufficiali del Ministero parlano di un “assalto ai reparti di Polizia”, di “reiterata disobbedienza all’ordine legittimamente impartito di disperdersi”, di “aggressioni alla spicciolata” da parte di elementi definiti “estremisti sovversivi”. Fin dai primi telegrammi, il prefetto Laura, parlò degli scontri in termini di un attacco preordinato da parte degli operai contro la forza pubblica schierata in difesa dello stabilimento, mentre per il ministro Scelba il Paese esigeva ordine e tranquillità.

Dove, la verità?

Modena, 9 gennaio 1950. Questa è l’unica fotografia che immortala le cariche regolamentari. Quando è stata scattata? Prima o dopo gli spari?

LE VITTIME

Le dinamiche dei singoli decessi sono state ricostruite mediante il raffronto delle poche fonti univoche convergenti.

Angelo Appiani, meccanico ed ex-partigiano, di 30 anni, venne ucciso proprio davanti alle Fonderie;

Renzo Bersani un ragazzo di 21 anni, operaio metallurgico, venne colpito a morte in un punto lontanissimo dagli scontri, mentre cercava di fuggire dalla zona;

Arturo Chiappelli, spazzino disoccupato, anni 43, venne invece colpito vicino alla Fonderia, dalla parte della linea ferroviaria, mentre attraversava i binari;

Ennio Garagnani faceva il carrettiere nelle campagne di Gaggio. Aveva 21 anni. Anche lui trovò la morte mentre cercava di allontanarsi dalla zona calda degli scontri;

Arturo Malagoli, 21 anni, operaio ed ex-partigiano, venne colpito davanti al passaggio a livello;

Roberto Rovatti, operaio metallurgico di 36 anni, si dice sia stato circondato dalla celere, colpito coi calci dei fucili, gettato in un fosso e finito con un colpo sparato a distanza ravvicinata. Su questa dinamica tuttavia non ci sono testimonianze precise.
Secondo le cifre ufficiali vennero ferite quindici persone. Sul loro numero esatto non esiste tuttavia concordanza: secondo i manifestanti sopravvissuti essefurono molte di più, quasi duecento. Si disse che i feriti non andarono all’ospedale per la paura di essere incarcerati e discriminati poi successivamente sul posto di lavoro.

Il giorno dei funerali delle vittime e una carrellata dei titoli delle principali testate giornalistiche dell’epoca.

IL PROCESSO

Sulle vicende processuali che toccarono i comprimari di questa vicenda si sa molto poco. Le cronache parlano di manifestanti arrestati direttamente in ospedale per resistenza a pubblico ufficiale e rifiuto di adempiere all’ordine dell’autorità. Si parla anche di “alcuni agenti dell’ordine” rinviati a giudizio. Ma circa l’esito di questi processi non si sa nulla di certo: per la parte poliziesca già nel 1954 la “pratica” poteva dirsi archiviata. E dimenticata.

Non si trattò solo di un processo giudiziario. La stampa nazionale si scatenò contro il governo e contro il ministro dell’interno che, nel suo stile consueto, fece spallucce. Il livore giornalistico coinvolse anche testate dalle posizioni solitamente più moderate e filogovernative accentuando così il divario sempre crescente tra opinione pubblica e politica, divario che troverà la sua esplosione neanche vent’anni dopo con il Sessantotto.

Solo una “voce” cantò fuori dal coro. Fu quella di Giovannino Guareschi, dalle note posizioni anticomuniste, il quale dalle pagine del suo Candido del 22 gennaio 1950 sostenne la tesi del complotto comunista attraverso il “concentramento rapido di grandi masse reclutate nelle campagne” da parte dei c.d. “trinariciuti” ai quali “faceva comodo qualche morto per alimentare il già innato odio del proletariato contro le Forze dell’Ordine e quindi contro il Governo”. Guareschi arriva oltre affermando che “…pur essendo la Polizia perfettamente al corrente che i rossi preparavano un’azione in grande stile (lo sapevano tutti a Modena), quindicimila o ventimila trinariciuti hanno potuto tranquillamente radunarsi e compiere la loro azione di forza”.

E ancora: “L’impeto col quale la massa si è lanciata contro lesiguo presidio di polizia è stato selvaggio e se i tutori dell’ordine avessero perso la testa(come qualche giornalista indipendente purtroppo ha scritto) ne sarebbe uscito uno spaventoso macello. Gli uomini della Polizia, dopo aver tentato invano di fermare la marcia della mandria scatenata, aggrediti e percossi, per non essere sopraffatti e maciullati hanno dovuto sparare. La colpa è di chi ha organizzato la Marcia su Modena e di chi non ha avuto il buonsenso di stroncarla prima che le colonne provenienti dai paesi arrivassero a riunirsi in città”.

Parole forti che risuonarono in tutta la Nazione innalzando ulteriormente la tensione tra le fazioni filogovernative e di opposizione. Scelba arrivò a dichiarare alla stampa di “avere ancora il coltello dalla parte del manico”, diventando oggetto di celie e motteggi da parte della satira giornalistica.

ANALOGIE CON I FATTI DI REGGIO EMILIA 1960

L’analisi dello scarso materiale ufficiale dell’epoca su questi avvenimenti permette tuttavia di tracciare alcune similitudini con quanto sarebbe avvenuto 10 anni e mezzo dopo a Reggio Emilia quando la Polizia aprì il fuoco sulla folla di manifestanti provocando 5 morti e centinaia di feriti accertati. Ci limitiamo a riportarli così come rilevati, come semplice spunto di discussione e approfondimento.

  1. Il ruolo di Polizia e Carabinieri.

In entrambi i casi sulla “graticola” mediatica fini solo la Pubblica Sicurezza. L’Arma, che pure partecipò alla sparatoria, così come rilevato da parecchi testimoni tuttora in vita, assume ancora una volta un ruolo di “incolpevole compartecipe”, defilandosi quasi subito dalla vicenda.

  1. Il ruolo gestionale di Questore e Prefetto.

Ancora una volta queste figure istituzionali spiccano per la loro latitanza. Non si sa quali furono gli ordini impartiti, nel caso di Modena non si conosce nemmeno il nome del funzionario responsabile del servizio. Se per Reggio Emilia abbiamo un nome (il vice questore Cafari Panico) indicato come il responsabile dell’ordine di massacro, per Modena non sappiamo chi dette l’ordine di disperdere i manifestanti, né le modalità concordate a priori, ammesso che ci siano state. Il Questore non viene neanche nominato; il Prefetto invece, solo “di rimbalzo”: figura subdola e ambigua, rifiuta la trattativa con gli operai poiché non “istruito” dal latitante commendatore di fabbrica, è tuttavia solerte nel telegrafare a Roma addossando la responsabilità dei fatti unicamente agli scioperanti.

  1. L’uso delle armi da fuoco.

E’ la riprova dell’elevato standard di repressione che caratterizzava la gestione dell’ordine pubblico all’epoca. I militari erano tutti dotati di arma lunga, segnatamente il mitra MAB per la Polizia e il moschetto Carcano 91/38 per i Carabinieri. A differenza di Reggio Emilia, a Modena non comparve alcun idrante, ma direttamente le autoblindo Staghound T17 con relativo armamento pesante. Un simile allestimento richiama molto più scenari bellici che non di ordine pubblico: la domanda – inevasa – è proprio il perchè di una simile esibizione di forza a fronte di quella che doveva essere una “semplice” serrata di fabbrica.

  1. L’atteggiamento dei militari.

Come per le guardie intervenute a Reggio Emilia, anche i militari presenti sulla scena a Modena vengono descritti da almeno 2 testimoni come “ubriachi” o “drogati”. Sulla questione ritengo si debba puntare più sulla reale impreparazione della Forza Pubblica che veniva mandata in piazza completamente all’oscuro di ciò che avrebbe dovuto fronteggiare e, anzi, addirittura dolosamente indottrinata in senso pessimistico, con prefigurazione di scenari operativi estremamente rischiosi. Così come per Reggio, personalmente ritengo l’aspetto allucinato di molti dei militari una semplice risposta fisiologica alla paura instillata dai propri vertici.

5. La gestione politica del massacro.

Reggio Emilia 1960 sancì la caduta del governo Tambroni, già di per sè caracollante. Modena 1950 paradossalmente ne rafforzò la tenuta. A voler leggere tra le righe delle cronache politiche successive a quei tragici avvenimenti, il monocolore DC fece “quadrato” attorno al suo entourage, riuscendo a relegare l’ultrasinistra in un cantuccio insignificante del panorama politico. Termini come “fuorilegge” e “sovversivi” continuarono a campeggiare a lungo nei vari giornali, mentre nel frattempo altri scioperi e altre manifestazioni naufragarono nel sangue. Le critiche all’operato della Polizia divennero la consuetudine al pari del loro mancato recepimento da parte dei vertici politici. E intanto il gigantesco calderone sociale continuava la sua ebollizione.

Per la Redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

 FONTI

Bertucelli L., Sindacato e conflitto operaio. Le Fonderie Riunite di Modena e il 9 gennaio 1950, in “Rassegna di storia contemporanea” n.2, 1996, pp. 37-76.

Bisoni C., Dondi M., Luigi G. (a cura di), Le fonderie di seconda fusione nella provincia di

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Ferrari E., Le Fonderie Riunite di Modena, Roma, Editrice Sindacale Italiana, 1974

Ferrari E., Un filo rosso per il lavoro: da quel 9 gennaio 19502° ed., Modena, il Fiorino, 1997

Lamberti F., Il 9 gennaio 1950: una ricostruzione storica, Modena, Comune, 2004

Pedroni P., Barbieri G. con la collaborazione dell’ANPI comunale di Modena, Per non dimenticare:

Lapidi, cippi, monumenti partigiani a Modena, Modena, Il fiorino, 1995

Pollastri O., Organizzazione e mutamento: il caso delle fonderie di Modena, tesi di laurea,Bologna,

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Bertuzzi G. (a cura di), Modena vicende & protagonisti, Bologna, Edison, 1981

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Modena ’50-’60 : fatti, immagini, protagonisti, Modena, 1991

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Bertucelli L., Un secolo di sindacato: la Camera del lavoro a Modena nel Novecento, Roma,

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Costi P., Ricostruzione e conflittualità sociale nelle campagne modenesi (1945-1950), tesi di laurea,

Bologna, 1981-82

Principali quotidiani dell’epoca, in  particolare: La Stampa, l’Avanti!, Il Corriere della Sera, Il Candido, l’Unità

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