L’allievo vicebrigadiere Settimio Passamonti

ROMA A MANO ARMATA

di Gianmarco Calore

Questo non è il titolo di uno dei tanti film del genere “poliziottesco” che caratterizzarono il cinema italiano della fine degli anni Settanta: un filone che trovò la sua fortuna proprio sfruttando quella paura repressa e quella voglia di giustizia (a volte anche di giustizialismo) che pervadeva il cittadino italiano medio schiacciato da una quotidiana violenza di piazza e dai soprusi di una criminalità tra le più agguerrite.

Questa storia ha in comune con simili pellicole solo una cosa: il periodo storico. Siamo infatti proprio negli anni Settanta. Anzi, di più: siamo per la precisione in quel tristissimo anno che la storia ci ha consegnato semplicemente con il suo nome, il Settantasette. 

Avevo solo cinque anni, allora: ma mi ricordo distintamente come fosse oggi una scena che un bambino non può dimenticare. Una mattina di maggio mi trovavo all’asilo quando vidi mia madre arrivare trafelata ben prima dell’orario consueto: caspita, dovevo ancora mangiare la pappa! E invece quel giorno, dopo un rapido colloquio con la suora, via di corsa in macchina verso casa! Io non capivo, mia madre mi diceva che per le strade c’erano uomini brutti e cattivi e che non era il caso che io restassi in giro, anche in una struttura protetta come un asilo. Continuavo a non capire…. uomini brutti e cattivi, e chi erano? Al babau ormai non credevo più molto ma a farmi stare zitto bastò l’agitazione di mia madre. A bordo della A112 di famiglia giungemmo a piazzale Stanga, un grande crocevia di Padova in cui sei grosse arterie si intersecano diramandosi nelle principali direzioni. A uno dei semafori mi fu tutto chiaro: da una parte vedevo una marea di bandiere rosse, gente travisata con i passamontagna e con in mano grossi manici di piccone; alle loro spalle, un denso fumo nero, forse un cassonetto o un’auto dati alle fiamme….. Dall’altra, schierati in perfetto ordine, i blindati della Polizia. Mi ricordo – come se ce l’avessi davanti adesso – di un poliziotto vestito tutto di verde e con un casco in testa il quale ci urlò ossessivamente di correre, di andare via. Poi, la sgommata della macchina e il rifugio sicuro di casa.

Oggi lo so: quel giorno alla Stanga vi furono scontri feroci tra manifestanti e Polizia, volarono mazzate potenti; qualcuno disse che avevano anche usato le armi da fuoco. Nei giardinetti vicini – quando ci fu concesso di andarvi a giocare molte ore dopo – noi bambini trovammo solo un fazzolettone rosso mezzo bruciacchiato e un passamontagna di lana nero. Sporco di sangue.

Quello fu il Settantasette, non solo a Padova ma in tutta Italia: la storia ci consegnò al riguardo tanti morti, feriti, devastazioni, inutile follia collettiva di un’epoca.

Roma, 21 aprile 1977: giornata tesissima sul piano dell’ordine pubblico. Per l’ennesima volta era avvenuta l’occupazione di alcune facoltà universitarie ad opera di “studenti” dell’ala più oltranzista della sinistra extraparlamentare, Autonomia Operaia. Già dalla prima mattina la Polizia era intervenuta con mano pesante, ma del resto quelli erano gli ordini in un frangente socio-politico che stava facendo tremare le vene ai polsi all’intero governo il quale si era accorto ahimè troppo tardi di come la situazione generale in Italia gli stesse scivolando di mano.

Il Ministero dell’Interno schierò in strada tutti gli uomini disponibili: Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza. Tra i poliziotti era andato a “pescare” anche gli allievi sottufficiali della Scuola di Nettuno che dovevano essere praticamente intoccabili proprio perché frequentatori di un corso di formazione professionale. Ma in quegli anni non si guardava in faccia a nessuno: non solo allievi sottufficiali, quindi già poliziotti a tutti gli effetti, ma anche allievi guardie, ragazzini che dovevano ancora prestare giuramento, privi delle pistole di ordinanza ma ugualmente considerati valide braccia (o carne da cannone, fate voi…) da buttare nella mischia. Tra di loro, anche un giovane ventitreenne, Settimio Passamonti della scuola di Nettuno.

Si era svegliato presto, Settimio Passamonti. Assieme ai colleghi aveva fatto colazione nella mensa di servizio e poi tutti assieme erano saliti sui torpedoni che li avevano portati a Roma mentre il cielo ancora albeggiava. Neanche il tempo di ricevere le disposizioni da parte dei funzionari, che dall’università arrivano le prime sconfortanti notizie: una giornalista americana, Patricia Barnie, che si era avvicinata ai cancelli dell’ateneo per assistere a un’assemblea improvvisata per documentarne i contenuti, era rimasta ferita alla gamba da un colpo di pistola esploso da un gruppo di autonomi che non avevano “gradito” la sua presenza: si guadagnerà una prognosi di 60 giorni salvo complicazioni. 

Un brutto affare.

La giornalista americana Patricia Barnie viene soccorsa dopo essere stata ferita da un colpo di pistola esploso da un autonomo (si ringrazia l’archivio storico del quotidiano La Stampa per il materiale gentilmente concesso)

 

Queste sono le due uniche immagini del momento cruciale che ci siamo sentiti di pubblicare al solo scopo di documentare la gravità degli scontri. In quella di sinistra si notano gli allievi sottufficiali (tra cui Settimio Passamonti) percorrere di corsa via Stintino alla cui estremità opposta si nota il fumo dei lacrimogeni: tra pochi istanti gli agenti verranno investiti da numerosi colpi di pistola; in quella di destra vediamo la fase più cruenta della sparatoria: pochi metri più avanti, a fianco del furgone, giacciono a terra i corpi dei Colleghi: due sono gravemente feriti, per Passamonti non c’è già più niente da fare.

Partono le cariche, il grosso dei manifestanti sembra disperdersi nel dedalo di strade che circondano l’università. Da quel momento la giornata si trascina tra una scaramuccia e l’altra: la tensione sembra allentarsi, molti degli studenti capiscono che non è la via dello scontro fisico la più idonea ad essere percorsa e una delle prime “radio libere” consiglia loro di radunarsi ad Architettura per un dibattito. Ma ci sono ancora loro, gli autonomi. Alle 14:20 ricompaiono più agguerriti che mai: lanciano le prime molotov, forse anche una bomba-carta che manda in frantumi alcune vetrine; si sentono ancora colpi di pistola e il sibilo sinistro dei proiettili fa capire che la storia è ben lontana dall’essere conclusa. Del resto la Polizia lo sapeva già da prima: gli autonomi sono imbruttiti dalla morte dello studente Pierfrancesco Lorusso, ucciso da un colpo di pistola esploso da un carabiniere nel corso di una manifestazione di piazza avvenuta a Bologna l’antecedente 11 marzo. Cercano vendetta. Altre cariche, altro fuggi-fuggi. Quando la situazione sembra essersi nuovamente stabilizzata, il contingente di cui fa parte Passamonti riceve l’ordine di sgomberare la strada da quattro veicoli dell’ATAC abbandonati precipitosamente dai loro occupanti. I ragazzi si avvicinano ai mezzi pubblici, ma ecco che un nuovo gruppo di scalmanati travisati da passamontagna ricompare improvvisamente da sotto i portici. La tecnica guerrigliesca di Valle Giulia di quasi un decennio prima non deve avere insegnato molto perchè i poliziotti vengono colti di sorpresa da un nuovo lancio di molotov. E da una grandinata di proiettili. Improvvisamente da via Marracini si stacca un giovane vestito di nero che si apposta dietro una “Cinquecento” azzurra: ha in mano una grossa pistola, forse una Luger, prende la mira e spara: a terra restano tre agenti e un carabiniere. Uno degli agenti è proprio Settimio Passamonti che muore lì, in mezzo a una strada, in via Stintino, colpito da due proiettili al torace. Un testimone dirà: “L’ho visto girar su se stesso come un birillo e cadere a terra senza un grido”. Pare anche che ci sia un altro morto, l’allievo sottufficiale Antonio Merenda che cade a pochi passi da Settimio in un lago di sangue: un proiettile lo ha centrato al volto entrando in bocca e conficcandosi nel cranio proprio a ridosso di una delle vertebre cervicali. Il poliziotto si salverà, un autentico miracolato.

I colleghi degli agenti a terra sfidano la morte e trascinano i corpi dei colleghi sotto un altro inferno di proiettili mentre altri agenti rispondono al fuoco. Solo a quel punto gli autonomi si disperdono. Una mano anonima, durante la notte, cerchierà con lo spray la macchia di sangue versato da Passamonti scrivendo molto eroicamente ”Qui è caduto un carrubo, il compagno Lorusso è vendicato!”. Manco sapevano a chi avevano sparato…. Stessa cosa dove è caduto Merenda, solo che qui l’audace scrittore, dopo avere vergato la frase “La dc colpisce ancora” deve essere stato interrotto mentre firmava il suo epitaffio con la sigla AutOp..

Roma, 21 aprile 1977: un allievo sottufficiale ferito viene soccorso da un commilitone e da una guardia del Reparto Celere

Chi era Settimio Passamonti? Era un giovane poliziotto originario di Roseto degli Abruzzi, vicino a Teramo, ove era nato il 20 luglio 1954. Rimasto orfano del padre, si era stabilito con la madre e cinque fratelli a Mosciano Sant’Angelo. Nel 1973, appena compiuti i 18 anni, si era arruolato nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza frequentando il corso di formazione presso la Scuola Allievi Guardie di Trieste. Era stato poi destinato a Senigallia e successivamente trasferito a Cesena e Cremona prima di superare il concorso per vicebrigadiere: come tanti giovani mandava a casa quasi tutto lo stipendio per garantire alla madre e ai fratelli più piccoli un’esistenza dignitosa. Aveva poi vinto un concorso interno per vicebrigadiere e da poco aveva iniziato il corso di formazione a Nettuno. Una vita ancora di fronte, una promettente carriera da percorrere. E invece no… 

 

Due immagini di Settimio Passamonti: a sinistra, la foto che lo ritrae nel 1973 appena arruolato nel Corpo delle Guardie di P.S.; a destra, quella più recente scattata durante il corso per vicebrigadiere a Nettuno poche settimane prima del decesso

Il resto fa parte dell’ormai trito repertorio fatto di cordoglio delle autorità, dello sdegno dei cittadini piccolo-borghesi, dei funerali di stato e di centinaia se non migliaia di altri poliziotti furibondamente incazzati per l’ennesimo inutile caduto. I giornalisti vengono aggrediti verbalmente a muso duro da agenti che urlano loro in faccia tutto il disagio della categoria: “Siamo stanchi di crepare per poche lire! Vogliamo difenderci!”. E ancora, riferiti al magistrato di turno che si congratulava con un funzionario per come era stata gestita la piazza, “Loro si fanno i complimenti mentre noi per loro moriamo!”. Una guardia strappa rabbiosamente il rullino dalla macchina fotografica di un reporter gridandogli: “Cosa scrivete? Chè tanto la mettete sempre come pare a voi!”

Fino a qui, normale amministrazione. Quando la redazione di Cadutipolizia inserì la scheda di Settimio Passamonti si era ancora agli esordi e ci trovammo di fronte a uno dei tantissimi Caduti noti all’opinione pubblica. Certo, il dolore per una vicenda così insensata ci colpì ugualmente ma i morti di quegli anni erano davvero tanti e la questione sembrò fermarsi lì. 

 

Alcune immagini dei funerali di Settimio Passamonti

Ma. C’è sempre un ma. A distanza di anni ti saltano fuori quasi per sbaglio alcune fotografie reperite con molta difficoltà. All’inizio, quando le vidi per la prima volta, non capii molto bene di cosa si trattasse: erano una quindicina di foto disordinate e disperse in un mare magnum di altre foto su scontri di piazza di varie epoche, molte delle quali senza nemmeno l’indicazione della data e del luogo in cui erano state scattate. Ma il pugno allo stomaco era proprio in una di esse: si vede un giovane poliziotto con un paio di folti baffi trasportato a braccia da altri colleghi che stanno cercando di caricarlo su una vettura. La foto è in bianco e nero, tuttavia ciò non mi ha impedito di distinguere nel volto del collega il pallore spettrale della morte; negli occhi dei suoi soccorritori, solo rabbia e disperazione. E’ un allievo sottufficiale, facilmente riconoscibile dal colletto della giacca bordato con il cordellino in oro: è l’allievo sottufficiale Settimio Passamonti. 

Quelle foto furono scattate da uno dei primi fotografi indipendenti (oggi si direbbe free-lance…) che rimase suo malgrado intrappolato alle spalle del contingente di polizia schierato tra via Stintino e via Marracini, contingente di cui facevano parte Passamonti e Merenda. Nelle prime si nota tutta la cruenza della sparatoria: funzionari in borghese, guardie della Celere e della territoriale che sparano a rotta di collo riparandosi dietro le vetture in sosta e dietro un Fiat 238 già sforacchiato dai proiettili esplosi dagli autonomi che si intravvedono in fondo alla via. I colleghi sparano per difendersi, ma soprattutto per difendere quel manipolo di allievi mandati al massacro senza nemmeno la pistola di ordinanza, senza neanche un giubbotto antiproiettile. A terra vi sono già tre corpi, tre dei nostri messi giù. Si prosegue con il loro trascinamento al riparo da quell’inferno e da ultimo con i soccorsi a Passamonti. 

Ecco, questa non è più normale amministrazione. In un tempo come quello attuale in cui è facile sparare a zero sulla polizia con pellicole tipo “Diaz” o “Acab” che tutto descrivono tranne ciò che realmente è la Polizia italiana, quelle foto di tanti anni fa servirebbero per una reale presa di coscienza su chi siamo davvero, su cos’è il nostro lavoro. Servirebbero più di tutto, anche più di queste mie parole, come contraltare alla quotidiana denigrazione mediatica da cui anche oggi siamo assunti a bersaglio. 

Dopo un’attenta valutazione di tutto lo staff scegliamo tuttavia di non mostrarvele: la morte di un uomo è una cosa troppo privata e va rispettata al di là di ogni facile sensazionalismo. Prevale su tutto. Lo abbiamo deciso anche per altri Caduti quali Antonio Sarappa e Antonio Annarumma. Vi preghiamo semplicemente di crederci quando vi diciamo che un simile pugno sullo stomaco preferiamo risparmiarvelo. Perchè queste foto malamente tenute nascoste dicono solo una cosa: si può accettare tutto quando un Poliziotto muore. Ma non che muoia in ordine pubblico quando a ucciderlo sono stati i soliti noti delle altrettanto solite note compagini di estremismo politico. Lo abbiamo visto appunto con Annarumma, con foto e filmati del momento cruciale della sua aggressione misteriosamente spariti addirittura dagli archivi della RAI e con verbali di autopsia occultati in un cassetto e fatti recapitare alla magistratura solo per la volontà di uno dei medici legali dopo maldestri tentativi di attribuire la morte del militare a un semplice incidente, a una sua colpa; lo abbiamo visto ancor prima con Sarappa che non fece nemmeno il favore di morire subito, ma solo dopo due mesi di agonia nella calura estiva di un ospedale militare quando la gente tornò dal mare con quella storia già dimenticata. Lo abbiamo visto in altri frangenti con poliziotti morti e feriti durante gli “anni di piombo” e poi dimenticati quando la loro posizione diventava scomoda.

Il dolore senza confini della mamma. Con le immagini preferiamo fermarci qui nel rispetto del Collega Caduto e dei suoi Familiari

In questa sede voglio solo rendere omaggio alla memoria di Settimio Passamonti, allievo vicebrigadiere del Corpo delle Guardie di P.S., e a quanti come lui caddero per un’Italia migliore: quel corpo inanimato, quel sangue lasciato sull’asfalto e l’urlo di disperazione della madre sulla bara del proprio figlio zittiscano una volta per tutte il coro dei soliti inutili tuttologi fai-da-te che in ogni epoca (e oggi più che mai) sulla Polizia italiana hanno detto fin troppo. E sempre a sproposito.

Per la Redazione Cadutipolizia: Gianmarco Calore

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Un pensiero su “L’allievo vicebrigadiere Settimio Passamonti

  1. Ero presente purtroppo quel giorno in quanto Allievo Sottufficiale appartenente alla terza compagnia, quella a cui anpparteneva Settimio Passamonti ed ero uno di quelli che cercava di portarlo al sicuro dietro un furgone. Volevo precisare che noi eravamo giunti a Roma subito dopo il pranzo, frettolosamente e nessuno ci aveva avvertiti che dalla mattina venivano esplosi colpi di pistola contro le forze dell’ordine. Siamo praticamente stati mandati allo sbaraglio senza nemmeno l’attrezzatura da O.P. che aveva la Celere.
    Cordiali saluti.
    Valentino Liberanome

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