La terza battaglia dello Jof di Miezegnòt

L’ESTATE DORATA

(la  Terza battaglia dello Jof di Miezegnot, 1916)

di Fabrizio Gregorutti

 

Avvertenza: in lingua italiana le cime oggetto della battaglia del luglio 1916 sono note come Jof di Miezegnòt, Piccolo Miezegnòt e Monte Nero. Per non creare confusione nel lettore si è preferito lasciare alle ultime due cime (sotto controllo austriaco all’epoca della battaglia) i nomi tedeschi di Kleiner Mittagskofel e Schwarzenberg

[color=blue][i]“San Martino del Carso- Valloncello dell’Albero Isolato, il 27 agosto 1916”

Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro/di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto/ ma nel cuore nessuna croce manca/è il mio cuore il paese più straziato”

Giuseppe Ungaretti.[/i][/color]

 

Autunno 1915

 

Quando il 24 maggio 1915 l’Italia entra nella Grande Guerra decine di migliaia di giovani ed accorrono ai distretti militari di tutto il Regno per arruolarsi nelle Forze Armate come volontari. Tra di loro c’è il ventunenne Alberto Urbano, studente universitario proveniente da una famiglia della piccola borghesia di Margherita di Savoia, un grosso centro agricolo in quella che oggi è la provincia di Barletta Andria e Trani,  il quale ha risposto con entusiasmo all’appello del suo Paese.

Come la maggior parte dei ragazzi della sua generazione, è convinto che la guerra sarà la grande avventura della sua epoca, la vera guerra d’indipendenza e vuole farne parte.

 

Forse è per questo che lui, pugliese, all’Accademia Ufficiali di Modena si offre volontario per quello che è l’ elite del Regio Esercito italiano, il Corpo degli Alpini.

 

La specialità è relativamente nuova, essendo nata appena nel 1872, ma vanta già un curriculum bellico di tutto rispetto per avere ricevuto il battesimo del fuoco durante le campagne coloniali. Sulla “Domenica del Corriere” le tavole di Achille Beltrame vedono già dalle prime settimane protagonisti i mitici fanti di montagna italiani, ritratti mentre combattono sulle più alte vette delle Alpi conquistando la gloria ed entrando nella leggenda.

 

Alberto si è esaltato nel leggere delle vittorie degli alpini sulle montagne trentine, del Cadore e della Carnia e si è commosso apprendendo della eroica morte del generale Cantore, primo ufficiale superiore italiano a cadere in battaglia e per questo subito trasfigurato nella leggenda del Corpo,  tanto che già negli ultimi mesi del conflitto l’autore dell’Inno del Piave, E.M. Mario, scriverà  una canzone piuttosto retorica in cui immagina il generale Cantore accogliere in Cielo gli alpini caduti in battaglia, consacrato da un articolo del Corriere della Sera del primo Dopoguerra e che rimarrà nella memoria corale del Corpo sino a trasfigurare un generale dal carattere durissimo e con accenti spietati in un San Pietro militare o in un Odino italiano, che accoglie nel Valhalla gli spiriti dei guerrieri caduti in battaglia.

 

Come potrebbe mai quindi Alberto scegliere una qualsiasi altra Arma e rinunciare al mito?

 

Viene accontentato. Insieme al compagno del corso allievi ufficiali ed amico Enrico Fontana, un coetaneo della provincia di Vicenza, Alberto viene assegnato al Battaglione Alpini “Gemona” dell’8° Reggimento e da qui alla 97^ Compagnia, incaricata di difendere il monte Jof di Miezegnòt, chiave di volta dell’intero dispositivo italiano nel Canale di Dogna, la piccola valle friulana le cui montagne danno sulla Valcanale, la principale via d’accesso per la Carinzia.

 

Il Miezegnòt , una cima alta 2057 metri, è caduta in mano italiana già dai primi giorni di guerra. Gli austroungarici sono successivamente riusciti a riprendere le cime minori che lo attorniano, come il Piccolo Miezegnòt o Kleiner Mittagskofel e lo Schwarzenberg, ma gli assalti successivi, diretti a riprendere lo Jof di Miezegnòt si sono schiantati contro la resistenza italiana, soprattutto quella degli alpini della 97^ che tra il 17 ed il 20 ottobre 1915 sono riusciti a respingere l’attacco nemico nel corso di una feroce battaglia condotta principalmente sul Costone Peceit, la pendice montuosa che collega il Miezegnòt alla cima minore del Kleiner Mittagskofel, e che è costata decine di vite agli austroungarici. Da allora l’attività bellica sulla montagna si è assestata in rari duelli tra le artiglierie e sporadici scontri di pattuglia.

 

L’anima della battaglia è stato uno dei tanti personaggi che il Corpo degli Alpini riesce a produrre e che ne formano la leggenda.

 

Si tratta del capitano Carlo Mazzoli, la cui vita sembra un romanzo di avventure. 36 anni, cesenate, nipote del patriota mazziniano Felice Orsini ghigliottinato dopo avere fallito un attentato contro Napoleone III, è nell’Esercito dal 1906 e negli Alpini dal 1908. Ha partecipato ai soccorsi delle vittime del terremoto di Messina ed ha combattuto durante la guerra italo-turca in Libia, distinguendosi nelle battaglie durante la conquista della Cirenaica, partecipando quindi alla missione militare nella neonata Albania.

Profondamente religioso, dotato di un grande rigore morale e fieramente patriota tanto da dire di avere “sposato la Patria” giurando di servirla sino alla morte, disinteressato al denaro fino al punto di regalarlo spesso a chi tra i suoi alpini è in difficoltà economiche, militare innovativo tanto da avere creato appena dietro le trincee un piccolo allevamento di cani da traino impiegati per il trasporto di munizioni e viveri in prima linea,  quando è esplosa la Grande Guerra è ritornato in prima linea,  assumendo il comando della 97^, una compagnia formata per la maggior parte da militari friulani che, per i suoi capelli lunghi e la barba alla Gesù Cristo decisamente fuori ordinanza lo hanno soprannominato “Garibaldi della Val Dogna” o, più ironicamente il “čhapitani Sgjavelàt” cioè  il “capitano Capellone”. Lui ama dire che i capelli lunghi sono un privilegio concessogli dal Re in persona, altri asseriscono che si tratta di un omaggio al prozio Felice Orsini, altri ancora che sono un modo per mascherare le cicatrici delle ferite ricevute in Libia. Forse più semplicemente si tratta solo del vezzo di un personaggio eccentrico tollerato dai Comandi per il suo valore ed amato dai suoi alpini della 97^ che lo seguirebbero sino all’inferno.

Gli alpini hanno visto il  capitano affrontare con loro i “muchs” cioè i “rospi” (il nomignolo riservato agli austriaci) nelle battaglie del Miezegnòt, durante le quali ha fatto un uso parsimonioso delle vite dei propri uomini (qualità apprezzata dai soldati di ogni tempo e di ogni Paese) ma che ugualmente non ha avuto paura di rischiare la ghirba insieme a loro ed hanno lavorato con lui per costruire le trincee e le caserme che sorgono  sulla montagna perché Mazzoli ci tiene ai suoi ragazzi, ai suoi “briganti” come li ha soprannominati con orgoglio. E’ un ufficiale esigente dal punto di vista della disciplina, nonostante il soprannome della 97^, la “Compagnia dei Briganti” ma ne è ricambiato da una venerazione a tutta prova, tanto che la maggior parte dei suoi uomini rifiuta di lasciare l’unità fino al punto che parecchi veterani rifiutano di raggiungere il sicuro campo di addestramento di Chiusaforte e addirittura molti soldati feriti in combattimento sono fuggiti dall’ospedale militare pur di restare accanto al loro capitano.

Quando arrivano al comando dello Jof di Miezegnòt, nelle trincee scavate nella montagna, Alberto ed il suo amico Enrico si presentano al capitano Mazzoli, ricevendo immediatamente il comando di due plotoni, incaricati di proteggere il Miezegnòt da eventuali attacchi austroungarici. Nelle lettere che il sottotenente Fontana scriverà a casa non accenna ad azioni belliche per quasi tutto l’anno. In realtà, per quanto il fronte della Val Dogna sia relativamente tranquillo dopo le battaglie di maggio-giugno ed ottobre 1915, avvengono scontri tra pattuglie e bombardamenti di artiglierie.

Alle pattuglie partecipano anche Alberto ed il suo amico Enrico, alla testa dei loro alpini friulani.

E’ divertente immaginare come il giovanissimo ufficiale pugliese e i suoi alpini, alcuni dei quali hanno l’età per essere i suoi fratelli maggiori, si intendono. Tutto contribuirebbe a separarli, la cultura, l’educazione, i dialetti. Se Alberto è uno studente universitario di buona famiglia, i Briganz sono per la maggior parte friulani originari delle zone collinari e montane a ridosso del confine con l’Austria Ungheria, quasi tutti contadini, vaccari e taglialegna che conoscono fin dall’infanzia la dura vita della montagna essendo abituati a lottare contro un terreno troppo spesso avaro. Tra di loro c’è anche un folto gruppo di alpini originari di Buja, una cittadina di circa diecimila abitanti a nord di Udine, dove nella vita civile sono fornaciai in un forno per mattoni, un’elite nel Friuli contadino di allora e che si considerano fieri di servire insieme nel Corpo. Sono amici, cresciuti insieme sin da bambini tra le strade di Buja, i campi,  le malghe dei monti Cuarnan e Faeit e il fiume Tagliamento e poi, una volta diventati adulti, hanno iniziato insieme a fare i cascamorto con le ragazze del paese sembrato loro naturale farsi assumere in una delle sette fornaci di mattoni aperte in paese. Quando sono stati chiamati alle armi hanno considerato un colpo di fortuna trovarsi insieme nello stesso reggimento e nella stessa compagnia. Quando saranno vecchi, buoni solo per bersi un paio di tajuts di vino all’osteria avranno racconti di guerra e di eroismo a bizzeffe, abbastanza da annoiare i propri ascoltatori e per ricordare i loro vent’anni.

Nel complesso sono un ottimo gruppo formato da giovani che si considerano fieri di servire nel Corpo degli Alpini, agli ordini di un ufficiale insofferente alla burocrazia militare come lo Sgjavelat e che per lui si getterebbero anche nelle fiamme dell’inferno.

 

Il comandante deve essere l’esempio per i suoi uomini: è questo che Alberto impara da Mazzoli.

Come il suo capitano Alberto impara a conoscere gli alpini a lui affidati,  è alla testa dei suoi ragazzi durante le pattuglie e durante il duro addestramento che Mazzoli esige per i suoi alpini in previsione della inevitabile battaglia che presto arriverà,  riposa quando l’ultimo di loro ha terminato il proprio servizio, mangia solo quando tutti i suoi soldati hanno la gavetta piena, lavora insieme a loro nella costruzione della casermetta alla base della cima principale del Miezegnòt, voluta dal capitano Mazzoli, dove la 97^ troverà un sicuro riparo durante l’inverno 1915 che si preannuncia rigido.

 

C’è una bellissima e toccante fotografia della fine di novembre 1915, pubblicata nel libro in cui il figlio del tenente Fontana ha raccolto le lettere dal fronte di suo padre,  e che ritrae un plotone di alpini della 97^ davanti alla casermetta ormai quasi ultimata. Dev’essere una tiepida giornata di sole, perché alcuni hanno la giacca dell’uniforme sbottonata ed altri sono seduti sulla terra nuda ai piedi della casermetta. Sono tutti sorridenti, allegri, quasi tutti giovani e guardano l’obiettivo fiduciosamente, pieni di vita e di orgoglio. La guerra sembra essere lontana da loro.

Fa male pensare che molti di quei ragazzi non vedranno l’inverno successivo.

 

Nel corso dei mesi successivi la vita della 97^ continua tranquilla, in confronto ai massacri dei fronti dell’Isonzo e del Carso. Le lettere che il sottotenente Enrico Fontana, compagno di corso di Alberto, invia a casa sono pieni di racconti di caccia che Mazzoli e i suoi ufficiali fanno sulle montagne vicine, sulla costruzione della caserma del Miezegnòt, sulla vita di trincea che alla famiglia viene descritta in modo tranquillizzante, una via di mezzo tra la vita di caserma in tempo di pace e la goliardia. Anche lo spostamento, avvenuto nei primi mesi del 1916,  della 97^ al neocostituito Battaglione “Monte Canin” e la sua integrazione con alpini marchigiani e calabresi della Sila non costituisce un problema: i nuovi rimpiazzi sono montanari esattamente come i veterani friulani con i quali si intendono alla perfezione. Terroni e polentoni non esistono nelle trincee.

 

Anche al di là delle linee italiane, sul Kleines Mittagskofel e sullo Schwarzenberg, la vita procede quasi monotona, mentre sulle altre cime della Val Dogna e del Montasio si continua a morire. Gli austriaci, dopo essere stati duramente sconfitti nelle due battaglie per il Miezegnòt del 1915, non hanno per il momento intenzione di ripetere l’attacco . I landsturmer del 4° reggimento ed i fucilieri volontari della Carinzia che presidiano le posizioni austroungariche si preparano comunque allo scontro, che prima o poi, ne sono certi, arriverà. Nel frattempo nei campi di addestramento della Valcanale gli austriaci stanno addestrando le Compagnie d’Alta Montagna, le Hochgebirge Kompanien. Nonostante il nomignolo sarcastico di “ente turistico” affibbiato loro dai soldati regolari, indispettiti dall’equipaggiamento, dai mezzi, dall’armamento e dal vitto migliore,  si tratta di vere unità d’elite dell’esercito imperiale. Il loro ideatore è ancora oggi un mito dell’alpinismo mondiale. Si tratta di Julius Kugy, l’uomo che tra la fine dell’800 ed i primi anni del ‘900 ha scalato la maggior parte delle vette delle Alpi Giulie, aprendo strade ancora oggi percorse da legioni di alpinisti ed appassionati della montagna.

Nel 1915, quando il suo Impero ha avuto bisogno di lui, Kugy nonostante i suoi 57 anni si è offerto volontario ed ha proposto al comando austro-ungarico la creazione di unità di esperti alpinisti e rocciatori capaci di intervenire rapidamente nella guerra sulle Alpi. I comandanti austriaci hanno accettato e presto le Compagnie sono diventate una realtà, intervenendo nei combattimenti sulla catena del Montasio, proprio dinanzi al Miezegnòt. Una di queste unità, la 7^, inizia l’addestramento a Camporosso, un villaggio alla periferia di Tarvisio ed all’imbocco della piccola Val Bartolo dove si sta addestrando anche il 33° Distaccamento Sciatori al comando del giovane tenente Gustav Kordin, un eroe del fronte russo, discendente di una famiglia trentina originariamente di nome Cordin trasferitasi da generazioni in Austria. Sul fronte russo Gustav ha contratto il tracoma, una brutta infezione agli occhi che ora però è guarita, nel clima salubre delle Alpi Giulie e sul Kleiner Mittagskofel, un settore tranquillo del fronte.

Impossibile che il capitano Mazzoli ed i suoi giovani tenenti dall’osservatorio sulla cima del Miezegnòt non vedano l’attività nella valle sottostante. Nelle giornate serene dalla cima della montagna lo sguardo spazia all’orizzonte per decine di chilometri, dalle cime più alte delle Alpi Giulie sino ai monti Tauri in Austria. L’attività dell’ “ente turistico” nella piccola e stretta Val Bartolo non può certo sfuggire agli italiani i quali però non immaginano quanto quegli uomini cambieranno la Storia.

Per mesi i combattimenti nella Val Dogna continuano, con scontri di artiglierie e di pattuglie, mentre lo Jof di Miezegnòt rimane relativamente tranquillo. Sul monte Jof Fuart, visibilissimo dal Miezegnòt, si muore per mesi in combattimento o travolti da valanghe, poi a partire dal maggio 1916 anche per la 97^ la situazione inizia a cambiare. I bombardamenti austriaci si intensificano e martellano le posizioni italiane. Si tratta di un’operazione di copertura destinata a sviare l’attenzione delle nostre truppe dall’altopiano di Asiago, dove meno di un mese dopo gli austro-tedeschi scateneranno la Strafexpedition, una violenta offensiva che quasi travolgerà l’esercito italiano.
Quando la Strafexpedition verrà bloccata dalla resistenza dei nostri militari, il Comando Supremo italiano cercherà immediatamente di rispondere con dei contrattacchi che facciano sentire al nemico che la combattività del Regio Esercito. E’ in quell’estate del 1916 che gli italiani preparano una serie di attacchi e “spallate” lungo tutto il fronte e che porteranno alla conquista di Gorizia.
Uno di questi attacchi è diretto alla conquista del Kleines Mittagskofel e della cima minore dello Schwarzenberg, che permetterebbe agli italiani di premere ulteriormente verso la Valcanale e la strategica località di Tarvisio, una testa di ponte che minaccerebbe la Carinzia e l’Austria Meridionale. L’operazione viene studiata accuratamente. Per la conquista delle due cime vengono scelte la 97^ di Mazzoli e la 69^ compagnia del Battaglione Gemona, incaricate di costituire le forze d’urto e due compagnie di bersaglieri, destinate al rinforzo degli alpini.
L’operazione viene accuratamente pianificata e studiata. Si è conservata traccia degli ordini del comando del fronte per l’attacco.
“97^ Compagnia- Dall’alto Peceit, quota 1969 si getta nella colletta di quota 1952, da dove avanzerà direttamente sul costone di quota 1973 marciando in cresta e lungo il versante meridionale (testa del Planja Graben). Avrà a disposizione la 3^ Sez. Mitr. Gemona e la 13^ Sezione Mitr. Monte Canin.
 
69^ Compagnia- Avanzerà dal medio Peceit e cercherà di raggiungere subito il fosso del Plana Graben che rimonterà marciando al coperto per quanto è possibile dalle posizioni nemiche di quota 1505. Si farà fiancheggiare sulla destra da un reparto- almeno un plotone – che avanzerà lungo il versante sinistro del fosso del Planja Graben. Giunto all’altezza della confluenza dei due rii cbe costituiscono l’alto Planja Graben, volge ad est ed avanza decisamente verso la colletta di quota 1729 colla massima celerità di marcia possibile. Avrà a disposizione la 4^ Sezione Mitr. Gemona.
In rincalzo a sostegno della 97^ Comp., la 6^ Comp. Bersaglieri che avanzerà in conformità agli ordini che verranno dati sul momento a seconda delle evenienze”
Gli italiani hanno previsto tutto, anche un attacco diversivo nel settore del monte Granuda, qualche chilometro più a ovest, di cui è incaricato il XXXIII Battaglione Bersaglieri e un bombardamento di artiglieria sulle posizioni austroungariche.
Mentre il Miezegnòt si trasforma in un comando avanzato in previsione dell’offensiva, le consultazioni tra i vari comandanti di battaglione e compagnia sono sempre più febbrili. Di certo Mazzoli si consulta con gli ufficiali del XXXIII Bersaglieri, che prepareranno un attacco diversivo sul Granuda e di certo, visitando le posizioni dei fanti piumati, ha incrociato tra gli altri militari un caporale romagnolo poco più che trentenne, interventista e volontario di guerra di nome Benito Mussolini.
All’una del mattino del 16 luglio inizia il più violento bombardamento di artiglieria mai visto sul fronte della val Dogna. Per  tre giorni successivi gli italiani martellano il Kleiner Mittagskofel, lo Schwarzenberg e le altre posizioni austroungariche con un autentico uragano di ferro e di fuoco, un bombardamento così intenso che ancora oggi il torrente Planja porta a valle le schegge di granate e di proiettili di artiglieria piombate sulle linee nemice.
Mentre i landsturmer e gli schutzen austriaci cercano di sopravvivere all’inferno che si sta abbattendo su di loro, gli italiani si preparano ad attaccare.
Si è conservata una fotografia dei momenti precedenti all’assalto. La 97^ si trova accanto alla caserma alla base della cima del Miezegnòt, alle pareti della quale sono appoggiate alcune barelle, intenta ad ascoltare un ufficiale in piedi accanto all’ingresso.
Anche se l’ufficiale è a una certa distanza dal fotografo e contrariamente al solito indossa il cappello alpino, non è difficile riconoscere in lui il capitano Carlo Mazzoli, ripreso mentre spiega il piano d’attacco e con la mano destra indica alle proprie spalle le linee austroungariche. Gli alpini lo ascoltano attenti, si intuisce che non perdono una sola sillaba da lui pronunciata perché dalle sue parole dipenderà la loro vita.
Il sottotenente Alberto Urbano è tra loro. E’ il suo primo assalto e sa che avrà la responsabilità più terribile per un ufficiale: la vita degli uomini che a lui sono stati affidati, uomini che dopo nove mesi trascorsi sul Miezegnòt ha imparato a conoscere ed ai quali si è affezionato. E’ diviso tra un misto di paura e di eccitazione.
Il comandante Mazzoli conclude il suo discorso con un “Buine fortune, briganz!” indirizzato agli alpini friulani quindi si rivolge ai comandanti di plotone.
Mazzoli guiderà l’assalto al Kleiner Mittagskofel, alla testa di due plotoni, uno dei quali comandato dal sottotenente Urbano, mentre gli altri dovranno proteggere i fianchi. Alberto è scosso tra gli opposti sentimenti di eccitazione e paura, la fierezza per il privilegio che gli è stato concesso e il timore di non essere all’altezza dei suoi veterani, il desiderio della lotta e la paura della morte. “Sono sicuro che ciascuno di voi ufficiali farà sino in fondo il suo Dovere, rendendosi degno dei propri alpini!” conclude il capitano Mazzoli guardando i suoi tenenti e ad Alberto sembra che il comandante scruti dentro la sua anima.
Il cappellano della 97^ impartisce la benedizione agli uomini che si stanno preparando all’attacco.
Due giorni prima, quando sono iniziati i bombardamenti,  era la ricorrenza della Madonna del Carmine e tutti i militari si raccomandano a Lei, nell’imminenza della battaglia, quindi entrano nelle gallerie del Peceit, per avvicinarsi alle linee austroungariche.
I passi dei pesanti scarponi chiodati nel tunnel sembrano sovrastare le ultime granate italiane che si abbattono sulle trincee nemiche.
Mormorii, sussurri. Qualcuno recita il Rosario. Qualcun altro bestemmia furiosamente, ma a bassa voce, come se recitasse anch’egli una litania. Una recluta si ferma un istante, appoggia le mani alla parete di roccia e vomita per la tensione, bloccando la marcia degli altri soldati,  che lo superano a spintoni cercando di evitare lui e la pozza a terra, poi un soldato anziano afferra il giovane alpino e lo trascina in avanti.
Gli alpini che rimarranno di presidio sulla posizione salutano i commilitoni che si stanno preparando all’assalto, abbracciando e stringendo le mani ad amici familiari e compaesani, ma è al passaggio di Mazzoli che la 97^ sembra aprirsi, come il Mar Rosso di fronte a Mosè. Il capitano ha un saluto per tutti, scherza con i veterani delle battaglie del 1915 e incoraggia le reclute spaventate.
Il sottotenente Fontana, il cui plotone è incaricato di proteggere i fianchi al gruppo di Mazzoli, porge il proprio binocolo ad Alberto “Ne avrai bisogno, lassù!” dice con un sorriso forzato, indicando con un cenno della testa un punto oltre la parete della galleria, verso il Kleiner Mittagskofel. “Te lo restituirò poi” risponde Alberto con un sorriso altrettanto forzato, cercando di ricacciare il groppo che sente in gola. I due soldati ventenni si abbracciano prima di ritornare alla testa dei loro uomini.
L’abbiamo già scritto: terroni e polentoni non esistono in trincea.
L’assalto scatta alle 16,45 del 18 luglio. Le cronache di allora raccontano che il caldo è terribile, anche a quelle quote, anche a quell’ora quando gli alpini balzano fuori dalle gallerie e dalle trincee del Peceit urlando “SAVOIA!” e “INDENANT BRIGANZ!” “AVANTI, BRIGANTI!” .
L’urto degli alpini è violentissimo, mentre cercano di conquistare le posizioni austroungariche, ma il nemico dopo un primo sbandamento riesce a riscuotersi. Le mitragliatrici Schwarzlose iniziano a falciare gli italiani. Al momento dell’assalto il plotone del sottotenente Fontana è composto da 48 alpini. Fontana urla ai suoi ragazzii “AVANTI! CHI VA AVANTI SI SALVA!” ma la corsa è rallentata dalla macchia di mughi, i bassi e contorti pini che crescono ad alta quota e che oggi sono la croce e la delizia degli alpinisti e degli escursionisti, ma che in quel tardo pomeriggio del 18 luglio 1916 sembrano complottare contro gli alpini all’assalto, rallentando la loro marcia e trasformandoli in perfetti bersagli agli occhi degli austriaci. Solo Fontana e una dozzina di alpini riescono ad arrivare incolumi a ridosso delle linee nemiche, venendo però intrappolati dal tiro degli schutzen austriaci.
Mazzoli ha come obiettivo la cima del Kleiner Mittagskofel. Arriva con i suoi uomini sotto un costone roccioso, da dove inizierà la scalata, ma durante un feroce combattimento il capitano viene ferito gravemente dalle schegge di una granata austriaca, riportando ben tredici ferite. Il comando viene preso dal sottotenente Alberto Urbano che riporta l’unità all’assalto.
E’ una battaglia feroce, spietata e crudele. Gli alpini, i landsturmer e gli schutzen si uccidono tra di loro a colpi d’arma da fuoco, baionetta, bombe e addirittura pietre. Ogni metro sul Kleiner Mittagskofel costa la vita ad un italiano o a un austriaco, ma gli alpini continuano ad avanzare mentre Alberto continua a gridare “INDENANT, BRIGANZ!” facendo fuoco con la propria pistola Glisenti sugli austriaci.
Gli alpini si arrampicano sulle rocce, e troppi di loro vengono falciati durante l’assalto, mentre vengono impacciati dai pini mughi che crescono sul costone, che con i bassi rami intrappolano le loro uniformi come se fossero artigli ma gli altri arrivano ai reticolati, davanti alle trincee austriache. Con le pinze riescono a tagliare il filo spinato ed a sfondare.
“AVANTI SAVOIA!” urla trionfante Alberto entrando con un balzo nella trincea nemica e freddando con due precisi colpi di pistola due landsturmer che gli si parano davanti.
 “VIVA L’ITALIA!” urla in risposta un graduato di fede repubblicana che lo segue.
 Gli austriaci sono colti completamente di sorpresa, si sbandano, ripiegano attraverso i camminamenti incalzati dagli italiani comandati da Alberto. Gli alpini avanzano vittoriosi, ricacciando indietro schutzen e landsturmer, piazzano una mitragliatrice e la puntano verso l’imboccatura della caverna dove si trova il comando austriaco iniziando a fare fuoco.
“INDENANT, BRIGANZ!”
L’ufficiale più alto in grado dei soldati austriaci è il giovane tenente Gustav Kordin, 28 anni, comandante del 33° Distaccamento Sciatori del 4° Fanteria della Landsturm carinziana. E’ lui a rendersi conto che senza una decisa azione gli italiani li faranno a pezzi.
Riunisce gli austriaci asserragliati nella caverna, poco più di un plotone tra landsturmer e schutzen, e ordina di prepararsi all’assalto non appena gli italiani, esaurito il nastro della mitragliatrice Fiat, saranno costretti a ricaricare l’arma.
Tra loro, i ragazzi della forneria di Buja.
Quasi sessant’anni dopo l’allora 17enne schuetzen volontario carinziano Thomas Pirker ricorderà ciò che accadde
“Ho ancora davanti ai miei occhi un’immagine di quell’azione. Due o tre avversari erano appesi ad una scala di corda, sotto la cresta che collega il Kleiner Mittagskofel allo Schwarzenberg. Subito dopo vennero investiti da una raffica della nostra mitragliatrice” (da Davide Tonazzi “Una montagna, una storia”, edizioni Saisera 2006, pag. 26)
Nemmeno gli altri ragazzi ai piedi della cresta hanno scampo. Nessuno di loro ritornerà a casa.
L’urto tra italiani ed austriaci è feroce. Alpini e landsturmer si battono con la forza della disperazione in una lotta per la vita, disputando metro per metro la posizione al nemico.
Ed è in quel momento che accade un episodio consegnato alla leggenda di alpini e landsturmer.
Alberto e Gustav escono insieme dalla trincea, impugnando le pistole, e si ritrovano l’uno di fronte all’altro. Sono sfiniti, sporchi di fango e di sangue. Si fissano negli occhi per un istante che ad entrambi sarà sembrato eterno, mentre intorno a loro italiani ed austriaci che continuano ad uccidersi con spietata dedizione sembrano muoversi al rallentatore, quindi il tempo di colpo precipita, come un’automobile priva di freno che scivola lungo una discesa. I due giovani ufficiali scattano all’unisono lanciando un ruggito di rabbia. Alzano il braccio. Puntano le pistole verso il proprio nemico. Premono il grilletto.
Alpini e landsturmer increduli vedono i due ufficiali crollare a terra, entrambi con un proiettile in fronte. Per un unico istante il combattimento sembra interrompersi per poi riprendere ancora più rabbioso di prima.
Gli italiani potrebbero riuscire ancora a conquistare il Kleiner Mittagskofel e forse anche lo Schwarzenberg. In fin dei conti decine di alpini continuano a battersi sulla prima cima.
Chi riuscirà a portare una sola compagnia, magari anche un solo plotone  in cima alla montagna deciderà la sorte della battaglia e forse del fronte carinziano.
Ci riescono gli austriaci. Quando gli italiani hanno attaccato attaccato il Kleiner Mittagskofel, l’ “ente turistico”, la 7^ Hochgebirge, è stata mobilitata nella sua caserma per accorrere in aiuto di landsturmer e schutzen. Ha percorso sotto il sole cocente la strada tra la propria base e la posizione in pericolo per rimanere bloccata allo scoperto dalle mitragliatrici italiane.
La 7^ attacca con il favore delle tenebre, investendo gli alpini e cambiando il destino della battaglia, mentre l’artiglieria austriaca inizia a massacrare le riserve italiane, prima che intervengano sulla montagna.
Nella tarda mattinata del 19 luglio gli austriaci sono ritornati padroni del Kleiner Mittagskofel, ma non riescono a gioire. Hanno subito troppe perdite per poterlo fare.
[center]Quinta parte[/center]
Sulla montagna sono morti più di sessanta italiani e 38 austriaci e centinaia sono i feriti.
Ma gli austriaci non possono gioire anche perché come racconta uno dei vincitori, il soldato della 7^ Hochgebirge Sepp Nageler, per due giorni e due notti dal vallone di Planja si sentono le invocazioni di soccorso dei feriti italiani [i]“Sanitàààà!!!”[/i] e l’urlo agghiacciante di ogni soldato morente in ogni guerra dalla notte dei tempi [i]“MAAAMMMMAAAAA!!!!!”[/i].
Due giorni e due notti, prima che le ferite, il calore e la sete spengano quelle voci che molti reduci italiani ed austriaci si porteranno nella memoria per anni, alcuni per sempre.
In quei giorni cento famiglie in Italia e Austria vennero informate della morte del loro congiunto sul Kleiner Mittagskofel.
In Italia ad essere incaricati di portare la terribile notizia erano i carabinieri, che spesso chiedevano aiuto ai parroci dei paesi e del quartiere. La cittadina friulana di Buja fu la località più colpita. Il maresciallo ed il parroco dovettero bussare alle porte di undici famiglie, per la maggior parte operai della forneria.
Immagino che a portare la notizia a casa del sottotenente Alberto Urbano, in considerazione dello status sociale della sua famiglia, del ruolo di ufficiale dello stesso Alberto e del conferimento della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria, vi fosse anche il sindaco di Margherita di Savoia venuto a portare le condoglianze della città per la morte del giovane tenente, caduto “gloriosamente per la grandezza d’Italia”. Forse il padre di Alberto riuscì a rispondere con qualche coraggiosa e dignitosa frase di circostanza, ma dubito che la madre sia riuscita ad udirla, mentre fissava inebetita il ritratto fotografico di Alberto sorridente nella sua uniforme di alpino, appeso alla parete del salotto di casa.
Alberto ed i briganz caduti vennero sepolti in un piccolo cimitero di montagna ai piedi della cima dello Jof di Miezegnot. Al termine del conflitto vennero riportati nelle località d’origine o sepolti nei sacrari di guerra ed ora nel cimitero sono rimaste le sole lapidi spoglie, sulle quali i visitatori posano una piccola pietra in omaggio ai Caduti. L’ho fatto anch’io.
Ignoro dove riposi oggi Alberto. Ho scoperto con sorpresa che a Margherita di Savoia non esistono una via, una piazza o una scuola a lui intitolate, ma sicuramente si tratta di un errore mio o di Google Maps.
Sono certo che il comune della sua città d’origine abbia reso omaggio in qualche modo, anche soltanto con l’intitolazione di una lapide, alla memoria di un ragazzo di 22 anni che l’ha onorata con la sua vita sino al sacrificio estremo. Mi rifiuto di credere il contrario.
Cavallerescamente i soldati austriaci seppellirono tre alpini italiani, i cui corpi non erano stati recuperati dai nostri al momento dell’abbandono del Kleiner Mittagskofel,  nel loro cimitero di guerra di Malga Saisera, accanto ai landsturmer, agli schutzen e agli hochgebirger austriaci caduti in battaglia. In quello stesso cimitero di guerra trovò sepoltura per alcuni anni anche l’oberleutnant Gustav Kordin. Oggi riposa nel cimitero di Klagenfurt, sua città di origine. Le sue decorazioni al valore sono ancora oggi esposte nel museo cittadino della città austriaca di Wels.
Il capitano Carlo Mazzoli, lo Sgjavelat, non ritornò più al comando della 97^.
Dopo essere guarito dalle ferite subite ed essere stato promosso maggiore ricevette prima il comando di un battaglione di fanteria sull’Isonzo poi di uno alpino sul fronte dell’Adamello, venendo più volte ferito in battaglia e  decorato. Nel 1928, ormai tenente colonnello ed assegnato in Libia per la lotta alla guerriglia, morì di febbre tifoidea dopo avere bevuto dell’acqua inquinata da un pozzo.
Ad un uomo come lui, dotato di un profondo senso della propria missione di Soldato ed innamorato del proprio Paese, si possono adattare le parole di un’altra leggenda del Corpo degli Alpini, il maggiore Vincenzo Arbarello del Battaglione Monte Granero. Il 2 aprile 1917 una valanga, dopo avere ucciso 14 suoi alpini lo imprigionò insieme al suo tenente all’interno della propria caverna comando dove il carburo usato per l’illuminazione  li avvelenò lentamente. Quando i soccorritori riuscirono a raggiungerli, trovarono i due ufficiali morti e un biglietto scritto con grafia tremolante dal maggiore Arbarello [i]“Credevo di morire diversamente: ho cercato di aiutare in tutti i modi il mio tenente Botasso ma inutilmente. Muoio asfissiato nel nome d’Italia”[/i]. Sono parole che avrebbe potuto scrivere anche Carlo Mazzoli.
Se esiste il Paradiso di Cantore, il luogo quasi mistico dove secondo il mito del Corpo un generale burbero ma paterno accoglie le anime degli alpini caduti, ora certo accoglie lo Sgjavelat, insieme ai suoi Briganz.
Il sottotenente Enrico Fontana, sopravvissuto alla Terza Battaglia del Miezegnot, combattè ancora sino al 1917, quando venne ferito e catturato dagli austriaci durante la ritirata di Caporetto. Liberato nel 1918 e decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, nel primo Dopoguerra una volta congedato si laureò in ingegneria edile e nei trent’anni successivi costruì nelle province di Vicenza e Padova numerose chiese, cinema e circoli parrocchiali tuttora esistenti.
Morì nel 1959, lasciando la moglie e sei figli. Le sue lettere dal fronte, raccolte dal figlio Giovanni in un libro, costituiscono un essenziale spaccato sulla vita dei Briganz e sulla battaglia del Kleiner Mittagskofel.
Il caporalmaggiore Benito Mussolini, che aveva combattuto nella battaglia secondaria di Monte Granuda, rimase ferito pochi mesi dopo e smobilitato. Oltre vent’anni dopo precipitò l’Italia in un’altra guerra che quasi la condannò a morte.
La battaglia del Kleiner Mittagskofel, uno scontro minore nel panorama atroce della Grande Guerra, è stata quasi dimenticata, come sono stati quasi dimenticati i ragazzi italiani ed austriaci che vi morirono.
A ricordarla e ricordarli rimangono le caserme e le trincee sul Miezegnot, sul Kleiner Mittagskofel e sullo Schwarzberg e il cimitero di guerra austroungarico di Saisera, che ospitò anche alcuni briganz della 97^ e dove un anonimo Poeta Soldato austriaco scrisse sulle lapidi centrali quello che forse è uno dei più grandi e commoventi omaggi mai scritti per i Caduti e che vale per ognuno di quei ragazzi che morirono per la loro rispettiva Patria
[color=blue][i]
“I grani da semina riposano qui soffocati dal gelo, prima d’avere intravisto il conforto della primavera. Voi che almeno una volta avete mietuto la luce della fortuna nell’estate dorata, non dimenticateli”[/i][/color]
Fonti:
“Una montagna, una storia. 18-19 luglio 1916. I combattimenti per la conquista del Piccolo Jof di Miezegnot” di Davide Tonazzi, ed. Saisera 2006
“Alpi Giulie. Escursioni e testimonianze sui monti della Grande Guerra” di Antonio e Furio Scrimali Ed. Panorama, 2000
“Carnia 1915-1917. Il fronte dimenticato” di Hans Lukas ed.Itinera Progetti, 2014
“Gli alpini del capitano Mazzoli” a cura di Lucio Fabi, Giovanni Fontana e Carlo L. Martina, ed Persico Europe, 2010
Sito e forum Cimeetrincee.it
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