La strage di Treviso

LA VOCE DEL CUORE
di Gianmarco Calore

Quando fai il Poliziotto, è inevitabile che uno degli argomenti più gettonati di discussione con gli amici sia proprio il tuo lavoro. E non perchè tu sei un esibizionista che ha bisogno di sentirsi al centro della scena raccontando le tue mirabolanti imprese, magari perchè in compagnia c’è una ragazza che ti piace e sulla quale vuoi far colpo. Semplicemente perchè sono loro che – incuriositi o ammirati o altro, fai un po’ te – ti chiedono di parlare del tuo lavoro, di chi sei, di cosa fai. Insomma, di saperne di più. Perchè il mestiere della “giacca blu” attira, c’è poco da fare.

Proprio l’altra sera, durante un dopocena in casa di amici, mi è stata rivolta una domanda che mi ha fatto pensare molto. Una domanda che mai mi sarei aspettato di sentirmi rivolgere da chi è estraneo alla nostra “famiglia”. Una domanda che quindi, a maggior ragione, mi ha toccato nel profondo.

“Cos’è che lega voi Poliziotti a tal punto da farvi sentire fratelli?”

Bang! Una legnata tra coppa e collo che mi ha fatto restare per un po’ senza parole.

Ho guardato il mio amico e ho pensato:”Ecco uno che ha colto nel segno, che è andato oltre la figura di un Agente in uniforme. E ora, come glielo spiego?”. Tutti mi guardavano in attesa della mia risposta e la mia mente – non so perchè, non saprei rispondere campassi cent’anni – è andata da sola a quattro nomi e una data: Fanio, Andrea, Massimo e Luca. 25 gennaio 1997.

E la mia risposta è cominciata da qui, da questi quattro ragazzi poco più che ventenni che una fredda notte di gennaio di 11 anni fa hanno trovato la morte a bordo di una volante mentre stavano correndo in aiuto di due colleghi della Stradale ridotti a malpartito in una rissa scoppiata in un pub di Ponte della Priula, poco fuori Treviso. Correvano a rotta di collo, i ragazzi. Perchè quella sera di volanti disponibili non ce n’erano. Correvano ad aiutare due “giacche blu” che magari neppure conoscevano e che stavano prendendosele da un gruppo di ubriachi.

Ma quella corsa, alle due del mattino, è finita lungo la “Pontebbana” in una tragica carambola tra due platani e la spalletta di un fosso, per non colpire una macchina che stava svoltando a sinistra e che il giovane autista è riuscito miracolosamente ad evitare.

Dell’Alfa 155 è rimasto qualcosa di non più grande di un metro cubo di lamiere.

Dei quattro giovani colleghi, anche meno.

E non erano manco delle volanti, i ragazzi: erano in questura, Fanio all’Ufficio Denunce e gli altri tre ai servizi ordinari, quelle lunghe ore di vigilanza che – specie di notte – non ti passano mai. Ma quando la sala operativa ha iniziato a chiamare sempre più concitatamente “VOLANTI LIBERE!!”, la voce del cuore ha risposto per prima. Me li vedo, tutti e quattro, arraffare le chiavi della prima macchina buona dalla bacheca della porta carraia, balzare a bordo e scomparire nella notte in uno stridio di gomme, con il lampeggiante che inondava il buio con la sua luce blu e la sirena che squarciava il silenzio di una delle tante notti trevigiane, sapendo che ogni secondo era prezioso per i loro “fratelli di giubba” in difficoltà.

Questo siamo noi. Ecco che cosa facciamo da allievi alla fine del corso, quando gridiamo con quanto fiato abbiamo in gola “LO GIURO!” Giuriamo fedeltà a noi stessi, prima che allo Stato. Ci giuriamo gli uni gli altri che ci saremo sempre; che un nostro fratello o una nostra sorella mai li lasceremo da soli quando ci chiederà aiuto. Non per niente, dopo il giuramento iniziamo a cantare tutti insieme il nostro Inno, “Fratelli d’Italia”.

Già, fratelli.

Ecco come ho spiegato ai miei amici cosa lega noi Poliziotti gli uni agli altri. E stavolta la legnata tra coppa e collo, il silenzio senza parole sono toccati a loro.

Vice Sovrintentente Fanio SOLIGO, 27 anni;
Agente Andrea MURER, 22 anni;
Agente Massimo PACCAGNAN, 22 anni;
Agente Luca SCAPINELLO, 21 anni.

TUTTI PRESENTI!

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