La rivolta di Genova, gli scontri di Porta San Paolo, la strage di Reggio Emilia (1960)

LA RIVOLTA DI GENOVA, GLI SCONTRI DI PORTA SAN PAOLO, I MORTI DI REGGIO EMILIA

(giugno – luglio 1960)

di Gianmarco Calore

L’argomento che andremo ad affrontare in queste pagine è probabilmente quello più difficile, più “scomodo”, di sicuro il più brutto della storia della Polizia italiana dell’ultimo secolo.

Quando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa riguardante gli scontri di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 ho passato mesi interi a documentarmi: articoli di giornale, libri, materiale scaricato da internet (molto poco, a dire il vero…) e soprattutto testimonianze di chi quel giorno a Reggio Emilia c’è stato sul serio. Sono i vecchi pensionati dell’A.N.P.S.: gagliardi vecchietti, allora poco più che ventenni gettati allo sbaraglio ad affrontare situazioni per le quali mancava non soltanto la preparazione, ma anche l’informazione. E mentre su Genova (30 giugno 1960) hanno fatto a gara per raccontarmi nei dettagli quella che fu una giornata di tregenda, su Reggio Emilia è subito calata una strana reticenza, un sipario evasivo che mi ha fatto comprendere che nella città emiliana doveva essere accaduto proprio un “fattaccio brutto”. Stavo quasi per accantonare l’idea di scrivere su quegli avvenimenti: mi sono detto che certi fatti è bene lasciarli dove stanno, soprattutto quando questi sono ancora molto sentiti nella coscienza civica degli Italiani, di quegli Italiani.

Ma c’era questo tarlo che continuava a rodermi. Alla fine, dal momento che scriviamo di storia, bisogna essere autocritici: nessuno vuole tratteggiare una Polizia italiana a tutti i costi senza macchia e senza peccato, e del resto il mio rigore di amante della storia mi impone di parlare anche di ciò che tanti vorrebbero dimenticare. Ma l’oblio è di sicuro peggiore dei fatti concreti: non mi sono tirato indietro neanche quando si è trattato di affrontare le tristissime vicende della  scellerata “banda della Uno bianca”, una delle peggiori pagine della nostra storia che ha lasciato cicatrici insanabili sull’intero Corpo della Polizia di Stato. Qui si trattò di elementi deviati di un’Istituzione fondamentalmente sana; a Reggio Emilia invece fu un intero metodo di fare Polizia ad andare in crisi.

E allora, siccome nascondere la polvere sotto al tappeto è da felloni ed è soprattutto inutile e dannoso principalmente per la nostra storia, ho preso il coraggio a due mani e ho cercato di ricostruire quei mesi lontani non trascurando alcuna delle informazioni in mio possesso anche quando queste diventano scomode e fastidiose: perchè la storia non ammette né la scomodità né il fastidio. Ammette solo l’obiettività.

Sono pienamente consapevole di addentrarmi in un ginepraio: tuttavia mi auguro che questo scritto venga interpretato per quello che è, cioè uno spaccato di storia che aiuti a comprendere gli errori del passato per non commetterne più di analoghi in futuro. E questo a beneficio non solo del Corpo della Polizia di Stato, ma anche dei singoli cittadini italiani.

Per capire appieno gli scontri di Reggio Emilia si commetterebbe un grossolano errore metodologico parlando solo di quei giorni, solo di quei fatti. Estrapolarli dal contesto storico-politico nel quale si svolsero ne darebbe una visione completamente distorta. Bisogna quindi iniziare da più lontano, da qualche anno prima. Negli anni Cinquanta la situazione sociale e politica del Paese era travagliata da spinte antagoniste molto forti: si stava già allargando la forbice che separò le grandi metropoli industriali del Nord dall’economia rurale del Meridione. Livelli opposti di benessere, un boom economico alle porte, la libertà riconquistata dopo la guerra: tutti elementi che nacquero e si svilupparono come una casa priva di fondamenta, perciò destinata a crollare. La situazione del Settentrione vide lo sviluppo massiccio dell’economia industriale fatta dal “padrone capitalista” che sfruttava nel vero senso della parola i suoi operai senza nessuna frizione frapposta dai sindacati, considerati niente di più di un manipolo di “sovversivi comunisti”: orari di lavoro massacranti, nessuna tutela della propria incolumità, possibilità di licenziamento in tronco per qualunque motivo oltre a un trattamento economico da fame. Il tutto nel nome del rilancio dell’economia nazionale messa in ginocchio dagli eventi bellici appena conclusi. Al Sud, invece, l’esatto opposto: poche le industrie, molto spesso “costole” degli stabilimenti del Nord. Estesa invece l’economia rurale fondata sull’agricoltura e sullo sfruttamento delle risorse naturali, molto spesso costituita su base familiare. Come contraltare, un analfabetismo diffuso che colpiva quasi il 90% della popolazione; la mancanza di strutture abitative e lavorative decenti (con la gente che viveva ancora nelle grotte naturali, come a Matera); la presenza invasiva di forme di controllo criminali: la mafia in Sicilia, la ‘Ndrangheta in Calabria, la camorra in Campania.

A tutto questo si aggiunga quello che diventerà l’elemento detonante per l’ordine pubblico: la vivissima contrapposizione tra “fascisti” e “comunisti”, con una Democrazia Cristiana che soffiava a pieni polmoni sul fuoco dell’anticomunismo nel timore di uno sbandamento del Paese nell’orbita sovietica.

 

Oggi sentire parlare di questi argomenti può far sorridere: in un clima fatto di bipolarismo, con un’Italia in cui sinistra e destra hanno perso molta dell’identità politica che avevano fino a pochi anni fa, pensare a fascisti contro comunisti può far venire in mente soltanto le vicende di don Camillo e Peppone così come tratteggiate da Guareschi. Ma in quegli anni il clima era completamente diverso, rovente e appassionato come mai capiterà più. Ancora negli anni Cinquanta il governo aveva capito che la stabilità politica del Paese si sarebbe mantenuta esclusivamente con la forza: se vuoi che una pianta cresca diritta, la devi sfrondare dei rami più pericolosi. La Costituzione italiana garantiva diritti e libertà fino a quei tempi insperate, ma anche sconosciute: troppa libertà poteva portare a pericolose derive di instabilità e – magari – all’avvento di personaggi ambigui che detenessero il potere in via esclusiva. Non dimentichiamo che Mussolini era stato fucilato neanche quindici anni prima, che in termini storici significa l’altro ieri. L’espressione di questa necessità di controllo si incarnò in uno dei ministri dell’interno più duraturi della storia: Mario Scelba. Il fatto che ad un certo punto della sua carriera politica Scelba abbia rivestito simultaneamente il ruolo di capo del governo e di ministro dell’interno la dice lunga sulle reali intenzioni della classe politica dell’epoca. Del resto, il turn-over di personaggi politici dalla dubbia moralità, collusi con il fascismo, cacciati dalla porta per poi rientrare dalla finestra aveva innalzato la febbre politica nazionale, con gli ex partigiani che in alcune occasioni imbracciarono nuovamente le armi dando l’assalto addirittura al Viminale. Di contro, la politica di Scelba fu quella di “tagliare le gambe” a tutti coloro che erano anche minimamente sospettati di simpatie sinistrorse: a questi fu negato l’accesso ai ruoli civili e militari della Pubblica Amministrazione e per chi già vi faceva parte era pronto un “trattamento” di favore che oggi costituirebbe vero e proprio mobbing: non te ne andavi? Bene, ecco pronti per te trasferimenti d’ufficio in sedi disagiate, attribuzione di mansioni umilianti, isolamento dagli altri colleghi, sfruttamento in termini di lavoro straordinario non retribuito… E’ facile quindi immaginarsi il clima di sospetto e di tensione che si sviluppò nei vari ambiti di lavoro: una molla che fu caricata apposta dai governi centrali che credevano di poterne conservare sempre e comunque il controllo, ma che si rivelerà un boomerang con l’avvento del Sessantotto e della Contestazione.

La situazione dell’ordine pubblico in Italia negli anni Cinquanta vedeva un’aspra contrapposizione ideologica non solo sul piano politico ma anche su quello sociale: gli scontri di piazza iniziarono a farsi sempre più violenti in una escalation che si pose progressivamente fuori controllo

Questo era il panorama sociale e politico dell’Italia alla fine degli anni Cinquanta. E la Polizia? Per comprendere esattamente la situazione dell’epoca, va premesso che la Polizia di quegli anni non aveva niente in comune con la Polizia di oggi. La stessa gestione dell’ordine pubblico era diametralmente opposta a quella attuale, sia per metodo di intervento, sia per mezzi e armamento impiegati.

La Polizia di quel periodo, chiamata Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, era una struttura militare strettamente incardinata a livello gerarchico nelle Forze Armate: ai suoi dipendenti era richiesto uno spirito di sacrificio fuori del comune fatto di vita di caserma, permanenza non retribuita, vincoli strettissimi alla vita personale, trattamento economico al minimo salariale. Ad essi non era concesso alcun potere discrezionale, tantomeno la possibilità di produrre lamentele o organizzarsi sindacalmente. I poliziotti più anziani molto spesso provenivano direttamente dai ruoli dell’esercito dai quali erano stati fatti transitare in assenza di appositi concorsi specifici come personale “ausiliario” o – come si diceva allora – “aggiunto”. Gli stessi Ufficiali, mancando ancora un’accademia di Polizia, erano ufficiali dell’esercito formati secondo quel tipo di mentalità che anche a livello tecnico-operativo si discostava completamente dalle prerogative richieste alla Polizia soprattutto in tema di ordine pubblico. Nelle manifestazioni di piazza mancava oltretutto un collegamento tra i manifestanti e i funzionari di Polizia come avviene oggi: per i primi esisteva solo l’obbligo di comunicare al Questore l’intenzione di effettuare un corteo o uno sciopero, sottoposti a una valutazione discrezionale da parte di quest’ultima Autorità. Ogni altra forma di dialogo non solo non era prevista, ma non era nemmeno cercata. I Reparti “Celere” impiegati molto spesso non scendevano nemmeno in piazza ma facevano sosta in questura o all’interno dello stesso reparto, pronti a intervenire solo se c’era da reprimere con la forza ogni esuberanza dei manifestanti. In questa ottica, ben si comprende come il margine di rischio per cui una manifestazione inizialmente tranquilla poteva scaturire in cruenti scontri con l’impiego addirittura delle armi da fuoco. Un esempio pratico: solo dopo i fatti di Reggio Emilia si comprese l’inutilità di dotare ogni singola guardia anche dell’arma lunga, vale a dire del mitra.

Lo spiccato inquadramento militare del Corpo delle Guardie di P.S. imponeva ai suoi appartenenti il dovere di assoluta subordinazione gerarchica

La gestione dell’ordine pubblico privilegiava metodi di pura repressione: i singoli militari venivano dotati anche dell’arma lunga

Per analizzare correttamente i fatti di Reggio Emilia dobbiamo necessariamente partire da ciò che accadde a Genova il 30 giugno 1960. Il clima di tensione che caratterizzava l’ordine pubblico fino a quel giorno aveva subìto un crescendo di acrimonia tra le Forze di Polizia e i manifestanti. La Celere aveva già avuto feroci scontri in prevalenza in ambito rurale; alcuni di questi erano sfociati anche in scontri a fuoco. Ora, perchè ricorrere all’uso indiscriminato delle armi? Oggi un simile comportamento significherebbe quanto di più illogico, barbaro e terzomondista per uno Stato democratico: in una parola, sarebbe il fallimento dell’ordine pubblico. Ma in quegli anni a livello operativo mancavano protocolli di intervento predefiniti. E soprattutto, mancava uno specifico addestramento. Le cariche avvenivano esclusivamente a bordo delle jeep scoperte e dei gipponi Dodge: erano i famosi “caroselli” con i quali la Polizia intendeva innanzitutto impressionare e spaventare i rivoltosi costringendoli a disperdersi: un sistema già collaudato in Gran Bretagna e importato in Italia da un colonnello del Governo Militare Alleato. Tutto questo andava bene fintantochè i manifestanti si disperdevano senza opporre più di tanto resistenza. Ma cosa succedeva quando questi ultimi iniziarono a reagire violentemente con lanci di pietre, uso di bastoni, impiego delle prime bombe incendiarie? Fu qui che mancarono disposizioni specifiche che prevedessero l’uso di sistemi alternativi alle armi, quali l’idrante, i lacrimogeni, i sistemi di protezione passiva dei poliziotti come gli scudi e i giubbotti antiproiettile: il militare che scendeva in strada era infagottato in pesanti cappotti che arrivavano sotto al ginocchio (il c.d. trench, usato anche in piena estate…); disponeva di uno sfollagente di tipo corto che lo portava troppo a contatto col manifestante; aveva come unico riparo un antiquato elmetto metallico privo di visiera e copri-nuca (il modello 33 di inizio secolo…). E naturalmente aveva con sé le sue armi: mitra e pistola d’ordinanza. Quando capitò che alcuni reparti si trovarono con le spalle al muro, accerchiati dai manifestanti inferociti, qualcuno perse la testa e sparò.

Torniamo a Genova, giugno 1960: siamo in pieno governo Tambroni, un monocolore DC che si manteneva in carica grazie all’appoggio esterno del M.S.I. e dei monarchici: l’ultima spiaggia per non affidare il Paese ai socialisti di Pietro Nenni, ma quel tanto che bastava per accecare dalla rabbia le centinaia di migliaia di antifascisti in giro per le città italiane. Genova, poi, vantava da sempre una tradizione antifascista ben radicata: quando  il capoluogo ligure venne molto “sapientemente” scelto dal Movimento Sociale Italiano come sede di un convegno nazionale, la cittadinanza insorse. Genova era medaglia d’oro alla Resistenza e vedere un ex prefetto repubblichino, Emanuele Basile (responsabile della deportazione nei campi di concentramento di tanti concittadini) parlare dal palco di quella città era un oltraggio insostenibile. Gli ex partigiani, appoggiati dalla popolazione e dalla nutrita comunità dei portuali, iniziarono a picchettare ogni angolo del capoluogo ligure; i sindacati di categoria forse per la prima volta fecero la voce grossa con il governo, sostenendo che quella manifestazione a Genova non si sarebbe tenuta. E questo a qualunque costo. A Roma il governo andò in fibrillazione: mai nessuno aveva osato trattarlo con tale protervia e arroganza. L’equazione ribellione = rivolta = minaccia all’ordine democratico scattò con la rapidità di un lampo e si concretizzo nell’invio a Genova di migliaia di uomini, soprattutto dei reparti “Celere”. Ai Carabinieri e ai militari dell’esercito fu imposta la consegna nelle caserme in un clima da autentico colpo di stato: mai a memoria d’uomo si era visto un simile dispiegamento di forze per una semplice manifestazione. I muscoli mostrati dallo Stato non fecero altro che innalzare ulteriormente la tensione, soprattutto tra i “camalli” genovesi che da sempre avevano mal digerito le imposizioni statali. Nessuno capì che un passo indietro, la ricerca di una soluzione alternativa, non sarebbero stati interpretati come segnali di debolezza, ma di lungimiranza. Soprattutto, non si capì – o non si volle capire – che le conseguenze di quella battaglia avrebbero vincolato tutte le manifestazioni di piazza per gli anni a seguire.

Il 30 giugno 1960 Genova è una città sotto assedio: Polizia ovunque con jeep, idranti, autoblindo, camionette e mezzi pesanti. Dall’altra parte, un assembramento di manifestanti iniziato alle prime luci dell’alba e che alle 10, orario di inizio del corteo antifascista, aveva superato le centomila unità. Ma quale fu l’elemento che costituì il vero spartiacque nella gestione dell’ordine pubblico? Questa è una storia che pochi conoscono: una storia mai ufficialmente confermata dal Ministero dell’Interno ma sussurrata a mezza voce dai poliziotti che quel 30 giugno erano lì. Da molte fonti si dice che il governo, già bersagliato da numerose interrogazioni parlamentari che avevano avuto ad oggetto proprio l’uso delle armi da parte della Polizia, avesse dato disposizione che agli uomini della Celere fossero tolte le cartucce dai caricatori delle pistole e che i proiettili venissero loro consegnati ben sigillati in involucri di cartone che per nessun motivo dovevano essere aperti: al termine della missione, quegli involucri sarebbero dovuti essere restituiti intonsi. Sempre secondo tali fonti, le armi cariche furono lasciate solo agli Ufficiali comandanti dei contingenti. Una decisione quantomeno scellerata, per non dire suicida, ma che all’epoca sarebbe stata voluta come segnale di improbabile distensione: non dimentichiamo questo particolare che riprenderemo più avanti. A tale proposito è doveroso precisare che questa Redazione, nel corso delle ricerche, non ha raccolto materiale testimoniale univoco: in particolare, oltre a quanto riportato dai principali organi di stampa, alcuni dei poliziotti intervistati hanno sostenuto il loro preventivo disarmo; alcuni altri invece sono stati di avviso contrario, ricordando che le armi in dotazione individuale erano state lasciate cariche. La Redazione è ovviamente a disposizione di chiunque abbia notizie certe su questi particolari. Nel senso dell’emanazione di un ordine tassativo nel divieto dell’uso delle armi troviamo traccia in L. Manigrasso, 2° Celere, Fotolibro del Reparto, pag. 141, da cui si espungono i seguenti passaggi:

“L’ordine che il nostro comandante ci diede la sera prima fu: “Da quello che ho potuto sapere, qui non si tratta di una protesta dei partigiani a causa del convegno del MSI e non si tratta neppure di uno sciopero dei portuali. Qui c’è in ballo la sicurezza dello Stato. Occorre evitare qualsiasi provocazione. Per nessun motivo dovete ricorrere all’uso delle armi, anche se è in pericolo la vostra stessa vita!”

INTEGRAZIONE DEL 27.09.2012

A seguito di un importantissimo incontro avvenuto quest’oggi con alcuni esponenti dell’ANPS di Padova che parteciparono direttamente agli scontri di Genova e con il figlio dell’allora Capitano Londei, questa Redazione segnala che tutti i Reparti inquadrati per quell’occasione scesero in piazza regolarmente armati sia di pistola che di arma lunga con i caricatori RIFORNITI. Il fatto che a Genova non sia stato esploso alcun colpo di arma da fuoco viene ricondotto all’abnegazione degli Uomini che in nessun modo vollero disattendere gli ordini ricevuti, cioè di non sparare per alcun motivo. E’ verosimile che un tale ordine non sia stato impartito in modo autonomo dai singoli Comandanti, ma che rispondesse invece a precise direttive ministeriali giunte per l’occasione in via riservata. Secondo i diretti testimoni di quei fatti, le fonti secondo cui le armi sarebbero state consegnate preventivamente scariche furono fatte circolare ad arte per sminuire le capacità professionali dei Reparti di Polizia a detrimento della loro immagine e per motivi squisitamente politici.

La battaglia esplose violenta quasi subito: da un lato una popolazione scesa in strada col sangue agli occhi, dall’altro la Polizia alla quale erano stati impartiti ordini estremamente precisi in termini di repressione. Il bilancio fu di più di centotrentasei militari ricoverati in ospedale con lesioni anche gravi; centinaia di arresti; una città messa a ferro e fuoco. In piazza De Ferraris due equipaggi del Reparto Celere di Padova agli ordini del capitano Londei  fu disarmato e isolato da centinaia di manifestanti, molti dei quali con quelle magliette a righe bianche e blu che divennero il simbolo della rivolta. L’ufficiale, al quale venne sottratta la pistola d’ordinanza direttamente dalla fondina, nonchè l’orologio,  venne quasi annegato nella fontana della piazza mentre i suoi uomini furono percossi e feriti anche con l’uso delle famigerate “refie”, quei grossi uncini metallici usati per scaricare le stive delle navi. Le foto ci mostrano la jeep della polizia incendiata, i militari che cercano un’improbabile salvezza sotto di essa e il provvidenziale intervento di una quindicina di mezzi che riuscì a fatica a disperdere la folla. Una frase su tutte resta da ricordare, me la disse un anziano maresciallo:

“Fummo fortunati a portare a casa la pelle…”

Un particolare evidenziato sull’accaduto dall’appuntato in quiescenza Oscar Battistin aiuta a comprendere meglio come mai la jeep del capitano Londei abbia potuto restare isolata dal resto del contingente:

“Capitava molto spesso che le jeep e i gipponi si spegnessero durante la marcia a causa del particolare fumo dei lacrimogeni che toglieva ossigeno per la combustione del carburante nel motore. Visto che all’epoca le bombe lacrimogene venivano lanciate prevalentemente a mano, il fumo tendeva a restare rasoterra e a entrare nei radiatori e nei motori dei mezzi, provocandone lo spegnimento. Dopo Genova, la tipologia di lacrimogeni fu subito cambiata”.

La città, dopo la sua restituzione ad una calma apparente, venne presidiata per settimane nel timore di ulteriori rigurgiti di violenza. Tuttavia la miccia era stata accesa e le manifestazioni non autorizzate che sfociarono in disordini si propagarono in tutta Italia come un incendio.

Genova, 30 giugno 1960: in questa drammatica sequenza di fotografie viene riassunta la violenza degli scontri. A partire dall’alto, si nota l’ingente schieramento di Polizia; a seguire, l’assalto alla jeep del capitano Londei in piazza De Ferraris: i militari si salveranno solo grazie al rapido intervento degli altri mezzi del loro reparto.

Su Genova 1960 e sulla figura del Capitano Francesco Londei vedi anche:

http://www.polizianellastoria.it/index.php?option=com_content&view=article&id=171:francesco-londei-ufficiale-di-pubblica-sicurezza&catid=28:eroi&Itemid=41

 

 

Licata, 5 luglio 1960.

Nuova manifestazione, nuovi disordini. Stavolta la Polizia scende in strada armata (ma vedasi quanto detto supra): il governo Tambroni, il cui motto continuava a essere “Legge e ordine”, non poteva tollerare di perdere la faccia con l’opinione pubblica e con l’opposizione che stava rinfocolando pericolose polemiche che avrebbero potuto causarne perfino la caduta. Una Polizia in netta minoranza numerica, impaurita dalla violenza dei manifestanti apre il fuoco sulla folla uccidendo il venticinquenne Vincenzo Napoli e ferendo altre 24 persone. In sede parlamentare esplodono violentissime le proteste, subito zittite dalla maggioranza e dai missini. A gran voce si chiedono le dimissioni di Tambroni ma costui continua a tirare dritto per la sua strada, forte per la mancanza dei numeri necessari alla mozione di sfiducia, non comprendendo di essere in realtà ormai giunto al capolinea.

Roma, 6 luglio 1960.

Viene negata l’autorizzazione a una manifestazione di protesta per i fatti di Genova e di Licata che vedeva scendere in piazza studenti e lavoratori. La manifestazione si tenne ugualmente, con decine di migliaia di persone che scesero per le strade sfidando apertamente il divieto. La Polizia arrivò anche qui nuovamente disarmata, stavolta senza nemmeno le pistole nelle fondine (ma su questo particolare vedasi quanto evidenziato supra): in questo continuo tira e molla il governo puntò tutto sulle cariche di alleggerimento e schierò in campo perfino i reparti a cavallo. I disordini esplosero violenti e immediati: le cariche servirono a poco perchè i manifestanti avevano imparato a disperdersi e a riorganizzarsi, fiaccando fisico e morale delle Forze dell’Ordine. Gli idranti impiegati ebbero buon gioco finchè si trovarono su spazi aperti, ma nulla poterono nelle strette vie alle spalle di Porta San Paolo. Qui riuscirono a entrare solo i Poliziotti, a piedi, neanche in auto. E fu proprio qui che accadde il dramma: una squadra del 1^ Reparto Celere di Roma  venne attaccata su due fronti dai manifestanti che, così facendo, la isolarono dal resto del contingente. I militari tentarono di difendersi arretrando verso la piazza poco distante ma uno di loro, la guardia Antonio Sarappa, fu letteralmente linciato a calci, pugni e bastonate: il suo corpo ridotto in fin di vita fu recuperato grazie all’intervento di altre squadre del reparto. Il poliziotto morirà due mesi dopo all’ospedale militare del Celio.

La Polizia si sentì a quel punto abbandonata a se stessa: siamo ancora lontani da aperte forme di protesta e insubordinazione che caratterizzeranno il Corpo negli anni Settanta (diciamo, a partire dall’omicidio della guardia Antonio Annarumma nel 19691), tuttavia all’interno delle caserme il malumore era palpabile. I poliziotti chiedevano di sapere in anticipo la tipologia della manifestazione che sarebbero andati ad affrontare: le loro richieste cadranno per l’ennesima volta nel vuoto. Si dice che all’interno dei reparti “Celere” fu ottenuta invece un’ulteriore esasperazione delle paure dei militari, prefigurando loro violenze e tensioni ingiustificate ma che nell’ottica assurda della catena di comando doveva incattivirli. Anche questo – assieme al disarmo dei poliziotti – è un elemento da non dimenticare.

Di seguito viene pubblicato un reportage fotografico degli scontri di Porta San Paolo. A tale proposito si ringrazia l’Archivio Storico Beni Culturali della città di Roma per il materiale gentilmente concesso.

 

  Arriviamo a Reggio Emilia, 7 luglio 1960.

E’ una pagina triste per tutti. E’ un fallimento dell’ordine pubblico a cui il Corpo di Polizia non può sottrarsi: lo scrivo sia come cittadino, sia come poliziotto. Posso solo cercare di offrire una spiegazione, una delle tante, come tale condivisibile o meno.

Quel giorno a Reggio Emilia viene indetta una manifestazione sindacale del Partito Comunista Italiano: la base sono i fatti di Genova e di Roma, ma sul piatto della bilancia c’è anche altro: rivendicazioni salariali, statuto dei lavoratori, tutela della sicurezza. Di contro esiste il divieto governativo a qualsiasi tipo di assembramento: è lo stesso sindacato a percorrere le strade di Reggio con gli altoparlanti sulle auto, invitando la gente a ottemperare alle disposizioni. Li hanno visti tutti, i poliziotti giunti a Reggio Emilia da Cesena, Padova e dalla vicina Parma: sono tanti, sono imbruttiti; ma quel che è peggio è che sono armati. A bordo delle jeep, oltre ai manganelli, compaiono sinistre le canne dei M.A.B.. Il prefetto, con una decisione personale, concede ai manifestanti come luogo di riunione la “Sala Verdi”: del resto, pensa, sono vietati gli assembramenti in luogo pubblico, non le riunioni in luogo aperto al pubblico. Una sottigliezza squisitamente giuridica che permette una tardiva valvola di sfogo della tensione. Tuttavia quella sala aveva una capienza di circa trecento posti: i manifestanti previsti erano più di ventimila…. Una “costola” di loro, circa trecento persone, raggiunge allora il monumento ai Caduti di piazza della Libertà effettuando un sit-in pacifico, con canti popolari della Resistenza. Ma gli assembramenti sono vietati, pacifici o meno essi siano. Immagino la richiesta pressante di disposizioni del dirigente dell’ordine pubblico, il vice questore Giulio Cafari Panico; immagino la frenesia di quei momenti, nella consapevolezza che una decisione avventata sarebbe stata deleteria per la stessa stabilità del Paese. Non sapremo mai cosa accadde ai vertici della catena di comando; non sapremo mai quali ordini furono impartiti da Roma. Sta di fatto che alle 16:45 il vice questore Cafari Panico ordina alla Celere di disperdere la folla. Partono prima gli idranti, poi le camionette. La gente, incredula, fugge dalla piazza ma all’incredulità subentrò subito la rabbia: raggiunto un cantiere edile nell’isolato San Rocco, i manifestanti si impossessarono di tutto ciò che trovarono: assi di legno, bastoni, tubi metallici, pietre… E reagirono.

E qui, di fronte all’evidenza delle prove, la Polizia non può che calare il capo. Sì, perchè di quei fatti è stato inciso un disco: uno di quei vecchi 33 giri in vinile in cui fu trasposto fronte-retro il sonoro di quelle cariche. L’ho sentito personalmente: fa venire la pelle d’oca anche a me che di manifestazioni di piazza brutte e cattive me ne sono sciroppate tante. Si odono le sirene delle camionette della Celere: arrivano rapide in piazza e subito aprono il fuoco con i lacrimogeni. Un sordo “pum.. pum..” evidenzia l’uso del moschetto TS per il lancio dei candelotti. Urla, urla di gente che dice di smetterla, un “assassini” gridato più per paura che per offendere. Ma fino a qui normale amministrazione. Il peggio arriva dopo neanche due minuti dall’inizio delle cariche: e sono le raffiche di mitra. E’ un inconfondibile gracidio di brevi raffiche, tre-quattro colpi, subito accompagnato dal “tleng – tleng” dei proiettili che sbattono ovunque: sui cornicioni, sulle finestre, sulle colonne2. Ancora urla, stavolta disperate: “Basta, basta!” grida qualcuno. A terra c’è un uomo, un ragazzo di 35 anni: Afro Tondelli, un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane. Un testimone, sentito agli atti processuali, dichiarò di avere visto un poliziotto scendere da uno degli idranti, accucciarsi, prendere la mira e sparare con la pistola3. Il disco prosegue con l’acuto sibilo della sirena dell’ambulanza, molto più lacerante di quello delle camionette, mentre tutto attorno si continua a sparare. Poco distante testimoni videro un ragazzino di 22 anni, Lauro Farioli, staccarsi dal gruppo e muovere pochi passi con le braccia alzate verso un cordone di Polizia: parte una raffica che lo abbatte4. Marino Serri, 41 anni, grida la sua disperazione con un “Assassini!” immortalato nell’audio: viene immortalata anche la raffica di tre colpi che lo uccide.

Ancora un morto in piazza Cavour: Ovidio Franchi, 19 anni, la vittima più giovane di quella giornata di follia. Colpito all’addome, cerca di rifugiarsi in un portone aiutato da un amico. Si narra di un “individuo in divisa” che li raggiunse sparando a entrambi5.

Il disco prosegue con l’altoparlante che invitava la gente ad abbandonare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma soprattutto i più giovani non ne vollero sapere. Solo allora la Polizia venne ritirata dalle strade. E solo allora ci si accorse di un altro ferito grave: Emilio Reverberi, che morirà in ospedale poche ore dopo.

Ma chi erano in realtà le cinque vittime?

  • Lauro Farioli (classe 1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.
  • Ovidio Franchi (classe 1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti.
  • Marino Serri (classe 1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a SAP, primo di sei fratelli.
  • Afro Tondelli (classe 1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli.
  • Emilio Reverberi (classe 1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi, era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola” del PCI.

In tre quarti d’ora di follia furono esplosi più di 500 proiettili calibro 9 lungo ma solo 182 furono repertati in sede processuale a causa del fatto che molti di essi furono conservati da privati cittadini e non consegnati alle autorità o più semplicemente perchè andarono perduti: erano i proiettili dei mitra MAB. Oltre a questi, si contarono 39 bossoli di pistola cal. 7,65 più alcune cartucce di moschetto 91/38, queste tuttavia a salve e usate per il lancio dei candelotti lacrimogeni.

 Dall’ospedale cittadino arrivò una delle testimonianze più orribili da parte di un medico:

“In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’apprensione e il dolore dei parenti”.6

L’inizio degli scontri: sono le ore 16:40 del 7 luglio 1960, la Celere tenta di sgomberare i manifestanti in piazza della Libertà

Alcuni dei dimostranti si addentrano nell’isolato San Rocco e si riforniscono di pietre e altri corpi contundenti prelevati da un cantiere edile

Le camionette della Celere inseguono i manifestanti nelle strette vie del centro storico esplodendo numerosi lacrimogeni

 

Ecco la foto dell’omicidio di Afro Tondelli. Fu scattata da una finestra del museo civico di via Nobili, di fronte a piazza della Libertà dal fotografo Odoardo Bassi: ritrae la guardia Orlando Celani che, sceso dall’idrante, in ginocchio e a braccia tese spara sul giovane indicato dalla freccia che sta cercando rifugio dietro i vasi di piante che delimitano i giardinetti

Una delle rare immagini del vice questore Cafari Panico (in camicia bianca e cravatta) assieme a un gruppo di militari del XX° Reparto Mobile “Romagna Occidentale” giunti in supporto da Cesena

Nel frattempo un altro dramma si è compiuto a poca distanza: in piazza Cavour viene ucciso Emilio Reverberi

 Contemporaneamente in via Toscano viene ucciso Marino Serri

 

Reportage fotografico tratto dai principali quotidiani dell’epoca: La Stampa, Il Corriere della Sera, L’Unità, Il Messaggero, L’Ora. Si ringraziano le rispettive redazioni  e le emeroteche consultate per il materiale fotografico gentilmente concesso o comunque messo a disposizione.

Ma quel giorno non si sparò solo a Reggio Emilia. In altre manifestazioni a Napoli, Modena, Parma, Catania e Palermo vi furono altri caduti tra i civili. Non serve altro per capire la situazione: per restare in sella al governo, Tambroni paventò trame occulte internazionali legate a un misterioso viaggio di Togliatti in Unione Sovietica. I patetici tentativi di addossare ad altri la responsabilità per la fallimentare gestione dell’ordine pubblico in Italia prolungarono di qualche giorno l’agonia del governo. Tambroni rassegnò le sue dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica Gronchi il 19 luglio 1960. Il 22 dello stesso mese venne affidato ad Amintore Fanfani il compito di formare il nuovo governo, il primo di centro sinistra che impresse una svolta in senso evolutivo sia all’ordine pubblico, sia al Corpo delle Guardie di P.S..

E torniamo a noi. Non è stato facile affrontare questo tema: non siamo alla ricerca di giustificazioni di fronte all’ingiustificabile. Abbiamo soltanto cercato di offrire uno spaccato storico del nostro Paese talmente diverso da quello attuale da rendere ancora più inconcepibile il ricorso a tanta forza sulle piazze italiane. L’unico movente che mi sento di ricavare da tutto ciò è fatto di una miscela pericolosissima di paura e impreparazione: due elementi che, se presi da soli, non causano danni, ma che se messi assieme diventano distruttivi. Un po’ come la nitroglicerina.

La paura. Paura politica di perdere la conduzione del Paese; paura di una rapida involuzione a sinistra, con lo spettro dei “comunisti mangiabambini” a turbare i sonni di ministri e parlamentari; paura di perdere il controllo delle piazze, con rigurgiti anarchici e rivoluzionari che – chissà – avrebbero potuto magari disintegrare la neonata democrazia; paura a livello operativo, con le Forze dell’Ordine da un lato ostaggio di un regolamento obsoleto, dall’altro deliberatamente tenute nell’ignoranza più assoluta; paura che i poliziotti si potessero fare una loro idea personale dell’ordine pubblico, se è vero che ad essi veniva perfino vietata la lettura di particolari quotidiani ritenuti troppo faziosi, magari arrivando pure a schierarsi con quella parte d’Italia che si voleva a tutti i costi reprimere.

L’impreparazione. Impreparazione politica nel saper dialogare con le parti sociali, anche le più estreme; impreparazione nel saper valutare i malumori della gente, considerata improvvidamente come un branco di pecore con le quali il pastore doveva usare i suoi cani; impreparazione professionale nell’impiego della forza pubblica, con la mancata adozione di protocolli d’intervento e con la mancata impartizione di ordini chiari e precisi tale da lasciare alla libera iniziativa dei singoli funzionari e ufficiali decisioni che esorbitavano dalle loro competenze.

Null’altro si può aggiungere a una simile storia. Si può solo cercare di comprenderla, mai di dimenticarla. Perchè il bello della storia è che essa è sempre lì: tu la puoi sottovalutare, trascurare, cacciare in un angolo. Ma prima o poi tornerà a fare sentire la sua voce. In un modo o in un altro.

Per la redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

 

Su pressanti richieste di molti lettori e dopo un lunghissimo esame dello sterminato materiale giudiziario rinvenuto, la Redazione di Polizianellastoria è in grado di proporre una sintesi del processo per i fatti di Reggio Emilia. Tale sintesi è stata il frutto di una cernita che fosse in grado di fornire al lettore un filo conduttore esaustivo senza tuttavia annoiarlo e ciò grazie soprattutto all’univocità delle testimonanze che ha permesso di evitare inutili ripetizioni. Oltre al materiale processuale originale rinvenuto ed esaminato in forma integrale, è stato effettuato un riscontro con le risultanze giornalistiche dell’epoca privilegiando una testata che fosse la più lontana possibile dall’agone politico più istintivo. La nostra scelta è ricaduta su La Stampa che seguì con i propri inviati l’evolversi del processo riportando la cronaca giudiziaria fine a se stessa, perciò scevra da commenti e posizioni politiche. Ne proponiamo il risultato.

IL PROCESSO PER I FATTI DI REGGIO EMILIA (7 LUGLIO 1960)

a cura di Gianmarco Calore

Inizio: 18 dicembre 1963 presso Corte d’Assise di Milano (2° Sezione)

Conclusione: 14 luglio 1964

Numero di udienze: 88

Imputati:

  • 62 dimostranti arrestati a vario titolo per attività sediziosa, danneggiamento aggravato di veicoli militari, lesioni e resistenza a p.u.;

  • commissario capo di p.s. dott. Giulio Cafari Panico con imputazione di quadruplice omicidio colposo aggravato in danno di quattro manifestanti;

  • guardia di p.s. Orlando Celani con imputazione di omicidio volontario in danno di Afro Tondelli. Il militare si trova in stato di detenzione a causa della sua deliberata decisione di sparare senza un preciso ordine al riguardo.

Il processo fu portato a Milano (e non mantenuto nella sua sede naturale, Reggio Emilia) a seguito di una mozione di legittima suspicione mossa dagli avvocati difensori degli accusati. Si temeva che il clima ancora rovente di Reggio Emilia potesse in qualche modo influenzare la serenità del collegio giudicante.

Antefatti degli scontri: 4 luglio 1960, Reggio Emilia fu pervasa da proteste antifasciste contro il governo Tambroni a seguito dei fatti di Genova del precedente 30 giugno. La manifestazione in piazza della Libertà indetta dal Consiglio Federativo della Resistenza di Reggio degenerò in scontri tra i suoi sostenitori e appartenenti al contrapposto movimento neofascista con un tentativo di assalto alla sede missina stroncato dall’intervento delle Forze dell’Ordine. Quel giorno si lamentarono solo alcuni contusi.

Testimonianza dei fatti del 4 luglio 1960 resa al Presidente della Corte (di seguito indicato con la lettera P=presidente) da Luciano Barbieri, indicato di seguito con la lettera T (=testimone):

T: “Mi trovavo a passare nei pressi della sede del MSI quando venni aggredito e percosso da una dozzina di giovani che non conoscevo”.

P: “Ci spieghi meglio come andarono le cose. Perchè lei fu aggredito?”

T: “Non lo so. Ricordo solo che vidi uscire dalla sede del MSI alcuni giovani e uno di essi che gridava ”Dai, dai!”. Fui colpito da una bastonata in testa. Non ricordo altro. Alcuni miei compagli che erano con me mi portarono all’ospedale per una medicazione”.

P: “Poi passò per la piazza?”

T: “Andai in piazza e qualcuno, vedendomi con l’occhio bendato, mi chiese cosa mi era successo. Io raccontai i fatti”.

P: “A chi esattamente fece questo racconto?”

T: “Non li conoscevo, raccontai la cosa senza curarmi di sapere chi erano quelli che me lo domandavano”.

P: “Al momento dei fatti lei fu trovato appollaiato su un albero. Che cosa ci faceva lì?”

T: “Non ero sull’albero. Ero nascosto dietro una colonna perchè avevo visto la Polizia. C’era molta confusione, c’erano molti sassi in terra…Non volevo trovarmi nei pasticci e mi nascosi dietro una colonna”.

I sassi descritti dal testimone erano stati precedentemente lanciati contro le camionette della Polizia. La giornata del 4 luglio 1960 si chiuse con il ferimento di 15 Carabinieri e di 19 Guardie di p.s.. Tale clima di insofferenza contribuì – come accertato in sede dibattimentale – all’accrescimento della tensione e dell’esasperazione sia della cittadinanza, sia dei militari deputati alla tutela dell’ordine pubblico.

Circa i fatti del 7 luglio 1960 il processo prese l’avvio con l’audizione dell’imputato Luciano Spaziani che recava ancora i segni delle ferite.

T: “Ero andato dal barbiere quel pomeriggio, perchè avevo intenzione di recarmi al cinema”.

P: “Lei al cinema ci va solo se è sbarbato?”

T: “Devo precisare che quel pomeriggio avevo lavorato fino alle 13 per lo sciopero, incontrai alcune ragazze con le quali stabilii un appuntamento. Le avrei accompagnate più tardi al cinema. Uscito dal barbiere – era l’unico negozio aperto in tutta Reggio – mi avviai verso la piazza”.

P: “Sapeva che c’era il comizio?”

T: “Sì, me lo avevano detto. Mia madre mi aveva tanto raccomandato di non andarci. Ma io, sempre per incontrarmi con quelle ragazze, mi incamminai lo stesso. Immediatamente mi trovai nel centro di un carosello di camionette che andavano avanti e indietro. Spaventato, mi rifugiai dietro un colonnato dinanzi al bar Centrale. Ad un certo momento misi fuori la testa per vedere se era finito il carosello, venni colpito al mento non so da che cosa. Caddi a terra e mi ritrovai all’ospedale. Ne uscii due giorni più tardi”.

L’istruttoria fece emergere che la ferita rimediata dallo Spaziani era stata attribuita a un corpo tagliente, probabilmente un laterizio lanciato da altri manifestanti e non a un colpo d’arma da fuoco né di manganello della Polizia. L’uomo prosegue:

T: “Vidi solo gente tranquilla. Numerosa? No, c’era gente sotto il porticato come ce n’è di solito in quel punto”.

P: “E allora come spiega che la Polizia iniziò i caroselli?”

T: “Me lo domando anche io”.

Il processo proseguì con l’audizione di un altro imputato, Giuseppe Cottafavi.

T: “Ero andato in piazza per assistere al comizio. Vidi che c’era molta confusione: la Polizia aveva incominciato i suoi caroselli con le camionette. Allora mi riparai sotto la galleria. Vidi che in piazza c’era un morto e vidi i Carabinieri che sparavano. Allora rinunciai ad andare avanti. La gente diceva: ”Attenzione, che sparano sul serio!”. Io non lanciai né sassi né tegole né ingiurie. Solo gridai verso i Carabinieri che essi agivano contro la legalità. Subito dopo una scheggia di proiettile mi colpì alla gola”.

Il riferimento a militari dell’Arma dei Carabinieri che aprirono il fuoco sulla folla trovò riscontro in ulteriori altre testimonianze anche peritali la cui contraddizione con gli esiti dell’istruttoria venne fatta rilevare dal Presidente. Effettivamente in piazza c’era un contingente di Carabinieri agli ordini del tenente colonnello Giudici, ma agli atti processuali non sono emersi elementi che abbiano chiarito l’eventuale uso delle armi da fuoco da parte loro. Inoltre il ruolo dei Carabinieri negli scontri secondo la maggior parte dei testimoni fu solo marginale, tanto è vero che nè l’Ufficiale dell’Arma nè alcuno dei suoi uomini entrarono mai ad alcun titolo nelle fasi processuali.

Audizione dell’imputato Benito Giovannetti.

T: “Quel giorno, saputo che c’era il comizio a Reggio, me ne venni nelle prime ore del pomeriggio in città”.

P: “Perchè così per tempo? Che cosa ha fatto tra le 14 e le 16:30 e cioè fino all’ora in cui venne ferito?”

T: “Non avevo fretta. Gironzolai per le strade malfamate di Reggio e infine verso le 16 mi diressi verso la piazza per ascoltare la conferenza”.

P: “Vuol dire il comizio? Però risulta che lei venne ferito in via Sessi, non in piazza. Perchè ando a cacciarsi proprio in quella via dove era schierato il reparto del commissario Cafari?”

T: “Ero inseguito dalle camionette e allora, spaventato, corsi da quella parte. Contavo di girare la via e di andarmi a rifugiare in un night club dove ero stato qualche tempo prima occupato come inserviente. Mentre scappavo venni ferito e caddi in terra e poi mi portarono all’ospedale”.

P: “Vide dei morti sulla piazza?”

T: “No. Ascoltai solo gente che diceva: ”Ohi, ragazzi, corre il sangue! Ci sono dei morti, anche il sindaco Campioli è ferito!”. Non vidi sassaiole, la Polizia aveva gettato candelotti lacrimogeni e non si vedeva più nulla”.

Ma è anche il processo delle mille contraddizioni testimoniali che costringono il presidente a continui richiami alle parti. In particolare, mentre tutti i testimoni sembrano concordi nel ricordare con estrema precisione le violenze subite dalle Forze dell’Ordine, poco o nulla emerge invece sul loro coinvolgimento negli scontri, su cosa cioè avevano fatto poco prima del loro arresto.

Paolo Zanni è accusato di avere ferito a sassate una guardia di P.S.:

T.: “Fui portato in questura e venni piccchiato a lungo. Fu solo per questo che mi decisi a firmare il verbale”.

E ancora Silvano Ruozzi, accusato di avere offeso e ingiuriato un militare di P.S., riferisce:

T.: “Avevo saputo che v’erano molti feriti in ospedale, bisognosi di trasfusioni. Volevo offrire il mio sangue ma mentre sto per imboccare la strada dell’ospedale mi trovo davanti uno stuolo di agenti che bloccano il passaggio. Dico: “Devo andare!” e loro: “Scusi ma di qui non si passa!”, ripeto che devo andare e loro: “Guardi che se passa noi l’arrestiamo”.Un brigadiere comincia a spingermi indietro e allora io gli dico [seguono frasi oltraggiose e scurrili]”.

P.: “Ma perchè queste frasacce?”

T.: “Cosa vuole, signor presidente, io sono fatto così. Quando uno mi secca, io glielo dico in faccia!”

Mario Raditti è imputato di avere lanciato sassi e altro materiale contro il commissario Pellegrino.

T.: “Non è vero, era il commissario a lanciare sassi contro di me! Allora io me la diedi a gambe ma sopraggiunsero le camionette della Celere. Ne discesero gli agenti e cominciarono a picchiarmi con il calcio dei mitra e con gli sfollagente. Ricordo che tra loro c’era un commissario che gridava ai suoi uomini: “Smettete di picchiare, basta!” E intanto, giù calci anche lui!”

P.: “Strano. Come spiega che questo commissario da un lato invitasse a non farle del male e dall’altro la prendesse a calci”

T.: “Lo chieda al commissario!”

P.: “Come mai non denunziò questi maltrattamenti?”

T.: “Venni arrestato alle 15, cioè un’ora prima dei tumulti. In camera di sicurezza ci tennero all’oscuro di tutto. Non sapevamo nemmeno che in piazza vi erano stati disordini”.

P.: “Però nemmeno al giudice istruttore parlò mai di questa aggressione….”

Ivo Prandi fu tratto in arresto non perchè direttamente coinvolto negli scontri ma perchè riconosciuto in alcune fotografie pubblicate da un settomanale nell’intento di soccorrere uno dei feriti, Lauro Farioli, che morirà di lì a poco in ospedale.

P.: “Come mai si trovava in quei luoghi?”

T.: “Mi trovavo negli uffici della Borsa che dà direttamente sulla piazza. Mi interessava ascoltare il comizio così mi trovai in mezzo agli scontri”.

Prandi tuttavia non apporta alcun chiarimento su chi iniziò materialmente gli scontri. La sua testimonianza prosegue in modo evasivo.

T.: “Quando vidi in piazza tutta quella confusione andai al deposito di biciclette con la speranza di trovare qualcuno che mi portasse a casa, sulla canna. Sa, signor presidente, io sono stato ferito dai fascisti, con cinque colpi….Quando sento sparare perciò è più forte di me: io scappo! Stavo appunto scappando da Reggio quando arrivò la jeep, ci bloccò tutti quanti eravamo là dentro e fummo arrestati”.

P.: “Gettò sassi contro le jeeps?”

T.: “Sassi? Ma quali sassi, signor presidente!”

P.: “Ma non ha nemmeno visto qualcuno che gettasse sassi, quel giorno a Reggio?”

T.: “Sassate? No. Mo’ io non ho proprio visto che si tirassero sassate!”

Tuttavia va precisato che dalle cronache processuali emerse come proprio quel deposito di biciclette fosse stato già da tempo individuato come base per le c.d. attività sovversive e di destabilizzazione dell’ordine pubblico. Tra i manifestanti giunti da tutta la provincia era già infatti corsa la voce che quello era il punto di concentramento ove si potevano reperire facilmente anche bastoni e pietre.

Drammatica l’udienza del 27 gennaio 1964 in cui furono ascoltati i parenti delle vittime. Il processo fu più volte sospeso a causa di ripetuti malori di alcune delle vedove che resero di fatto impossibile la prosecuzione delle audizioni testimoniali. In questa sede fu prodotto per la prima volta il nastro magnetico con l’audio originale degli scontri che venne acquisito come fonte di prova dal presidente. In tale circostanza fu ascoltato il commissario capo Aldo Casapina, dirigente dell’ordine pubblico di quel tragico 7 luglio. Il funzionario si soffermò a lungo sulla manifesta inferiorità numerica degli agenti e proseguì:

T.: “Quando scoppiarono i primi disordini non si capiva più nulla: caroselli di manifestanti a bordo di moto leggere impedivano di muoversi. Poi iniziarono a piovere sassi, pezzi di ferro e di vetro da tutte le parti. Qualcuno del mio reparto sparò per intimidazione qualche colpo in aria; poi si sono sentiti altri colpi ma non mi rendevo conto da dove partissero. Mi sembra tuttavia che provenissero dalla zona dove si trovava il commissario Cafari Panico. Quando la situazione divenne insostenibile pregai il sindaco Campioli di intervenire per placare gli animi ma ormai non c’era più nulla da fare. […] Rimasi in servizio fin dopo le 19:30, le strade sembravano un campo di battaglia…”

 

Ulteriori spunti vengono offerti dall’imputato Mario Ruscelli. Egli narrò che il momento scatenante dell’intervento della Polizia fu quando un nutrito gruppo di giovani si avviò verso piazza della Libertà che al momento era presidiata dalla Celere. Egli stesso ammise di avere partecipato all’innalzamento di alcune barricate all’ingresso dell’Isolato San Rocco.

T.: “La Polizia sparava e le camionette giostravano dappertutto. Allora con alcuni compagni prendemmo la staccionata di un cantiere e la mettemmo di traverso come un cancello. Sistemammo anche alcuni fusti che trovammo sul posto e lì dietro ci si riparò”.

P.: “E la sassaiola?”

T.: “Sì, vidi che si lanciavano sassi contro le camionette. Il materiale era lì nel cantiere: erano dei blocchi di marmo che dovevano servire per la costruzione di pavimenti alla Palladiana. […] Io e alcuni miei amici ci facemmo incontro al sindaco ma arrivarono in quel mentre alcune jeeps cariche di Carabinieri che lanciavano candelotti. Mentre tentavo di scappare fui raggiunto da una pallottola alla coscia e caddi a terra”.

Viene quindi ascoltato Brenno Grisendi, uno dei feriti più gravi che restò sospeso tra la vita e la morte per molti giorni.

T.: “Non feci a tempo che a vedere un fuggi-fuggi generale con la gente che gridava: “Sparano! Sparano a salve!”. Erano invece spari veri e io stesso venni colpito all’addome”.

Un altro imputato, Giancarlo Beneventi, suscita un momento di ilarità tra il pubblico narrando con molta fantasia:

T.: “Ero a casa mia, stavo dormendo, perchè io come pasticcere lavoro al mattino presto e al pomeriggio specie d’estate vado a letto. Mi vengono a svegliare gli amici, mi raccontano che in piazza è successa una gran confusione: morti, feriti…. Tra le vittime, anche un cugino di mia moglie. Allora, giovane come sono m sono sconvolto; dico: andiamo a vedere. E vado infatti verso la piazza. I Carabinieri mi bloccano: dove vai? Vado a imbucare una lettera. Non si può. Come non si può? E alla chetichella sgattaiolo in mezzo allo schieramento dei Carabinieri e passo di là. Ma mi corrono dietro e allora io mi infilo sotto un portone. Dentro quel portone c’è una tipografia. Mi caccio sotto i banconi. Poi non sentendomi tranquillo, scappo anche di lì; mi infilo su per le scale. Salgo una rampa dopo l’altra, sperando di potermi nascondere nella soffitta. Ma quella casa non ha soffitta.Non c’è scampo. All’ultimo pianerottolo apro una finestra che dà sui tetti. Volevo scappare di là per i tetti…”

P.: “Ma perchè tanta paura? Se non aveva fatto niente non c’era ragione di scappare…”

T.: “Eh, signor presidente, quando uno sente dire che i Carabinieri sparano, se la batte di corsa se può…”

P.: “E questa tegola? Come mai fu sorpreso con questa tegola in mano?”

T.: “Ecco: i Carabinieri mi scoprirono mentre mi arrampicavo sul tetto e stavo togliendo una tegola per crearmi un passaggio. Mi presero per i piedi e mi tirarono giù. Mi allungarono un calcio che ruzzolai fino al pianerottolo. E poi in carcere mi vennero i dolori e il dottore diceva che erano reumatismi. Altro che reumatismi!”

[risate tra gli spettatori]

P.: “Pare invece che sia stato lei a colpire con i calci i Carabinieri…”

T.: “Chi, io? Quando in carcere mi fecero togliere le scarpe mentre ero chinato mi diedero un calcio che mi fece volare dall’altra parte della stanza! Mi dicevano: ”Sei un cane rosso!” e mi menavano in testa con il calcio dei mitra”.

Interviene con veemenza il P.M. Dott. Bandiroli:

P.M.: “Ma l’imputato non ha mai riferito prima di ora questi particolari!”

Ribatte il senatore Maris:

M.: “Sfido io, la cittadinanza era davvero terrorizzata dalle maniere della Polizia e dei Carabinieri!”

Le udienze si chiusero con l’esibizione delle fonti di prova, soprattutto materiale fotografico e repertazioni medico-legali. Tra esse figura la foto della guardia Celani intenta a sparare ad Afro Tondelli.

Come si giunse all’individuazione della guardia Celani: agli atti processuali fu allegato l’ordine di servizio del 20° Reparto Mobile di Cesena inviato a Reggio Emilia quattro giorni prima. L’autocolonna era formata da:

  • una jeep telonata con a bordo un Ufficiale del Corpo, designato come capo contingente, e il relativo autista;

  • 14 jeep scoperte con a bordo sottufficiali e truppa per un totale di 8 militari cadauna;

  • due camion adibiti a sussistenza (trasporto lacrimogeni e viveri di conforto);

  • due idranti, segnatamente: un veicolo Dodge condotto dalla guardia Giuseppe Pappalardo e con a bordo il parigrado Orlando Celani come idrantista; un veicolo Fiat 666N7 con a bordo altri 2 militari. La distinzione dei veicoli è importante per quanto seguirà.

Venne acquisita la dotazione dell’armamento individuale e di reparto così descritta:

  • pistole Beretta mod. 34 cal. 9mm e 7,65mm in assegnazione individuale a ciascun militare;

  • moschetti 91/38 muniti di tromboncino lancialacrimogeni in dotazione ai serventi;

  • mitra MAB cal. 9 Lungo in dotazione di reparto a ciascun militare, ad esclusione del caposquadra e dell’Ufficiale capo contingente;

  • sfollagente corto in dotazione di reparto a ciascun militare, compreso il caposquadra e l’Ufficiale capo contingente.

Importante è anche l’analisi della tipologia dell’uniforme indossata dalle guardie di p.s. schierate:

  • Ufficiale comandante il contingente: uniforme ordinaria estiva grigio-verde con cordellino d’oro e berretto rigido;

  • Sottufficiali e truppa: uniforme da o.p. estiva grigio-verde con anfibi ed elmetto mod. 33. Per i capisquadra: cordellino amaranto;

  • Personale idrantista: tuta intera di colore blu con cinturone in pelle nera.

Gli avvocati della guardia Celani ricostruirono i fatti nel seguente modo. L’idrante condotto dal Pappalardo era impegnato in attività di bonifica di piazza della Libertà quando improvvisamente si guastò. L’idrantista Celani, protetto da altri colleghi, scese da mezzo per tentare di ripararlo, ma venendo fatto oggetto da una violenta scarica di pietre e bottiglie. I colleghi di copertura iniziarono a sparare alcune raffiche di mitra in aria a scopo intimidatorio. Subito sul posto giunse anche il commissario di p.s. Casalpina per tentare di fermare gli spari ma trovò i militari in preda a “massima eccitazione”. A seguito dell’ennesimo attacco al veicolo militare alcuni agenti aprirono il fuoco verso i giardinetti da cui provenivano “bulloni, bilie metalliche scagliate anche con fionde, pezzi di ferro e mattoni”.La difesa cercò a più riprese di insinuare il ragionevole dubbio che non fosse stata proprio la guardia Celani il responsabile dell’omicidio di Tondelli, ma altro militare tra i tanti presenti e rimasto al momento sconosciuto. Dal canto suo, anche Celani negò fino alla fine di avere mai sparato: arrivò anzi a sostenere di avere misteriosamente perduto sette proiettili della sua pistola nel corso dell’assalto al suo idrante da parte dei manifestanti. Durante il processo si riuscì invece a dimostrare che nessun manifestante assalì mai direttamente il camion della guardia Celani; tutti furono concordi invece nel sostenere che l’idrante si fermò improvvisamente, forse perchè colpito da qualche sassata e che un militare, dopo essere sceso, “prese la mira in ginocchio e sparò numerosi colpi di pistola”.

Peccato per lui che:

  • la fotografia ammessa come prova ritragga sulla piazza soltanto due militari presenti, più un civile di passaggio. Il militare in piedi è ritratto di spalle e indossa l’uniforme da o.p. grigio-verde; non ha in mano alcun’arma, nemmeno il mitra. Il secondo militare ritratto in ginocchio e a braccia tese impugna una pistola e indossa una tuta intera blu; solo molto più lontano si scorge una jeep della Polizia con 2, forse 3 militari a bordo e privi di armi, oltre a un gruppetto di civili (forse manifestanti) apparentemente fermi a guardare;

  • l’idrante ritratto nella fotografia in questione è un camion Dodge: quello di Celani;

  • in terra non si notano (né furono mai repertati) bulloni, laterizi o altro materiale da lancio;

  • vi fu effettivamente un idrante che si guastò: ma fu il camion Fiat 666N7 occupato da altri militari e che fu tolto quasi subito dalla strada per un guasto al compressore idraulico che lo rese inservibile.

L’ammissione di tale fotografia come prova fece mutare il capo di imputazione a carico di Celani – inizialmente rinviato a giudizio per omicidio colposo (sost. proc. Vincenzo Sangiorgio, corte d’appello di Bologna) – in quella ben più pesante di omicidio volontario (dott. Michele Stellatelli, sezione istruttoria). Di qui la sua incarcerazione. La guardia Celani cadde inoltre in palesi contraddizioni – evidenziate dalle perizie balistiche – circa l’uso della sua arma personale: testimoni lo videro prima scaricare il caricatore del suo mitra e solo in seguito estrarre la pistola e sparare.

Si trascrive la deposizione resa in sede di interrogatorio dalla guardia di P.S. Orlando Celani, giunto in tribunale a bordo di un’ambulanza trovandosi ricoverato all’ospedale militare di Baggio per una forma di depressione psichica.

D.: “Secondo l’accusa lei ha sparato volontariamente uccidendo Afro Tondelli: c’è una foto in cui si vede un agente in tuta in posizione di tiro che spara con una pistola. Secondo l’accusa quell’uomo è lei”.

R.: “Escludo di essere io l’uomo nella foto. Non ho mai sparato a nessuno con la pistola. Solo poco dopo ho fatto uso del fucile con il tromboncino per accendere otto o dieci candelotti lacrimogeni”.

D.: “Qual’era il suo compito quel giorno?”

R.: “Io ero incaricato di far funzionare l’idrante agli ordini del dottor Casapina ma poco dopo essere entrato in funzione l’idrante si guastò. Fui così costretto nell’impossibilità di fare altro, a riparare delle armi che si erano guastate”.

D.: “Che guasti avevano queste armi?”

R.: “Capitava spesso che il candelotto lacrimogeno rimanesse incastrato nella canna dei tromboncini ed era mio dovere sbloccarli”.

D.: “Lei ha sparato con il tromboncino?”

R.: “Solo otto-dieci colpi in tutte le direzioni per provare le armi”.

D.: “Sa dire come era vestito quel giorno?”

R.: “Avevo una tuta ed ero l’unico così vestito”.

Tale risposta suscitò un mormorio di disapprovazione tra gli spettatori in quanto il Celani aveva poco prima dichiarato di non essere lui l’agente vestito con la tuta.

D.: “Lei aveva armi con sè?”

R.: “Sì, solo una pistola Beretta cal. 7,65, un’arma che non usavo da diversi mesi”.

D.: “Arrivando in piazza, che cosa notò?”

R.: “Nulla di particolare, ma ad un certo punto dai giardini di piazza della Libertà cominciarono a venir lanciati sassi e piastrelle di acciaio”.

D.: “Come si è comportata la Polizia?”

R.: “Siamo rimasti fermi. Solo dopo qualche minuto abbiamo ricevuto l’ordine, noi addetti all’idrante, di entrare in funzione. Ma come ho già detto dopo pochi metri fatti con il camion ci siamo accorti che l’autopompa non funzionava più”.

D.: “Lei ha sentito sparare dei colpi d’arma da fuoco durante i disordini?”

R.: “Sì, ma dalla parte opposta della piazza. Successivamente ho sentito sparare anche dove mi trovavo io, solamente non saprei dire se fossero stati colpi di tromboncino oppure di pistola o di moschetto”.

D.: “In effetti ci risulta essere stati sparati 35 colpi di arma da fuoco. Infatti cinque guardie chiesero al ritorno in caserma sette colpi per completare la loro dotazione. Queste affermazioni crolleranno quando potremo ascoltare il nastro di registrazione”.

Un’ulteriore contraddizione emerge poco dopo quando l’avvocato Bonazzi fa notare: “Vorrei muovere una contestazione all’imputato Cafari Panico: infatti il Celani oggi ha detto che l’idrante si diresse in piazza della Libertà agli ordini del dottor Casapina. L’imputato Cafari Panico invece ieri disse di avere fatto un giro della città con due camion sui quali avevano preso posto le guardie alle sue dipendenze, seguiti dall’idrante” . Richiamato sul banco dei testimoni, il funzionario disse: “Effettivamente l’idrante non era alle mie dipendenze, ma ricordo di averlo visto dietro ai miei camion”.

Per quanto riguarda la ricostruzione degli incidenti più gravi, alla ricerca di una motivazione che avesse spinto gli agenti a ricorrere all’uso delle armi da fuoco, il collegio di difesa teorizzò che l’aliquota agli ordini del commissario capo Cafari Panico (tutti della Celere di Padova più un gruppo di 48 agenti della questura di Parma giunti di rincalzo) si trovò isolata dal resto del contingente e trovando quindi rifugio sotto i portici che circondavano la piazza. Dall’esterno i manifestanti stavano lanciando di tutto impedendo di fatto qualsiasi reazione da parte dei militari. Improvvisamente si udì un grido: “Sparate!”: niente di più, nessuna indicazione su che tipo di arma usare e soprattutto in che direzione aprire il fuoco. Tale ordine venne ripetuto secondo quello che per la pubblica accusa fu un “isterico invito a far fuoco”. Su questo punto furono unanimi le deposizioni di tutte le guardie di p.s. agli ordini del dottor Cafari Panico e di alcuni civili presenti sul posto i quali non esitarono a individuare nel funzionario “unesagitato che gridava forsennatamente ”Ammazzateli! Sparate e ammazzateli tutti!””.

Una delle rare immagini del commissario capo Giulio Cafari Panico mentre si sta recando al processo (fonte: La Stampa del 19 dicembre 1963)

 

Vale la pena di ripercorrere i punti salienti della deposizione di Cafari Panico resa il 24 gennaio 1964.

P.: “Prego, commissario, si accomodi pure. Le leggo il capo di imputazione. Lei, come già saprà, è imputato in questo processo perchè quale commissario di P.S. ordinava agli agenti alle sue dipendenze di aprire il fuoco sui dimostranti omettendo di prescrivere le modalità: cioè l’uso, la direzione e il tiro delle armi per cui si ebbero cinque morti tra i manifestanti e il ferimento di molti altri. Lei è già stato interrogato molte volte in istruttoria, ma è meglio che sentiamo come sono andati i fatti. Incominciamo dagli incidenti del giorno 4”.

T.: “Prestavo servizio come Capo di Gabinetto alla questura di Reggio Emilia. La sera del 4 era stato indetto un comizio. La questura era diretta dal vice questore. Seppi che davanti alla see del MSI di via Roma, al centro di Reggio Emilia e che adesso si chiama via Gramsci, c’era stata una rissa: ebbi ordine dal vice questore di recarmi sul posto. Isolai lo stabile del MSI per evitare che i dimostranti vi potessero entrare”.

Avv. Misaglia: “Ma perchè si perde tanto tempo nella descrizione dei fatti del 4 luglio quando le imputazioni di Cafari si riferiscono al 7?”

P.: “Abbiamo avuto pazienza con 60 dimostranti, cerchiamo di averne ancora un poco. Continui pure, commissario”.

T.: “Poco dopo giunse all’imbocco di via Roma la massa dei dimostranti che si era assiepata qualche ora prima in piazza della Libertà. La maggiore pressione veniva effettuata contro di me e i miei uomini. Erano più di 100 persone che cantando marciavano quasi a plotone verso di noi. Io affrontai la prima linea con 10-15 uomini intimando ai dimostranti di fermarsi e allontanarsi ma l’unica risposta datami fu: “Prima facciamo fuori la Polizia, poi la sede del MSI”.

P.: “A che distanza erano i manifestanti?”

T.: “Circa un metro. Si trattava quasi di un corpo a corpo: un attimo dopo ricevetti dall’alto una sassata; poi fui colpito con un bastone.Infine mi fu gettato negli occhi un pugno di polvere e non ci vidi più per circa dieci minuti. A un certo punto il sindaco Campioli mi chiese di poter passare con il corteo attraverso via Roma. Io dissi che non avevo il potere di dare il permesso e che bisognava interpellare il questore”.

P.: “Fu concessa l’autorizzazione?”

T.: “No perchè si temevano grossi incidenti. Intanto arrivarono i Carabinieri di rinforzo e il vice questore ordinò di nuovo alla fola di allontanarsi. Poi diede ordine alla Celere di disperdere i manifestanti con gli sfollagente. Appena iniziò il carosello fummo investiti da una fitta sassaiola. Varie guardie ebbero lesioni ma in breve tutto si quietò”.

P.: “Ha visto dei dimostranti armati di randelli o bastoni?”

T.: “No, personalmente. Però quando mi sono recato all’ospedale per rendermi conto di quanti feriti vi fossero stati nei disordini vidi due guardie appartenenti al mio gruppo ferite: una aveva il labbro spappolato da un uncino, l’altro aveva il lobo di un orecchio staccato”.

P.: “Da cosa ha capito che la ferita era stata arrecata da un uncino?”

T.: “Dal modo in cui si presentava la ferita”.

P.: “Quella sera vi furono spari di arma da fuoco?”

T.: “No”.

Si passa quindi all’esame dei fatti del 7 luglio.

T.: “Quella mattina verso le 10 il segretario della Camera del Lavoro Franco Iotti aveva chiesto l’autorizzazione per un comizio da tenersi al chiuso, nella sala Verdi. L’autorizzazione fu concessa. Ma nella stessa mattinata si cominciarono a notare tra la gente dei segni di insofferenza che preannunciavano il peggio. Tra l’altro circolava un veicolo della Camera del Lavoro che incitava allo sciopero. Alcuni gestori di chioschi di benzina dissero che parecchi giovani stavano acquistando la benzina e ne riempivano alcune bottiglie per farne le cosiddette Molotov”.

P.: “E’ vero che eravate informati che alcuni individui rimasti sconosciuti intimavano agli esercenti, agli enti pubblici, alle banche di chiudere nel pomeriggio le serrande?”

T.: “Esatto. In città giravano voci allarmistiche”.

P.: “Che accade poi?”

T.: “Mentre correvano queste voci allarmistiche girava anche un’auto della CISL che invitava a non scioperare. Il sindacalista Iotti chiese più tardi con una telefonata se era possibile allacciare la Sala Verdi all’esterno con un altoparlante. Risposi che solo mil vice questore poteva dare l’autorizzazione. Allora Iorri mise giù il cornetto dicendo bruscamente: “Va bene!”. Nel pomeriggio feci un giro di perlustrazione della città con alcuni uomini del Ventesimo Reparto Mobile. Tornando in centro mi fermai in piazza Scapinelli, alle spalle del tribunale e osservai che c’erano gruppi di persone che passavano per la vicina via Roma con atteggiamento minaccioso. Li invitai a circolare ma mi risposero: “Siamo liberi di fare quello che vogliamo”. Puntai allora con le macchine verso via Tecchi angolo via Spallanzani. I miei veicoli vennero raggiunti da alcune sassate. Io mi trovavo sul primo camion. A un certo punto decisi di fermare i camion e di scendere a terra. Assieme ai miei uomini – erano circa 40 agenti – raggiungemmo il monumento alla Resistenza ma quivedendo che era impossibile procedere oltre tornammo sui nostri passi sempre accompagnati dal lancio di sassi. Tornati sul posto dove avevamo lasciato i veicoli ci accorgemmo che solo unodi questi era rimasto lì. L’altro era stato portato via dai dimostranti e scaraventato a motore imbalato contro i portici del palazzo delle Poste. Cercammo inutilmente di recuperarlo, poi ci mettemmo tutti sotto il camion rimasto cercando di evitare il lancio di bottiglie, spezzoni di ferro e altri corpi contundenti che continuavano a pioverci addosso”.

P.: “Lei ha dato ordine di aprire il fuoco sui dimostranti?”

T.: “No, io non ho dato mai questo ordine; anzi, ho invitato i miei agenti a non sparare. Però debbo ammettere che vi fu qualcuno che, imbracciato il mitra, schiacciò il grilletto. Non posso dire se le armi erano puntate contro la folla o piuttosto verso l’alto. Ad ogni modo io – tengo a ribadirlo – non ho mai dato l’ordine di aprire il fuoco”.

P.: “Vi sono delle guardie – ad esempio l’agente Guerzoni – che hanno detto che lei avrebbe perduto la testa…”

T.:” Sono tutte calunnie!”

Il commissario è stato quindi invitato a ricostruire il tenore della riunione tenuta in questura con i suoi uomini all’indomani degli scontri del 7 luglio.

P.: “In quella riunione secondo quello che risulta dagli atti lei avrebbe detto:”Non mi rovinate, sono un padre di famiglia..”.

T.: “Escludo di avere detto questo. Feci la riunione per sapere chi aveva diffusola voce che io avevo perso la testa”.

 Le dichiarazioni del commissario Cafari Panico sembrano essere smentite dalla testimonianza di Pasquale Alvarez detto “Sbrigoli”.

T.: “Quel giorno, il 7 luglio, mi avviai verso il luogo in cui era indetto il comizio che doveva tenersi all’interno del Politeama Ariosto. Mentre mi dirigevo verso la piazza notai il reparto di Polizia comandato dal commissario Cafari in assetto di guerra. All’improvviso sentii urlare le sirene e iniziò il carosello delle jeeps. Gli agenti cominciarono a sparare. Il commissario Cafari con l’indice della mano faceva segno ai suoi uomini verso i manifestanti che passavano a cento-centocinquanta metri di distanza”.

P.: “Intende dire che il commissario li indicava come obiettivi?”

T.: “Dico solo che quegli agenti sparavano e che il commissario faceva dei gesti in direzione dei dimostranti”.

P.: “Pare che lei abbia diretto le operazioni dei manifestanti contro la Polizia al riparo di una barricata”.

T.: “Una barricata? Era la staccionata di un cantiere edilizio. Quando incominciò la sparatoria incitai i miei compagni a rifugiarsi là dietro! A un certo momento scorsi un agente che teneva il mitra imbracciato e faceva segno ad alcuni giovani che si erano riparati dietro il muro della banca d’Italia incoraggiandoli a farsi fuori. Quelli avanzarono di qualche passo e l’agente si mise a sparargli addosso”.

P.: “E’ strano. Davanti alla Banca d’Italia non vi furono né morti né feriti”.

Tale assunto fu poi smentito dalle ricostruzioni balistiche che collocarono in quel punto il luogo in cui fu colpito Marino Serri.

Un’ulteriore dichiarazione, resa da un testimone il cui nome agli atti è illeggibile, dice:

“Vidi Cafari, con una f, CAFARI, nei portici presso le poste, in borghese e con la rivoltella in mano. Elmetto in testa….elmetto, come in guerra…elmetto…, entrava e usciva come per vedere, nel frattempo dava ordine di sparare”.

Un manifestante, Oliviero Tellini, sembra essere l’unico ad assumersi una qualche responsabilità.

T.: “Ero andato alla manifestazione in piazza. D’un tratto la Celere iniziò a sparare. Allora raccolsi dei sassi e iniziai a tirarli verso gli agenti”.

P.: “I sassi dove li aveva presi?”

T.: “C’era un cantiere lì vicino…”.

I morti: Lauro Farioli fu ucciso sulle scale di ingresso della chiesa di San Francesco; Marino Serri, chinatosi per soccorrerlo, morì nello stesso punto; Ovidio Franchi fu ucciso da due proiettili di mitra mentre di corsa stava lasciando il porticato delle “Assicurazioni Milano”; Emilio Reverberi fu raggiunto da un altro proiettile tra la quinta e la sesta colonna del porticato di San Rocco. Della morte di Afro Tondelli già si è parlato.

Una prima ricostruzione effettuata due giorni dopo la strage: pur contenendo alcune inesattezze (quali ad esempio la dislocazione delle uccisioni), è tuttavia utile per fornire un quadro d’insieme degli avvenimenti (Fonte: L’Unità del 9 luglio 1960)

 

Un episodio emerso in dibattimento aiuta a capire il clima di isteria istituzionale: all’indomani della strage il dottor Cafari Panico riunì tutti gli uomini che erano stati ai suoi ordini e lesse loro un rapporto nel quale sosteneva che il ricorso all’uso delle armi era stata una “libera iniziativa delle guardie”. Ne seguì una sorta di insurrezione dei militari che rifiutarono di convalidare il verbale del funzionario nonostante i suoi ripetuti e pressanti inviti ad assecondarlo. Cafari Panico sostenne questa versione anche in sede processuale.

Dal processo emerge inoltre un altro dato inquietante: la gestione dell’ordine pubblico in strada era affidata al commissario capo Casalpina, più alto in grado rispetto a Cafari Panico. Resta quindi ancora più inspiegabile l’ordine dato da quest’ultimo di aprire il fuoco senza essersi consultato preliminarmente quantomeno con il suo superiore. L’unico dato di fatto certo è che alle ore 17 fu proprio il dottor Casalpina a ordinare ai militari di sgomberare la piazza, senza alcun riferimento esplicito all’uso delle armi da fuoco. La posizione del dottor Casalpina fu ulteriormente chiarita da successive testimonianze che lo indicarono come “intento a gridare ossessivamente ”Cessate il fuoco! Cessate il fuoco!””

Messo alle strette, Cafari Panico affermò inizialmente che alcuni colpi erano effettivamente partiti dal gruppo di militari ai suoi ordini “forse in un momento di nervosismo”. Ma poi furono proprio tali uomini a smentirlo, confermando che l’ordine esplicito partì proprio da lui.

Anche in questo caso risulta utile un passaggio del controinterrogatorio cui fu sottoposto il funzionario da parte dell’avvocato Landini, uno dei difensori dei manifestanti feriti.

D.: “L’imputato, come capo di gabinetto della Questura, nel periodo giugno-luglio 1960 ha avuto o visto eventuali circolari del Prefetto o del Ministero dell’Interno riguardanti istruzioni particolari per la tutela dell’ordine pubblico?”

R.: “No”.

D.: “Chiedo allora che vengano allegate agli atti eventuali circolari emesse dal Prefetto o dal Ministero”.

Il presidente del tribunale si riservava quindi di decidere dopo avere ascoltato il vice questore vicario dott. Di Vincenzo, la cui audizione non fece tuttavia emergere elementi salienti. Il controinterrogatorio prosegue:

D.: “Al rientro del reparto in caserma ha fatto eseguire un controllo sulle armi e sulle munizioni?”

R.: “Non toccava a me questo compito, ma a un ufficiale di P.S.”.

D.: “Allora si sappia che in una relazione del tenente di P.S. Spagnolli risulta che i colpi sparati furono 35. In una successiva relazione si parla però di ben 207 colpi”.

Il presidente del tribunale dott. Curatolo fa però mettere a verbale che, ad una sua precisa domanda nella quale contestava al funzionario di essere stato visto mentre additava ai sottoposti le vittime su cui fare fuoco, il vice questore Cafari Panico aveva risposto di avere fatto di tutto perchè, incominciata la sparatoria, non vi fossero vittime. In particolare, si sarebbe rivolto agli agenti che a suo dire non avrebbero sentito la sua voce, facendo nel contempo “disperati gesti di sparare soltanto in aria”.

La tensione processuale non riguardò direttamente solo le parti in causa, ma anche i rispettivi collegi di difesa costringendo il presidente del tribunale a intervenire a più riprese per riportare la calma. Ecco un interessante passaggio tra l’avvocato senatore Maris (di parte civile) e l’avvocato Isolabella, patrocinatore degli agenti di Polizia coinvolti. Il tutto trae origine dalla richiesta dell’avvocato Maris di fare modificare a verbale la deposizione di un imputato dal letterale “…il brigadiere mi prese per un braccio, me lo mise dietro la schiena e mi spinse in caserma…” al più pregnante: “…il brigadiere mi torse il braccio dietro la schiena”.

I.: “Propongo che sia interrogato l’avv. Maris al posto degli imputati dato che il senatore Maris dice tutto lui!”

M.: “Faccio il mio dovere perchè siano esattamente riferiti i fatti della causa. Se no di questo passo finiermo per chiamare confetti le pallottole esplose dagli assassini!”

I.: “Lei continua a censurare il mio operato!”

Un ulteriore elemento non solo mai chiarito, ma nemmeno mai entrato a far parte del processo fu la figura istituzionale del Questore di Reggio Emilia: di lui, non una parola nonostante fosse il responsabile – come autorità locale di pubblica sicurezza – della gestione della piazza. Agli atti non figura nessuna circolare o ordinanza che contenga almeno un’indicazione di massima di come i funzionari avrebbero dovuto gestire l’aspetto operativo dell’ordine pubblico. Sorge spontanea una serie di quesiti, tutti ancora senza risposta: quali furono gli ordini impartiti dal Questore? E quali furono le disposizioni giunte dal Ministero? Da chi il dott. Casalpina ricevette l’ordine di far sgomberare la piazza? E con quale criterio? E ancora: vi furono disposizioni particolari sull’impiego delle armi da fuoco?

E non poteva nemmeno mancare la compagine politica: nell’ultima udienza del 25 maggio 1964 viene ascoltato in qualità di persona in grado di riferire il senatore Ferruccio Parri. Ecco la sua deposizione:

T.: “Fallito il primo progetto di centro-sinistra, si sperimentò la formula dell’on. Tambroni. Questo tentativo alimentava già preoccupazioni per i precedenti dello stesso on. Tambroni: nei mesi di maggio e giugno 1960 erano avvenute limitazioni alla libertà. Si temeva un colpo di Stato. L’on. Tambroni era male circondato e male consigliato. […] Ai primi di giugno il Ministero dell’Interno diramò una circolare che a molti di noi sembrò una vera intimidazione: vivevamo in un clima politico preoccupante, tutti noi eravamo sotto controllo. Anche il mio telefono era sotto controllo e così pure gli apparecchi telefonici di alcuni miei amici parlamentari.  Era stata creata insomma un’atmosfera politica insostenibile e noi del Comitato Federativo della Resistenza emanammo una serie di disposizioni perinvitare a manifestare contro questo stato di cose. Prima del 30 giugno [1960, chiaro il riferimento alla manifestazione di Genova, n.d.r.] la situazione politica era grave: il presidente Gronchi aveva avuto anche un colloquio con l’on. Michelini del MSI e questo fatto ci aveva messo in sospetto. Per la prima volta dopo la Liberazione si notava un tentativo di ufficializzare il MSI come partito governativo. Ciò per noi era grave perchè voleva dire trovarsi un domani di fronte a un ministro fascista al banco del governo. […] Sono altresì convinto che gli scontri di Genova e di Reggio Emilia si sarebbero potuti evitare: a cominciare dai dirigenti di governo, Prefetto e Questore, la loro colpa fu quella di  non avere permesso i cortei anche se la loro colpa è relativa avendo ricevuto disposizioni governative intransigenti su questo proposito”.

 

Il P.M. dott. Guido Gambirali nella requisitoria chiese 24 condanne e 36 assoluzioni tutto a carico dei manifestanti. Per la guardia Orlando Celani e per il dottor Cafari Panico chiede invece l’assoluzione suscitando le reazioni indignate soprattutto dei parenti delle vittime.

Il processo si chiuse il 14 luglio 1964. In otto ore di camera di consiglio la Seconda Sezione della Corte d’Assise di Milano mandò tutti assolti, chi amnistiato, chi prosciolto con varie formule. Tra essi, anche la guardia Celani e il dottor Cafari Panico: il primo “per insufficienza di prove”, il secondo “per non aver commesso il fatto”. L’assoluzione dei due poliziotti era stata chiesta in requisitoria dallo stesso P.M. dott. Bandiroli.

In 88 udienze furono ascoltati oltre 150 testimoni e analizzati più di un migliaio di documenti (perizie balistiche, materiale fotografico, rilievi topografici, ecc.). I familiari delle cinque vittime tramite i loro legali presentarono immediatamente richiesta di impugnazione della sentenza. Fu tutto inutile.

Il commissario capo Giulio Cafari Panico proseguì la sua carriera all’interno dell’amministrazione della P.S. fino alla qualifica di vice questore; invece la guardia Orlando Celani lasciò quasi subito (o fu costretto a farlo) il Corpo delle Guardie di P.S. per generici motivi di salute, morendo a distanza di pochi anni dal suo proscioglimento.

INTEGRAZIONE DEL 26 SETTEMBRE 2012

A seguito di ulteriori colloqui con personale in servizio all’epoca dei fatti, per rigore storico e giudiziario la Redazione evidenzia alcune discrasie per la cui risoluzione è a disposizione di chiunque abbia notizie precise al riguardo.

Tali discrasie riguardano in particolar modo quali reparti operarono effettivamente sulla piazza. E’ certo che a Reggio Emilia furono inviate:

– 3 compagnie del 20° Reparto Mobile di Cesena;

– 2 compagnie del 2° Reparto Celere di Padova;

– 1 compagnia del distaccamento del Reparto Mobile di Parma.

E’ dato sapere che l’impiego degli idranti era stabilito alle dipendenze dirette del questore della singola provincia. Nel caso in esame, il questore di Reggio Emilia richiese esplicitamente al ministero l’invio di due idranti con relativo personale e il ministero dispose l’invio degli stessi dal reparto più vicino. Tra quelli intervenuti, l’unico che disponeva di idranti e di personale appositamente addestrato era il 2° Reparto Celere di Padova (che era sede anche della relativa scuola di formazione), non il 20° Reparto Mobile di Cesena come invece fu evidenziato in sede processuale.

Inoltre, due testimonianze dirette di ex appartenenti al 2° Celere di Padova ed esponenti dell’ANPS di Padova dicono che il loro reparto fu effettivamente inviato a Reggio Emilia, ma che si limitò a fare riserva in questura a Parma al posto della Compagnia locale. Su tale punto concordano decisamente, ricordando che il giorno dopo fecero rientro al Reparto di Padova dopo avere scoperto dai teloni le jeeps ed essersi posizionati con i mitra puntati all’esterno a causa di pressanti minacce di attentati al loro convoglio che sarebbero dovuti avvenire sulla via del ritorno.

Sulla presenza di idranti in seno al 2° Celere di Padova l’Appuntato in quiescenza Oscar Battistin (presente sia a Genova che a Reggio Emilia/Parma) non è nemmeno sicuro: dice che gli stessi furono assegnati stabilmente al Reparto soltanto dopo gli scontri di Genova. Ricorda inoltre che all’epoca l’uso degli idranti nei centri abitati era vietato da specifiche disposizioni del Comando in quanto l’acqua sparata dalle lance poteva colpire i cavi dell’illuminazione pubblica o del trasporto pubblico (filobus) creando un arco voltaico che avrebbe sicuramente folgorato gli idrantisti.

Circa inoltre l’appartenenza della guardia Celani a questo o a quel Reparto, gli anziani del 2° Celere non ricordano nessun commilitone con questo nome in seno alle loro compagnie. Questa redazione sta tuttora effettuando ulteriori ricerche per addivenire a una sua corretta collocazione di servizio e sull’argomento è aperta a qualsiasi contatto.

Tali discrasie possono sembrare dettagli di poco conto: non è così.

CONCLUSIONI

Al termine di questo lungo esame e alla luce della contestualizzazione storico-politica e processuale degli avvenimenti più tragici, resta un solo interrogativo tuttora irrisolto: perchè a Reggio Emilia si sparò? Ma soprattutto, perchè lo si fece con tale rabbia? Anticipo subito che non esiste una risposta univocamente accertata. Dall’analisi di testi storici, atti processuali e articoli di stampa sono emerse nelle varie epoche alcune tesi che chi scrive reputa comunque insoddisfacenti. Le proponiamo ai lettori con le relative confutazioni: la Redazione di Polizianellastoria rimane come sempre a disposizione di chiunque voglia aggiungere il proprio punto di vista sull’argomento.

– Prima tesi: la Polizia obbedì agli ordini impartiti.

Tale tesi costituisce una contraddizione in termini da qualunque punto di vista la si voglia analizzare: l’unico fattore che risponde al vero è l’inquadramento militare del Corpo delle Guardie di P.S. che non ammetteva alcuna discussione sugli ordini ricevuti. Il Regolamento del Corpo in tema di esecuzione di ordini recitava infatti così:

“I componenti del Corpo delle Guardie di P.S. devono intera subordinazione a tutti i loro superiori, qualunque sia il grado che questi rivestono. La subordinazione consiste nella sottomissione di ciascun grado ai gradi superiori e nell’osservanza dei diritti e dei doveri che da detta sottomissione risultano. Principale tra questi doveri è quello dell’obbedienza dovuta dall’inferiore al superiore nei rapporti del servizio. Manca ai doveri imposti dalla subordinazione l’inferiore che tende a diminuire l’autorità del superiore. Commette grave mancanza l’agente che discuta o critichi gli ordini del superiore; la mancanza è gravissima se commessa alla presenza di inferiori. L’obbedienza deve essere pronta, rispettosa e assoluta. Non è permesso all’inferiore alcuna esitanza o osservazione, quand’anche si ritenga gravato o ingiustamente punito. Egli può presentare, pel tramite della via gerarchica, reclamo; ma sempre dopo eseguito l’ordine o scontata la punizione”.   (Dal Regolamento del Corpo delle Guardie di P.S. in “Corso di lezioni per le scuole di Polizia”, ed. Ministero dell’Interno – Roma, 1951, pag. 34).

Come si vede, non era assolutamente previsto che il militare potesse rifiutarsi di eseguire l’ordine quando esso costituisse manifestamente reato, come avviene invece oggi per il personale della Polizia di Stato (art. 66 comma 4 L. 121/81). Si cercò insomma di scaricare sulla dirigenza la responsabilità della strage. Tuttavia a suffragio di questa tesi mancano almeno due anelli di congiunzione molto importanti: che ordini furono impartiti dai Funzionari ai militari schierati in piazza? E questi ordini – se mai ci furono – da chi furono avallati? Nessuno infatti è stato in grado di produrre sia in sede processuale che in sede storica alcuna disposizione scritta, nè alcuna ordinanza o cablogramma ministeriale che avesse messo nero su bianco almeno una bozza di schema di gestione in vista di un ordine pubblico così delicato. Alla luce di ciò, suona dunque ancora più inverosimile che l’ordine di aprire il fuoco sia provenuto da un Funzionario che rivestiva a livello operativo un ruolo secondario rispetto al dirigente del servizio dott. Casalpina, che anzi si adoperò in tutti i modi per fare cessare la sparatoria entrando quindi in palese contrasto con l’iniziativa così sproporzionata intrapresa da Cafari Panico.

– Seconda tesi: la sparatoria fu un’iniziativa delle guardie causata dal panico per essere rimaste isolate dal resto del contingente.

Tesi enunciata all’indomani dei fatti, ma miseramente naufragata in sede processuale sotto la “scure” delle testimonianze che individuarono in Cafari Panico il sostenitore – e per alcuni, il sobillatore – di tale metodo repressivo. Non vi furono squadre del 2° Reparto Celere che restarono isolate, ma solo un manipolo di militari della territoriale di Reggio e di Parma rimasti con Cafari Panico mentre le camionette del reparto effettuavano cariche e caroselli. La stessa dislocazione dei cadaveri contraddice la teoria del panico, avvalorando invece una sorta di “caccia alla lepre” effettuata anche all’interno delle stradine dell’Isolato San Rocco. Come ulteriore prova, resta di palmare evidenza il comportamento della guardia Celani che in ogni caso – come idrantista –  sarebbe stato comunque l’ultimo degli ultimi a poter aprire il fuoco vista la sua posizione di sicurezza all’interno della cabina blindata del camion.

– Terza tesi: la sparatoria fu la risposta ad attacchi effettuati a mano armata dai manifestanti alla Polizia.

Tesi più oltranzista fatta circolare all’unico scopo di screditare i testimoni che si avvicendarono in tribunale. A differenza di Genova, dove la Polizia fu effettivamente attaccata secondo un piano di aggressione preordinato e meticolosamente organizzato anche mediante l’uso di bombe incendiarie, a Reggio Emilia non fu accertato alcun elemento che spostasse in questa ottica il livello di responsabilità: non furono repertati altro che corpi contundenti della più svariata natura, certamente in grado di ferire ma non di certo di uccidere. A smentire ulteriormente questa tesi esiste anche la registrazione sonora degli scontri che colloca le prime raffiche di mitra subito dopo l’intervento degli idranti, quindi a scioglimento della manifestazione appena iniziato.

– Quarta tesi: presenza di infiltrati dell’opposizione che accesero la miccia degli scontri.

In sede processuale fu avanzata la teoria che un gruppo di appartenenti alla locale sede del MSI, coinvolti nelle scaramucce del giorno precedente, abbia fomentato l’intervento repressivo della Polizia con atteggiamenti provocatori quali il lancio di oggetti e l’intonazione di slogan offensivi all’indirizzo del governo Tambroni. Una simile tesi suona come un puerile tentativo di scaricare la responsabilità morale dei fatti a carico di soggetti rimasti allo stato attuale comunque ignoti: nessun testimone individuò infatti alcun missino presente in piazza mescolato ad altre migliaia di comunisti. Tra l’altro la sezione del MSI, che contava un pugno di iscritti, quel giorno rimase chiusa.

– Quinta tesi: l’uso delle armi da fuoco, appoggiato e propugnato dal ministro Scelba, era entrato talmente tanto nella prassi comune della Polizia di quel periodo da non costituire di per sè nessuna eccezionalità. Si aggiunga che a Reggio Emilia furono impiegati militari reduci dalla rivolta di Genova di cinque giorni prima, quindi ancora particolarmente “accalorati” da quei fatti da scendere in piazza disposti a tutto.

E’ la tesi più verosimile, seppure in tutta la sua tragicità. Gli ordini di servizio del 2° Celere delle ultime due settimane antecedenti i fatti di Reggio videro un reparto spostato senza soluzione di continuità da una città all’altra. A Genova giunse tutto il Reparto, a Reggio Emilia furono comandate due compagnie che dopo Genova avevano fatto servizio a Milano e quindi dirottate nella città emiliana: molti testimoni furono concordi nel descrivere ai giudici personale di Polizia giunto in città letteralmente abbruttito nell’aspetto e nei modi anche se non si andò oltre in approfondimenti che alla luce attuale sarebbero stati quantomeno necessari. Tale tesi è stata infatti accampata in ambito squisitamente storico-politico, non anche in quello processuale e non colma la lacuna tra la disciplina generica delle armi da fuoco in ordine pubblico propugnata da Scelba e il criterio con cui la stessa è stata applicata in concreto a Reggio Emilia. La gestione di quello specifico servizio di ordine pubblico appare dunque come un gigante dalla testa mozzata: le responsabilità furono immediatamente scaricate su quei funzionari che erano concretamente in piazza, creando invece una cortina impenetrabile sui vertici politici e istituzionali. Una cortina che non verrà più dissipata.

 

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1La guardia Annarumma, in forza al Terzo Reparto Celere di Milano, venne brutalmente assassinata il 19 novembre 1969 nel corso di violentissimi scontri scaturiti al termine di una manifestazione nei pressi del Teatro Lirico di Milano. Nel corso della famigerata “battaglia di via Larga”, il militare (che si trovava alla guida di una jeep) fu circondato e colpito alla testa con un tubo in acciaio del tipo usato per le impalcature. I tentativi di depistaggio che insinuarono che la morte del poliziotto fosse stata causata in realtà dallo scontro della propria jeep con un altro veicolo della Polizia scatenarono le prime forme di aperta rivolta all’interno delle caserme: Milano, Torino, Bologna… Gli atti di palese insofferenza e insubordinazione si susseguirono in un crescendo di insofferenza all’interno del Corpo delle Guardie di P.S.: per la prima volta si iniziò a parlare apertamente della smilitarizzazione della Polizia.

2Testimonianza di Giuliano Rovacchi – atti processuali e stampa.

3Per questo omicidio verrà indagato la guardia Orlando Celani, successivamente assolto per insufficienza di prove nel 1964. Fu processato anche il commissario capo Giulio Cafari Panico e anch’egli fu assolto per non aver commesso il fatto.

4Testimonianza di alcuni manifestanti – atti processuali e stampa.

5Ibidem.

6Testimonianza del dott. Riccardo Motta, chirurgo – atti processuali e stampa.

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