La Polizia Ferroviaria

LA RUOTA ALATA

di Gianmarco Calore

Esiste un settore del nostro lavoro che troppo spesso viene trascurato: raramente balza all’onore delle cronache, ancora più di rado ottiene tutto quell’apprezzamento che in realtà meriterebbe. Si tratta della Polizia Ferroviaria.

I suoi natali, la sua evoluzione storica e i suoi compiti peculiari l’hanno fatta sempre sembrare una specie di “circolo chiuso” della Polizia di Stato: a partire dal decreto costitutivo dell’immediato dopoguerra con il quale finalmente si mise ordine nel controllo e della pubblica sicurezza in ambito ferroviario, per molti sembrò che la “Polfer” fosse comunque un elemento staccato sia nei compiti che nella logistica dal resto del Corpo delle Guardie di P.S. prima e della Polizia di Stato poi. Ma qui non voglio parlare di storia: per questa esistono libri e dispense.

Voglio invece cercare di fornire uno spaccato “umano” di questa entità che per molti cittadini e colleghi continua a rivestire lati oscuri se non addirittura sconosciuti. E per farlo, devo inevitabilmente passare per alcuni dei suoi Caduti.

Salvatore Schillaci è una giovane guardia di Pubblica Sicurezza che dalla lontana Caltanissetta è stato mandato a svolgere il suo servizio alla Polizia Ferroviaria della stazione di Padova. Siamo nel 1957 e in quegli anni i militari in servizio negli scali ferroviari alternavano mansioni estremamente ripetitive di vigilanza ai binari, ausilio ai viaggiatori, scorte armate ai vagoni postali, vigilanze ai convogli in formazione. Gli anni Cinquanta sono un periodo di forti tensioni sociali rese ancora più aspre dalla mancanza di viveri di prima necessità, ultimo e pericoloso strascico di una guerra finita da poco. Fenomeni di banditismo spiccio che miravano ad accaparrarsi un sacco di grano piuttosto che un panetto di margarina portavano orde di disperati a rubare e rapinare ovunque: nelle case, negli orti e anche nelle stazioni ferroviarie. Le foto dell’epoca ci tramandano poliziotti armati di mitra che vigilano carri merci chiusi in attesa della loro partenza: pioggia, sole, caldo, freddo… non importava. Il 9 maggio 1957 Salvatore Schillaci aveva appena terminato il suo turno di guardia alla formazione di un convoglio che doveva partire di lì a poco per Verona. Erano le 21, il buio appena calato e un po’ di chilometri a piedi da farsi per rientrare in ufficio e redigere la relazione di fine turno. Il convoglio parte regolarmente e lui, magari per accelerare i tempi, cerca di salire sull’ultimo carro. Non si sa cosa accadde: forse il lungo cappotto indossato o il mitra diligentemente tenuto a tracolla si impigliarono da qualche parte. Fatto sta che Salvatore viene tirato sotto le ruote del convoglio e rimane orribilmente decapitato. All’ufficio Polfer di Padova non lo vedono rientrare, il capoturno si preoccupa e manda alcuni uomini in cerca di lui. Alle operazioni partecipano anche alcuni ferrovieri, fino alla macabra scoperta.

Il Brigadiere Lorenzo Pachor

Lorenzo Pachor è un brigadiere in servizio alla stazione di Trieste. Grado o non grado, quando c’è da adempiere ad un dovere in Polfer sono tutti soldati. Il 6 ottobre 1962 viene comandato di servizio di scorta ad un treno che da Trieste dovrà arrivare a Roma, stazione Termini. Il brigadiere adempie al suo compito anche se la mattina aveva già lavorato: ciò nonostante, in prima serata si presenta di nuovo regolarmente in servizio nonostante la stanchezza si facesse sentire. Il servizio di scorta ai treni non è una sciocchezza: prevede attenzione e occhi aperti, specialmente quando il carro blindato contiene plichi importantissimi e denaro contante degli uffici postali. Da Trieste a Roma negli anni Sessanta ci voleva quasi un giorno intero di viaggio: i treni avevano ben poche comodità e i militari di scorta alternavano l’uso di scomode panche in legno a quattro passi lungo lo scompartimento per sgranchire le gambe. Il sonno, poi, era la peggiore bestia da combattere soprattutto quando non era ammessa alcuna distrazione in servizio. Non ci sono testimonianze dirette dei fatti: si sa solo che il treno arriva regolarmente alla stazione Termini con un poliziotto vivo in meno. Il brigadiere Pachor era stato colto da un malore che lo aveva fulminato senza lasciargli scampo.

 


La guardia di P.S. Filippo Foti

Ci sono poi gli eroi, quelli che hanno fatto della loro morte l’incarnazione di un impegno civile portato oltre ogni confine. Si chiamavano Edoardo Martini e Filippo Foti, rispettivamente guardia e brigadiere in servizio alla stazione di Trento. E’ il 30 settembre 1967 e il Trentino Alto Adige era stato scosso da attentati dinamitardi sempre più efferati ad opera di appartenenti al movimento scissionista che voleva staccare la regione dall’Italia. Caserme, tralicci dell’alta tensione, ponti, ogni luogo era buono per piazzare il tritolo, specie se quel luogo rappresentava in qualche modo lo Stato italiano. Quel giorno sta arrivando in stazione un treno proveniente dall’Austria: è un treno particolare o, come si dice in gergo, “attenzionato”. Tutti i convogli che arrivavano da oltre confine erano monitorati con scrupolo perchè principali vettori di armi o possibili attentatori. Già al Brennero il treno aveva accumulato un discreto ritardo proprio perchè i colleghi della Frontiera avevano esaminato con certosina attenzione i documenti di alcuni tipi dalle facce poco raccomandabili. I passeggeri erano pure consapevoli della necessità di tali controlli, ma in ogni caso il nervosismo era salito. Alcuni di essi notarono una valigia lasciata sul bagagliaio di uno scompartimento: le stazioni si erano susseguite più o meno rapidamente ma quella valigia era sempre lì, nessuno l’aveva reclamata. Un viaggiatore con un po’ più di scrupolo avvisa del fatto il capotreno che a sua volta tramite il radiotelefono di bordo chiama la prima stazione di sosta utile, Trento, appunto. Quando il treno si ferma al binario 1 ci sono già i due colleghi di turno pronti ad attenderlo: Foti e Martini. Salgono, raggiungono lo scompartimento e notano la presenza di quella valigia gialla con le cinghie marroni: è una valigia comune, senza etichette o segni distintivi. Nonostante questo, il brigadiere Foti – uno che di esperienza ne ha tanta – si insospettisce e decide di aprirla. Dentro ci sono due panetti di tritolo collegati ad una vecchia sveglia e ad una batteria a tampone. Tempo di fare altro non ce n’è: i due militari afferrano la valigia e gridando con quanto fiato hanno in gola alla gente di allontanarsi cercano a loro volta di portare l’ordigno in una zona deserta della stazione, lo scalo merci che si trova in un binario morto dove non c’è anima viva. Testimoni dei fatti li vedono correre come le frecce. Ma non fanno in tempo a salvarsi: la bomba esplode dilaniandoli. Quante vite hanno salvato i due militari con il loro gesto? Non lo sapremo mai.

L’Agente Francesco Ardito e L’Agente Gaetano Morgese

Infine ci sono due ragazzi che rappresentano un po’ tutti i caduti per cause accidentali della Polizia Ferroviaria. Sono due agenti in servizio alla stazione di Milano Lambrate Rogoredo, si chiamano Gaetano Morgese e Francesco Ardito. Sono entrati in Polizia appena 3 anni prima come agenti ausiliari; una volta passati effettivi si erano ritrovati in terra lombarda come tanti loro corregionali inviati a centinaia di chilometri da casa. Il 12 gennaio 1997 salgono sul treno ETR460 “Pendolino” con il compito di effettuare controlli a campione sui passeggeri: un lavoro di routine che però ha spesso riservato piacevoli sorprese, con arresti e sequestri inaspettati. Il “Pendolino” è un treno ultramoderno per quegli anni: collegava Milano a Roma in poco meno di 5 ore assicurando nel contempo una comodità e una sicurezza che gli altri treni non garantivano. Ma alle porte della stazione di Piacenza tutta la sicurezza osannata per quel treno va a farsi benedire in un lampo: forse per un errore umano, forse per un’errata indicazione del cronotachigrafo il treno arriva in stazione “lungo”, vale a dire ad una velocità troppo elevata rispetto al tratto che deve percorrere. E c’è quella maledetta curva a sinistra prima delle pensiline, una curva che proprio il treno non digerisce: deraglia trascinandosi dietro alcuni vagoni che, senza controllo, abbattono alcuni pali in ferro ripiegandosi e accartocciandosi su se stessi. I due agenti erano in piedi e stavano passando da uno scompartimento ad un altro: dovevano scendere proprio a quella stazione per salire su un treno che li avrebbe riportati a Lambrate e su cui avrebbero dovuto svolgere gli stessi controlli. Il vagone si corica sul lato dove stanno camminando i due ragazzi, schiacciandoli con tutto il suo peso e non lasciando loro alcuno scampo.

La Polizia Ferroviaria è tutto questo: colleghi che svolgono il loro servizio in maniera costante, con la dedizione che nessuno si aspetterebbe per un lavoro che è sempre lo stesso, che non ti porta alla ribalta della cronaca e che sembra per questo non essere apprezzato da nessuno. Non è così. Chiunque è sceso in una stazione qualsiasi della nostra Penisola anche negli orari più strani e magari pericolosi ha sempre apprezzato la presenza di quell’ufficio in prossimità del primo binario. Sulla porta, la sagoma di un Poliziotto in uniforme; all’interno, sempre qualcuno con una parola di aiuto. Di giorno, di notte. Per questo, come cittadino prima ancora che come Poliziotto, esprimo tutta la mia ammirazione e la mia gratitudine ai ragazzi dalla Ruota Alata di tutte le stazioni del nostro Paese.

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