La Polizia Femminile

LA POLIZIA FEMMINILE: I SUOI PRIMI 50 ANNI

di Gianmarco Calore

A distanza di cinquant’anni dalla sua istituzione parliamo di una realtà forse tra le più sconosciute della Polizia italiana: la Polizia Femminile.

Precisiamo che oggi quello che venne denominato in origine come “Corpo di Polizia Femminile” non esiste più: attualmente l’accesso a tutti i ruoli della Polizia di Stato, grazie alla riforma della L. 121/81, è garantito in forma paritetica e senza discriminazioni sia agli uomini che alle donne, con un’unica eccezione circa l’assegnazione del personale femminile ai Reparti Mobili unicamente per la peculiarità del servizio particolarmente usurante svolto al loro interno e per successive questioni logistiche all’interno delle caserme.

Quella che venne definita la “Polizia in gonnella” trova i suoi natali nella L. 1083/59 seguendo una spinta modernizzatrice fortemente voluta dall’allora Capo della Polizia Giovanni Carcaterra, immediatamente ripresa dal suo successore Angelo Vicari. Sono i tempi pionieristici della riforma del controllo del territorio, durante i quali vennero gettati i semi del futuro 113: un periodo insomma di forti rivoluzionamenti all’interno del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, tacciato da troppi come eccessivamente statico e non più rispondente alle mutate esigenze della società moderna.

La Polizia italiana sentì il bisogno di istituire uno strumento flessibile e di maggiore “presa” su determinati strati del tessuto sociale ritenuti fino ad allora di difficile trattabilità da parte del personale militare fino ad allora operante. Tali strati sociali maggiormente vulnerabili erano essenzialmente due: la tutela dei fanciulli e quella delle prostitute. Non erano ancora passati due anni dall’emanazione della c.d. “legge Merlin” con la quale erano state abolite le case di tolleranza e già moltitudini di “ragazze di vita” si erano riversate pericolosamente sulle strade del Paese, contribuendo ad alimentare le prime forme di sfruttamento che di lì a poco andarono a ingrassare cospicuamente le casse della criminalità organizzata. Inoltre le spinte progressiste dei primi sindacati dei lavoratori avevano fatto emergere in tutta la sua drammaticità il fenomeno sommerso (o, meglio, falsamente tollerato) del lavoro minorile.

Come si capisce, un doppio ambito di lavoro estremamente delicato e che necessitava di un sistema di approccio info-investigativo completamente diverso da quello riservato alla criminalità comune: parlare con un ragazzino fatto lavorare dietro una pressa idraulica per 16 ore al giorno o con una prostituta che per mettersi in salvo era costretta a parlare della propria vita intima in un Paese traboccante di tabù, così come pure con una qualsiasi donna fatta oggetto di attenzioni particolari che fino a quel momento dovevano essere taciute per il buon nome della stessa ragazza richiedeva tatto, diplomazia e – soprattutto – discrezione: si doveva conquistare la fiducia prima sotto il profilo umano e soltanto dopo sotto quello della polizia giudiziaria. Tatto, diplomazia e sensibilità che erano (e sono tuttora) prerogativa dominante del sesso femminile.

L’importante attività di assistenza ai minori espletata da un’Ispettrice di Polizia Femminile

 

Ecco allora una legge tanto semplice quanto fondamentale: la 1083 del 7 dicembre 1959. Il neonato Corpo di Polizia Femminile, di natura civile e non militare come il corrispondente Corpo delle Guardie di P.S., era articolato su due ruoli; quello delle Ispettrici di polizia con funzioni direttive e dirigenziali, e quello delle Assistenti di polizia con funzioni esecutive e sottoposto al primo. Altrettanto chiara fu la determinazione dei loro compiti che si possono riassumere nei seguenti punti:

  1. prevenzione e accertamento dei reati contro la moralità pubblica e il buon costume, contro la famiglia e contro l’integrità della stirpe;

  2. prevenzione e accertamento dei reati che colpivano la tutela del lavoro di donne e minori;

  3. indagini di p.g. Riguardanti reati compiuti da donne o minori, oppure compiuti da terzi in loro danno;

  4. vigilanza e assistenza di donne o minori nei confronti dei quali erano stati adottati provvedimenti di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza;

  5. gestione delle donne e dei minori convocati a qualsiasi titolo presso un ufficio di Polizia;

  6. assistenza di donne o minori che versavano in stato di abbandono morale o sociale mediante la funzione di collegamento con organi collaterali di assistenza.

L’accesso ai ruoli della Polizia femminile avveniva tramite pubblico concorso con caratteristiche differenti a seconda della qualifica rivestita. Al relativo personale assunto si applicavano per quanto non in contrasto con il regolamento del Corpo le disposizioni riservate agli impiegati civili dello Stato. Le Ispettrici di Polizia femminile (suddivise nei gradi di vice ispettrice, ispettrice di 3°, 2°, 1° classe e ispettrice capo) rivestivano la qualifica di Ufficiali di P.G. e di P.S. al pari del ruolo dei Commissari di Polizia; le Assistenti (a loro volta suddivise nei gradi di assistente di 3°, 2°, 1° classe e assistente superiore) rivestivano invece le qualifiche di agenti di P.G. e di P.S. limitatamente alle funzioni del loro servizio. Erano dotate di apposita uniforme che cambiò foggia e colore nel corso degli anni ed erano ammesse al porto della pistola d’ordinanza esclusivamente durante il servizio. Quest’ultimo veniva espletato rigorosamente in uniforme, salvo deroghe per casi particolarmente delicati.

Assistenti di Polizia Femminile impegnate nella loro attività d’istituto in ambito ferroviario

La scuola di formazione per la Polizia femminile fu unica in tutta Italia e la sua sede venne stabilita a Roma: il relativo corso, modulato a seconda dei ruoli da ricoprire, aveva una durata non inferiore ai 4 mesi. Dopo gli esami di fine corso, il personale di Polizia femminile veniva avviato alle sedi di servizio ove trascorreva un ulteriore periodo di prova affiancato anche a personale civile e militare di Polizia. Solo al termine del periodo di prova, le donne -poliziotto venivano immesse stabilmente in servizio. Limitazioni alla loro libertà personale ve ne furono alla stessa stregua dei colleghi militari: per contrarre matrimonio doveva intervenire autorizzazione ministeriale sulla base di valutazioni della moralità dello sposo e della sua famiglia. Tale autorizzazione aveva validità di 3 mesi oltre i quali la stessa decadeva. Il matrimonio contratto in assenza di autorizzazione faceva decadere dall’incarico automaticamente la donna. La dotazione dell’uniforme di servizio veniva posta a carico dell’Amministrazione per il primo capo di abbigliamento: l’acquisto di quelli successivi era invece interamente a carico della dipendente.

Una parentesi particolare fu in realtà il caso di Trieste nel periodo compreso tra il 1946 e il 1954. Come già descritto nel capitolo sulla storia della Polizia, la situazione peculiare che si venne a creare nella Venezia Giulia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale impose la costituzione di un Governo Militare Alleato affidato alle amministrazioni civili e militari anglo-americane: queste ultime, nelle more della costituzione di un Corpo di Polizia stabile come era avvenuto nel resto d’Italia, si dotarono di un autonomo strumento di polizia giudiziaria e di ordine pubblico e ben presto al personale militare alleato se ne affiancò uno di estrazione civile chiamata appunto “Polizia civile”. Tale struttura, presente esclusivamente nel Territorio libero di Trieste, era composta da cittadini italiani in genere autoctoni i quali, grazie alla loro conoscenza del territorio, coadiuvarono (spesso sostituendole) le truppe alleate grazia ad una maggiore coesione con la cittadinanza. Cosa unica nel suo genere proprio perchè non presente nel resto del Paese, la Polizia Civile fu la prima a dotarsi di un’aliquota di personale femminile (le c.d. “triestine”) che furono ammesse tra le forze dell’ordine con il medesimo trattamento economico e giuridico dei colleghi maschietti. Nel periodo successivo al 1954, anno in cui Trieste fu definitivamente restituita all’Italia con il relativo insediamento delle relative Forze di Polizia, le “triestine” furono fatte transitare nei ruoli prefettizi con mansioni esclusivamente amministrative: solo nel 1960, grazie a un particolare bando di concorso previsto dalla stessa L. 1083/59, a una ventina di esse fu consentito il transito nei ruoli della Polizia femminile secondo i requisiti stabiliti nel bando medesimo.

Il successo immediatamente ottenuto dalla Polizia femminile non solo in termini di risultati ma anche e soprattutto in termini di immagine consentì di ampliare a tutti gli Uffici di Polizia presenti sul territorio nazionale l’assegnazione di tale personale: ogni questura e ogni commissariato dovevano essere dotati di una sezione di Polizia femminile che lavorava in stretta sinergia con il personale civile del Ministero dell’Interno (da cui comunque dipendevano gerarchicamente) e con il personale militare del Corpo delle Guardie di P.S.. Si iniziarono a vedere in circolazione le prime pattuglie miste caratterizzate dalla figura del gregario femminile e impiegate in particolari mansioni connaturate al servizio previsto dalla L. 1083/59.

Collaborazione tra la Polizia Femminile e il Corpo delle Guardie di P.S.: una sinergia fondamentale

Sicuramente la scarsa conoscenza verso questo particolare settore della Polizia italiana trovò terreno fertile nei suoi compiti istituzionali spesso svolti nel più assoluto anonimato e senza la pubblicità che ben più eclatanti operazioni di polizia giudiziaria attribuirono alla corrispondente parte maschile. Un lavoro quotidiano silenzioso e tenace che alla lunga portò riconoscimenti ben più ampi di quanto si potesse immaginare agli esordi: le sezioni di polizia giudiziaria presso le Procure della Repubblica vollero dotarsi a loro volta di un nucleo di Polizia femminile che collaborò attivamente con i giudici istruttori in particolari settori fino ad allora trattati con più superficialità.

I successi del Corpo di Polizia femminile fecero attribuire a quest’ultimo la relativa bandiera che fu insignita delle prime medaglie al valore, tra le quali quella di bronzo acquisita per le operazioni di soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto del Belice del 14 gennaio 1968: un supporto psicologico e logistico fondamentale per interfacciarsi con le fasce più deboli di una popolazione così duramente provata.

Personale di Polizia Femminile affiancato da un ufficiale del Corpo delle Guardie di P.S. impegnato nell’assistenza e soccorso alle popolazioni terremotate del Belice

Un ulteriore impiego del personale femminile fu nell’organizzazione e gestione dell’assistenza delle famiglie di orfani e vedove dei poliziotti anche mediante le colonie estive create ad hoc e successivamente estese a tutto il personale della Pubblica Sicurezza.

Un ulteriore motivo di appannamento dell’immagine della Polizia femminile fu la progressiva apertura al gentil sesso anche da parte di altre amministrazioni locali: figure dotate delle stesse prerogative giuridiche e che si incanalavano nel medesimo filone sociale iniziarono a sovrapporsi in quelli che parvero subito dei cloni di una struttura già esistente. Erano gli anni Settanta e già il vento della smilitarizzazione del Corpo delle Guardie di P.S. percorreva i corridoi non solo delle caserme, ma anche del Parlamento. Fu messo in crisi un sistema di Polizia ormai vecchio non solo nei metodi pratici ma anche nell’organizzazione sul territorio. La tanto attesa L. 121/81 portò la necessaria parificazione tra tutto il personale facendo sparire la distinzione tra i ruoli civili e quelli militari che apparivano ormai come anacronistici.

Oggi l’attuale Polizia di Stato annovera tra i suoi ruoli poco meno di 15.000 donne a fronte di quasi 90.000 uomini (dati Ministero dell’Interno anno 2010) e la tendenza è verso un ulteriore incremento. Le donne sono diventate una parte ancora più importante della nostra Polizia grazie al loro impiego sia con funzioni direttive, sia con funzioni esecutive in tutti i settori operativi (tranne, come detto, i Reparti Mobili). Nel 2008 sono state nominate le prime donne-questore e le prime donne-prefetto, a testimonianza proprio della meritata importanza attribuita a un aspetto – quello femminile – che oggi trova i meritati frutti di un lavoro certosino iniziato proprio cinquant’anni fa.

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2 pensieri su “La Polizia Femminile

  1. Non vorrei apparire polemico ma non mi trovo d’accordo su quanto è stato scritto sulla Polizia Femminile. Quella struttura non rappresentò affatto l ‘espressione lungimirante del cambiamento dei tempi quanto piuttosto il tentativo, mal riuscito , di dare alla Polizia , vista nel suo complesso, un volto più umano e accattivante . Le appartenenti alla Polizia Femminile ,i cui compiti non andavano al di là di quelli delle assistenti sociali mantennero, anche negli uffici in cui operavano fianco a fianco dei colleghi maschi, il tipico atteggiamento di presunta superiorità per il solo fatto di non portare le stellette . La loro affinità era rivolta alla categoria dei Funzionari della quale si sentivano parte. E non parlo solo delle ispettrici che si credevano delle divinità ma anche delle assistenti . Nei rari casi in cui operavano dovevano sempre essere accompagnate da personale maschile con il risultato di dover impiegare doppio personale anche per le cose più banali. Avete mai avuto notizia di personale della Pol/Fem caduto o ferito in servizio ? Io no !Personalmente, le uniche appartenenti alla Polizia Femminile alle quale doverosamente devo riconoscere capacità e intraprendenza sono quelle che provenivano dalla Polizia Civile di Trieste alle quali va tanto di cappello. Per le altre meglio lasciar perdere. Per quanto riguarda le loro qualifiche voglio precisare che le assistenti erano Ufficiali di P.G. ed Agenti di P.S. In merito al porto di pistola d’ordinanza voglio raccontare un episodio , poco noto ,accaduto a Roma nei primi anni ’60 che può far luce su quanto riportato nell’articolo. Al termine di uno dei primi corsi che si svolgevano all’EUR alla Scuola di Polizia di viale Aereonautica,alle partecipanti era stata consegnata la pistola d’ordinanza ,una Beretta semiautomatica in calibro 6,35. Dopo qualche giorno una di loro venne trovata morta all’interno di una cabina telefonica dove si era sparata un colpo in testa con la pistola appena ricevuta. Si seppe poi che a spingerla all’insano gesto era stata la notizia del fidanzato rimasto ucciso in un incidente stradale provocato da un’auto della Polizia che ,sulla Cristoforo Colombo sirena accesa, inseguiva un ladro. La morte dell’assistente ebbe ,come immediata conseguenza, il ritiro delle pistole a tutto personale femminile che per riaverle dovette attendere la riforma del 1981.- E questo conferma una volta di più quanto contassero sul piano operativo

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  2. Indubbiamente la creazione della PolFemm fu l’espressione POLITICA con cui si volle rispondere alle esigenze di ammodernamento di un Corpo che già alla fine degli Anni Cinquanta aveva bisogno di “rifarsi il trucco”.
    L’obiettivo dell’articolo di cui sopra non era quello di evidenziare spaccati negativi o malfunzionamenti congeniti, ma solo quello di aggiungere un tassello all’aspetto storico dell’evoluzione della Polizia.
    Se vogliamo invece seguire la linea di discussione inaugurata da @Gianluigi marconi, dobbiamo farlo partendo dalle origini della sua costituzione, desunte da ciò che “La Stampa” ci narrò al riguardo già a partire dal 1952, con i primi articoli in cui il progetto di una Polizia Femminile vennero portati a conoscenza degli italiani. Da essi (consultabili direttamente dal sito dell’archivio storico di quel quotidiano) e fino alla costituzione del Corpo ci si dilungò da un lato sulle funzioni innovative, ma dall’altro non si riuscì a ottenere risposta ad alcune perplessità tecniche e operative che già a livello progettuale erano state avanzate.
    Ovvio che un ramo di una nuova pianta, innestato su un’altra da parte di un botanico inesperto, ne provoca quantomeno il rigetto! Così avvenne sotto il profilo pratico alle nuove “pseudo-poliziotte”. Già la differenza di status (civile vs militare) la doveva dire lunga sulle inevitabili sperequazioni di trattamento….
    Circa i Caduti del Corpo della PolFemm, confermo: non ce ne fu nessuno. Confermo anche il suicidio della ragazza indicato da @Gianluigi, cui la stampa dette risalto il tempo di un amen…

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