La Polizia di Frontiera di Trieste – Amarcord

C’era una volta…..

Iniziano così tutte le favole che si rispettino. Ma questa non è una favola: è una storia vera. Una storia che si rispetta.
Voglio parlarvi del servizio di Polizia di Frontiera Terrestre che fino a poco tempo fa veniva effettuato sul confine orientale. In particolare vi voglio parlare della mia esperienza svolta a Trieste. Un’esperienza unica, irripetibile che ha contribuito in modo sostanziale a formarmi come Poliziotto. Ma soprattutto, che mi ha fatto capire esattamente il termine SACRIFICIO in tutte le sue sfaccettature.

C’era una volta…. un giovane agente ausiliario trattenuto che andò a Roma per frequentare il corso effettivi. Quattro mesi da favola in terra capitolina, al termine dei quali ci mandarono a casa, ufficialmente “in attesa delle destinazioni ministeriali”. Già verso la fine del corso ci fecero compilare un modulino (uno dei tanti…) in cui ci chiedevano di indicare tre preferenze di sedi di servizio e altrettanti Uffici, Reparti o Specialità cui ambivamo. Come ogni giovanotto dalle belle speranze, una delle mie prime indicazioni fu la Squadra Volante; le altre due manco le ricordo più…. Di sicuro però non indicai la Polizia di Frontiera: di essa conservavo un fugace e “freddoloso” ricordo quando con il 2° Celere di Padova fui aggregato al Brennero in un triste mese di febbraio mentre l’Austria si accingeva ad entrare in Europa. Devo essere sincero: non conservavo un bel ricordo di quella tipologia di servizio che avevo reputato noiosa e ripetitiva oltre che troppo specifica per le mie scarse conoscenze di normativa documentale sugli stranieri. Indicai tuttavia tra le tre città dove avrei voluto essere assegnato proprio Trieste, città meravigliosa che conoscevo già molto bene per alcuni miei trascorsi … sentimentali. E babbo Ministero, nella sua infinita lungimiranza, mi accontentò… a metà! Fui assegnato effettivamente a Trieste: mi dissero, alla “Stradale”…. Bello!!! Mi vedevo già con i “centauri” addosso!!! Salvo poi rettificare, per un errore di lettura: “Valico STRADALE di Rabuiese – Trieste”, fu la sentenza. Proprio tra le braccia di quella Polizia di Frontiera che avevo aborrito!!!
Il giovane neo-agente, dopo avere preparato il bagaglio, si mise in marcia per il Capoluogo giuliano. La sera prima aveva telefonato al Settore di Trieste per domandare lumi circa dove si trovassero con i loro uffici e aveva parlato con una collega gentilissima che gli aveva detto con il suo inconfondibile accento: “Non ti preoccupare, mulo, domani mattina quando stai per arrivare ci telefoni che ti mandiamo incontro una macchina! Benvenuto!” Mi sentii rincuorato da quelle parole gentili e, raggiunta Trieste, effettivamente trovai alla stazione una macchina “celestina” che mi accompagnò al Settore. Qui trovai altri due miei compagni di corso con i quali fummo presi in forza, previa la compilazione di una montagna (non scherzo….) di carte. Dopo un rapido passaggio al VECA per il ritiro della insostituibile e indispensabile giacca a vento imbottita (sapete, la bora….), via verso il Valico di Rabuiese!!

C’era una volta…. forse uno degli ultimi ambienti militari dopo il reparto Celere. Fui accolto e salutato rapidamente dal Comandante, l’ineffabile Dario, e dai suoi collaboratori (come non ricordare Mauro, sempre disponibile). L’esordio del grande Dario fu: “Siamo sotto natale, non penserai mica di domandare ferie, vero?” “Comandi, signornò!” fu la risposta del solerte pinguinazzo che, reduce dall’esperienza del Celere patavino, ben si ricordava cosa voleva dire essere l’ultima ruota del carro. “Bene – proseguì il Capo – perchè tanto neanche te le avremmo date. Da domani, periodo di affiancamento fuori turno per imparare il mestiere, poi vedremo…”
“A posto – pensai – guarda dove sono capitato…”. Pomeriggio lugubre dicembrino, fui accompagnato a Santa Barbara, distante 6 km dal valico, in una piccola ma accogliente casermetta in cui mi diedero il posto letto in una camerata da 4. Con me altri 3 colleghi di tutta Italia con cui si instaurò da subito un clima gioviale e goliardico. Di quella prima notte in caserma ricordo l’eccezionale partita a briscola con giro di grappa obbligatorio a fine mano….
La mattina dopo, cotto come un caco, 7-13 in affiancamento come controllore documenti uscita stato: il grande Maurizio S., coadiuvato dal preparatissimo Massimiliano P., mi prese sotto la sua ala e mi insegnò i principali trucchi del mestiere: l’uso del timbro, i controlli al terminale, cosa fare ma soprattutto cosa non fare; cosa dire ma soprattutto cosa non dire, specie con la Milicija slovena nostra dirimpettaia, con la quale i rapporti non erano spesso idilliaci….

C’era una volta…. mesi dopo… il neo-agente che aveva preso dimestichezza con un lavoro solo in apparenza monotono e ripetitivo. Ai controlli documentali al valico si alternavano le pattuglie lungo la linea confinaria, servizio che offriva quel pizzico di pepe ad una routine altrimenti sempre uguale. Imparai tanto, mi divertii pure: alla caccia ai clandestini e ai passeurs si alternavano incursioni nei casolari di campagna chiamati slavamente smiza (spero si scriva così…) in cui ospitali contadini ti rifocillavano con pane, prosciutto, salame, vino di casa…. tanto vino di casa…. a volte troppo vino di casa!!!
Oltre al valico grande di Rabuiese, c’era un servizio che veniva svolto a rotazione in un valichetto di seconda categoria, aperto solo in orario diurno per i cosiddetti frontalieri muniti di lasciapassare: il valico di Santa Barbara, a due passi misurati dalla caserma. Il bello di questo servizio – svolto da un Agente e da un Finanziere – era che di notte il tuo compito era quello di piantone della caserma, sicuramente più riposante che non la notte fatta dentro il gabbiotto giù al valico.
Una parola su questi gabbiotti. Chi non c’è stato, non può sapere. Non può neanche immaginarsi. Caldi da forno d’estate; ghiacciati e pieni di spifferi d’inverno. Una piccola stufetta elettrica per scaldarti e – solo verso la fine del mio periodo di servizio laggiù – dotati di climatizzatore che a volte era ancora peggio del caldo, specie quando dovevi andare dentro e fuori per il controllo di camion e pullman turistici…. Mai un minuto di distrazione, neanche di notte, perchè c’era LUI, il grande Carletto M., con le sue ispezioni improvvise e imprevedibili! Il piantone della caserma doveva fare le notti come un fagiano, con gli occhi spalancati perchè se Carletto ti trovava addormentato…..
D’inverno, la bora: raffiche che arrivavano a 130 km/h sferzavano i gabbiotti a tal punto che più di qualche volta abbiamo pensato che venissero sradicati. Arrivava la macchina da controllare e tu da dentro aprivi di pochi millimetri la finestrella per ritirare i documenti: tanto bastava per congelarti le ossa. In un’occasione mi capitò una folata di vento così forte che strappò dalle mie mani – e da quelle del povero automobilista – il passaporto: ve lo vedete l’Agente correre dietro a un documento impazzito per tutto il piazzale del valico?
D’estate, un caldo becco e code chilometriche di auto. E quando dico chilometriche, intendo proprio chilometriche: ti capitava di trovarti ad agosto con 4 corsie aperte in uscita stato, tra lo smog dei gas di scarico, senza neanche una mascherina, e con code che arrivavano facilmente ai 15 chilometri…. E non vi dico quando arrivava la macchina con gli occupanti non in regola con i documenti, magari provenienti da chillo bello paese ‘u sole, con centinaia di chilometri già macinati e che si vedevano “stoppati” proprio a due passi dal mare, costretti a tornare indietro……  La stessa cosa te la ritrovavi dopo circa un mese dall’altra parte, in entrata stato…..
Ma bisognava essere inappuntabili, come sosteneva Dario: perciò, berretto sempre in testa, anche con 40° all’ombra e uniforme sempre in ordine perchè “ricordatevi che siamo il primo biglietto da visita per uno straniero che viene in Italia”.

C’era una volta…. le ca**iate per i verbali CDS compilati a gogò da un neo-agente che aveva trovato un filone d’oro per la nostra amministrazione: libretti di circolazione ritirati per omesse revisioni in uscita stato; patenti di guida ritirate per mancata conversione nei termini stabiliti in entrata stato. “Ma noi non siamo della Stradale!!” si imbufaliva il Capo…. Salvo poi perdere l’aria da burbero e ammettere: “Però, mulo, ti son caparbio quasi come mì!” Finchè il controllo dei libretti di circolazione non dette ragione al neo-agente che beccò un carico di ruspe rubate che stavano per prendere il largo….

C’era una volta… il politico X che venne costretto a bollare il passaporto ordinario perchè non in regola. Un putiferio: tra i lei non sa chi sono io e i e chi se ne frega? passammo un paio d’ore davvero memorabili, con telefonate verticistiche cui il capo turno – sempre lui, Carletto – rispose con sarda fermezza: “Ministro o non ministro, se non bolla il passaporto questo non passa!”

C’era una volta…. un cinghiale di 140 chili che in una notte buia e tempestosa pensò bene di porre fine alla sua vita raminga sotto le ruote della squinternata Fiat Punto prima serie della pattuglia. Località: Draga Sant’Elia, un luogo dimenticato da Dio e dal piano regolatore, ma soprattutto dimenticato dalla Telecom perchè il cellulare non prendeva manco di striscio….. La radio, figurati! Perciò, via di corsa in statale in attesa del primo automobilista di passaggio che ci portasse al valico di Pesek a telefonare. Ma anche qui, l’ingegno tutto sardo del grande Carletto ci giunse in aiuto…. con un fuoristrada e un capace e affilato coltello con cui macellò la bestia facendone spezzatini, sugo e quant’altro per la gioia dei commensali accasermati!!

C’era una volta…. il rintraccio di 58 clandestini curdi alle 5 di mattina. Fermata la macchina alla vista dei primi cinque, saltarono fuori tutti gli altri da sotto un fosso dove si erano nascosti. Tra un po’ finiva a schioppettate quando la povera pattuglia si trovò accerchiata da questi figuri…. disperati. Ci dovettero venire in ausilio le volanti da Trieste e le altre pattuglie da Villa Opicina, Fernetti, Pesek. Il collega Marco B. con le mani tra i capelli: quella mattina avrebbe avuto la prova del vestito da matrimonio e l’appuntamento con il parrucchiere, nonchè gli ultimi indispensabili incontri preparativi per il suo matrimonio!! Tra identificazioni e fotosegnalamenti, si terminò di lavorare alle 19 del pomeriggio successivo, senza avere dormito e con un morso di panino sullo stomaco. Ma si lavorò tutti alacremente, chi in servizio e chi no. Senza una protesta, fianco a fianco da bravi fratelli.

C’era una volta… il servizio di cooperazione internazionale anti-clandestini con la polizia slovena. Un poliziotto dei nostri di là con loro; uno dei loro di qua con noi. Indennità di servizio estero, dai che fanno comodo ‘ste centomila al giorno in tasca!! Ma la notte, lungo gli strapiombi sulla costa slovena, a sparare in mare con il loro kalashnikov, che tanto un’occasione così quando ti ricapita?!…

C’era una volta…. la notte di un ultimo dell’anno, con la mega grigliata di carne e cevapcici fatta tra i due valichi con le due Polizie, con vino e grappa che andavano giù come l’acqua e con una temperatura moooolto ma mooolto sotto lo zero! A mezzanotte, il valico è stato bloccato per il brindisi che ha visto coinvolti gli automobilisti di passaggio che sono stati letteralmente “strappati” dalle loro auto, ai quali è stato cacciato un bicchiere di spumante in una mano e una fetta di panettone nell’altra, scambiandoci gli auguri come se ci fossimo conosciuti da sempre…. E quando ti ricapita un clima di così tanta giovialità?

C’era una volta….il viaggio di ritorno a casa appena smontato dalla notte, assieme ad altri 3 colleghi. Il “Club degli occhi rossi” lo avevamo battezzato. Ore 7:10, smontati; ore 7:20 già in autostrada alla volta di casa, per non sprecare neanche un minuto, neanche un secondo dello smontante-riposo da trascorrere con amici, familiari, morosa, amante…. Dio solo sa quanti denari mi sono costati quei viaggi tra benzina, autostrada, tagliandi alla macchina…. Quasi 180mila chilometri macinati senza sosta negli anni in cui rimasi lì….

C’era una volta…. l’attesa per il trasferimento a casa. Dopo il quarto anno, ogni momento poteva essere buono; ogni fax in arrivo, quello giusto. E se la vivi così, davvero non ti passa più: i giorni diventano settimane, le settimane mesi, i mesi anni. Ma quando finalmente quel fax arrivò, dopo una memorabile cena con annessa sbronza in un localino appena oltre confine, subentrò un senso di profonda malinconia, lo stesso che ti assale ogniqualvolta si chiude un periodo della tua vita e se ne apre un altro. Ero stato destinato alla questura della mia città, mi si profilava il tanto agognato ingresso  in volante ma…. cos’era quella tristezza che ti attanagliava al momento della consegna materiale al Settore, al momento della stretta di mano profonda, sincera, cordiale con il Comandante Dario? Cos’era quella lacrimuccia che velocemente hai ricacciato indietro quando per l’ultima volta hai dato un giro di chiave alla caserma di Santa Barbara che per quasi cinque anni era diventata la tua casa, con il posto letto addobbato con poster, gagliardetti, foto e calendari e di cui ora non restava che un materasso arrotolato in attesa del prossimo occupante? Eppure, quante bestemmie per tutti i disagi che quel posto ti ha propinato, per le magre soddisfazioni che ti dovevi andare a cercare col lumicino perchè sennò non te le dava nessuno, per le ferie negate e fatte fare quando volevano gli altri, mai quando volevi tu!

C’era una volta…. oggi. Mi dicono che del valico non è rimasto niente, manco una pietra: solo il cippo di confine che nessuno guarda più. Mi dicono di un immenso piazzale in cui tutte le strutture sono state rase al suolo, come se fosse alla fine passato quell’Attila con i suoi Unni che tante volte avevamo invocato contro quel posto mentre facevo servizio laggiù. Domenica scorsa sono tornato a Trieste, un giretto con la famiglia in una città stupenda. Ma non ho avuto il coraggio di salire lassù: so che avrei pianto per quella desolazione, per un posto che oggi non c’è più…

Di questo ho voluto oggi dare testimonianza. Per chi ci è stato; per chi non ci è stato; per chi – neo assunto – entrerà nella nostra Famiglia ma non potrà mai sapere cosa è stata la Polizia di Frontiera Terrestre sul confine orientale. Soprattutto al Valico di Rabuiese!!!!

Gianmarco Calore – poliziotto

 

 

 

 

La storia in sessant’anni: nella prima foto, uno dei primi valichi provvisori al confine italo-jugoslavo nel 1949. Si dovrà attendere il 1954 perchè tali confini diventino definitivi. Nella seconda foto, lo smantellamento del posto di polizia di frontiera del valico di Rabuiese avvenuto nel 2008.

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