La guardia “Nessuno”

LA GUARDIA NESSUNO

di Lorenzo Della Frattina

 

Io sono la guardia nessuno.
Ho avuto certo un nome – anche un cognome– nella mia breve vita.
Non ho un nome,ora,in questa forra che strapiomba nelle viscere carsiche, dove il tempo mi ha trasformato lentamente polvere nella polvere.
Non importa da dove io sia venuto, : il Nord, il Sud, le frontiere sono state create dall’uomo ed io, come uomo, avevo fatto la scelta di vita di pormi al servizio degli altri, conoscendo il sapore del pane dello Stato. A vent’anni e poco più avevo creduto in un ideale, l’avevo fatto proprio, fino a giungere in questa parte di terra lungo le coste Adriatiche, rose dalla calura estiva e sferzate dal gelido vento salmastro nei lunghi interminabili corti giorni d’inverno.
Fratello tra i fratelli non avevo  mai fatto  male a nessuno nel mio incedere quotidiano.
Ho conosciuto il male, quando – una mattina mi sono svegliato – e la caserma era un girone dantesco. Quei fratelli non lo erano più, le loro voci suonavano lugubri tra rumori di catene e bastoni. Negli occhi del mio maresciallo vidi il terrore e lo vidi in quei compagni di giubba stipati a
forza su di un camioncino per un viaggio senza ritorno. Mi condussero fuori, nella pubblica via, con una guardia giunta da poco, di cui non posso ricordare nulla . Bastoni, calci, pugni, finchè caddi riverso sul selciato . Poi, mi presero, e mi immersero su e giù come un pupazzo nelle acque di una fontana. Riaprii gli occhi e vidi la mia prima croce. Le altre, no, non le racconto perché le ho dimenticate ed ho perdonato l’oscurità di cantine,d i colpi inferti nel buio mentre la mente si fa cupa.
Avevo avuto una ragazza; pregavo non mi vedesse in quelle condizioni. Come Iddio volle non ci vedemmo più durante la mia breve, ma intensa “via crucis”.
Ed arrivò, in quella tarda  primavera, la salita al Golgota, sotto il sole del mezzodì fisso allo zenith, nell’aria stranamente rovente dove anche le cicale avevano smesso il frinire dalle piante a bordo della piccola strada campestre che lenta inerpicava sino ad una piccola radura.
Ogni passo una gragnuola di colpi che arrossavano di sangue quella giubba cui avevo giurato fedeltà. Mi legarono ad un ferroviere che avevo conosciuto di vista durante la scorta ad un convoglio. Forse tremava come tremavo io, quando ci  misero sull’orlo della forra.

I colpi furono tuoni e lampi, mentre il cielo divenne cupo e si chiuse–come avrebbe scritto Edgar Lee Master –mentre  precipitavo giù,giù, nel buio ruggente. Non avevo più nome, nulla, ma avevo intatta la fede al giuramento dato, una fede che nessuno avrebbe mai cancellato.

 

 

 

Per la redazione Polizianellastoria: Lorenzo Della Frattina

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