La faccia nera della luna

LA FACCIA NERA DELLA LUNA
– di Gianmarco Calore –

Verona, 21 febbraio 2005.
Una delle tante notti in volante: la provincia scaligera è battuta da una noiosa pioggia invernale mista a qualche fiocco di neve. Una di quelle notti che i “volantini” vorrebbero fosse già finita ancora prima di cominciarla. Una di quelle notti in cui uscire dal tepore dell’abitacolo della Marea è il peggior supplizio che ti possa capitare. Una di quelle notti che ti auguri di trascorrere in questura, magari a vigilare qualche fermato.

Una di quelle notti dove capita anche di morire.

Giuseppe Cimarrusti e Davide Turazza sono due giovani e dinamici agenti della Sezione Volanti veronese. Quella notte iniziano il turno come volante “Trento”: dai, è andata bene, è capitata una zona abbastanza tranquilla, fatta di capannoni di una zona industriale, un tratto della tangenziale e il centro abitato di borgo Trento, appunto. In macchina, l’atmosfera rilassata ma vigile di sempre. I discorsi, quelli di sempre, magari lasciati in sospeso dalla mattina precedente. Giuseppe parla dei suoi sogni, del suo desiderio di rientrare nella sua terra, la Puglia; l’amore della sua vita che lo ha raggiunto qui al nord….

Ma quella notte a Verona c’è anche un pazzo. Uno di quelli lucidi, con tanto di porto d’armi per investigatore privato. Uno che se incontri per strada non lo noti nemmeno: faccia da bravo ragazzo, persino distinto, con quegli occhialetti da intellettuale e la fronte un po’ stempiata; faccia anche simpatica, pacioccone, da bonario. Quella sera va a cena a casa del fratello: una cena come tante, in famiglia, in allegria. Una bottiglia di ottimo Amarone stappata e spillata a puntino e che scalda gli animi dei commensali. Risate. Battute.

Poi, all’improvviso quest’uomo scompare dietro la faccia della Luna, dove non arriva mai alcun raggio di luce. E’ come l'”Apollo 13″, vi ricordate? Erano i primi lanci verso il nostro satellite, qualcosa andò storto, la Terra perse i contatti con la navicella che scomparve dietro di esso. Tutti si aspettavano di vedere comparire dall’altra parte un’astronave che portava un carico di morti. E invece quella volta tutto andò bene. Ma l’uomo della nostra storia non riemergerà più dalla faccia nera della Luna. Si alza improvvisamente da tavola: “Devo andare – dice – ho un appuntamento”. Il fratello non ci fa caso, una delle tante stranezze di un giovanotto da tutti definito un po’ strambo, ma fondamentalmente buono… Sanno che lavoro fa, magari effettivamente deve andare a sorvegliare qualcosa. Si salutano. L’uomo sale a bordo della sua vecchia Panda rossa e prende direzione per Brescia.

La zona della volante “Trento”.

Poco fuori Verona il pazzo abborda una prostituta, una ragazza ucraina venuta in Italia piena di belle speranze e invece finita lungo una statale ad ingrassare le sordide casse del suo sfruttatore. La ragazza non fa tante storie quando quel giovanotto dalla faccia pacioccona e simpatica le chiede di salire in macchina. Non fa tante storie, anche perchè il freddo è davvero atroce e tutto va bene pur di sottrarsi ad esso qualche minuto. I due si dirigono in un piazzale di un capannone a pochi chilometri da Verona. Ma anzichè i soldi per la prestazione, il giovanotto dalla faccia pacioccona e simpatica estrae una Glock calibro 40 e spara.

La Glock calibro 40 è un arnese grosso, che a brevi distanze fa cose grosse, spiacevoli. Soprattutto se viene caricato con cartucce espansive, di quelle che quando ti colpiscono ti fanno un foro di uscita che ci puoi installare un condizionatore….

La volante “Trento” arriva in quel maledetto piazzale con fatale tempismo. Non si sa se attirata dagli spari o perchè i ragazzi avevano notato questa Panda rossa con gli sportelli aperti. Le tecniche operative vengono applicate al meglio. La Marea si avvicina con i fari di crociera accesi, fermandosi ad una certa distanza non appena notano una ragazza riversa a terra, mezza dentro e mezza fuori dalla macchina. Davide chiede alla sala operativa l’invio di un’ambulanza segnalando quanto sta vedendo. Poi scende dalla volante, cerca un riparo per avvicinarsi in sicurezza mentre Giuseppe gli offre copertura.

Ma stavolta la faccia nera della Luna è qui sulla Terra, rappresentata dal lato non illuminato della Panda rossa dietro cui si nasconde un demonio. Che sbuca fuori come un pupazzo a molla da una scatola e fa fuoco. Gli eroi rispondono rapidi e precisi. Ma i nostri proiettili, buoni solo a piantare tasselli sui muri e ad uccidere qualche innocente, magari per l’ennesimo rimbalzo, pur centrando per ben 8 volte il bersaglio lo lasciano ancora in piedi, in grado di continuare a sparare, incurante delle ferite che gli hanno inferto.

I suoi cal. 40 invece, bestie in grado di spostare con il loro impatto anche un toro, non lasciano scampo ai ragazzi. Davide cade subito; Giuseppe, riparato dalla protezione balistica della Marea, riesce a dare l’allarme. Ma anche lui è ferito: un colpo si è infilato bastardamente tra il parabrezza blindato e il montante della macchina, passando come burro la guarnizione di gomma e colpendolo alla spalla. Lo shock da impatto di questi proiettili è tale da creare una devastazione che non gli lascia scampo: i colleghi, arrivati in pochi secondi, lo troveranno riverso nell’abitacolo della volante, il microfono della radio ancora serrato in una mano, la Beretta d’ordinanza nell’altra.

Anche il pazzo muore, magra consolazione per i giustizialisti di turno. Sul terreno restano quattro morti inutili come inutile è ogni vittima di conflitto a fuoco. Perchè non c’è motivo razionale al mondo che giustifichi lo scempio di Verona, se non il mondo parallelo della pazzia di un uomo che si nasconde nella faccia nera della sua Luna.

Il destino beffardo gioca il più atroce degli scherzi ad una famiglia già provata dalla perdita di un loro caro. Sì, perchè Davide Turazza è il fratello di un altro giovane Agente della questura scaligera caduto in un conflitto a fuoco. Massimiliano Turazza era stato abbattuto undici anni prima da un “commando” di rapinatori che si era dato appuntamento per lo scambio di un borsone zeppo di armi. Anche in quel caso, Massimiliano, che stava rientrando a casa libero dal servizio, era giunto sul posto con fatale tempismo. Lo stesso del fratello.

Cosa vuoi dire ad una madre che si trova a rivivere lo stesso incubo dopo 11 anni? Come le vuoi spiegare che ha due figli sepolti per la stupidità del genere umano? Quali parole trovi tu, Capo della Polizia, Questore, Collega, semplice cittadino per consolare una donna che si vede azzerata la propria famiglia?

Poi, le immagini crude dei telegiornali. Volanti di traverso in mezzo ad una strada bagnata; nastri bianchi e rossi a delimitare la “scena del crimine” entro cui si muovono figuri vestiti con tute bianche, come astronauti; le solite parole di giornalisti che devono fare il “pezzo”, sennò non portano a casa la pagnotta. Ma gli occhi dei Colleghi, quelli non mentono mai. Quelli sono veri come il dolore che solo chi porta una Giacca Blu ogni giorno, ogni notte riesce a sperimentare in tutta la sua interezza.

Questa è stata la notte del 21 febbraio 2005 a Verona.

Ricordiamocene sempre, senza paura di asciugarci una lacrima che scende ogni volta che ci troviamo a vedere le foto di due Angeli in Blu che ci hanno lasciati.

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