La corsa degli Apaches

LA CORSA DEGLI APACHES
(la battaglia di Genova – 4 settembre 1912)
di Fabrizio Gregorutti

Genova, 4 settembre 1912

E’ una bella sera di fine estate, con le coppie della buona società che passeggiano in centro ed affollano i caffè di via XX Settembre e piazza De Ferrari,  e i popolani che ritornano dal lavoro ne approfittano per “tagliare” per il centro e rifarsi gli occhi ammirando le vetrine dei negozi e i bei vestiti dei “signori” a passeggio. Alcuni emigranti che partiranno l’indomani per le Americhe bivaccano davanti alla Stazione Brignole accanto ai loro poveri averi, cercando faticosamente di mandare giù un boccone mentre si riempiono gli occhi con l’ultimo pezzo d’Italia che vedranno per anni, forse per sempre.

Le pattuglie di agenti, carabinieri e guardie municipali perlustrano discretamente Piazza De Ferrari e le strade vicine. A parte l’ovvia sorveglianza del “salotto buono” di Genova da qualche mese in città stanno avvenendo delle rapine molto violente. A marzo, ad esempio, in Salita San Rocco, un giovane cambiavalute è stato assassinato e rapinato di ventimila lire in oro. Gli assassini, non contenti, hanno ferito gravemente una ragazza di 18 anni che coraggiosamente ha cercato di fermarli. Poco dopo un secondo omicidio, di un impiegato. Sono fatti che hanno sconvolto tutta la città ed è quindi naturale che le Forze dell’Ordine stiano con gli occhi ben aperti.
Ma stasera è una bella serata, con un vento sottile che porta il profumo del mare e che ti invoglia ad uscire di casa, magari girando Genova con i tram che con pochi centesimi ti permettono di godertela con tutta calma.
Forse anche i due uomini che salgono sul tram numero 243 diretto al Lido d’Albaro vogliono godersi la serata. Almeno così pensa il bigliettaio Francesco Carosio quando li vede salire sul mezzo. Carosio smette di chiacchierare con il conducente e si avvicina ai tre uomini, tre giovani elegantemente vestiti. “Buonasera – li saluta facendo un cenno alla visiera del cappello ed estraendo il blocchetto dei biglietti – lorsignori dove devono andare?”. I tre si guardano e ridacchiano “Lido d’Albaro” risponde uno di loro con uno spiccato accento straniero. Francese. Carosio stacca tre biglietti e li porge agli elegantoni dicendo il prezzo ed è allora che uno di loro scoppia a ridere “Ah, noi non ti paghiamo!”.
Il bigliettaio alza gli occhi al cielo. Ecco qua, era stata una serata così tranquilla ed adesso arrivano questi rompiscatole a rovinarla. Carosio dà fondo a tutta la sua santa pazienza e con calma spiega ai passeggeri che o pagano o sarà costretto a chiamare le guardie…
Non ha nemmeno finito di dirlo che i tre elegantoni scattano in piedi ed esclamando “Troppo tardi!” balzano giù dal tram ancora in corsa.
Francesco Carosio rimane interdetto per un solo attimo poi si incavola.
“Eh, no! Figurati se mi faccio prendere per i fondelli da ‘sti malnati!” urla al conduttore del tram “Vittorio! ferma! Ferma! ” poi salta giù pure lui. Con tutte le guardie ed i carabinieri che girano in centro riuscirà certo a bloccare questi furbacchioni. Fossero i primi !

Inizia a inseguirli lungo la Crosa dell’Edera, quella che oggi è Via Fiume. E’ quasi vicino, ora li agguanterà e… e uno degli uomini si ferma di colpo e con calma assoluta si gira verso di lui puntandogli contro la più grossa pistola che questi abbia mai visto e spara due colpi che lo raggiungono in pieno petto facendolo crollare sul selciato della strada.

Sulla Crosa dell’Edera esplode il panico. La gente inizia a fuggire, cercando scampo nei locali aperti o negli androni dei palazzi, mentre richiamati dagli spari accorrono le pattuglie a piedi di polizia, carabinieri e vigili urbani. Una delle pattuglie appartiene alla squadra mobile della questura di Genova e ne fa parte la guardia scelta Giuseppe Mammola, un poliziotto di prim’ordine che si è fatto le ossa combattendo la criminalità genovese. Anche lui, insieme ai colleghi di pattuglia, agenti Francesco Solinas e Giorgio Di Matteo, ed a due carabinieri, Rinaldo Bedini e Giuseppe Alberghini si lancia all’inseguimento dei tre assassini impugnando la rivoltella ed urla alla gente che affolla la Crosa dell’Edera “Al riparo! Al riparo, perdio!”.

Uno dei tre balordi si separa sui complici e si butta in una laterale facendo perdere le sue tracce mentre gli altri due continuano a fuggire verso la Stazione Brignole, incalzati dagli agenti.

Mammola, come tutti gli agenti delle varie forze dell’ordine presenti in centro, non ha il tempo di chiedersi chi siano quei tre bastardi cui stanno correndo dietro. Forse dovrebbero farlo.

Sono “apaches”, il pittoresco soprannome dei balordi di prima della Grande Guerra, e quelli che ora stanno attraversando Genova scatenando il terrore sono farabutti provenienti dai ghetti urbani di Marsiglia e Parigi. Ladri, rapinatori e papponi. Da poco hanno mandato a Buenos Aires le loro fidanzate (vabbè, chiamiamole così) e prima di raggiungerle cercano di guadagnarsi un bel gruzzoletto nel modo che conoscono meglio: con la pistola in pugno caricate con micidiali cartucce Lebel, capaci di causare danni terribili nell’impatto contro un essere umano.

Uno degli apaches, l’uomo che ha ferito mortalmente il bigliettaio Francesco Carosio con la sua Browning 1900 calibro 7,65  ed ora sta correndo verso i giardini di Piazza Giuseppe Verdi insieme al complice, è ricercato in Francia perché deve scontare cinque anni di galera per una serie di reati minori, mentre il secondo apache che ora sta estraendo una grossa Mauser calibro 7,63 dalla borsa che porta a tracolla è molto peggio. Prima di raggiungere l’Italia si è goduto un po’ di galere della Douce France, tra cui un bel soggiorno nei terrificanti bagni penali della Guyana Francese da cui è uscito arruolandosi volontari nei Bataillons d’Infanterie Légère d’Afrique, chiamati sarcasticamente “les  Joyeux” (gli “allegri”), un reparto militare che raccoglie per la maggior parte i pregiudicati delle prigioni della Republique che vi entrano volontari per andare a combattere in Africa in cambio della grazia e la cui disciplina è così spietata che al confronto la brutale Legione Straniera dell’inizio ‘900 è un’ associazione di boy scouts. Ma nemmeno lì è durato molto, di certo non ha la vocazione per farsi ammazzare per la grandezza della Francia coloniale. Ha disertato per raggiungere l’Italia e darsi a quello che sa fare meglio, il criminale. Ora, con decine di sbirri alle calcagna sa che se venisse catturato dopo la galera italiana per lui ci sarebbe solo l’estradizione e una ghigliottina francese.

E’ lui ora il primo ad entrare nei giardini pubblici di Piazza Verdi, seguito dal complice che vuota il caricatore della Browning contro gli agenti ed i carabinieri che hanno alle calcagna. I proiettili però colpiscono, ferendole, due ragazze che stanno ritornando a casa dopo il lavoro in fabbrica. Una terza ragazza che sta camminando insieme a loro si salva perché le pallottole la colpiscono sui bottoni metallici del suo vestito. Due brutte contusioni, ma ringraziando il Cielo nulla di più.

Ma nei giardini di piazza Verdi ora sta entrando una pattuglia di guardie municipali, composta dal vicebrigadiere Basso e dalle guardie Balbi e  Casazza. Sono tre uomini coraggiosi. Nonostante l’unico ad essere armato di pistola (probabilmente un vecchio catenaccio Chamelot Devigne modello 1874) sia la guardia Balbi ed il sottufficiale e la guardia Casazza siano provvisti solo dei bastoni di servizio accorrono immediatamente nella direzione da dove sentono provenire gli spari. Vi arrivano in tempo per vedere i due apaches che fuggono in direzione della Brignole, sparando contro gli agenti ed i carabinieri.

Anche i vigili si uniscono all’inseguimento e rispondono al fuoco dei due apaches, che sparano all’impazzata. Il vicebrigadiere Basso vede provenire dalla Stazione Brignole una pattuglia di due agenti di polizia in uniforme della Brigata Ferrovia. Uno di loro è la guardia di città Luigi Creto, un ragazzone romano con un paio d’anni di servizio e che ora sta cercando di tagliare la strada ai due apaches. Basso gli urla “Armati o sei morto!” ma il giovane poliziotto non sente l’avviso del sottufficiale.

Vede i due apaches gettarsi al riparo di un muretto accanto alla stazione. Forse pensa che ormai si stiano per arrendere. Purtroppo non è così, i due stanno ricaricando le pistole.
Estraggono i caricatori usati, ne prendono altri due dal borsello, li inseriscono, caricano l’arma e la puntano contro la divisa più vicina. L’agente Creto non ha scampo. Viene abbattuto prima ancora che riesca ad estrarre la rivoltella. Muore davanti ad uno dei cancelli della Stazione Brignole, pochi passi avanti al suo collega di pattuglia, l’agente Leonardo Piretta, che riesce solo ad urlare il nome dell’ amico prima di essere costretto a gettarsi a terra quando sente due pallottole fischiargli appena sopra la testa.

La fuga riprende. Il vigile Balbi si è beccato un proiettile nella coscia e sta perdendo molto sangue. “Non ce la faccio più!” urla disperato e furente “Sono ferito!” grida prima di accasciarsi sul marciapiede mentre i due apaches si allontanano costeggiando la stazione.

Il carabiniere Bedini della Stazione San Fruttuoso e che ha partecipato all’inseguimento sin dal primo istante cade sul selciato, gravemente ferito.

L’agente Solinas viene scaraventato a terra dall’impatto di una pallottola che lo investe all’altezza del cuore. Si salva  per miracolo: il proiettile 7,63 si è schiantato contro le monete del borsellino in cuoio che il poliziotto porta sotto la giacca.

L’agente Di Matteo crolla al suolo, anche lui gravemente ferito.

Ora i due apaches si sentono vittoriosi. La schiera degli inseguitori si sta assottigliando. Sono esausti anche loro dalla corsa e dalla battaglia, ma sanno che basteranno pochi minuti e potranno scomparire nei carrugi di Genova. Basta far fuori un altro pò di sbirri…
Entrano in via Gropallo e qui l’apache con la Mauser apre il fuoco contro l’inseguitore più vicino, il carabiniere Alberghini colpendolo alla spalla sinistra. Il militare crolla sul selciato della strada urlando di dolore ma riesce a rialzarsi a fatica, imprecando e bestemmiando come un turco, mentre l’agente Mammola e l’agente Piretta incalzano i due apaches. Il più vicino è Mammola che punta il proprio revolver contro i due apaches. “Fermi!” intima. Ma l’uomo con la Mauser spara per primo.

L’agente Piretta e il carabiniere Alberghini vedono la guardia scelta Mammola cadere all’indietro senza un solo grido poi l’apache cerca di fare fuoco contro gli altri due uomini delle forze dell’ordine. Non ci riesce: i due uomini in uniforme sparano contemporaneamente e l’apache viene colpito. L’uomo barcolla sotto l’impatto del proiettile che gli squarcia la gola quindi si accascia al suolo.

Il complice grida “Henri!” e spara due colpi alla cieca nella strada prima di continuare la fuga ma ora un nuovo gruppo di uomini delle forze di polizia riprende l’inseguimento.

L’apache superstite ora non ha scampo. Viene arrestato pochi minuti dopo in via Marcello Durazzo dalla guardia scelta Gavino Chessa e dal vigile Domenico Vassia. L’uomo è stato ferito al ginocchio da uno dei proiettili, forse esploso dal carabiniere Alberghini, ma nonostante ciò oppone ancora un’accanita resistenza prima di essere arrestato.

Ora Genova esce dalla paura. Le strade riprendono a vivere. La gente ancora spaventata esce dalle proprie abitazioni commentando quanto è appena accaduto. “E io ho visto questo” “ed io quest’altro!”.
Arrivano le autolettighe a cavalli che raccolgono i feriti ed i morenti. Ufficiali dei carabinieri e funzionari di Polizia arrivano dai comandi e dalla questura e prendono in mano la situazione “Procediamo noi!” “No, noi!” “Chiamo il procuratore del re!” “Io sua eccellenza il prefetto!”.

La corsa degli apaches è terminata.

Rimane soltanto la preparazione dei grandiosi funerali di Stato delle tre vittime, con il relativo diluvio di retorica da parte delle autorità, ancora oggi tipico per queste occasioni.
Chissà se gli agenti, i carabinieri ed i vigili che avevano inseguito gli apaches in quella terribile sera d’estate a Genova, che avevano rischiato la vita, che avevano sofferto, che avevano sparato, che avevano ucciso, apprezzarono i discorsi roboanti dei pezzi grossi sul palco.

Forse no.

Nota storica.
Al processo per la strage del 4 Settembre 1912 e l’omicidio del cambiavalute avvenuto in marzo l’apache superstite cercò di scaricare la colpa di tutto  sul complice rimasto ucciso. Inutilmente.
Il Tribunale di Genova lo condannò a trent’anni di carcere.
Il terzo apache venne arrestato un anno dopo ad Aosta. Non essendo stato coinvolto che marginalmente nella folle fuga dei complici attraverso Genova, scontò molto poco in carcere. Considerando che l’uomo era ricercato dalla Giustizia francese per essere evaso dalla colonia penale della Guyana, credo che Parigi abbia gradito moltissimo riaverlo indietro.

 

Fonti principali “Secolo XIX”, “Stampa” del 5-6-9-13 settembre 1912, “Stampa” del 5 agosto 1913; “Stampa” del 22-27-28 Gennaio e 3-6 febbraio 1915

Per la redazione:

Fabrizio Gregorutti

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