La battaglia di Valle Giulia (1 marzo 1968)

LA BATTAGLIA DI VALLE GIULIA
Roma, 1 marzo 1968
 – di Gianmarco Calore –
   Sono trascorsi tanti anni da quel famoso 1° marzo 1968, una data che molti ricorderanno associata ad un nome di un quartiere capitolino: Valle Giulia. Quel giorno molte cose cambiarono nei rapporti tra lo Stato e i suoi cittadini: si ruppero equilibri che si credevano consolidati, si sradicarono convinzioni e stili di vita che sembravano gli unici possibili. Da parecchi storici quella data venne descritta come una “folata di vento gagliardo e frizzante” che spazzò le strade del nostro Paese da tanto tradizionalismo e da altrettanto immobilismo.


E’ stato scritto molto su quei giorni: storici, giornalisti, sociologi e chiunque avesse una penna in mano e un po’ di sale in zucca hanno detto la loro. Opinioni a volte condivisibili, altre volte sicuramente criticabili, in qualche caso addirittura demenziali. La politica si confuse con il costume, l’arroganza venne assunta a stile di vita spaventando chi ormai credeva in una società le cui gerarchie erano assunte e dogma inconfutabile. Nacque quel movimento di popolo che oggi chiamiamo “il Sessantotto”.
I segnali di una svolta epocale c’erano già stati tutti, con quel periodo di irridente contestazione che i nostri “cugini” di Oltralpe avevano posto in essere per le strade e che è passato alla storia come “Maggio francese”. Per le strade di Francia, in un turbinio di colori e di suoni, si videro sfilare giovani studenti che attuarono manifestazioni di protesta mai viste prima contro l’immobilismo di un apparato statale conservatore e mentalmente chiuso alle innovazioni culturali e sociali che avanzavano dagli altri Paesi. Già in Gran Bretagna i Beatles avevano infiammato il pubblico con una musica diversa, irriverente, sfacciata, per molti frutto del demonio piuttosto che di menti ottenebrate da alcool e stupefacenti; negli Stati Uniti un uomo di nome Elvis Presley aveva fatto lo stesso ed era stato assunto come idolo consolidato da parte di milioni di giovani in tutto il mondo.
In Francia ciò che venne benevolmente considerato un fugace fenomeno di costume assunse in realtà proporzioni madornali, come una valanga che sia stata generata dal rotolio di una palla di neve. E con le contestazioni arrivarono anche violenze e disordini.
Ma da noi com’erano quegli anni? La fine degli Anni ’60 fu un periodo di formidabili spinte contrastanti. Le nuove generazioni, culturalmente più evolute dei loro padri, iniziarono a mettere in discussione i principali dogmi educativi imposti fino ad allora da una società descritta come perbenista e immobilista. L’abbigliamento dei ragazzi iniziò a cambiare, mandando in soffitta giacche, cravatte e colletti inamidati; le discussioni sulle principali libertà rivendicate dai giovani furono sempre più frequenti sotto i tetti di tutte le famiglie, con i genitori culturalmente e socialmente impreparati a dare risposte logiche ai propri figli; si fece strada un sempre più prorompente libertà sessuale, in un’epoca di “parrucconi” in cui il Cattolicesimo dettava regole ferree e risolute. Nelle scuole, ma soprattutto nelle università, si iniziò a mettere in discussione l’operato dei docenti, i loro metodi di insegnamento e di valutazione ritenuti obsoleti; iniziarono i primi fenomeni di boicottaggio delle lezioni. Insomma, il vento gagliardo e frizzante valicò le Alpi e iniziò a soffiare anche da noi, dapprima come brezza sottile che si ingrossò ben presto a tempesta.
Lo Stato italiano non capì cosa stesse succedendo. O, se lo capì, lo fece quando ormai era troppo tardi. A livello politico ci si ostinò a credere che questo “fuoco di paglia” giovanile avrebbe ben presto esaurito i suoi effetti e che tutto sarebbe poi rientrato nella normalità. In fin dei conti, c’erano state negli anni passati ben più aspre forme di protesta in altri settori del vivere sociale: proteste che erano state subito represse senza andarci troppo per il sottile. Del resto, la dicotomia esistente tra lo Stato e i suoi Cittadini aveva raggiunto in quel periodo il suo massimo storico: era impensabile che manifestazioni di piazza potessero mettere in crisi un sistema ritenuto il migliore possibile. Io penso però che in realtà lo Stato temesse queste effervescenze sociali perché – non capendole – nemmeno era in grado di rispondervi adeguatamente. E l’unico sistema sicuro collaudato fino ad allora nelle nostre piazze era la repressione forte e decisa.
Quel 1968 si era aperto con forti tensioni sociali che avevano trovato terreno fertile proprio nelle aule di liceo e negli atenei universitari in cui si stavano formando le nuove leve, futuri imprenditori, giudici, medici, professionisti. Ma anche operai e manovali ai quali andava ormai stretta ogni forma di vessazione attuata dai “padroni”, in barba ad ogni accordo sindacale. Un mix esplosivo che verrà sottovalutato con effetti devastanti quando in esso si incunearono i “cattivi maestri” che con le loro teorie assassine gettarono il seme del terrorismo eversivo.
Roma, mattina del 1° marzo 1968. La Polizia fronteggia i manifestanti: siamo all’inizio della giornata destinata a passare alla storia
   A Roma – così come nelle principali università italiane – la Polizia era già intervenuta per sgomberare le prime forme di occupazione e di autogestione che all’epoca non consistevano altro che in fermi tentativi di instaurare un dialogo con i docenti, sostituendosi ad essi quando tali tentativi fallivano miseramente. C’erano già state forme di violenza urbana, quando i più estremisti facevano degenerare una manifestazione in scontri con le Forze dell’Ordine, primo e più logico bersaglio delle proteste più veementi. Ma tutte queste manifestazioni si erano risolte con qualche “carosello” della Celere, qualche legnata sul groppone, al massimo qualche arresto per resistenza. I ragazzi in “grigioverde” si trovavano di fronte altri ragazzi in eskimo tanto bravi a gridare slogan quanto conigli nell’affrontare la Forza pubblica: e tutto si risolveva così, con una Forza dello Stato organizzata che disperdeva facilmente una forza di protesta disarticolata e ancora tutto sommato impaurita.
Quel 1° marzo 1968 cambiò tutto. Già da diversi giorni il quartiere romano di Valle Giulia era costantemente presidiato da Polizia e Carabinieri che avvertivano una tensione costante tra gli studenti, come quando senti l’odore della pioggia prima dell’arrivo di un temporale. Valle Giulia è una zona in cui erano state instaurate le sedi di importanti atenei e urbanisticamente appariva come un giusto e proporzionato connubio tra il cemento delle strutture e il verde di un bel parco, ove erano stati piantati grossi pini marittimi e piante di agrifoglio e in cui faceva il suo bell’apparire un prato di erbetta all’inglese che digradava in continue collinette separando la strada principale dalle strutture universitarie: una sorta di “campus” dove nelle belle giornate di sole non era difficile vedere qualche coppia di audaci morosetti scambiarsi tenere effusioni con i libri sottobraccio e tanti studenti stesi all’ombra a ripassare il testo per il prossimo esame. Quel giorno tuttavia non accadde nulla di ciò.
Il continuo sottovalutare un fenomeno che non era più di semplice costume, ma che aveva intaccato nel profondo le radici della società italiana fece sì che nessuno si accorse della progressiva organizzazione logistica e paramilitare che si erano dati i ragazzi, facendo tesoro dei “caroselli” e delle tecniche di intervento dei loro nemici, chiamati con disprezzo “guardie”. A tavolino gli studenti – abbagliati da personalità distorte che faranno parlare di sé di lì a pochi anni, un nome su tutti quello di Mario Capanna – pianificarono schemi di battaglia sempre più audaci perché nessun giovane – questo era lo scopo – doveva più scappare di fronte alla Polizia.
Iniziano gli scontri: le prime cariche del reparto Celere vengono da subito contrastate dai manifestanti
   La mattina del 1° marzo 1968 nella piazza ovale antistante l’università sono schierate alcune jeep della Celere. C’è un’aria strana, pochi studenti in giro nonostante l’orario delle lezioni sia alle porte. I Poliziotti notano un continuo andirivieni di ragazzetti che fingono di bighellonare tra i prati del campus: vanno avanti, tornano indietro, compaiono, scompaiono…. E soprattutto ti guardano: non si capisce con che intenzioni ma quando tu, agente in divisa, cerchi di sostenere il loro sguardo, questi non lo abbassano. Anzi, sui loro volti compare una smorfia di scherno inconcepibile se rivolta ad un tutore dell’ordine. C’è nervosismo anche tra la truppa: i vice brigadieri tengono a freno i loro uomini attendendo disposizioni dal Maresciallo e dal Funzionario responsabile del servizio. Stranamente compaiono anche uomini in borghese, che subito riconosci come colleghi per il loro anacronistico impermeabile lungo che – nonostante il tepore della giornata – è rigorosamente chiuso e col bavero tirato su.
“Polizia politica? Perché?”. Non fare domande, celerino. Tu sei lì per obbedire agli ordini, non per capire la realtà che ti circonda. Non ti accorgi che nel frattempo stai torturando la cinghia del tuo sfollagente mentre da sotto l’elmetto mod. 33 ti inizia a colare il sudore per una giornata che sai già sarà lunga; il tuo collega, seduto sulle scomode panche in legno, sta controllando per l’ennesima volta che il moschetto ’91 abbia la carica di lancio per i lacrimogeni. Ripassi mentalmente tutti gli schemi di intervento tante volte provati in caserma durante le eterne esercitazioni. Poi ti accorgi che il nervosismo che pervade tutta la compagnia trova la sua giustificazione nel fatto che di fronte a te, sull’altro lato della piazza, si è radunata una folla di studenti che è lì, immobile, silenziosa. Saranno un centinaio. Ti guardano, alcuni con un fazzoletto che copre loro la bocca, altri con le tasche del cappotto stranamente gonfie. Ma è lo sguardo quello che ti colpisce: è quello di gente che non ha più paura di te, ma che è pronta a sfidarti senza tregua. Una sensazione destabilizzante.
“Marescià, ma che succede?” ti azzardi a chiedere al tuo superiore…. Lui non ti sa rispondere, ti guarda trasmettendoti la tua stessa paura. E sì che di battaglie assieme ne avete fatte tante: Genova appena 7 anni prima; Firenze e poi Milano…. Cosa c’è stavolta che non quadra? E i ragazzi sono lì, di fronte alla Celere che inizia a schierarsi con i mezzi paralleli. E’ il silenzio, quello che ti colpisce…. Gli altri giorni a quest’ora era tutto finito: il primo slogan contro lo Stato, la prima “carica” e poi tutti a casa. Oggi no.
E quando succede, lo fa d’improvviso. Dalle retrovie studentesche parte un “sampietrino”, un lancio preciso, a parabola. Poi un botto e il parabrezza della jeep del capo contingente che va in frantumi. Si ode una bestemmia, più per la sorpresa che per altro. E poi sono LORO a caricare TE!!! “Non è possibile” ti dici, cercando di trovare una spiegazione logica a quanto stai vedendo. In un battibaleno i ragazzi attraversano la piazza correndo incontro alle camionette della Celere: il maresciallo fa appena in tempo ad impartire l’ordine di carica e i mezzi partono con il primo “carosello”. Tu hai già il tuo manganello in mano; il tuo autista fa di tutto per portare la squadra in posizione di supremazia ma per ogni manganellata che tiri sono due sassate che ricevi: sulla schiena, sulle mani, una anche in faccia appena sotto l’elmetto. Capisci subito che i “caroselli” non servono a nulla; un brigadiere incollato alla radio impreca domandando rinforzi alla “Castro Pretorio”. E allora, tutti giù dai mezzi. La tua squadra si ricompatta subito, spalla a spalla con le altre cinque. E via, di corsa, all’inseguimento di questa masnada di ragazzini, magari alla ricerca di quello che ti ha spaccato la fronte. Li vedi fuggire tra i prati, smembrandosi, disperdendosi, cercando scampo dentro l’università. Ne “punti” un paio, giusto per fare assaggiare loro qualche staffilata di quelle giuste: la tua corsa è ostacolata da quell’ingombrante cappotto militare che ti sbatte contro le ginocchia e dalla sacca a tracolla con all’interno il berretto rigido – guai a farsi trovare senza… – e qualche lacrimogeno. Passi un grosso albero alla tua sinistra e un cespuglio di azalee in fiore alla tua destra: non guardi dietro ad essi, i due ragazzetti li hai quasi raggiunti…. Poi improvvisamente ti esplode un dolore abbacinante alla schiena, un dolore così forte che ti fa cadere in ginocchio… E ti trovi circondato da altri cinque individui che mai ti saresti aspettato di trovare lì: ma questa è gente diversa, hanno i passamontagna e in mano le lunghe stanghe di legno divelte dalle panchine da innamorati del vialetto poco distante. Provi a gridare, ti difendi come puoi ma il dolore ti oscura i sensi e la ragione… Hai già la mano sulla fondina della pistola, la stai per estrarre quando questi si dissolvono nel niente così come sono comparsi. Arrivano i colleghi, ti aiutano ad alzarti ma tu non ti reggi in piedi. Si ritorna alle jeep, rinsaldando i ranghi. E quello che noti è uno spettacolo pietoso: altri colleghi con la bocca spaccata, uno di loro pallido come la luna si tiene il braccio che ha assunto un’innaturale angolazione.
Gli scontri evidenziano subito una nuova tattica “militare” attuata dai manifestanti che attirano la Polizia in autentiche trappole
   Ti giri e li vedi ancora lì, quei delinquenti. Stanno tornando indietro a finire il lavoro. Spranghe, bastoni, due molotov che incendiano un autobus e una Fiat Cinquecento…. La Polizia incredula fa ciò che sa fare: partono altre cariche, i giovanotti fuggono ancora dentro il campus e ancora una volta altri colleghi si trovano accerchiati da banditi sbucati da chissà dove. Troppo tardi ti torna in mente quella lezione di storia che la tua maestra ti aveva insegnato in quinta elementare: la lotta di Orazi contro Curiazi. Il principio è lo stesso…. C’è l’esca e ci sono i cacciatori: e tu da cacciatore ti ritrovi preda.
Arrivò perfino la Polizia a cavallo, quella mattina a Valle Giulia. Gli scontri proseguirono fino a sera inoltrata, centinaia furono gli arresti e decine i colleghi che dovettero ricorrere alle cure dei sanitari. Macchine distrutte, passanti coinvolti, la guerriglia si estese alle strade limitrofe tra l’incredulità generale. Ma nessuno scappò, dall’una come dall’altra parte.
  
   E quando la Polizia rientrò tutta scalcagnata a Reparto, capì che quel giorno era cambiata la storia e che dall’indomani nelle piazze italiane sarebbe ripreso a scorrere il sangue. Su Valle Giulia è stato scritto di tutto, perfino una canzone che pervase i corridoi delle università; Pasolini scrisse addirittura una poesia in cui suscitando irate polemiche sostenne che lui stava dalla parte della Polizia, perché la Polizia è formata da figli di proletari.
Poi sul Sessantotto possiamo scrivere quanto vogliamo. Ma mi fermo qui con un’ultima riflessione. Se questo movimento sociale è servito a qualcosa, tornò utile anche a noi Poliziotti: l’esigenza di adeguamento e di modernizzazione che iniziò a serpeggiare tra la popolazione toccò anche la nostra categoria. Nelle caserme iniziarono i primi e timidi tentativi di dialogo e di critica verso lo stile di vita imposto ai militari. Ben lungi dall’idea di smilitarizzazione, tuttavia anche tra di noi molti iniziarono ad aprire gli occhi sulla propria realtà lavorativa. E quel vento gagliardo e frizzante entrò nei corridoi, nelle camerate, nelle questure dando il via a quel percorso che con il tempo porterà alla nostra nascita: quella della Polizia di Stato.
 
ALTRO MATERIALE FOTOGRAFICO (si ringrazia l’archivio fotografico Tano D’Amico per il materiale gentilmente concesso)
 
 
 
 
 
 
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