La banda Koch e le altre formazioni di para-polizia

Gli organismi collaterali “di Polizia” afferenti al regime fascista

Una trattazione a parte meritano alcuni organismi genericamente definiti “di Polizia” e più o meno apertamente appoggiati dal regime. Per rigore storico e per maggiore chiarezza va premesso che durante la seconda guerra mondiale, soprattutto in corrispondenza della fase di declino del regime fascista iniziata ben prima dell’Otto settembre 1943, in Italia furono operative svariate strutture con compiti generici di pubblica sicurezza: erano strutture spesso non ufficiali che “nascevano la mattina per venire disciolte la sera”, come fu scritto da alcuni storici. Strutture che – è bene precisarlo – poco o nulla ebbero in comune con il Corpo degli Agenti di P.S. prima e con quello delle Guardie di P.S. poi, né con la Polizia intesa in senso generale. La medesima Polizia Repubblicana si trovò spesso in disaccordo con tali strutture che operavano all’insaputa degli stessi questori e alle dirette dipendenze dei vertici nazifascisti. Ne viene di seguito dato un breve cenno a mero titolo di completezza, rimandando il lettore interessato alla loro storia specifica ad altri scritti riportati in bibliografia.

I Reparti Speciali di Polizia
L’avvertito declino del regime fascista fece sviluppare ulteriormente il fiume già impetuoso dell’antifascismo militante, composto non solo da partigiani ma anche da intellettuali, professionisti, semplici cittadini di tutte le estrazioni sociali che contribuirono ad infittire la rete di attività ritenuta sovversiva dalle autorità ufficiali. Queste ultime risposero con la costituzione di quelli che vennero denominati “Reparti Speciali di Polizia”, strutture articolate gestite da funzionari fascisti ai quali fu perfino attribuita la qualifica di “questori ausiliari” e che si avvalsero della collaborazione di autentici sgherri criminali provenienti non solo da strutture diverse (alcuni fuoriusciti anche dal Corpo degli Agenti di P.S. e dalla Polizia Repubblicana), ma addirittura di autentici criminali e perfino degli stessi prigionieri “convertiti” con la tortura al ruolo di spie del regime. Questi Reparti Speciali passarono alla storia principalmente con il nome del loro capo: a Roma e Milano, la banda Koch1; a Firenze prima e Padova poi la banda Carità2; a Trieste la banda Olivares3 e la banda Collotti4. Tutte queste bande avevano poteri che andavano al di là dei normali confini territoriali di pertinenza, basandosi quasi interamente su una rete di spie e delatori infiltrati a tutti i livelli del tessuto sociale: non era difficile che un “informatore” di Roma facesse una “soffiata” su quanto avveniva ad esempio a Torino piuttosto che a Bologna.
L’attività svolta da queste strutture consisteva nell’attuazione di tutte quelle misure ritenute idonee al contrasto e alla repressione dell’antifascismo in senso lato: in altre parole, i suoi appartenenti avevano letteralmente carta bianca nell’operare come meglio credevano, spesso senza nemmeno dover rendere conto degli arresti e dei fermi all’autorità giudiziaria: una semplice relazione di servizio era spesso ritenuta più che sufficiente per dare un crisma di legalità ad operazioni che altro non erano se non atti di feroce criminalità. Vennero create strutture di prigionia “non ufficiali”: a Roma la banda Koch disponeva delle famigerate pensioni Jaccarino e Oltremare, mentre a Milano di Villa Fossati; a Padova la banda Carità utilizzava un palazzo cinquecentesco di via Loredan, oggi sede di un liceo. Inutile soffermarsi su quanto avveniva al loro interno, tutto facilmente intuibile. Basti dire che, con la caduta di Mussolini e con la Liberazione, gli appartenenti a questi Reparti Speciali vennero processati: molti di loro – tra cui lo stesso Koch – finirono fucilati dopo regolare sentenza dei tribunali speciali; altri ancora vennero condannati a pesanti pene detentive che però subirono vistosi ridimensionamenti a seguito delle amnistie del 1948. Dove non arrivò la giustizia dei tribunali, arrivò quella più spiccia dei partigiani o delle successive vendette personali dei sopravvissuti ai “trattamenti”: tra tutti, il commissario Gaetano Collotti venne catturato nei pressi di Treviso assieme a gran parte del suo Ispettorato di Polizia e alla sua amante mentre tentava una improbabile fuga verso la Svizzera con la cassa del suo ufficio: furono tutti fucilati a Carbonera presso una cava di ghiaia.

La Legione Autonoma “Ettore Muti” e la Legione Arditi di Polizia “Caruso”
   A fianco a queste formazioni, ve ne furono altre che ebbero quantomeno il crisma di ufficialità da parte di Mussolini. Si tratta della Legione Autonoma “Ettore Muti” e della Legione Arditi di Polizia “Pietro Caruso”, quest’ultima dipendente direttamente dal questore di Roma da cui prese il nome. Anche in questo caso si trattò di formazioni create e volute al solo scopo del contrasto e della repressione dell’antifascismo.
La Legione “Muti”5 – costituita a Milano il 14 settembre 1943 – venne impiegata prevalentemente in attività di rastrellamento dei partigiani sulle montagne del Nord Italia, collaborazione con altre strutture poliziesche naziste (Sicherheitspolizei e Landshutzpolizei) spesso alle dirette dipendenze degli ufficiali delle SS. Nella “Muti” confluirono le frange più violente e oltranziste della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, delle Brigate Nere e della Guardia Nazionale Repubblicana, ma anche soggetti evasi da carceri e riformatori e arruolati ad hoc per garantire loro l’impunità: il motto riportato sul gagliardetto (“Siam fatti così”) la dice lunga sul loro operato. La struttura fu appoggiata politicamente dallo stesso Roberto Farinacci e dal prefetto di Milano che le garantirono protezione anche in occasione degli eventi più sanguinosi che la videro coinvolta. Nel 1944 la Legione “Muti” era articolata in due battaglioni6 operativi in Lombardia e in Piemonte. A Milano la “Muti” si organizzò sulla falsariga degli altri Reparti Speciali di Polizia, con cinque caserme e una struttura “non ufficiale” in via Rovello, dotata di camere di tortura.
La Legione Arditi di Polizia “Caruso”7 venne creata dall’omonimo questore in seno alla questura di Roma ufficialmente per collaborare con le altre forze di polizia per il mantenimento dell’ordine pubblico; in realtà venne messo insieme un manipolo di delinquenti usati per fare il “lavoro sporco” sia dei fascisti che dei nazisti: squadre di picchiatori impiegate ogni qualvolta un’esposizione ufficiale delle strutture di pubblica sicurezza avrebbe potuto creare imbarazzo al regime e alla sua propaganda. La “Caruso” era articolata secondo gradi militari e suddivisa in squadre di azione alle dirette dipendenze dei funzionari fascisti della questura di Roma. Operava avvalendosi dell’ausilio di informatori spesso dall’improbabile attendibilità, consapevole che la sua esistenza sarebbe stata mantenuta fintantochè ci fossero stati risultati da riportare in termini di arresti e soppressione dell’antifascismo militante. Ebbe parte rilevante nell’ausilio alle SS tedesche nei rastrellamenti e nella successiva strage delle Fosse Ardeatine all’indomani dell’attentato partigiano di via Rasella in cui morirono numerosi militari di un reparto di polizia tedesco che stavano rientrando in caserma alla fine di un’esercitazione.

I Reparti Italiani di Polizia
   Una struttura militare parallela a quelle finora descritte fu creata all’indomani dell’Otto settembre 1943 allo scopo di meglio contrastare e reprimere sul territorio il proliferare dei nuclei combattenti partigiani, analogamente organizzati sulla falsariga di reparti militari e quindi dotati di una gerarchia e basati su un’ampia articolazione dei loro appartenenti, ciascuno con un ruolo designato. L’Otto settembre 1943 aveva in effetti creato una profonda spaccatura tra gli stessi appartenenti alle Forze di Polizia, alcuni dei quali interpretarono l’armistizio come autentico tradimento dell’alleato germanico a fianco del quale avevano combattuto fino al giorno prima. Le frange più estremiste di una simile ideologia rifiutarono subito di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e mantennero inalterata la loro inclinazione filonazista, affiliandosi all’esercito tedesco come forza di Polizia di Sicurezza (le cosiddette Compagnie “Sicherheits”) alle dirette dipendenze delle SS naziste. Gli appartenenti a tali reparti vennero subito inquadrati in 5 Reparti chiamati appunto “Reparti Italiani di Polizia”: la loro uniforme ricalcava fedelmente quella nazista, con aperto rifiuto di sfoggiare qualsiasi distintivo che legasse i loro appartenenti alle forze armate italiane, considerate traditrici del Fuhrer.
Questi cinque reparti, a loro volta articolati in battaglioni e compagnie, furono operativi in tutto il Nord Italia e vennero impiegati essenzialmente con compiti di ausilio all’esercito tedesco nei rastrellamenti e nella cattura di tutti quegli elementi ritenuti sovversivi. Ben presto, tuttavia, grazie alla spiccata crudeltà e ferocia che lasciarono basiti addirittura gli stessi nazisti, gli appartenenti ai Reparti Italiani di Polizia furono utilizzati per il compimento di tutto quel “lavoro sporco” che anche i tedeschi si rifiutavano di svolgere: stragi di massa, torture, stupri, devastazioni, saccheggi e altri atti di insensata e gratuita violenza di italiani contro altri italiani, spesso semplici e inermi contadini colpevoli soltanto di avere seguito il Duce nel suo cammino di voltagabbana. In una comunicazione tra il capo delle SS di Varese e il suo generale comandante, intercettata da una staffetta partigiana, lo stesso colonnello latore della missiva diceva:

“…Certo, questi italiani lasciano esterrefatti i nostri commilitoni con comportamenti di una tale violenza da far temere di perdere ben presto il controllo su di loro…”

La furia esaltatrice che caratterizzò l’attività di questi individui non fece notare loro come le SS da cui dipendevano si limitarono a sfruttarli finchè questo tornò a loro vantaggio, salvo poi “scaricarli” immediatamente appena gli eventi precipitarono con l’arrivo degli Alleati. Molti storici sono concordi nell’evidenziare il palese disprezzo con cui i tedeschi trattarono i componenti dei Reparti Italiani di Polizia che restarono impressi nel teutonico codice d’onore militare pur sempre come dei traditori.
Con la ritirata dei nazisti verso il confine settentrionale, sempre più incalzati dall’avanzata degli Alleati e dai loro bombardamenti, i Reparti Italiani di Polizia vennero abbandonati a loro stessi: alcuni dei componenti cercarono un mesto riciclaggio in altre Forze di Polizia, altri ancora disertarono sparendo dalla circolazione; tuttavia, i più mantennero la fedeltà al loro giuramento finendo nel migliore dei casi catturati e fucilati dai partigiani: è il caso del 5° Reparto Italiano di Polizia, forse uno dei più attivi e crudeli in tutto il Nord Est, il quale nel febbraio 1945 volle arrendersi alle soverchianti formazioni partigiane sulla base di un salvacondotto che in cambio della resa avrebbe garantito salva la vita ai suoi componenti. Le trattative si protrassero fino al 5 febbraio 1945 quando l’intero reparto si consegnò al capo delle brigate partigiane dell’alto goriziano: tuttavia il salvacondotto non fu altro che una trappola in cui far cadere i militari che tre giorni dopo la loro resa furono tutti sommariamente fucilati a Jamiano – Lippa di Comeno.
Ciò che lascia stupefatti nell’analizzare la breve storia di questi reparti è soprattutto la giovane età di molti dei loro componenti: spesso si trattava di ragazzini di quattordici, quindici anni ai quali tuttavia per tale motivo non vennero riservati trattamenti di favore, venendo passati per le armi al pari degli altri commilitoni.

Altre strutture di pseudo – Polizia: la Polizia ausiliaria del Comitato di Liberazione Nazionale
   Altre strutture che possiamo definire di pseudo – Polizia furono operative anche all’indomani del 25 aprile 1945. In quella settimana gli eventi precipitarono: la fine ufficiale della guerra, la cattura e l’uccisione di Mussolini, la cacciata dei resti dell’esercito tedesco e la concentrazione del potere esecutivo nelle mani del C.L.N. Con la messa fuorilegge di tutte le strutture poliziesche afferenti al decaduto regime gettarono il nord Italia in una condizione di pericolosa deregulation: infatti, mentre nel resto del Paese restò in piedi il Corpo delle Guardie di P.S. così come restaurato da Badoglio, l’intero Settentrione si trovò improvvisamente privo di una forza di Polizia, essendo la Polizia Repubblicana decaduta dai suoi poteri. Il C.L.N. Si avvalse quindi della cosiddetta Polizia Ausiliaria i cui componenti erano quegli stessi partigiani che contribuirono alla liberazione. Tale struttura, creata per decreto, attribuì poteri molto ampi ai suoi componenti i quali dal canto loro potevano contare su un pressochè inesistente controllo da parte dei vertici. Nelle questure furono nominati questori di inclinazioni politiche antifasciste, funzionari che fino al giorno prima erano stati costretti a mantenere un profilo basso se non addirittura a disertare per aggregarsi alle formazioni partigiane in montagna. I compiti principali di questa polizia furono quelli di effettuare rastrellamenti per la cattura dei nazifascisti ancora in circolazione, il controllo e la vigilanza sui prigionieri, la gestione delle carceri (spesso ricavate in strutture deputate ad altri scopi, quali caserme, conventi, scuole) e solo in minima parte l’assicurazione della sicurezza pubblica in senso esteso. Sarebbe ingrato e fondamentalmente sbagliato intendere tutta questa polizia come una manica di repressi che trovò il loro naturale sfogo dopo il 25 aprile: molti dei suoi appartenenti operarono con profondo senso di giustizia e attenendosi scrupolosamente alle direttive impartite dal C.L.N.. Tuttavia al suo interno operarono individui che quanto a crudeltà e bestialità furono l’esatto contraltare dei Reparti Speciali di Polizia e delle SS Polizei: anche in questo caso furono innumerevoli i casi di tortura e di esecuzioni sommarie a cui fu dato corso spesso in mancanza di regolare processo o sulla base di processi meramente indiziari, non tenendo conto di un dispaccio alleato datato 30 aprile 1945 con il quale si vietavano nel modo più assoluto proprio le torture e le esecuzioni sommarie di prigionieri politici. Molti degli appartenenti alla polizia ausiliaria confluirono in tempi successivi nel Corpo delle Guardie di P.S. proseguendone la carriera al suo interno.

Va ribadito come le strutture finora descritte debbano considerarsi solo ed esclusivamente come strutture che poco o nulla ebbero a condividere con il concetto di Pubblica Sicurezza e di Polizia così come inteso nella normalità degli eventi.

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