Il turno in quinta sulle Volanti

IL TURNO IN QUINTA SULLE VOLANTI

Riflessioni personali su un modo di vivere la Polizia

– di Gianmarco Calore –

 

Lo ami, lo odii, ci convivi e con te ci fai convivere anche chi ti sta accanto.

Ti accompagna lungo il tuo percorso professionale per un periodo lungo o corto che sia, non importa.

E’ un’entità strana, il turno in quinta. Ti entra dentro, mette radici, cresce e si sviluppa con gli anni. Arrivi anche a tentare di estirparlo, come si fa con una pianta improvvisamente diventata troppo invadente, addirittura ti convinci pure di esserci riuscito dopo che sei passato al più “comodo” turno giornaliero, magari articolato in settimana corta.

Passa il tempo, di lui magari si perde anche il ricordo.

Ma un giorno si ripresenta, più forte e solido di prima.

 

 

 

 

Se poi il turno in quinta lo vivi sulle Volanti, il suo legame con te diventa perfino indissolubile. Strano, vero? E’ una vita fatta di disagi personali, a partire da quegli orari che non conoscono calendario: per loro non ci sono feste, non c’è la domenica né il Capodanno; non c’è anniversario né Ferragosto: quando ti tocca lavorare, ti tocca. Punto e basta.

Dormi quando gli altri sono svegli, stai sveglio quando gli altri dormono e la città sembra diventata un deserto. Mangi presto. O tardi. A volte non riesci a mangiare affatto. Cartoni di pizze ed ettolitri di caffè alle ore più strane scandiscono la tua carriera professionale; una piadina mangiata al volo, troppo spesso con un orecchio teso a quella radio che parla proprio quando vorresti che stesse zitta, magari per cinque minuti soltanto. Smonti dal turno dopo la notte e spesso il letto lo vedi solo a sera fatta, c’è la tua famiglia con le sue esigenze: allora vai ancora di caffè, vero grande amico, mascheri gli occhi rossi dietro gli occhiali da sole anche quando il sole non c’è. Ma vai avanti.

 

Ci sono poi i disagi professionali, fatti di innumerevoli “rospi” da mandare giù. L’intervento sbagliato, le ingiustizie, i troppi cavilli burocratici che devi affrontare, sempre più numerosi specie se provieni dalla “vecchia scuola” grazie alla quale avevi imparato a risolvere col buon senso la maggior parte delle situazioni, anche le più spinose. Astio con i colleghi, insofferenza verso i superiori e l’ottusità di un sistema, la quotidiana “guerra fra poveri” combattuta per le cose più stupide: le ferie, un salto notte, un recupero riposo… Diffidate da quelli che vi dicono che in Polizia va tutto bene, che siamo sempre tutti Fratelli, che sono tutte rose e fiori. Non esistono le rose senza le spine. E spesso restano solo le spine…

 

 

 

Arriva il giorno che non ne puoi più. La stanchezza fisica per il peso di una notte fatta ogni cinque giorni e la disillusione verso un lavoro reso ogni giorno sempre più arduo ti fa prendere l’unica decisione che ti sembra possibile: staccare, cambiare, chiedere il trasferimento interno cimentandoti in altre mansioni che in una Questura diventano in gran parte burocratiche. All’inizio è bello, non c’è niente da dire: torni a fare orari “cristiani”, capisci che le notti sono fatte per dormire e le domeniche per essere passate in famiglia. Riassapori le feste comandate, le ferie al momento giusto e ti convinci che davvero hai fatto un buon affare. Addirittura ti domandi perchè quella scelta non l’hai fatta prima!

 

Ma se davvero sei nato sbirro, una mattina, magari mentre sei in spogliatoio a cambiarti, rivedi i colleghi delle Volanti: alcuni che stanno per tornare a casa dopo la notte, altri che stanno montando in turno. Risenti i soliti discorsi di cui anche tu fino a poco tempo prima avevi fatto parte, discorsi fatti spesso di lamentele e lamentazioni, pettegolezzi, parolacce, scherzi goliardici. Sbadigli, occhi rossi di sonno, il profumo del caffè delle macchinette all’ingresso mescolato a quello di patina da scarpe e all’odore di sudore. In quel momento capisci che tu da quei discorsi, da quel mondo sei fuori. Sì, i colleghi ti guardano ancora con rispetto, ti salutano affettuosamente…ma tu sai, loro sanno che sei fuori, che appartieni a un altro mondo.

 

E allora ecco formarsi una sorta di nuova insofferenza verso la scrivania che ti attende inesorabile alle 8, verso quei fascicoli da trattare, verso quelle informative da preparare. Insomma, verso quella routine fatta dai soliti gesti quotidiani, ripetitivi, monotoni: la posta, il mattinale, le notifiche…. Di questa insofferenza non ti accorgi subito, essa si sviluppa piano piano. Ma inesorabile. Finchè un giorno capisci che la strada ti manca. Di più, ti manca il turno in quinta e il suo cameratesco modo di essere. E decidi di tornare su quella macchina bianco-azzurra.

 

 

 

Prima del lavoro, torna prepotente la voglia di riassaporare quell’atmosfera, quei colori, quegli odori: il caffè di inizio turno, il panino nel cuore della notte, il ritorno a casa e la gioia di infilarti sotto le coperte con Morfeo che già ti sta artigliando con le sue mani soporifere.

I colori della notte che passa fuori dai finestrini della volante: il giallo dei lampioni, l’alba, il silenzio, i giochi d’ombra mentre controlli tutti i vicoli, magari distorti dalla pioggia che bagna i finestrini o dalla nebbia che ti fa vedere cose che non ci sono, specie dopo una certa ora…

I rumori: quello della selettiva della radio, la voce dell’operatore da cui a volte dipende se tornerai a casa o no, le chiacchiere con il collega o con la prostituta da cui cerchi di carpire qualche informazione.

L’immancabile telefonata a casa, per sentire la voce dei tuoi figli o semplicemente per dire a tua moglie “Va tutto bene”, a volte mentendole. Per la sua tranquillità.

 

Ci sono anche i “riti”, nel turno in volante. La preparazione e la cura dell’Uniforme, per quel poco che oggi ci è consentito ancora curare: dobbiamo comunque sempre essere inappuntabili quando entriamo in casa d’altri, anche quando i pantaloni sono così lisi da sembrare trasparenti.

Il controllo della macchina: la registrazione delle matricole di mitra e paletta, il contachilometri, la verifica degli allestimenti di bordo accompagnata dalle inevitabili e quotidiane bestemmie per i portatili che non vanno o perchè “i soliti ignoti” hanno fatto un nuovo danno senza avvisare; la prova lampeggianti e sirena sperando di non doverla usare. La prova radio, con l’anacronistico “codice Monza”.

Ognuno di noi ha i suoi, di “riti”. E’ più una prassi spesso scaramantica, molto meno un’abitudine. Ma che se non la segui ti sembra di uscire nudo. Qual’è il mio “rito”? La compilazione dell’agenda, quello strumento in cui ogni capopattuglia trascrive tutto quello che c’è da sapere o che verrà fatto durante il servizio: le persone controllate, gli interventi fatti, le segnalazioni delle auto rubate…. E’ un compito che potrei a volte delegare al mio autista. Invece su quell’agenda ci scrivo sempre e solo io, un po’ perchè ho il mio metodo, un po’ perchè sono stato educato dai “vecchi” a fare così.

 

E poi c’è quel senso di appartenenza, quella sensazione di far parte di qualcosa di unico: il turno è come una famiglia, fatta di figli bravi e figli un po’ monelli che magari ti fanno anche incazzare ma che alla fine in qualche modo perdoni. E che se per radio senti gridare AIUTO, ti fanno correre come un disperato, sempre e comunque.

 

 

 

Non c’è tanto altro da dire, sul turno in quinta in volante. C’è chi lo fa per passione, chi lo fa per un ritorno economico, chi perchè ormai è così tanto tempo, che non saprebbe cos’altro fare… Certo, potrà capitare di nuovo in futuro che la misura torni a essere colma, che il desiderio di cambiare si faccia ancora avanti: ma ho imparato che prima o poi il turno in quinta tornerà a chiamarti. E tu risponderai.

Per chi non è Poliziotto leggere queste righe può farci passare per pazzi, magari per masochisti: lo ammetto, non è facile trasmettere queste sensazioni a chi non è del mestiere. Ci proviamo, tutto qua.

Ma chi su quella Pantera almeno una volta ci è salito, sa di cosa parlo.

 

Per la redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

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