Il Trentennale

IL TRENTENNALE

APRILE 1981 – APRILE 2011

di Gianmarco Calore

Fu una data storica, quella del 1° aprile 1981.

Una data che costituì un autentico spartiacque non solo a livello istituzionale, ma anche all’interno del personale della Polizia italiana. Quel giorno venne infatti promulgata la Legge n° 121 che è tuttora conosciuta semplicemente con un nome: la legge di riforma.

Due righe, due semplici righe dell’articolo 23 primo comma furono sufficienti:

Il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza

e il Corpo di Polizia Femminile sono disciolti”

Tanto bastò per spazzare via 37 anni di storia che vide protagonista una Polizia militarizzata, con le stellette sul bavero della giacca. Stellette che divennero un simbolo da molti rimpianto, da altri velocemente dimenticato. Al loro posto, la comparsa degli alamari con le lettere “R.I.” e una nuova denominazione per la neonata Polizia di Stato: quella di Amministrazione della Pubblica Sicurezza. Non più dunque un Corpo, ma un’Amministrazione. Questo è importante, perché qui saranno le singole parole a fare la differenza.

Per chi oggi vede la Polizia di Stato dall’esterno, un simile cambiamento può dire poco. Forse addirittura niente. Ma per chi quel cambiamento lo visse sulla sua pelle, nella sua vita professionale, si può dire che su di lui ebbe l’effetto di uno tsunami. Prima di addentrarci nel discorso della post riforma, vediamo cos’era il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza e cosa voleva dire farne parte. Lo facciamo ancora una volta su base schiettamente testimoniale: è inutile affliggere il lettore con una sterile elencazione di dati che non renderebbe comunque l’idea dei sacrifici che un simile lavoro comportava.

Partiamo proprio da una frase che un brigadiere di P.S., arruolatosi nel 1952, mi disse anni fa nel corso di un colloquio:

 

 

Essere una guardia di P.S. equivaleva a prendere i voti ecclesiastici: veniva richiesto un rigore morale addirittura monastico. Non avevamo addosso un’Uniforme, ma un saio”.

E’ una frase potente, impegnativa. Ma fondamentalmente esatta. 

Il Corpo delle Guardie di P.S. nacque e si sviluppò in forma militare in un contesto storico dilaniante: nel 1944 l’Italia era sconquassata da una guerra mondiale finita sulla carta ma ancora in pieno svolgimento nelle strade; oltre a questo, esisteva uno Stato nello Stato – la Repubblica Sociale Italiana – che obbligò il governo ufficiale retto da Badoglio a contrapporre alla Polizia Repubblicana un Corpo assolutamente dedito al Paese, asservito alle sue leggi che doveva far applicare senza discutere nel tentativo di riconquistare fiducia e rispetto in una popolazione fiaccata nelle risorse e nel morale. La militarizzazione della Polizia fu dunque l’unica soluzione praticabile in un contesto storico di completa schizofrenia. Il relativo regolamento non è molto lungo da leggere: ma ogni singolo articolo fa respirare un’aria di totale annichilimento della figura del Poliziotto, senza alcuna possibilità per lui di nessun tipo di messa in discussione. Veniva disciplinato anche come la guardia doveva muoversi in un ambiente in presenza di un superiore: e qui non si tratta solo dei rapporti tra truppa e ufficiali, ma anche tra truppa e semplici graduati. La libertà personale anche fuori servizio era limitata, essendo il Poliziotto obbligato a mantenere solo determinati tipi di frequentazioni che non recassero in alcun modo disdoro al Corpo; lo stesso fidanzamento – e vieppiù il matrimonio – era regolato da norme ferree che non ammettevano alcun tipo di deroga. Ma era anche un regolamento ricco di contraddizioni, soprattutto se lo si analizza con gli occhi di oggi: un regolamento tanto ferreo nel disciplinare la vita sentimentale del Poliziotto, quanto parimenti intransigente nel sovrintendere la frequentazione delle case di tolleranza: ammessa (del resto all’atto della sua stesura siamo ancora lontani dalla Legge Merlin) ma secondo determinate modalità, alcune “di stile”, altre schiettamente igienico-sanitarie.

Sotto l’aspetto logistico non c’è molto da dire: siamo in un’epoca in cui la Polizia si identificava quasi esclusivamente con i Reparti “Celere” per la gestione dell’ordine pubblico. Quindi, niente orari di servizio programmati né tantomeno retribuzioni di lavoro straordinario; nessuna notizia sulla situazione che si sarebbe andati a fronteggiare nelle piazze italiane: ignoranza voluta dal Comando al fine di aumentare il distacco tra la Forza Pubblica e la popolazione e per scoraggiare qualsiasi forma di possibile schieramento o appoggio delle parti in causa. L’altro aspetto più visibile della Polizia dell’immediato dopoguerra era il controllo del territorio sebbene in forma embrionale: l’articolazione più conosciuta (e meglio organizzata) fu senz’altro quella della Polizia Stradale: senza scendere nei dettagli organizzativi (per i quali si fa rinvio ad altro settore di questo sito) in questa sede è sufficiente evidenziare che gli appartenenti a questa Specialità oltre al regolamento di servizio visto sopra erano subordinati a disposizioni di carattere etico, morale e di assetto formale ancora più stringenti.

Assetto formale e severo inquadramento gerarchico caratterizzavano il Corpo delle Guardie di P.S. in tutte le sue manifestazioni sia pubbliche che private

 

Ecco quindi delineato un primo elemento che sarà poi alla base della necessaria riforma di quasi quarant’anni dopo: una “forbice” estremamente ampia tra Polizia e cittadinanza tra le quali non doveva sussistere pressoché alcuna forma collaborativa ma quasi esclusivamente di supina accondiscendenza da parte di quest’ultima. Molti hanno parlato addirittura di paura che la Polizia doveva incutere. E certo un ministro come Mario Scelba non contribuì a smentire questa fama anche nelle circostanze più tragiche. Tuttavia personalmente sarei più cauto: la Polizia italiana si evidenziò anche e molto di più per atti di autentico eroismo che contribuirono a far accrescere la stima e l’ammirazione della popolazione italiana.

Nell’analisi della situazione e delle contingenze che porteranno alla nascita della legge 121/81 riveste un’importanza a mio avviso fondamentale l’entrata in vigore della Costituzione italiana nel 1948. Scardinata la monarchia e instaurata la forma di governo repubblicana, vennero sanciti a livello fondamentale alcuni diritti che fino ad allora erano pura utopia: la libertà di associazione, la libertà di espressione, la libertà di pensiero, la libertà di culto, la libertà di fede politica….. Concetti non solo negati, ma anche apertamente osteggiati da forme di governo che avevano fatto dell’immobilismo la loro fonte di vita e di sopravvivenza. E proprio queste libertà fecero acquisire gradatamente ma costantemente ai militari di P.S. la consapevolezza del loro essere e di ciò che sarebbero dovuti diventare: un po’ come una crepa in una diga che, con la pressione dell’acqua, aumenta fino a farla crollare.

Chi vuole vedere solo nella nostra storia recentissima l’esplosione dell’idea di smilitarizzazione del Corpo commette un grossolano errore di natura storica e politica. Le radici di un simile concetto – apertamente contrastato con tutti i mezzi dai vertici del Corpo – affondano addirittura negli anni precedenti alla Costituzione: anni in cui la Polizia doveva ancora trovare una propria identità e in cui un malessere esistenziale dei suoi appartenenti era già cominciato a circolare, sebbene per motivi diversi. Ma tali idee, ritenute sovversive, venivano semplicemente espresse sottovoce tra Poliziotti, nulla di più.

L’avvento della Costituzione invece dette il via a un processo di evoluzione interna del Corpo che, sebbene lento, divenne alla lunga inarrestabile. L’unico metodo del Comando per mantenere il livello di malessere dei propri dipendenti sotto la soglia di guardia continuò a essere quello disciplinare e, nei casi più gravi, quello penale militare. Pugno di ferro molto spesso anche senza guanto di velluto, insomma. In questo caso possiamo apertamente parlare di paura: chi alzava la cresta la perdeva. Anche sotto l’aspetto regolamentare, la guardia che veniva arruolata non era sicura di mantenere il posto fino al collocamento in quiescenza ma era sottoposta a valutazione triennale che toccava non solo l’idoneità psico-fisica ma anche quella etica e di comportamento. Insomma, o volavi basso (meglio se non volavi proprio) oppure ti veniva neanche troppo gentilmente indicata la porta di uscita.

Il Corpo delle Guardie di P.S. si dotò anche di una propria rivista inizialmente fruibile dai soli militari e dalle loro famiglie: Poi la stessa fu fornita in abbonamento anche ai cittadini che lo desiderassero

Ecco perché fino a tutti gli Anni Cinquanta non si annoverarono palesi episodi di contestazione interna né singoli né tantomeno in forma associativa. I pochi casi, dettati per lo più da insofferenza individuale, vennero sempre velocemente liquidati applicando alla lettera il regolamento. Perché le prime embrionali proteste acquisissero forme di veemenza più palesi si dovette arrivare quantomeno al 1960, con l’inasprirsi dell’ordine pubblico il cui crescendo avrebbe poi portato al Sessantotto. E si dovette arrivare ai primi morti da parte nostra: in particolare il decesso della guardia Antonio Sarappa dopo due mesi di agonia a seguito di un vero e proprio linciaggio avvenuto nel corso degli scontri di Roma – Porta San Paolo del 5 luglio 1960. La Polizia aveva avuto modo di constatare i propri limiti operativi già il 30 giugno 1960 nei cruenti scontri di Genova: nelle caserme era cominciato a serpeggiare in forma sommessa un mormorio di disapprovazione che mise comunque in allarme i vertici del Corpo. Non vi furono però casi eclatanti di insubordinazione: solo musi lunghi alle adunate, una maggiore insofferenza nell’esecuzione degli ordini, richieste più pressanti di sapere cosa si sarebbe andati a fronteggiare in piazza. Con la morte di Sarappa però le cose cominciarono a cambiare: era morto un Poliziotto, e non per sparatorie o per disgrazia, fatti comunque messi in preventivo; era morto linciato come un cane da una folla inferocita e tutto per cosa? Non lo sapevano. E questo era ciò che forse faceva più rabbia. Aumentarono le forme di insofferenza, talvolta esternate in alcuni rimbrotti rivolti agli Ufficiali e ai Marescialli; iniziarono i primi casi di assenteismo preferendo molto di più la degenza all’ospedale militare o la consegna in caserma al servizio di ordine pubblico; e forse il primo episodio di aperta ostilità fu posto in essere a Milano da una compagnia del reparto Celere che rifiutò palesemente di presentarsi alla mensa di servizio come forma di protesta per gli orari inumani cui il personale era sottoposto. Il Ministero rispose come potè: sanzioni disciplinari e deferimento dei casi più gravi al tribunale militare. Ma ciò non scoraggiò il rivolo di protesta che andò ingrossandosi: iniziarono a circolare i primi scritti di contestazione di un sistema poliziesco che appariva in tutta la sua desolante arretratezza; scritti molto spesso anonimi e nascosti in perfetto stile carbonaro nei posti più disparati. Chi venne trovato in loro possesso si trincerò dietro una vera e propria omertà contro cui poco o nulla servirono minacce e lusinghe dei vari Comandanti che per la prima volta si trovarono spiazzati.

La falla nel sistema era aperta. Dove non arrivarono le sanzioni, si cercò di giungere attraverso l’allargamento dei cordoni della borsa: iniziarono a essere pagate alcune forme primitive di indennità e furono sensibilmente aumentati gli stipendi; gli uomini vennero dotati di strumenti e mezzi per l’epoca modernissimi; si cercò di rispettare per quanto possibile il riposo settimanale. Insomma, lo stile inaugurato centinaia di anni prima da Giulio Cesare con i suoi panes et circenses gettò momentaneamente acqua sul fuoco. Ma il problema era soltanto rimandato.

Arrivò quindi il Sessantotto, con tutto ciò che esso portò non solo sul piano dell’ordine pubblico, ma anche su quello dell’autoconsapevolezza. I fatti salienti sono già stati trattati in altra sezione di questo sito: qui è opportuno soffermarci su due fattori scatenanti e cioè sull’aumento dei Poliziotti morti e feriti in piazza e sull’innalzamento del livello culturale medio dei militari. Sotto il primo aspetto, l’aumento delle cosiddette vittime del dovere era attribuito alla nuova politica di governo seguita ai fatti di Reggio Emilia del 7 luglio 1960, alla successiva caduta del governo Tambroni (monocolore DC retto con l’appoggio esterno del MSI) e dall’avvento dei socialisti che anteponevano forme di dialogo e immobilismo poliziesco alla repressione fine a se stessa applicata fino ad allora. Insomma, andare in piazza, stare fermi e prendersele non faceva piacere a nessuno. Sotto il secondo aspetto invece i neo agenti avevano ormai quasi tutti almeno la licenza elementare; moltissimi anche quella di scuola media e in taluni casi addirittura il diploma superiore. Non si aveva più a che fare con l’agricolo che, dismesso il cappello di paglia e gli zoccoli di legno, aveva indossato un’uniforme per mettere insieme il pranzo con la cena. Chi sceglieva la Polizia come lavoro lo faceva anche e soprattutto per altri motivi: carriera, impiego della propria cultura, desiderio di cimentarsi con la realtà che si stava evolvendo. Non bastava più un “Signorsì!” gridato a squarciagola nel piazzale della caserma: ora il militare si cominciava a domandare il perché di quella risposta. 

Il concetto di smilitarizzazione del Corpo, ormai già radicato nelle menti del personale, iniziò ad essere affiancato ad un altro parimenti affascinante. Ma se possibile ancora più pericoloso: quello di sindacalizzazione. Si era capito insomma che sterili manifestazioni di dissenso e protesta, affidate finora per lo più all’iniziativa dei singoli, non avrebbero mai portato a nulla se non a un dannoso effetto-boomerang che alla lunga penalizzava sempre chi li poneva in essere. La forza stava nel gruppo: serviva una forza contrattuale di elevato spessore antagonista per trattare con il Comando, con la Zona, addirittura con il Ministero. Le forme associative vissute fino a quel momento in assoluta segretezza dovevano dunque trovare una forma di istituzionalizzazione: e visti il successo e l’importanza che stavano assumendo in quegli anni i sindacati di categoria per i lavoratori civili, perché non pensare a un qualcosa di simile anche per la Polizia?

Fu così che alla fine negli Anni Sessanta iniziarono forme di protesta coese che videro interi nuclei ammutinarsi, contestare vivacemente gli ordini ricevuti, sfilare per le strade delle città e porre in essere altri atti di insubordinazione più o meno plateali. La causa scatenante fu anche in questo caso l’omicidio di un Poliziotto, la guardia di P.S. Antonio Annarumma, assassinato nel corso di violenti scontri contro gruppi di dimostranti in via Larga a Milano il 19 novembre 1969. I colleghi di Annarumma, rientrati alla caserma Sant’Ambrogio, si asserragliarono al suo interno rifiutando di aprire a chiunque, anche all’Ispettore generale giunto sul posto per sedare gli animi. Dovettero intervenire i colleghi di un altro Reparto che furono costretti a usare i lacrimogeni per avere accesso alla caserma. A Torino un gruppo di circa cento agenti sfilò per le strade della città in uniforme scandendo slogan che volevano portare all’attenzione dei cittadini la loro situazione insostenibile. Furono posti in essere anche atti di sabotaggio: sempre a Milano molti automezzi furono “misteriosamente” messi fuori uso poco prima dell’uscita in servizio; una guardia si incatenò al cancello della caserma per protestare contro 24 ore di servizio ininterrotto; un camion venne lanciato contro la porta di ingresso del poligono di tiro; un intero reparto in trasferta nel capoluogo lombardo scagliò in strada tutte le suppellettili della mensa per protestare contro la mancata fruizione del pasto dopo essere rientrati a notte fonda e avere trovato il locale ormai chiuso. Alcuni ufficiali furono sbeffeggiati durante le adunate. Continuarono a fioccare sempre più numerosi i provvedimenti disciplinari e le notizie di reato presso i tribunali militari lievitarono a dismisura facendo assumere al fenomeno dimensioni molto più che preoccupanti, anche perchè da fatti isolati gli ammutinamenti stavano diventando una consuetudine un po’ in tutte le caserme del Paese.

Siamo ormai all’inizio degli Anni Settanta: un periodo fatto di piombo, esplosivo e molotov ad ogni manifestazione. Alla Contestazione era subentrato il terrorismo eversivo e con esso erano aumentati in modo esponenziale morti e feriti tra le Forze dell’Ordine. Il malessere non affliggeva più solo la Polizia ma anche altri Corpi militari dello Stato: in minima parte i Carabinieri, molto di più Guardia di Finanza e Agenti di Custodia. Da queste Istituzioni iniziarono a pervenire ai giornali in modo sempre più massiccio scritti di protesta, grida di aiuto, sollevazioni di problemi di svariata natura: dalle precarie condizioni igieniche degli alloggi e delle caserme alla scarsa qualità del rancio; dalla negazione dei più elementari diritti del lavoratore alle autentiche vessazioni poste in essere dagli Ufficiali. La carta stampata annusò la reale portata della situazione cui faceva da contraltare non solo il più assoluto immobilismo del Ministero e dei vertici militari del Corpo, ma addirittura una controtendenza che si ostinava a voler soffocare le forme di protesta in atto. E da fenomeno di cronaca la protesta della Polizia divenne fenomeno politico: alcuni partiti – soprattutto il Partito Radicale di Marco Pannella – iniziarono a portare in Parlamento una simile situazione che rischiava di diventare esplosiva, soprattutto in un momento storico delicato come quello, difendendo a spada tratta la categoria dei Poliziotti. L’apice fu raggiunto nell’agosto 1976 a Padova con quello che è passato alla storia con il nome di “caso Margherito”: per i dettagli faccio rinvio all’apposita sezione presente in questo sito. Qui mi preme evidenziare come per la prima volta in assoluto dell’idea di smilitarizzazione e sindacalizzazione del Corpo si fece portavoce addirittura un Ufficiale, il Capitano Salvatore Margherito, che pagò in prima persona sotto l’aspetto personale e penale l’avere diffuso e incoraggiato ciò che veniva visto pur sempre come sovversione. Ma questa volta il boomerang che di solito scontatamente si abbatteva sul militare che lo aveva lanciato colpì proprio quel bersaglio che sembrava irraggiungibile. E visto che le proteste avevano trovato un canale di referenza politico, molti gruppi uscirono allo scoperto indicendo riunioni pubbliche con partecipazione estesa anche alla cittadinanza cui si voleva spiegare il tipo di Polizia di prossima nascita. Si assistette all’assurdo: riunioni di Poliziotti liberi dal servizio controllate da altri Poliziotti della Squadra Politica che ne censirono nomi, cognomi, idee al pari di pericolosi estremisti, creando fascicoli informativi a loro carico. Ancora alla fine degli anni Settanta, quando ormai in Parlamento erano state già depositate le prime bozze della futura Legge 121, molti altri Poliziotti stavano continuando a pagare addirittura con la galera e la destituzione il fatto di portare avanti l’ideale di una Polizia civile, sindacalizzata e maggiormente tutelata. Un quotidiano, riferendosi al primo convegno del neonato Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia, titolò: “I sovversivi della p.s.”.

 

Cambiano i criteri e le modalità di arruolamento: la Polizia apre le sue porte anche all’assolvimento degli obblighi di leva con possibilità di successiva rafferma

 

E arriviamo dunque a quel 1981. I lavori parlamentari per la definizione della legge di riforma furono al calor bianco fino alla fine: da un lato il timore dei “geronti” ministeriali di perdere il controllo su una delle più importanti Istituzioni italiane la cui smilitarizzazione sarebbe stata verosimilmente presa ad esempio e adottata anche da altre collaterali quali la Guardia di Finanza, il Corpo degli Agenti di Custodia e – orrore, orrore – l’Arma dei Carabinieri; dall’altro la spinta rivoluzionaria che in taluni casi sfociò in proposte assolutamente irrealizzabili. Si trattava dunque di fare collimare le rispettive esigenze per far nascere una Polizia nuova, moderna, dinamica ma pur sempre incardinata nei meccanismi statali e ad essi assoggettata. Inoltre per la prima volta si consentì l’accesso ai ruoli operativi anche al personale femminile, cosa ritenuta fino ad allora impensabile.

E una delle innovazioni che suscitò il maggiore scombussolamento a livello gerarchico fu la fusione in un unico ruolo – quello dei Commissari, Dirigenti e Direttivi – dei due aspetti molto spesso antitetici che avevano caratterizzato la precedente Polizia: gli Ufficiali del Corpo delle Guardie di P.S. a ordinamento militare e quello dei Commissari a ordinamento civile. Fino ad allora la carriera di Ufficiale e quella di Commissario marciavano su binari paralleli destinati a non incontrarsi mai: l’Ufficiale poteva comandare un Reparto Celere, la Polizia Stradale e la Zona Ispettiva seguendo la gerarchia militare; gli erano tuttavia preclusi incarichi direttivi apicali in questure, prefetture e ministero; il Commissario dirigeva l’ordine pubblico e veniva di norma assegnato alle Territoriali accedendo poi alla carriera apicale di Questore e Prefetto; non poteva però comandare i Reparti Celere, le Stradali e le Zone Ispettive. Ora entrambi sarebbero diventati Funzionari di Polizia: gli Ufficiali perdevano le stellette ma guadagnavano in compenso l’apertura delle carriere al ruolo di Questore o di Prefetto; gli appartenenti al vecchio ruolo Commissari potevano diventare a loro volta Comandanti e Dirigenti dei Reparti Celere, delle Stradali e delle Zone Ispettive.

Inutile dire che il periodo immediatamente successivo all’entrata in vigore della legge di riforma fu un confuso calderone in ebollizione: tralasciando l’aspetto formale, in cui vecchie uniformi con stellette continuavano ad affiancare quelle più moderne oppure in cui il vecchio Appuntato ora si chiamava Assistente, nessuno sapeva più chi era e cosa doveva fare. Dovettero intervenire in rapida successione decreti legge che implementarono la riforma anche sotto l’aspetto disciplinare, amministrativo e gestionale; si dovette regolamentare l’attività sindacale che continuò comunque per molti anni ancora a essere vista con sospetto, dovendo il Ministero dialogare con strutture fino ad allora sconosciute; si dovette trovare la strada migliore per applicare anche alla Polizia di Stato i diritti sanciti dallo Statuto dei Lavoratori e disciplinare in modo decisamente più compiuto la fruizione dei congedi, dei riposi, delle malattie e la retribuzione di nuovi aspetti lavorativi quali ad esempio il lavoro straordinario, le indennità, gli avanzamenti di carriera. Vennero abrogate quelle anacronistiche norme del regolamento che disciplinavano il matrimonio del Poliziotto e la sua possibilità di trasferimento a domanda; venne definito il lavoro del Poliziotto che ora, una volta assunto, non veniva più sottoposto alle verifiche di rafferma triennali. Fu necessario adeguare le strutture esistenti per ospitare personale di sesso femminile e il Ministero dovette emanare un fiume di circolari-delega per un’infinità di adeguamenti che per troppo tempo erano stati rimandati.

Si capisce solo da questo la reale portata innovativa della Legge 121/81. Oggi, a trent’anni dalla sua entrata in vigore, non tutte le sue previsioni hanno trovato applicazione. Sono fiorite moltiplicandosi a dismisura moltissime organizzazioni sindacali che col tempo hanno finito per ingolfare il sistema appesantendolo di inutili fardelli. L’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, non più Corpo ma “amministrazione civile a ordinamento speciale”, è diventata un ibrido che per molti non è né carne né pesce in quanto nessuno è ancora riuscito a spiegare il reale significato pratico di simile definizione. Attualmente stiamo attraversando il definitivo salto generazionale: stanno andando in pensione gli ultimi Poliziotti che hanno portato le stellette e quasi tutti mi dicono rimpiangerne la perdita nonostante tutti i sacrifici anche personali che hanno dovuto patire: mi fanno capire che non era solo una questione di spirito di Corpo, ma di vero senso di identificazione e appartenenza in cui quel poco che si aveva lo si metteva anche a disposizione degli altri colleghi. Vita di caserma, vita in comune, lontananza da affetti e famiglie portavano a una coesione che oggi non viene più rilevata. Oggi il Poliziotto fa una vita diversa, molto più comoda ancorchè ricca di sacrifici. Ma anche molto più impersonale: finito il lavoro, via a casa. E per chi non fa vita operativa, questo lavoro è diventato quasi un’attività impiegatizia che rispetto a prima ne ha disgregato i rapporti interpersonali. 

Personalmente non posso e non voglio trarre conclusioni: non ho portato le stellette anche se quando mi sono arruolato in taluni reparti si respirava ancora a pieni polmoni uno spiccato inquadramento militare. Ma di esso non ho cattivi ricordi, anzi: è propedeutico per diventare un buon Poliziotto e per capire esattamente qual è il posto occupato in questa grande famiglia. 

Il futuro? Siamo Poliziotti, non astrologi o cartomanti. Quindi in questa sede mi limito solo a concludere: tanti auguri, Polizia di Stato!

 

 

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Un pensiero su “Il Trentennale

  1. Anche se leggo questa riflessione a cinque anni dalla sua pubblicazione, mi identifico pienamente con quanto esposto.
    Ma credo che, per essere obiettivi sull’attuale impostazione della polizia, dobbiamo fare una distinzione quanto mai necessaria: portare le stellette negli anni ’70 era ben diverso dal portarle adesso. Questo, naturalmente, al di là della scelta tra modello civile e modello militare.

    Oggi i militari hanno persino delle forme di rappresentatività pseudo sindacali! E nessuno si sognerebbe di trasferire qualcuno d’ufficio (anche perché non ci sono soldi…) o di riprenderlo sui suoi costumi sociali (o sessuali..).

    Detto questo, ripeto quanto asserito in altri forum: non sono le stellette a generare lo spirito di Corpo. Prova ne sono taluni Reparti Mobili o Sezioni di Polizia Stradale, se dirette in un certo modo…
    Intelligenti pauca…

    Mi piace

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