Il Raggruppamento Mobile “Alto Adige”

IL RAGGRUPPAMENTO MOBILE “ALTO ADIGE”

di Gianmarco Calore

 

Molti ricordano ancora il periodo storico compreso tra il 1960 e il 1963, quando il Trentino Alto Adige balzò agli onori delle cronache per le violentissime spinte secessionistiche che miravano a staccare quella porzione di territorio dalla Madrepatria per farla inglobare nel tedeschissimo Sudtirolo. Un periodo che passò alla storia con l’acronimo di “stagione dei tralicci”, visto che questi ultimi erano l’obiettivo preferito degli attentatori che agivano quasi sempre mediante l’uso di esplosivi. Esplosivi che non risparmiarono peraltro anche altri obiettivi quali ponti, caserme, strutture dello Stato italiano lasciando sul terreno 15 appartenenti alle Forze dell’Ordine e 5 tra gli stessi terroristi.

 

L’attività terroristica si concentrò soprattutto nel colpire obiettivi sensibili quali tralicci dell’alta tensione, ponti, caserme, strutture del governo italiano

E’ bene precisare che il periodo preso in esame è solo una piccola porzione di quello ben più ampio che iniziò il 20 settembre 1956 con il primo traliccio abbattuto in località Settequerce e conclusosi – con un’unica pausa – il 30 ottobre 1988, al termine del quale si contarono ben 361 azioni terroristiche di vario livello condotte utilizzando veri e propri strumenti di guerra: esplosivi, fucili mitragliatori, mine antiuomo… Solo la notte tra l’11 e il 12 settembre 1961 si contarono 37 attentati portati a termine, altrettanti sventati e una vittima a Salorno. Di contorno, manifestazioni di piazza anche violente in tutta Italia, soprattutto a Roma, che contribuirono ad accentuare e amplificare il problema facendogli assumere proporzioni imponenti. Non a caso alcuni storici tra i più accreditati parlano proprio di una guerra civile che sconfinò ben presto dall’alveo già di per sè preoccupante del terrorismo.

La questione altoatesina era comunque già esplosa nell’immediato dopoguerra, quando De Gasperi sentì il dovere di riparare i torti arrecati a quei territori dalla Repubblica Sociale Italiana mediante l’accordo stilato con Gruber il 5 settembre 1946, che conteneva una serie di guarentigie alla minoranza etnico-linguistica tedesca ivi presente. La stessa elevazione a regione a statuto speciale concessa in un secondo tempo doveva servire come ulteriore valvola di sfogo per quella che da tutti era ormai considerata una pentola a pressione difettosa. E infatti il problema fu solo rimandato a pochi anni più tardi. Lo stesso problema vissuto sul confine orientale tra popolazioni di radici diverse esplose violento anche in Alto Adige: di diverso vi era solo la lingua delle parti in causa, non certo le rivendicazioni.  In entrambe le situazioni assistiamo ancora oggi a celebrazioni di opposti schieramenti, con frange oltranziste che celebrano i terroristi di allora come “attivisti per la libertà”: lo stesso raduno annuale degli Alpini avvenuto poco tempo fa a Bolzano si è tenuto tra imponenti misure di sicurezza, con minacce dirette ed esplicite a tutti i suoi partecipanti, ciascuno dei queli apostrofato con il termine Walsche, straniero. Una questione mai sopita, come ben si più capire.

  

Una delle peggiori stragi compiute dal terrorismo separatista altoatesino: alle 11:15 del 9 settembre 1966 una bomba ad alto potenziale devastò la casermetta della Guardia di Finanza di Malga Sasso (BZ), nei pressi del Brennero. Tre militari persero la vita. Due morirono sul colpo e il terzo dopo poco.

Il terrorismo altoatesino trova dunque la sua linfa vitale in quel periodo tormentatissimo che va dal 1943 (con l’arrivo della RSI) al 1972, anno in cui venne concesso lo statuto speciale. Trent’anni in cui i più estremisti tentarono il tutto per tutto, arrivando quasi a riuscire nei propri intenti.

Sul terrorismo altoatesino potremmo scrivere pagine intere: la sua evoluzione, il ruolo mai chiarito dell’Austria (il terrorista Luis Amplatz dichiarò a un notaio l’appoggio diretto dello stesso ministro degli esteri austriaco Bruno Kreisky, coinvolto in prima persona nella fornitura di armi, esplosivi e munizioni nonchè garante di immunità. Peccato che dopo poco Amplatz fu ucciso in un agguato in cui si paventò il coinvolgimento dei servizi italiani); quello ancora più torbido dell’Italia e concretizzatosi addirittura nella concessione della grazia ad alcuni dei terroristi ancora in carcere; la mancata costituzione di parte civile dei governi provinciali, quelli maggiormente danneggiati; il silenzio per molti aspetti inspiegabile e al limite del negazionismo che ancora circonda l’intero fenomeno. Ma qui si parla di storia della Polizia: e la Polizia in questa storia fece la sua parte a fianco di Esercito, Carabinieri e Guardia di Finanza.

La presenza sul territorio di ingenti dispiegamenti di Forze dell’Ordine è nota a tutti. Un po’ meno conosciuta è invece la formazione e l’operatività di un Reparto Mobile “Alto Adige” costituito da compagnie del 2° Reparto Celere di Padova (agli ordini del Tenente Colonnello Gaetano Genco), del 5° Reparto Mobile di Vicenza (agli ordini del Tenente Colonnello Giuseppe Dal Sasso), del 1° Reparto Celere di Roma, della Scuola Allievi di Nettuno e della Scuola Alpina di Moena. Su tutti, il comando e il coordinamento del Colonnello Ispettore Giovanni Battista Arista. Soltanto il fortunoso ritrovamento degli incartamenti originali (destinati allo scarto d’archivio, quindi alla distruzione…) ci permette una capillare ricostruzione logistica e operativa di uno dei Reparti che meritò la stima e il rispetto delle stesse popolazioni locali per l’abnegazione con cui operò tra insormontabili difficoltà legate soprattutto all’asperità del territorio, al clima e alla pericolosità dei pattugliamenti e delle vigilanze, con guardie lasciate per giorni e notti a vigilare ponti e tralicci in mezzo al nulla senza nemmeno una gavetta di minestra da mettere nello stomaco.

E’ una bella storia che va raccontata. Con l’unico rammarico di un immeritato oblio istituzionale.

COSTITUZIONE DEL REPARTO

Quando all’inizio degli Anni Sessanta ci si rese conto della pericolosità dei movimenti separatisti altoatesini, il Ministero dell’Interno provvide (con dispaccio n° 556-Segr. del 19.06.1961) a costituire quello che inizialmente venne denomionato “Raggruppamento Mobile Guardie di P.S. Alto Adige”. Ne fecero parte fin da subito:

– Il 2° Reparto Celere di Padova così dislocato: Comando e 3° Compagnia a Bolzano; 1° Compagnia a Merano; 2° Compagnia a Bressanone;

– Il 5° Reparto Mobile di Vicenza così dislocato: Comando e 2° Compagnia a Trento; una compagnia in diverse zone del Trentino per la vigilanza di 21 centrali idroelettriche; tre Squadriglie Mobili Antisabotaggio presso i distaccamenti di Polizia Stradale di Riva, Malè e Cavalese;

– Contingenti della Scuola Allievi Guardie di Roma e Nettuno, del 1° Reparto Celere di Roma, della Scuola Alpina di Moena e della Polizia Civile di Trieste per i Gruppi Squadriglie.

A tutto il personale inviato in servizio antiterroristico in Alto Adige furono immediatamente sospesi permessi, licenze e congedi.

MOTORIZZAZIONE E ARMAMENTO

Il personale dispose immediatamente di mezzi di trasporto idoneo: camion, Campagnole FIAT AR51 e AR55, OM-CL 52, autoambulanze, mezzi blindati, officine mobili, stazioni radio campali, camionette e autovetture per il drappello Comando.

All’armamento individuale di ciascun militare (pistola Beretta cal. 7,65 e moschetto automatico) furono affiancati fucili mitragliatori Bren cal. 8 mm e mitragliatrici Breda cal. 7,6 mm, fucili Garand muniti di tromboncino lanciarazzi, razzi illuminanti M59.

L’uniforme tattica era costituita da tuta mimetica, basco ed elmetto, cavigliere, borsa e cinturone, calzature d’alta montagna.

Vennero impiegati apparecchi ricetrasmittenti Siemens e Prodel, Telefunken, Ducati e i primi ponti radio-ripetitori che consentirono una copertura pressochè totale del territorio da controllare.

COSTITUZIONE DELLA COMPAGNIA S.M.A. (Squadriglie Mobili Antisabotaggio)

A fronte della complessità del territorio, ma soprattutto del rischio connesso alla tipologia di evento criminoso che la Polizia andò ad affrontare (i terroristi si avvalevano infatti di tecniche paramilitari e dell’appoggio della popolazione locale), fin da subito venne costituita una Compagnia di militari specializzati nell’antisabotaggio, i quali disimpegnarono il loro servizio prevalentemente in abiti civili. A capo di questa Compagnia venne posto il Capitano Giovanni Pittui: essa si articolava in due gruppi di Squadriglie composte da militari del 1° Celere, della Scuola Allievi di Roma e Nettuno, della Scuola Alpina di Moena e della Polizia Civile di Trieste, quest’ultima con compiti di traduzione e interprete di lingua tedesca. Gli autisti furono scelti tra i militari del Gruppo Guardie di Bolzano grazie alla loro specifica conoscenza del territorio. Ciascun gruppo era costituito da tre squadriglie come sotto indicato:

1° SMA: Capitano Giovanni Pittui (il quale era anche comandante della Compagnia);

2° SMA: Tenente Aldo Poscia;

3° SMA: Sottotenente Andrea Bertolino (2° Celere);

4° SMA: Tenente Vittorio Foglietta;

5° SMA: Tenente Paolo Cirnigliano;

6° SMA: Tenente Enzo Morello.

A riserva per l’impiego in alta montagna fu nominato il Sottotenente Aldo Gianni, che molti lettori ricordano come validissimo Ufficiale operativo negli anni seguenti in contesti storici ancora più “caldi”.

Il 1° Gruppo era posto a disposizione del Vicequestore Iddenni; il 2° Gruppo era invece posto alle dipendenze del Vicequestore Guarino.

Ciascuna squadriglia disponeva, sotto l’aspetto operativo, di:

– 1 Ufficiale Comandante;

– 2 Sottufficiali;

– 12 militari;

– 2 motociclisti del Compartimento Polizia Stradale;

– 2 cani con rispettivi conduttori;

– 2 camionette AR51 con radiotelefono;

– 2 fari Eisemann;

– 2 fucili Garand con tromboncino;

– 10 razzi illuminanti M59

– 2 autovetture con radiotelefono a disposizione dei dirigenti;

– 2 ricercatori magnetici

I funerali dei due carabinieri De Gennaro e Arriu assassinati nell’attentato dinamitardo alla caserma da essi occupata

 

COSTITUZIONE DELLE SQUADRIGLIE ALPINE ANTISABOTAGGIO

Accanto al personale delle S.M.A. già operativo prevalentemente in abiti civili, il Comando avvertì immediatamente la necessità di formare analoghe pattuglie operanti in uniforme e particolarmente esperte nell’attività di prevenzione e repressione in ambito di alta montagna: furono quindi individuati militari della Scuola Alpina di Moena e del 2° Reparto Celere appositamente addestrati ed equipaggiati per il combattimento e per la permanenza all’aperto in ambiente alpino.

La costituzione di queste S.A.A. è del 25 giugno 1961; il loro comando fu affidato al Maggiore di P.S. Domenico Galato.

Ciascuna S.A.A. disponeva di:

– 1 Ufficiale comandante;

– 1 Sottufficiale;

– 3 autisti;

– 1 operatore radiotelegrafista;

– 8 pattugliatori con radio portatili Telefunken o Ducati;

– 1 conduttore con cane poliziotto;

– 2 camionette AR51 di cui una dotata di apparati radio R19 e CTR43;

– 1 autocarro OM-CL 52;

– 1 fucile Garand con tromboncino e 5 razzi illuminanti;

– 1 pistola Verry con cartucce carie a tre colori per segnalazione;

– 1 lanterna a petrolio;

– 1 faro Eisemann;

– 1 binocolo.

L’equipaggiamento individuale era composto da:

– 1 torcia a vento;

1 lampada elettrica;

– 1 pacchetto da medicazione;

– 1 sacco a pelo e K2;

– 1 corda da montagna;

– 1 piccozza;

– 1 passamontagna;

– 1 paio di guanti in lana;

– 1 paio di ramponi;

– 1 bussola.

 

 

I compiti di pattugliamento erano esplicati mediante la costituzione di un Gruppo Base nella zona di impiego. Da questa si distaccavano le squadriglie su itinerari prefissati da raggiungere in quota fin dove era possibile mediante automezzi leggeri. Al punto ove i mezzi venivano lasciati si costituiva il Gruppo Squadriglia da cui partivano i pattugliatori appiedati. Il compito prefissato era quello di eseguire ricognizioni e perquisizioni nei rifugi e nelle malghe di alta montagna sulla base delle indicazioni fornite dal Comando Raggruppamento. Si doveva quindi procedere all’identificazione delle persone nonchè al fermo di chi non era in grado di dare contezza di se stesso, nonchè all’arresto di coloro trovati in possesso di armi, munizioni, esplosivi che dovevano essere sequestrati.

 

 

Il collegamento tra il Comando Gruppo e i vari sottogruppi doveva avvenire a mezzo radio a cadenza periodica, salvo emergenze. Ove le radio portatili non avessero dovuto funzionare, le squadriglie avrebbero comunicato tra loro mediante l’uso dei razzi di segnalazione di colore verde per indicare la normalità della situazione e la prosecuzione del pattugliamento, di colore rosso per chiedere rinforzi o per indicare altra emergenza.

Parallelamente, i comandanti del 2° Reparto Celere e del 5° Reparto Mobile furono autorizzati a prendere accordi diretti con i comandanti di presidio del Comando del IV° Corpo d’Armata affinchè una volta al mese il maggior numero della forza potesse partecipare a esercitazioni esterne congiunte costituite da marce di addestramento in motagna (con o senza salmerie) e addestramento al combattimento della squadra fucilieri, con relative esercitazioni a fuoco.

I risultati non si fecero attendere, tanto che il 3 settembre 1961 il Colonnello Comandante G.B. Arista scriveva agli ufficiali subalterni con preghiera di ampia diffusione a tutto il personale dipendente:

 

“Agli Ufficiali, Sottufficiali, Appuntati e Guardie di P.S. che dal 19 giugno ad oggi hanno prestato servizio in Alto Adige con i Reparti dipendenti da questo Raggruppamento, rivolgo il mio saluto e il più cordiale ringraziamento per lo spirito di sacrificio dimostrato nell’adempimento del dovere tra queste montagne impervie e boschi scoscesi, dove la natura dei luoghi impedisce sempre di individuare il pericolo. Ai Quadri Ufficiali e Sottufficiali il mio particolare apprezzamento per la collaborazione che da tutti mi è stata offerta in ogni circostanza senza risparmio di energie e con consapevole intelligenza”.

 

Lo stesso comandante Gaetano Genco in data 19 settembre 1963 (all’indomani dell’eccidio di due Carabinieri fatti saltare in aria in un attentato alla loro caserma) scriveva ai propri uomini:

 

“Elogio vivamente gli Ufficiali, i Sottufficiali e Guardie che ieri hanno partecipato all’operazione di rastrellamento in Val Passiria. Il vostro spirito di abnegazione e la vostra forza di volontà, oltre a contribuire notevolmente al buon esito dell’operazione, hanno ancora una volta messo in luce l’elevato spirito di Corpo e l’attaccamento di voi tutti al proprio dovere. Le difficoltà superate, veramente notevoli e insolite per un Reparto di Polizia, confermano ancora una volta che allorchè le circostanze lo richiedano, la vostra forza morale vi consente di affrontare e superare ogni imprevedibile difficoltà”.

 

Fino a qui la storia e l’organizzazione così come desunta dagli incartamenti dell’epoca. Tuttavia, per quanto precisi, a nostro avviso non bastano se non corroborati dalle testimonianze delle allora guardie di P.S. che parteciparono attivamente al contrasto del terrorismo separatista. Riportiamo alcuni stralci delle lunghe chiacchierate intrattenute con alcuni di essi, in particolare con l’Appuntato Luigi Battistin e con il Maresciallo Pietro Di Terlizzi, entrambi “veterani” del 2° Reparto Celere di Padova.

“La partenza per l’Alto Adige venne ordinata dal Comandante a metà del giugno 1961. Il Reparto era da poco rientrato da alcune aggregazioni a Milano e a Torino e per alcuni di noi non ci fu nemmeno il tempo di disfare le valige. Arrivati sul posto, fummo accasermati dove capitava: i più fortunati finirono in un albergo [il “Luna” di Bolzano, n.d.a.] appositamente requisito dal Ministero; altri occuparono caserme militari di altre Forze Armate dormendo provvisoriamente anche nei garages”

“L’attività militare fu subito impegnativa. La conoscenza del territorio era per molti di noi inesistente, quindi ci affidammo ai colleghi che provenivano da quelle terre. Il problema della lingua diventò una difficoltà quotidiana, specie quando dovevamo rapportarci con la cittadinanza anche soltanto per una semplice informazione. Tuttavia l’iniziale diffidenza andò ben presto scemando, tanto che molti di noi chiesero di restare aggregati nonostante ci fosse stato fatto divieto assoluto di portarci al seguito l’eventuale famiglia a causa della pericolosità delle operazioni e alla loro segretezza”.

“I servizi operativi furono di vario tipo. Alcuni del Reparto furono selezionati per comporre le squadre antisabotaggio, ma la maggior parte di noi venne impiegata per il piantonamento dei tralicci e delle infrastrutture. Un servizio molto faticoso, soprattutto all’arrivo dell’inverno. A coppie dovevamo raggiungere l’obiettivo, spesso dovendoci fare a piedi la strada quando l’automezzo non riusciva più ad avanzare. Ogni rumore ci faceva scattare, non si poteva mai sapere se era stato un animale o invece un terrorista: ci dicevano che il loro scopo era quello di far saltare in aria le varie strutture, ma c’erano già stati dei morti tra i Carabinieri e la Finanza, quindi non sapevamo mai con chi avevamo a che fare esattamente. Questi servizi avvenivano con qualsiasi tempo, lascio immaginare 4 ore passate sotto la pioggia o la neve…”

“Capitarono anche episodi comici, come quella volta che il collega di guardia a un traliccio in mezzo a un bosco abbattè a fucilate un cervo che si era malauguratamente spinto troppo vicino: intimò l’Altolà, il cervo non rispose e finì per questo accoppato! I cuochi della mensa ci ringraziarono a lungo!”

Il periodo esaminato in questo articolo (1961 – 1965) è solo una piccola parte di qullo ben più lungo che vide impegnati i Reparti di Polizia nel contrasto al terrorismo separatista altoatesino, tuttavia è la parte più pregnante e meglio documentata. Le vicende si trascinarono a lungo, spesso a fasi alterne: già nel 1963 la forza presente sul territorio era stata ridimensionata facendo rientrare in sede sia i militari della Scuola Alpina di Moena, sia quelli della scuola allievi di Roma e Nettuno. Nelle fasi di maggiore tranquillità gli stessi militari del 2° Reparto Celere e del 5° Reparto Mobile fecero rientro in sede in scaglioni sempre più numerosi, salvo essere precipitosamente rispediti in loco quando il terrorismo tornava alla ribalta delle cronache con le sue gesta efferate. 

Nel 1963 il 2° Celere e gli altri Reparti già attivi in Trentino dovettero fronteggiare anche l’emergenza del Vajont: un servizio che assorbì tutte le risorse umane e logistiche già schierate sul territorio. Molti militari furono impiegati in una duplice aggregazione, spartendosi tra il servizio antiterroristico altoatesino e quello di soccorso pubblico nella valle di Longarone, al fine di dare il necessario avvicendamento al personale esausto.

Nessuno si tirò indietro.

 

Per la Redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore 

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